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Ombre su Rex
Un'indagine sestrese
di Daniele Cambiaso
Le prime pagine del libro
Roma,
4 agosto 1931
Il vano dell’anticamera, dove era stato parcheggiato con gentile fermezza, era
più ampio di quanto l’uomo, seduto in totale solitudine sulla comoda sedia
dall’alto schienale, potesse immaginare. Nel silenzio assoluto dell’ora serale,
poteva udire il sibilo del proprio respiro, reso lievemente affannoso dall’ansia
che lo attanagliava e che cercava di placare tormentando il proprio cappello. Si
soffermò a considerarlo. Era un modello estivo di Borsalino panama color crema,
dalla tesa ampia e avvolgente, al quale aveva adeguato un leggero completo
estivo di lino chiaro.
Non era solo una questione di stile. Visto quanto era accaduto, considerava quel
Borsalino un vero e proprio simbolo. Non se ne sarebbe separato mai.
Non un suono violava la sacralità del luogo sul quale, in passato, maggiormente
aveva amato fantasticare durante conversazioni oziose e rilassate con i
colleghi, in ufficio oppure durante le impegnative trasferte del proprio lavoro.
Vuote chiacchiere che ora gli apparivano lontane ed estranee, collocate alla
distanza siderale di un’altra vita. Noi a faticare e chissà lui là dentro cosa
combina, si dicevano, talvolta accompagnando la frase col ghigno complice e
ammiccante di chi vuol dare a intendere di saperla esageratamente lunga.
Si era sbottonato la giacca e avvertiva con disagio crescente l’aderire della
camicia di cotone sulle spalle, dovuto non solo al caldo di quei primi giorni di
agosto, che si era fatto più opprimente e umido. E poi c’era quel grumo di
dolore, profondo e radicato, che faticava a tenere sotto controllo. Neppure un
refolo d’aria proveniva dall’ampio finestrone spalancato, dal quale si poteva
cogliere uno scorcio ammaliante dei tetti romani, baciati dalla luna. Uno sfondo
perfetto per le parole appassionate degli innamorati e gli incontri furtivi
degli amanti.
Altre passioni tormentavano l’animo dello sconosciuto col Borsalino. Avrebbe
voluto accostarsi al finestrone, lasciar vagare lo sguardo sulla porzione di
Città Eterna, ma temeva di infrangere col rumore dei suoi passi il silenzio di
quella sala dal soffitto altissimo, quasi smisurato nella sua ampiezza, ma,
soprattutto, non voleva farsi sorprendere affacciato alla finestra come un
qualunque turista in gita premio. Perché lui non era un turista.
Si portò una mano al volto e la passò sulla pelle leggermente ispida delle
guance, mentre un pensiero fulmineo accompagnava il gesto lento e ripetitivo.
Lui, in realtà, che cosa sapeva? Varcata quella porta, cosa gli sarebbe stato
chiesto? Poteva essere all’oscuro di tutto o di oscura, invece, c’era la sua
accorta regia di una vicenda dai contorni indecifrabili? Era lui il deus ex
machina della tragedia che l’aveva coinvolto?
Vinse l’istinto di alzarsi e fuggire da quella situazione angosciante, emise un
profondo sospiro mentre la massiccia porta di legno, finemente lavorata, si
aprì, lasciando emergere la figura impettita di un usciere in divisa, che gli
rivolse un cenno muto col capo. L’uomo seduto si alzò quasi di scatto e si
diresse verso l’entrata. Il suo passo si fece per un attimo esitante nel momento
in cui si rese conto di aver dimenticato il Borsalino sulla sedia, pensò di
voltarsi per riprenderlo, poi scacciò il pensiero rimandandone il recupero a
dopo l’incontro.
Del resto, ormai sulla soglia, poteva già udire una voce inconfondibile, venata
da un’inflessione romagnola, che, a dispetto del caldo, gli fece salire un
brivido lungo la schiena.
Era la voce di Benito Mussolini.
Per vincere l’emozione, l’uomo provò a pensare che, in fondo, nessuno avrebbe
avuto l’ardire di rubare il suo cappello proprio lì, a Palazzo Venezia.
Entrò.
Genova, notte tra
il 29 e 30 luglio 1931
Il vice
commissario Igino Menchini si accese una Nazionale strofinando il fiammifero
contro una pietra della massicciata che chiudeva la strada in direzione del
mare. A quell’altezza, la via Aurelia piegava in direzione di Sestri Ponente,
poco prima che le sagome tozze e allungate dei capannoni dello stabilimento
metallurgico Fossati e di una serie anonima di concerie e di segherie
introducessero al cuore operaio della delegazione, alle propaggini più
occidentali dei cantieri navali e alla Regia Manifattura Tabacchi, sancendo la
fine del coté mondano e affascinante del litorale di Pegli, amato e frequentato
da molti turisti provenienti anche dall’Europa settentrionale e dall’America.
