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Non
tornare a Mameson
di
Maurizio Lanteri | Lilli Luini
Le prime pagine del libro
ENRICO
Il fuoco si sta spegnendo
1
Il fuoco si sta spegnendo, dovresti alimentarlo.
Qui sui monti di Liguria le notti sono carogne. Finisce che anche sotto il
piumone ti si gelano le chiappe e resti lì imbacalito, abbracciato alle tue
gambe, origliando le tarme del legno e l’urlo della civetta. Questo è successo
ieri, primo giorno di settembre, il tuo primo giorno a San Bernardo di Mendatica.
Come dire un tiro di schioppo dalle spiagge di riviera, con tanti saluti
all’influenza del salmastro, il clima mite tutto l’anno, e bla e bla…
Dicono che l’uomo scaltro impara dai suoi errori, e infatti di fianco alla
poltrona hai pronto il rimedio. Ciocchi di rovere, acquistati per direttissima
all’emporio comunale. Puoi toccarli con la mano sinistra, ruvidi e secchi,
mentre zolfanelli e attizzatoio sono di fianco al caminetto, poco più in là.
Un paio di metri… ma per te potrebbero essere cento.
Colpa del bicchiere che tieni nella destra.
Whisky scozzese, retrogusto di torba e tabacco.
È il terzo (o il quarto?) e altri ne verranno, fino ad affogare le costine di
capretto che ti sei ingozzato per cena, fino a che crollerai lungo disteso sul
tappeto.
Non manca molto. Per ora resisti addossato allo schienale, gli occhi fissi al
muro che ti sta davanti.
Un cd nello stereo fa l’atmosfera. Racconta di quel che le donne non dicono. A
te piace, la rossa. Sì, la cantante… Ti fa impazzire quell’inflessione sguaiata,
da cui capisci che alla fine te la darà, qualunque fesseria le esca prima dalla
bocca... Peccato, tu incontri sempre femmine di una specie diversa. Niente
maliziosi sottintesi: scopare, e quello soltanto. Come la sciura tutta tailleur
e permanente, sui sedili posteriori della sua Volvo familiare. Ha atteso che il
tuo sesso fiorisse fra le sue unghie laccate, per dirti che quella era l’ultima
volta, che il marito le controllava contachilometri e telefonino. Ma prima,
avevate quell’ultima mezz’ora...
Alt! Stop.
Ti stai eccitando, non è decoroso nella tua posizione
(ex posizione)
e comunque sia, un lavoretto di mano, a cinquant’anni e fischia, non è buono
neppure per conciliare il sonno.
Potresti far cuccia qui, assorbendo il fiato tiepido dei tizzoni che muoiono,
cullato dalle note molli di un refrain che torna all’infinito. A chi frega, su
questo pianeta, quando/dove/se dormirai?
A te, frega. Sicuro come l’oro che saresti già a segare tronchi d’albero su una
nuvoletta, non fosse per lo stomaco che ti morde dentro.
Non fosse per quella maledetta macchia.
È lì, sul muro, a destra della canna fumaria. Al centro della tua visuale
obbligata. Il punto esatto in cui, nei film americani, piazzano una grossa testa
d’alce, con le corna a far da appendiabiti. Il paragone è lecito. Sei in una
baita di montagna, no? Qui però stai ammirando uno spicchio di parete vuota,
liscia e bianca. Assurda, in mezzo al festival del perlinato e delle pietre a
vista.
Una macchia.
Marrone.
Ti disturba, ecco.
Marrone.
Neppure puoi raschiarla dalla mente stringendo gli occhi, perché il buio ti
precipita in un vortice di nausea, come una zattera che scavalla sul mare in
tempesta.
Su e giù. Su e…
Ha una zona centrale, tonda, e tante sbavature a raggiera. Sembra abbiano
spalmato merda sul muro (e perché no, i bambini riescono a far di peggio!).
Oppure è una tazzina di caffè, piena all’orlo, volata dalla stessa poltrona su
cui te ne stai seduto. Immagina la scena: uno sbocco di rabbia, accompagnato da
un classico “mi hai rotto le palle, porcocazzo!”.
