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Omicidio ai Balzi
Rossi
Un'indagine del Commissario
Scichilone
di Roberto Negro
1
Ventimiglia, 22 marzo 2004
La notte era un manto scuro che lo
avvolgeva in un abbraccio silenzioso. Dietro di lui la strada deserta di una
città sonnecchiosa e davanti il lento vagabondare del mare.
Non riusciva a prendere sonno e la camera da letto si era in fretta riempita di
pensieri che lo soffocavano. Aveva bisogno di uscire, di sentire sul viso la
brezza umida che spirava da sud. Così si alzò, allontanandosi da quell’appartamento
che mai come allora non sentiva suo.
Il quadrante del Guess segnava le tre.
La luce fioca dei lampioni colorava di giallo le facciate di anonimi palazzi,
tutti uguali, che nel corso degli anni si erano ammassati sul litorale.
“Credo che questo sia il momento migliore della giornata. Non c’è traffico,
nessuno in giro, i rumori sono così assenti che l’atmosfera appare irreale”.
La voce lo aveva sorpreso alle spalle, ma ancora prima il Vidal che quel corpo
informe emanava.
L’ispettore Capurro si era avvicinato silenzioso come un killer,
materializzandosi prezioso come una spalla amica.
“Anche tu, Peppino, non riesci a dormire?”.
“Già”.
“Oggi pomeriggio, mi ha chiamato Maria Assunta, da Palermo”.
“Mmm”.
“Mi ha chiesto la separazione”.
“Mmm”.
“Le ho detto che non ero d’accordo e lei ha replicato che mi avrebbe fatto
scrivere dal suo avvocato”.
“Mmm”.
Nella gola del commissario Scichilone si formò un groppo mentre una lacrima
scivolò lungo la mascella quadrata.
Il Vidal si dissolse in una bava di vento.
Ci sono momenti in cui un uomo ha bisogno di piangere da solo.
2
Mirissa (Sri Lanka), 24 marzo 2004
Il profumo della cannella arrivava sino
dentro al tempio, mescolandosi con quello dell’incenso.
Kumar, come ogni mattina, era inginocchiato davanti alla statua di Budda, con
gli occhi chiusi e le mani giunte all’altezza delle labbra, recitando
meccanicamente una preghiera.
Cuore e mente proiettati nella stessa direzione, sfidando la diagnosi emessa tre
settimane prima dal dottor Julius Pillay: “Sterile! Lei, signora, non potrà mai
avere un figlio. Mi dispiace!”.
Dopo quelle parole aveva abbracciato forte sua moglie Amali, cercando di lenire
l’angoscia di un verdetto senza appello.
Dieci anni di matrimonio erano anche il cumulo di tentavi inutili, di
frustrazioni che avevano minato la solidità della loro unione.
Prima del consulto medico gli era capitato di scorgere, negli occhi scuri della
compagna, l’ombra di un’accusa, trasformatasi, con il trascorrere del tempo, in
una specie di cancro che lo divorava dentro.
Pensava di essere lui il problema, ma il dottore lo aveva sconfessato.
Si sarebbe dovuto sentire sollevato, ed invece la sua disperazione era
aumentata, alimentata dalla consapevolezza della sterilità della moglie.
Partecipava sommessamente al dolore di Amali, che ogni notte, da quel giorno,
singhiozzava al suo fianco.
All’alba, ancora prima che il sole rompesse gli indugi di un orizzonte appena
accennato, attraversava i campi di cannella per raggiungere il piccolo tempio di
Kandavahani.
Era nato, trentacinque anni prima, poco distante, consumando i propri giorni tra
reti da pesca ed imbarcazioni dai profili colorati.
Suo padre era stato un pescatore ed ancora prima suo nonno.
La pelle bruna aveva il profumo del mare, mentre gli occhi grandi in una testa
spigolosa con zigomi sporgenti, gli conferivano un aspetto anoressico,
confermato dal fisico asciutto e scarno.
Ogni giorno, alle tre del mattino, faceva scivolare in acqua la barca,
sciogliendo al vento l’unica vela quadrata.
La prua fendeva le onde, che da tempo immemorabile tormentavano la barriera
corallina, regalandogli lacrime di mare.
Le mani salde sul timone e gli occhi al bilanciere, unico compagno di notti
sempre uguali.
Raggiunta la secca, calava le nasse ed una piccola rete che seguiva il lento
scarroccio dell’imbarcazione.
Tre ore dopo, la pesca poteva considerarsi conclusa con un bottino che avrebbe
venduto ad alcuni ristoranti di Mirissa, assicurandosi così il denaro necessario
per il fabbisogno quotidiano.
Dopo la preghiera, avrebbe accompagnato Amali ad un’altra visita medica, da uno
specialista di Colombo.
Il giorno di Poya era passato da due settimane: tanto era il ritardo delle
mestruazioni.
