Notte insonne
 
di Enrico Carrea
 

Timida (dedicata a Laura C.)

Invero è ben sexy la tua timidezza

Di giovane donna che al mondo si apre,

Mi induce a donarti una lieve carezza

In modo da offrirti un poco di pace.

Ma pure non voglio imbarazzarti davvero

E farti arrossire in modo violento

Così il mio affetto sì dolce e sincero

Nel pensiero rimarrà per un solo momento.

E tu alfin sarai un ben lieve fantasma

Entrato a far parte della mia storia,

Un dolce ricordo in quel gran marasma

Che si muove ed è vivo nella mia memoria.

 

 

Lettera per Roberto (26/7/2004)

Lievi ti siano quelle zolle di terra

Che ricopriranno le tue spoglie mortali

E che piano piano le trasformeranno

Così inventando nuove forme di vita.

Nessuno può dire, o caro Roberto,

Quanto ha sofferto il tuo povero cuore

Così da portare in quel fatale momento

Disperazione come tua cattiva sovrana.

Ma se un Eterno esiste ed è buono

Consolerà il tuo pianto dirotto,

E come splendente di una luce divina

Verso il tuo sole alfin tu correrai.

 

 

Cereta

Piccolo gruppo di case in collina

Dove il tempo si è quasi fermato.

Il sole ogni giorno si alza e si china

Su un panorama sempre immutato.

Forse è pur vero quel che si dice

Che la noia afferra i campi e i muri

E quasi per certo si maledice

Le umane frette e i voleri più duri.

Qui si riposa, ben tenendo a mente

Che la natura ha il suo tempo lento.

Agitarsi e correre non servono a niente

Ma guarda la vita che scorre a rilento.

Forse ti insegna, la mia amata Cereta,

Qual è il senso della nostra esistenza:

Lasciarsi andare in una pace quieta

Avendo dei ricordi una reale presenza.

 

 

Favola del viandante notturno

Misterioso viandante che la notte vaghi,

E che il buio hai come amico e compare,

Quante storie tu sai e ancor quanti maghi

Hai infine incontrato nel tuo girovagare?

Di certo il buio ti sussurra carezze

Portate dal vento o dalle stelle fatate

Come se fossero delle gentili brezze

Da un lontano mare esauste arrivate.

Il mistero notturno hai tu forse in mano

Che l’uomo spaventato appena intravede

E più tu non temi del buio l’arcano

Che in esso profondo di certo risiede.

E tu mio viandante ed anche stregone

La notte raccogli dell’uomo gli affanni

Ponendoli tutti in un gran pentolone

Che preserva la vita da tutti i malanni.

Il buio e la notte hanno infatti un crogiolo

Di oro massiccio e di rame argentato

Nel quale si scioglie come piombo in fornace

Per antica magia il dolor del creato.

Linimento sovrano da ciò viene inventato

Per dare sollievo all’uom che è dolente

Che dentro al suo male, così confortato,

Nel sonno amico dolor più non sente.

È infatti il sonno terapia portentosa

Che da quel calderone è infin generata

Con chimica strana e alchimia poderosa

Nascoste nel buio di una notte d’estate.

O tu mio viandante non essere fiacco

E sempre distribuisci questo raro incanto

Al fin di donare anche all’uomo più stracco

Un dì più sereno e un poco anche santo.

 

 

Triste signora (Casta Canasta)

Triste signora di lande boschive,

Che cattiveria ha provato il tuo cuore

Sì da esser sempre feroce sul chi vive

Come se ogni uomo ti arrecasse dolore?

Tu non conosci il mare ed il cielo,

È la parola tua cattiva nemica.

Ormai hai gli occhi coperti da un velo,

Per te un sorriso è grave fatica.

Chiusa tra i monti aspetti la morte

Che ormai s’appresta con compassione

A porre fine alla tua triste sorte

Al fin portandoti conciliazione.

Triste signora, voglio solo augurarti

Che il tuo ultimo fatal respiro

Sia consolato da un breve incanto

A te portato da una divina pietà.