Ma chi ha rotto le palle? E a chi?
Già chiederselo è paranoia bella e buona.
Però, una mano di vernice era pretendere troppo?
In questa casa ti ha preceduto un pittore professionista, francese. Così
racconta l’agente immobiliare. Sfiga nera. Avresti votato per un imbianchino
rumeno. Ma forse, a lui, piaceva lo spettacolo. Stava lì a rimirarlo per ore, un
mélange di colori in stile stercorario.
Domani devi porci rimedio. Con le bottiglie che pare abbiano un buco, finisce
che la macchiamerda diventa tua compagna affezionata. Alla fine ci leggi qualche
significato in stile psichiatra della mutua e ti spaventi pure.
O ti deprimi.
Buona, questa. Davvero molto buona.
Prosit. Dolce notte. A un domani senza macchia.
E questa è ancora meglio.
2
Sprazzi di luce dai vetri.
Cenere grigia nel focolare.
Il nuovo giorno, se Dio vuole, è arrivato.
Porta con sé un’emicrania feroce e fiato che sa di fogna, come dopo una canna di
pachistano. Ma sono vivo e lucido. Di più dopo aver annusato l’aria frizzante
del mattino.
Le campane della chiesa battono mezzogiorno, quando raggiungo l’abitato di
Mendatica per un pieno di provviste. Al negozio socializzo con i pochi clienti,
gente del posto. Una vecchina mi dice che, sì, potrebbe accettare delle ore a
servizio. Unico neo, sugli scaffali non c’è nulla che somigli a un pennello o a
un barattolo di vernice.
“Trova tutto a Pieve di Teco”, mi informa solerte la titolare. “Giù nel
fondovalle”.
Faccio segno che sì, ma questo chiude l’argomento.
Troppa strada, troppe curve, per un reduce dalla sbornia del secolo. E poi… non
c’è feeling, fra me e Pieve di Teco. Quando ci venni la prima volta, pioveva a
secchiate e naturalmente trovai parcheggio ben fuori dal centro, ai piedi della
salita per il Col di Nava. Sotto i portici ferveva lo shopping dei turisti
impediti dal maltempo. Scarpe e scarponi, soprattutto, a prezzo di realizzo.
Sbattendomene delle calzature, io puntavo all’agenzia immobiliare e la trovai
quasi subito, dietro una minivetrina formato acquario. Stavo consultando le
locandine, quando una ragazzona di montagna – spalle larghe, fianchi stretti,
gote accese – mi offrì la mano e il suo miglior sorriso.
«Le serve qualcosa? Qualcosa in particolare?».
Mi abbordò lì, sul marciapiede, con i suoi jeans firmati e il top che si fermava
ben sopra l’ombelico. Questi venditori di case hanno un sesto senso, come i
mercanti del sûq di Casablanca: capiscono a volo chi è lì per comprare o chi sta
facendo flanella.
Sì, cercavo qualcosa. Uno chalet, una baita sulle montagne. Grande. Solitaria,
con tutti i comfort moderni. Libera subito. Non importava il prezzo.
«Salute! Una persona con le idee chiare».
«Enrico Oliviero», mi presentai. «Ce l’ha?».
«Ce l’ho. La vediamo?».
«Ho la macchina al parcheggio grande».
«Andiamo con la mia, così non ci si bagna».
Lasciammo subito la statale 28, deviando verso Ponti di Pornassio e Mendatica.
Poi sempre avanti, in ripida salita lungo la dorsale dell’alta valle Arroscia.
La strada tagliava a metà prati scoscesi e boschi di castagni. Poche abitazioni,
quasi tutte con le ante sprangate e una certa aria di abbandono.
San Bernardo è una piazza, o meglio l’incrocio di tre strade. Una fontana, la
cappelletta, due alberghi. Uno, diroccato, ostentava un vetusto cartello “in
vendita”. Cominciai a respirare una certa aria di casa.