La moglie lo stava aspettando, seduta sul bordo del letto, nell’unica stanza
della loro misera casa dalle pareti in assi di legno ed il tetto in lamiera.
L’avevano costruita a due passi dal mare, sulla spiaggia, accanto ad altre
baracche uguali alla loro.
Senza elettricità, né acqua corrente, con una buca nella sabbia per gabinetto.
La sera, seduti a terra, illuminati dalla fioca luce di una lampada a petrolio,
mangiavano in silenzio, impastando con le mani riso, verdure, pesce e curry.
Conoscevano solo quel cibo, lo stesso con cui erano stati svezzati.
Osservava il profilo dolce di Amali, le sopracciglia che parevano disegnate, gli
occhi scuri e le labbra delicate, in un ovale perfetto, chiuso da una cascata di
capelli corvini che brillavano di olio di cocco.
Il corpo minuto, avvolto in un sari azzurro, con ricami gialli, le donavano un
aspetto da adolescente, nonostante avesse, da poco, superato i trent’anni.
L’amava ed avrebbe sacrificato la propria esistenza pur di renderla felice.
Avevano quindi deciso di consultare un medico diverso da Pillay, una ginecologa
indiana che operava a Colombo, nell’Apollo Hospital, indicatagli da alcuni
conoscenti.
In tutta la loro esistenza non erano mai stati nella capitale, distante alcune
centinaia di chilometri da Mirissa.
Kumar, per l’occasione, aveva rispolverato l’abito nuziale, un gessato in lana
di colore nero, trasformatosi immediatamente in una sorta di coperta termica.
Il sole, alle nove del mattino, era già una palla incandescente che colpiva
inclemente oggetti e persone.
Alla fermata dell’autobus avevano cercato un po’ di sollievo all’ombra del muro
di cinta di una casa coloniale, memoria di antiche occupazioni.
Il tetto, dalle variopinte tegole portoghesi, aveva bisogno di riparazioni,
mentre gli intonaci si erano polverizzati con il tempo.
In ogni caso per Kumar era una reggia, un sogno che non avrebbe mai realizzato.
In quel momento, comunque, erano ben altre le sue preoccupazioni.
Non aveva il coraggio di guardare in faccia Amali, la quale manteneva
perennemente lo sguardo a terra, nel timore di leggervi la rassegnazione.
Voleva regalarsi ancora una speranza, qualcosa che consentisse loro di
continuare a vivere.
Amali era consapevole dell’immensa tristezza del marito, sapeva che quel viaggio
sarebbe stato inutile e avrebbe solo accelerato la fine della loro relazione.
Al ritorno gli avrebbe comunicato che lo lasciava.
Lo amava al punto da farsi da parte per consentirgli di rifarsi una vita con
un’altra donna, che forse lo avrebbe reso padre.
L’autobus era giunto con un rombo lacerante, dissolvendo per un attimo l’afa
umida di quella mattina di marzo.
L’autista aveva decelerato bruscamente arrestandosi solo per qualche secondo,
consentendo agli smarriti utenti un disperato tentativo di salire a bordo.
Kumar aveva sollevato di peso Amali, proiettandola sulla scaletta di accesso,
riuscendo poi ad aggrapparsi alla maniglia della porta mentre il mezzo
riprendeva la corsa.
Era pieno all’eccesso, tanto da impedire il più impercettibile dei movimenti.
Gli aliti si miscelavano come all’interno di un grande polmone areato a mala
pena dai finestrini spalancati.
Il conducente, un tamil di trent’anni dalle folte sopracciglia corvine ed il
naso gibboso come un’erta, danzava sul volante enorme, pigiando a tavoletta sul
largo acceleratore del Tata, che più che un autobus sembrava un’arrugginita
scatola di sardine.
Tagliava le curve sfiorando il ciglio della tormentata strada che portava a
nord.
La lingua d’asfalto si sviluppava lungo il litorale, seguendo il profilo di baie
e promontori, fendendo immense piantagioni di palme da cocco.
A Galle molti dei passeggeri scesero, consentendo ad Amali e Kumar di sedersi
sui consunti sedili di finta pelle da cui facevano capolino baldanzose molle.
Da quando erano partiti non avevano scambiato una parola, ognuno chiuso nei
propri pensieri, preferivano ignorarsi.
Si erano assopiti, cullati dall’arrembante incedere del mezzo, lasciando
all’inconscio il compito di spaziare nei sogni.
Colombo li accolse, sei ore dopo, con un concerto di clacson anarchici dalle
sonorità disarmoniche.
A Kumar sembrò che per strada la gente si muovesse freneticamente in un’unica
direzione, tutti affaccendati a raggiungere una meta conosciuta.
La Galle Road era un rettilineo infinito sul quale si affacciavano una
moltitudine di negozi dalle ammiccanti insegne colorate.