Non era raro udire una babele di lingue sul celebre lungomare, gremito anche
nelle ore serali da una folla vivace che si spingeva fino alle foci del torrente
Varenna. Ma quasi mai fino a quella sorta di terra di nessuno. Poche persone,
infatti, si aggiravano nei dintorni. Ed erano poliziotti.
Il cadavere dell’uomo, che giaceva scomposto sul limitare della strada, sembrava
essere stato risospinto ai margini della delegazione rivierasca come una
deturpazione del paesaggio, una povera cosa che non doveva sporcare il piccolo
Eden vacanziero immerso, a pochi chilometri da lì, nella placida quiete
notturna.
La nottata, peraltro, non era delle migliori; il cielo era sferzato da un
insistente vento che soffiava da ponente, si sarebbe potuto udire in lontananza
lo sciabordare delle onde che schiaffeggiavano con violenza la riva del mare.
Era la zona del lido di Multedo. Un chilometro circa di sabbia morbida che
ospitava alcuni bagni popolari come i “Nettuno”, i “Passeggiata”, i “Tritone” e
i “Diana”, presso i quali, soprattutto a partire dagli anni Venti, erano soliti
recarsi molti sampierdarenesi che, curiosamente, disdegnavano le più vicine
spiagge del castello Raggio e di Cornigliano. Ma a quell’ora non v’era traccia
dell’atmosfera vacanziera che animava quei luoghi a stretto contatto delle aree
industriali della delegazione ponentina. Due mondi confinanti, eppure lontani.
Menchini aveva altro per la testa, il suo sguardo era rivolto alla sagoma
dell’individuo che giaceva disarticolato al suolo, aderendovi nel modo
innaturale che solo i corpi senza vita possono avere. Era stato coperto
frettolosamente con un lenzuolo trovato chissà dove, mentre i colleghi del
reparto Mobile, il medico e il magistrato di turno esaminavano il luogo del
ritrovamento. Dalla sua posizione, il commissario poteva vedere solo la parte
inferiore del corpo, che una raffica di vento aveva parzialmente scoperto,
offrendo alla vista il primo piano della suola di un mocassino vecchio e un po’
slabbrato. Soffiò il fumo della sigaretta, distogliendo lo sguardo dal dettaglio
impietoso che rivelava la modesta condizione sociale del morto.
Il resto del corpo era coperto dalla sagoma di una Lancia Astura nera,
frettolosamente accostata al marciapiede. Una portiera era rimasta ancora
aperta. Da lì erano scesi gli agenti che ora provvedevano a effettuare
frettolosi rilievi e a regolare il modesto traffico di automezzi in transito a
quell’ora. Menchini coglieva le loro occhiate perplesse, li conosceva, avevano
lavorato con lui prima che passasse all’Ufficio Politico e ora lo guardavano con
sospetto.
“Che cosa ci fa la Polizia Politica, qui? Per un incidente, poi...”. Poteva
indovinare le domande che si rivolgevano tra loro con un cenno al suo indirizzo.
Sapevano bene di cosa si occupava ora e temevano risvolti imprevisti per quella
che aveva tutta l’aria di essere un’indagine di comoda routine. Anzi, di comodo
tran tran, come si suggeriva autorevolmente e autarchicamente di dire.
Poco più avanti, giaceva la carcassa contorta della bicicletta sulla quale
doveva essere stato il morto, prima di diventare tale nel momento in cui un
veicolo, proveniente alle sue spalle, lo aveva centrato, uccidendolo sul colpo.
Nessun segno di frenata. Un ubriaco? Un pazzo? Fatalità, disgrazia o, piuttosto,
un assassinio?
Menchini si riscosse quando si avvicinò il brigadiere Cruni, che conosceva bene
e che sembrava volergli fornire un rapporto informale sui rilievi effettuati:
“Dottore, probabilmente è stato un incidente. Anche il magistrato la pensa così.
L’investitore non si è fermato. Abbiamo trovato tracce di vernice blu scura
sulla bicicletta. Forse un guidatore ubriaco che nemmeno si è accorto di averlo
travolto, chissà... Stando ai documenti, la vittima si chiamava...”.