Appena vidi la baita decisi che sarebbe stata mia. Tetti scoscesi, infissi rosso
fuoco adorni di funghi e cuoricini intagliati a mano. Dal porticato la vista
spaziava senza ostacoli fin quasi alla costa, attraverso tutte le tonalità del
verde. In effetti, non avevo specifiche preferenze. Solitaria lo era. Grande
pure. Forse troppo.
«Ha un nome?», mi informai per dire qualcosa.
Ebbe l’unica esitazione del pomeriggio. «No… credo di no. Se ritiene, può
provvedere lei stesso. I proprietari non ci mettono piede da un pezzo e prima
d’ora affittavano per la stagione. L’ultimo inquilino se n’è andato sei mesi
fa». Si trattava del pittore francese, come spiegò in due battute mentre
spalancava porte e finestre.
Ispezionai gli interni a volo d’uccello. Ineccepibili.
«Quanto?», sparai sulla via del ritorno.
Disse una cifra obiettivamente bassa, che io ridussi del quaranta per cento.
Scosse il capo con femminile ironia e rilanciò del venti. Scendendo dall’auto
accettò la prima offerta. Caparra immediata. Rogito dal notaio e saldo entro la
settimana.
Mi condusse alla scrivania dove mise nero su bianco il preliminare di acquisto.
Esibì una visura dell’immobile, abitabilità comunale e delega dei proprietari a
trattare in loro vece. Alle 19 ci stringemmo la mano. Affare fatto. Avrei potuto
invitarla a cena e lei avrebbe accettato, ma non ne feci nulla.
Era ferragosto.
Cento giorni esatti dopo le amministrative di primavera.
Quando persi il seggio alla Regione Lombardia.
E a seguire tutto il resto.
Stivati i viveri in dispensa, mi ritrovo un pomeriggio da spendere a far nulla.
Potrei sgranchirmi le gambe con una passeggiata, ho pure acquistato una mappa
dettagliata dei sentieri. Cian Prai, per esempio, è uno spiazzo erboso a un
chilometro dalla mia nuova casa. Spicca netto e geometrico dalle finestre del
soggiorno, chiazza di alopecia nell’uniformità di un bosco di castagni.
La strada per arrivarci è in discesa.
Al ritorno diventerà una salitella niente male.
Ce la potrei fare, forse.
Rinuncio per un panino al salame e un paio di birre, davanti al camino riacceso
a fatica. Conscio che questo significa svariate ore di giubilo, in
contemplazione della fascinosa macchiamerda.
Domattina, appena sveglio, risolverò il problema.
Prima che diventi un’ossessione.
Pittura o non pittura.
Giurin giuretta.
3
Ogni promessa è debito, ma il risultato è
zero.
Eccomi davanti alla soffitta, l’ultimo angolo rimasto in cui cacciare il naso.
Stringo forte la maniglia.
La porta cigolerà, come un gatto cui pesti la coda.
Sarebbe in tema con l’ambiente decisamente sinistro.
Invece no. La vigliacca si spalanca alla prima.
Oltre c’è un buio da tagliare con il coltello.
Eh già. Non ricordo lucernai e abbaini, sul tetto. Sarà per non dare appiglio ai
cumuli di neve. Ma una lampadina, l’avranno prevista?
Viva! L’interruttore è a destra della porta.
È un solaio a spioventi di almeno trenta metri quadrati.
Quasi tutti vuoti.
Delusione. Non mi aspettavo sorprese esotiche, ma…
Con le suole timbro la polvere, e sono le uniche impronte. Il primo visitatore
di questo secolo? Nulla di strano, considerato che ho perso ore per rintracciare
l’accesso. Una botola mascherata nel soffitto del bagno, una scaletta a pioli
che scende giù da sola e traballa sotto i piedi come aspettasse il mio peso per
andare in pezzi.
Mancano solo ragni giganti e stridore di catene.
L’inventario è presto fatto. L’angolo degli attrezzi da sci – materiali di
marca, appena un po’ antiquati. Una scorta di lastroni d’ardesia, che qui usano
come tegole. Bancone da lavoro con una collezione completa di martelli,
cacciaviti, dadi e chiodi.