 

 

Attesa

Facile è stato ancor aspettarti

Rubando alla vita un poco di tempo.

Ma tutto ormai l’ho infin consumato

Come candela che si spegne pian piano.

L’attesa è finita in un gorgoglio

Di frasi e di gocce di pianto irrequieto

Ed anche per me è giunta ormai l’ora

Di volgermi solingo e riprender la via.

Ma forse non sai che strano piacere

L’attesa di te mi ha dato davvero

Struggendo il cuor mio nel dolce tepore

Che sol chi tanto ama per certo conosce

Non sei arrivata, e forse è più triste

Scordando il tuo viso riprender la vita

E nella memoria aver solo impresso

Il dolce ricordo di un’attesa dolente.

 

 

Oscuro è il cielo (un inizio di apocalisse)

Oscuro è il cielo, striato di guerra

Con cupi bagliori di sangue innocente.

Speranza non v’è e ognun ormai si pente

D’esser pur vivo su questa brutta terra.

I fiori son malati di morte e tristezza,

In fiamme scarlatte pietà arde e muore

E paiono giunte infine quell’ore

Che annuncian la fine con greve certezza.

E chissà se il dio che tutto prevede

Ancora governa su questa tempesta

Oppur se n’è andato cattivo di testa

E su un altro universo crucciato ora siede.

O notte ti prego, discendi pietosa

E tutto confondi nel tuo nero gran manto,

Così per malvagio e ben grande incanto

Scompaia la vita nell’aria fangosa.

Infine regni la morte su tutto

Cattiva sovrana che non lascia speranza

E porti nell’ora che triste s’avanza

Sciagura, sconfitta e ben grave lutto.

 

 

Zaba

Zaba è parola di linguaggio straniero

Che un verde animale per certo designa.

È brutto e gracchiante e quasi non vero,

Nell’acqua stagnante ha infine il suo posto.

In lingua italiana il suo nome è ‘rospo’,

Di tutti gli stagni è re e signore

Ma in lui non alberga dolcezza o amore

Così che ingoiarlo è dura fatica.

Ma un altro valore per me ha questa parola

Pur strana e corta ed alquanto desueta.

Nasconde il ricordo di una giovane donna

Che ha rischiarato i miei giorni estivi.

Or essa è lontana nel pur vasto mondo

Ma sono ancor certo che mi ha nel suo cuore

E che nei suoi sogni oppur quando è sola

La mia lontananza davvero non c’è.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore,

Fasullo proverbio di gente cattiva.

Ti ho sempre in mente Caterina mia cara

Nel dolce sorriso o nei mattini indolenti.

Ecco che cosa si cela fatato

In una parola assai strana e selvaggia:

Un dolce ricordo, un poco di amore

Di certo son racchiusi nel vocabolo zaba.

 

 

Ombre malvagie – Iraq 2004

Ombre malvagie si fan più vicine

Ed il cielo s’infuoca di una guerra lontana

Ove il grido più feroce e cattivo

Confonde ed uccide ogni umana bontà.

Il cuor si spaventa e desolati si osserva

Il duro trionfo di una morte spietata

Che più alla vita non dà alcuna tregua

E ferocia è regina infame e perversa.

Maledetti siano quegli uomini cattivi

Che per guadagno o per antica superbia

Preda ormai sono di tanto furore

E per sempre uccidono la loro pietà.

Ma ogni speranza perduta ancor non è

E un poco d’azzurro nel ciel nero si vede

Se senza paura ognor apri il cuore

Ed abbandoni la tua vanità.

Con gran umiltà non devi pensare

In tasca di avere l’universal chiave

Che schiude per certo e per incanto divino

Ogni porta e ti accompagna nel tuo paradiso.

Ascolta un po’ tutti, perché tutti hanno

Un piccolo grano di antica saggezza.

Tolleranza tu usa, ché in tale parola

V’è certo un principio di amore divino.

L’ombra cattiva così se ne va

Ed anche nel buio più ostinato e maligno

L’animo umano infine rifiata

E raggiunge così la sua libertà.

 


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