Orefici si alternavano a commercianti di tessuti, a bazar che offrivano
qualsiasi articolo che fosse vendibile, in una confusione etnica che mischiava
mussulmani, buddisti, indù, cattolici ed ebrei.
L’aria sapeva di petrolio, ammorbata dagli scarichi dei mezzi che si ammassavano
l’uno all’altro, sino a formare un unico corpo meccanico che pareva risucchiato
dal centro della città.
Scesero all’altezza di Kolupitiya Market e come gli era stato suggerito, per
raggiungere l’Apollo Hospital, utilizzarono un veicolo a tre ruote, ricavato da
quello che in origine era un’Ape Bajaji per trasporto merci. I turisti lo
chiamavano “tuk tuk” o “three wheels”.
Allontanandosi dalla principale arteria della città, le vie ritornavano ad
assumere un aspetto più tropicale, con ampi viali alberati, in cui lo smog
pareva essere spazzato via dalle ampie fronde di ficus dai tronchi ciclopici.
L’ospedale era apparso all’improvviso, rompendo la monocromaticità di gallerie
vegetali, stagliandosi contro il cielo azzurro.
All’accettazione un’impiegata sorridente li indirizzò al secondo piano, reparto
di ginecologia, dove avrebbero trovato lo studio di Nalini Prasad, la dottoressa
indiana originaria di Bombay.
Un sari arancione le fasciava il corpo dalle rotondità generose, ed il viso
tondo si illuminò di un sorriso franco in cui i denti, larghi e curati,
risplendevano di un bianco abbagliante.
“Ditemi tutto”.
Kumar aveva osservato Amali che con uno sguardo d’intesa lo invitò a parlare.
“Siamo venuti sin qui da Mirissa, per cercare delle risposte. Avremmo tanto
voluto un bambino, ma mia moglie non è mai rimasta incinta.
Ci siamo rivolti al medico della nostra città, il quale ci ha detto che Amali è
sterile.
In questo senso, noi le chiediamo delle conferme”.
Disse tutto in solo respiro, quasi un discorso liberatorio.
Nalini Prasad si alzò dalla sedia posta dietro una scrivania dal piano in
formica, accompagnando Amali ad un lettino.
Fattala sdraiare, le coprì con un lenzuolo bianco la parte inferiore del corpo e
cosparse un sensore con un sottile strato di gel, manovrando successivamente
sulla consolle dell’ecografo.
Amali fissò un punto indefinito del soffitto, mentre Kumar osservava serio ogni
gesto del medico.
Il monitor era una tavola nera sulla quale comparivano macchie bianche, disegni
incomprensibili che la ginecologa studiava attentamente.
Non una parola nel silenzio assoluto rotto dal ronzio della stampante che
sputava una sequenza di immagini.
La dottoressa si alzò porgendo ad Amali un fazzoletto di carta per asciugare il
ventre e, sedutasi dietro la scrivania, osservò i visi smarriti della coppia.
Per un lungo istante si soffermò sugli occhi della donna che parevano rassegnati
all’ennesima sconfitta.
La tensione opprimeva l’aria dello studio rendendola ancora più afosa del
normale.
“Dunque, direi... direi che è tutto in ordine”.
“In che senso?”.
Erano le prime parole che Amali pronunciava.
“Direi che il vostro bambino nascerà ad ottobre”.
3
Ventimiglia, 13 ottobre 2004
“Peppino, non fate danni in mia assenza”.
“Non si preoccupi dottore, staremo attenti”.
“A presto”.
“Ha proprio deciso?”.
“Sì, ho deciso”.
La porta del vagone di prima classe, in testa al treno, si chiuse pesantemente,
mentre nel semaforo si illuminò il verde.
Il commissario Scichilone alzò una mano in segno di saluto verso l’ispettore
Capurro che invece non si mosse, rimanendo inchiodato sulla banchina numero uno
della stazione ferroviaria di Ventimiglia.
L’ispettore seguì con lo sguardo il lento dondolio delle carrozze che sparivano
in fondo al rettilineo, all’altezza di via Dante, poi si girò su se stesso
guadagnando l’uscita.
La città lo abbracciò con le vie colme di vita, in quella mattina di ottobre
insolitamente calda.
La temperatura sfiorava i ventidue gradi, ma lui aveva freddo.
Aveva paura che quel commiato fosse un addio, il terrore di perdere un amico.
Nella sua mente scorrevano veloci i ricordi di indagini condotte insieme, il
sapore amaro della sconfitta, la soddisfazione per un brillante arresto.
Poi c’era il lato umano, quello relativo ad un’amicizia mai dichiarata, ma
profondamente sentita da entrambi.
Confidenze spontanee, confronti leali tra uomini segnati, ognuno a suo modo,
dalla vita.
In trentacinque anni di Polizia era la prima volta che aveva veramente paura.
Forse stava invecchiando e quello che provava poteva rappresentare il segnale
che aspettava per andarsene in pensione: “Se lui molla, lo faccio pure io”.
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