“Settimio Lucera. So benissimo come si chiamava...” rispose Menchini, con un
tono più secco del dovuto. Poi aggiunse, quasi a volersi scusare: “Avevo un
appuntamento con lui”.
“Un appuntamento? A quest’ora della notte?” disse Cruni, improvvisamente
interessato, inarcando perplesso le bionde sopracciglia che incorniciavano un
volto giovanile e abbronzato. A quest’ora della notte, già. Le due di notte, gli
agenti di turno in commissariato che bestemmiano quando arriva la telefonata.
Menchini, mentre osservava gli uomini al lavoro, poteva immaginare la scena per
averla vissuta tante volte, quando era stato assegnato al commissariato di
Portoria, dall’altra parte della città.
“No, non stanotte. Domani. Ci saremmo dovuti vedere domani per un semplice
controllo sui clienti dell’albergo dove lavorava. Tutto lì” mentì il vice
commissario. Era stata la stanchezza a fargli dire più del necessario e ora
sperava di avervi messo rimedio.
Cruni non sembrava del tutto convinto, ma ritenne che ogni ulteriore insistenza
nei confronti del funzionario si sarebbe potuta rivelare insidiosa, nascondendo
trappole come l’intrusione in una questione riservata della Polizia politica,
per cui scelse di passare oltre e formulò, a voce appena più bassa, la domanda
successiva:
“E l’avete trovato voi?”.
“No, no. L’ha trovato una guardia notturna che stava passando, anche lui in
bicicletta” e indicò un uomo che sostava discosto rispetto al gruppo,
rigirandosi nervosamente un berretto con la visiera. Era alto, con gli occhiali,
nella luce incerta del lampione sembrava avere un colorito malsano, ma poteva
essere l’effetto della luce artificiale o dello spavento. In fondo, non a tutti
piace incontrare cadaveri sulla propria strada. Menchini osservò come la giacca
dell’uniforme scendesse abbondante, a occhio di quasi una taglia, sulle spalle
smagrite del metronotte. Forse era il caldo dell’estate, si disse. A qualcuno
gioca brutti scherzi e toglie l’appetito, ma poteva anche essere un uomo malato.
La guardia notturna deglutiva in continuazione, il pronunciato pomo d’Adamo
andava frequentemente su e giù. Le lenti degli occhiali si incendiavano di lampi
improvvisi, quando incontravano le luci delle lampade degli agenti. Teneva una
mano posata sul sellino della bicicletta appoggiata al muro, mentre con l’altra
rimestava nella tasca dei pantaloni. Probabilmente giocherellava con delle
monetine, per vincere la tensione.
“Sono arrivato con la macchina” aveva proseguito Menchini, indicando con un
cenno della testa la Lambda accostata al marciapiede, alle sue spalle, “e l’ho
visto accucciato che cercava di rianimarlo. Lì per lì mi era sembrato che la
guardia avesse investito un cane, poi, quando mi sono avvicinato, ho capito che
le cose stavano in maniera diversa. Quella specie di fagotto era un uomo e non
l’aveva certo steso lui. L’ho spedito a telefonarvi dai capannoni che sono là
davanti, dove, tra l’altro, a quanto ho capito da quel che ha farfugliato, stava
andando a prendere servizio. Guardando meglio la vittima, mi sono reso conto di
conoscerne l’identità. Tutto lì”.
Cruni si rilassò; ora, insieme alla dichiarazione della guardia giurata Nicola
Robbiano, che coincideva in tutto e per tutto col racconto del vice commissario,
aveva elementi sufficienti per stendere un rapporto. Ancora imbarazzato per la
domanda di poco prima, decise di mostrarsi collaborativo e amichevole con
Menchini, buttando lì qualche informazione: “Ha battuto la testa, il medico non
esclude ci siano state fratture o lesioni agli organi interni. Insomma, una
bella botta. Che dite, lo rimuoviamo?”.
L’ultima domanda era scaturita naturale all’avvicinarsi del magistrato, che
Menchini conosceva soltanto di vista.
“E voi che ne dite, vice commissario? Chiudiamo qui la questione?” chiese il
giudice Marchianò, soffocando uno sbadiglio poco riguardoso per il morto.
Menchini sorrise stancamente e fece un cenno affermativo, mentre inalava
l’ultima boccata di Nazionale.
“Un’ultima cosa, Cruni. Avete trovato appunti, fotografie, cose strane nei
vestiti?”.
“Nulla, il portafogli con poche lire e i documenti. E le chiavi di casa”.
