Notte insonne
 
di Enrico Carrea
 

Introduzione
La feconda (e faconda) notte insonne di Enrico Carrea


di Bruno Morchio

Enrico e io ci conosciamo dagli anni dell’università. Lui era iscritto a filosofia, e io a lettere. Entrambi militavamo allora nella sezione universitaria del partito comunista, che portava il nome dell’artefice della rivoluzione russa, “Lenin”. Questo, a Balbi, voleva dire essere “uomini d’ordine”. Quelli che non apprezzavano il trenta garantito, che aborrivano la violenza, che con un po’ di imbarazzo si riconoscevano “riformisti”. Lui era un biondino che, dopo cinque minuti, riusciva perfettamente a farti dimenticare il suo handicap fisico. Possedeva infatti una intelligenza vivace e brillante, una straordinaria curiosità intellettuale e una sconfinata voglia di stare cogli altri e di condividere con loro affetti ed esperienze. Certo a Carrea un piacere non è mai mancato: il gusto degli altri. Sono passati circa trent’anni. Entrambi ci siamo appesantiti, di chili e di anni. Ma, leggendo le sue poesie, è ancora quel ventenne che occupa la scena. A lui appartiene la voce lirica che in versi e in rima riempie questa notte insonne, sciorinando temi, emozioni, motivi che avevamo già imparato a conoscere nella precedente raccolta, Frammenti di emozioni (2004).

Con questo libro l’autore sembra aver trovato una struttura formale, un “contenitore” piuttosto rigido e definito, nella quartina composta da versi dodecasillabi (o senari doppi), frequentemente legati dalla rima. Quella di Carrea è una lingua che merita alcune considerazioni. Versi e rime rimandano ad una concezione ottocentesca della poesia (cuor/amor, per intenderci). E anche il ricorso a certi arcaismi lessicali e a certi toni declamatori ricorda talvolta più Carducci che Pascoli, più Foscolo che Leopardi.

Ma questa a me pare la buccia, l’aspetto più visibile e macroscopico del versificare di Carrea. Se si presta attenzione ai temi, e al taglio con cui vengono trattati, si coglierà una profonda dimensione ironica a cui è difficile sfuggire:

Quanto son belle le tue tette procaci
Che alte e svettanti tu porti davanti
Inducono tutti a battute salaci
Girare fan la testa anche ai santi.

Così suona ironico il ricorso al topos letterario che vede il poeta rivolgersi alla poesia in seconda persona,

Vola poesia, e con gran sentimento
A lei tu porta il mio desiderio;
Dille che d’amarla più non mi pento.

Oppure questa originale versione del mal d’amore:

Ho sognato l’amore che tu non mi dai,
Che mi centellini col contagocce
Come se fosse fatal mistura
Che non fa male ma neanche poi cura.

I temi sono un po’ quelli della poesia lirica di tutti i tempi, fin dalla lirica greca arcaica. L’amore, l’amicizia, la memoria (Frammenti di vita), la nostalgia, l’erotismo, la morte, il vino (Bicchiere di vino), la buona tavola (Frittura di pesci). Trattati, appunto, con questa lingua paradossalmente trita, scontata e, al tempo stesso, fresca e immediata.

Leggendo le poesie si intuisce che, fedeli alla tradizione lirica, anche queste hanno un indirizzo ideale. C’è una Musa ispiratrice (forse più d’una), che talvolta si svela in versi molto belli:

Lava i miei occhi con la bellezza infinita
Che il tuo giovane corpo porta con sé.
Flessuoso si china e raccoglie la vita
Che appena sbocciata tutta tua sarà.

La presenza di un ideale destinatario femminile è talmente ubiquitaria che mi è venuta la curiosità di esplorare quale effetto possa fare la poesia di Carrea su una donna. Una donna che non lo conosce di persona.  Così ho proposto le poesie a una amica, che è anche una brava scrittrice. E lei ha scritto:

“Chissà chi sei poeta, tu che parli di passione come una voglia che ti fa scordare la morte, che parli di ombre amiche, che parli di …attimi di gioia pur lievi e leggeri scordar ti fanno le tristezze di ieri…. Hai ragione, poeta. …Il mondo si cangia e in un solo momento,  di essere ben vivo io più non mi pento.

L’ironia è tutto quello che ci tiene a galla in momenti come questi. E tu la notte scrivi di queste cose. Ti penso vicino al tuo computer con un bicchiere di vino ed una sigaretta che si consuma da sola sul portacenere. Abbracci tutta la passione dei tuoi anni, abbracci Laura. Invero è sexy la tua timidezza…. un dolce ricordo in quel gran marasma che si muove ed è vivo nella mia memoria.

Mi sei simpatico, poeta. Trasformi le tenebre della notte in ombre amiche. Il tuo mondo così pieno di speranza, così semplice. Perché è vero che la vita è semplice. Siamo noi a complicarla. E tu poeta stanotte me l’hai raccontato. Che la sofferenza c’è, ma c’è anche la gioia”.

Insomma, nelle sue notti insonni questo eterno ventenne riesce a tenere svegli anche noi, con toni che qualche volta suonano perfino “gucciniani”:

Meglio è infatti anche quando è sera
Sempre stupirsi di avere vent’anni
Vivendo così forse con mille affanni
Ma come se fosse sempre primavera.


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