Mezza lattina di pittura ammuffita è chieder troppo?
Ho lasciato per ultima una massa informe, accostata alla parete di fondo. È
ricoperta da un telo a fiorami, probabilmente un lenzuolo, e potrebbe nascondere
lo scheletro di un dinosauro o il sarcofago di Dracula.
Vuoi che sotto quel sudario non ci sia un bel quadretto? Una di quelle porcherie
così care ai montanari... Dico una litografia di stambecco, o un ricamo a punto
croce. Addirittura, se ho culo, il ritratto del bisnonno alpino con la penna sul
cappello. Basta e avanza. La piazzo dove serve a me, con chiodi e martello. Se
ce ne sono due o tre, viene fuori una composizione da fiera del kitch. Meglio
della vernice, che se la trovo non sarà mai del colore giusto.
Ho deciso. Scoperchio la catasta. È casa mia, no?
…
Aha! L’aiuto che non ti aspetti.
Non sono il primo, a ravanare là sotto. Prima di me ci è passato l’ineffabile
pittore francese, in cerca di un ricovero per i prodotti del suo genio. Il
furbone. Ha lasciato una bambola in velluto blu a guardia di una decina di tele
tutte vergini
(principio d’incazzatura globale)
… tutte tranne una. Ritrae una donna, una ragazzina a mezzo busto, e dietro una
valle innevata. Originale! Però è della misura giusta. Come a dire il cacio sui
maccheroni. Al posto della macchiamerda starà che è un piacere.
Mi porto giù bambola e ritratto. Problema archiviato.
Festeggerò con due spaghetti aglio e olio.
Spendo il pomeriggio nell’impresa di tosare l’erba e regolare la siepe. Peggio
dei lavori forzati, ma qui intorno lo fanno tutti. E non è finita. Prima o poi
sarà il caso di passare l’impregnante alla staccionata. Pare che se non
provvedi, il gelo s’insinua dentro e spacca il legno. Tutto sarebbe trovare un
maledetto impregnante, stessa tonalità dei vicini. Già l’inquilina della baita
ad est ha fatto allusioni, pronta a mettersi sul piede di guerra.
Chissà che pensano in giro del nuovo arrivato. L’etichetta dello strano devono
averla già appesa sul cancello. Meglio aggiungerci in fretta un paio di chiodi,
che non caschi. Caso mai avessero in testa di coinvolgermi in barbecue e
scarpinate salutiste per i monti. Meno male che la stagione del “cambiamento
d’aria” è in dirittura finale. Poi i più chiuderanno baracca.
Cena frugale. Ossa rotte trascinate in poltrona.
Quadro al suo posto. Niente male, niente male davvero. Il vecchio inquilino
doveva essere un postimpressionista. O un naïf. Insomma… uno di quelli che sanno
tenere in mano il pennello. Di certo quella sapientona di Gaia lo saprebbe (e
anche Beatrice).
Che ti passa per le corna, vecchio Jack? Pensa lo sballo se adesso alzi il
telefono e chiedi lumi in presa diretta. Pronto, ragazze? Disturbo? Sì, sono
sparito come una spia, senza neppure un biglietto d’addio, ma è cosa di un
attimo. Ho qui un quadro promettente che…
Che mi frega dello stile? Ophelia fa un figurone appesa al muro. Non
servono galleriste alla moda o giornaliste rampanti per capire cosa mi piace e
cosa no. E Ophelia mi piace. Senza cornice e con un angolo incompiuto.
Ophelia. Così l’ho chiamata.
La compagna di Amleto, il pallido prence danese.
La nuova compagna delle mie notti.
Questa sera la casa è calda, da stare in maniche di camicia. Allo stereo è di
turno Norah Jones. Mi carezza orecchie e testicoli senza che afferri una parola
di ciò che canta. Perfezione. Schiena e braccia mi dolgono da urlo. La novità è
che sono sobrio.
Beh, ridendo e scherzando sono già le due.
Tempo di caricare il caminetto e trasferirsi di sopra.
Tempo di salutare Ophelia.
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