“Le chiavi, eh?”.. Un pensiero improvviso. “Quelle lasciamele, Cruni. Se non
avete nulla in contrario, dottor Marchianò”
“Veramente non... Dovrò metterlo a verbale, vice commissario” rispose Cruni,
mentre il magistrato, allontanandosi, gli fece un cenno che voleva essere
un’autorizzazione.
“Avete qualche dubbio, Menchini? Fate pure. Comunque, se salta fuori qualcosa di
strano, mi fate sapere immediatamente, eh?”.
“Certo, certo. Non vi preoccupate” lo rassicurò Menchini.
“Ma quanti scrupoli per un poveraccio, vittima di un pirata della strada”
brontolò il magistrato risalendo sulla propria automobile.
“Dimenticavo, dottor Menchini. È arrivato, poi...” la voce di Cruni si era fatta
un bisbiglio.
“Arrivato... Chi, Cruni?”.
“Non chi, che cosa. Il mio trasferimento, dottore. Ricordate? Avevo chiesto
tante volte di potermi avvicinare a Milano, dove vive mia sorella”.
Il ricordo nitido, improvviso. “Ma certo, Cruni! Il trasferimento. Così, ce
l’hai fatta. Bene, sono felice per te, davvero”.
“È andata anche meglio di quanto sperassi. Andrò proprio a Milano, commissariato
San Fedele”.
“Ottimo, allora. Sarai contento, no?”.
“Pare che passerò alle dirette dipendenze di un certo commissario De Vincenzi.
Voi, per caso, lo conoscete?”.
“No, non ho avuto occasione. Ma vedrai che ti troverai bene, a Milano ci sono
degli ottimi poliziotti. Questo De Vincenzi non farà eccezione. Congratulazioni,
allora...”.
Aveva osservato la schiena di Cruni allontanarsi verso gli altri uomini. Ora
stavano aiutando a caricare il corpo di Lucera su un’autolettiga giunta
dall’Ospedale di Sestri Ponente a sirene spente. Il magistrato, con la solita
indolenza, stava già risalendo sulla propria autovettura. Per lui, caso chiuso.
Menchini tornò a fissare l’ambulanza. Ultimo viaggio per il confidente e i suoi
segreti. Destinazione obitorio.
Si era sentito improvvisamente prostrato, quando aveva avvistato al buio il
corpo di Lucera, e ora avvertiva solo il desiderio di andarsene a dormire, per
poi fare ordine con calma nei ricordi. Ma le parole con cui si era separato dal
suo informatore continuavano a echeggiargli nella mente e non gli lasciavano
dubbi. Richiamò il brigadiere, alzando leggermente la voce.
“Cruni, se non c’è altro io sono stanco e me andrei a casa. Passo domani,
anzi... più tardi da voi per la firma del verbale, siamo d’accordo?”.
“Va benissimo. A dopo, vice commissario” aveva replicato Cruni, con una punta di
sollievo nella voce, spiandolo mentre intascava le chiavi della vittima e
rimuginando tra sé che questo Menchini sarà stato anche un tipo scorbutico e
della Politica, ma talvolta sembrava davvero un buon diavolo.
Mentre risaliva sulla propria auto, Menchini non poté fare a meno di pensare
che, a dispetto delle apparenze, delle certezze del magistrato e del rapporto
che avrebbe stilato il brigadiere Cruni, quello non era stato un incidente. Non
aveva dubbi. Doveva informare il settore Ovra di competenza, ma prima erano
necessari alcuni controlli, servivano solide prove per far scattare un allarme
in una città già in fibrillazione per l’imminente varo del Rex. Se davvero c’era
quello che temeva, ci sarebbe voluto altro che un pigro magistrato di provincia
come Marchianò per affrontare un fatto del genere, rimuginò. Già era stato un
evento che si fosse scomodato per un incidente. Evidentemente stava cercando di
dare lustro alla sua immagine più che appannata. Al diavolo Marchianò.
Menchini tornò a pensare all’uomo ucciso dall’auto. Settimio Lucera non aveva
famiglia, viveva da solo, non c’era nessuno da avvertire se non i colleghi
dell’albergo, dove non poteva certo precipitarsi nel cuore della notte. Avrebbe
lasciato che gli uomini del reparto Mobile comunicassero la disgrazia,
l’incidente, con le consuete parole di circostanza.
Si accese un’altra Nazionale.
Forse l’assassino si sarebbe convinto di averla fatta franca.
Aveva poche ore per recuperare lucidità e programmare le prossime mosse per
stanarlo.
Perché il vice commissario Igino Menchini della Polizia Politica di Genova, su
questo, non aveva dubbi. Settimio Lucera, confidente, era stato ucciso.
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