Omicidio agli Erzelli
 
di Andrea Casazza e Max Mauceri
 

le prime pagine dal libro

I

La scala che conduce alla gloria ha alcuni gradini sbreccati. Saltali! Non ci sono alternative. Più che mai ora, che so di aver raggiunto la meta, ne sono convinto. Non potevo e non dovevo fermarmi! Troppa fatica mi era costato salire fin dove ero arrivato. Milioni di gradini, miliardi di ore tese a quell’unico obiettivo: uscire dalla banalità. Poi, d’improvviso, sulla mia strada un gradino sbreccato. La possibilità di scivolare. Di cadere. Di precipitare.
No, commissario! Non potevo accettarlo. E se per un solo momento lei potesse entrare nel mio animo e leggere in un soffio tutto il mio passato, lo capirebbe. No! Precipitare nel baratro dell’inutilità a quel punto sarebbe stato come morire.
Mi sono difeso. Ecco cosa ho fatto. L’ho saltato sì, quel maledetto gradino sbreccato. E se c’è un colpevole in tutta questa storia è colui che mi ha giocato questo brutto scherzo: il caso. Il caso che in una notte d’estate mi è venuto a tentare e mi ha perduto.

II

Il momento più duro non è quando suona la sveglia. È pochi minuti dopo, quando le cellule cerebrali, appena deste, devono lavorare sodo per farti alzare; per convincerti ad abbandonare il dolce tepore del lenzuolo ben avvolto attorno alla gola e attorcigliato al corpo in un abbraccio più che sensuale: dolce. Giulio sapeva bene che quell’eterno conflitto sarebbe stato risolto, come sempre tragicamente: e cioè che alla fine si sarebbe alzato. Che avrebbe imprecato, maledetto il mondo intero e perfino bestemmiato, ma che alla fine avrebbe dato un calcio alle coperte e si sarebbe scaraventato come ogni mattina in bagno.
– Toh, è una bella giornata!
Almeno così sembrava dalle sottili strisce di luce che filtravano dalle tapparelle. Magra consolazione. Lo specchio del bagno gli restituì un’immagine poco raccomandabile: i capelli arruffati che ormai tendevano lentamente ma inevitabilmente al grigio; le occhiaie profonde di chi non riposa mai abbastanza; le pupille ridotte a due pallini neri, fissi. Spenti. Di lì a qualche mese Giulio avrebbe compiuto quarant’anni. Il pensiero gli passò per la mente come un lampo. E per tutta risposta estrasse fuori di colpo la lingua facendo una smorfia di scherno alla sua immagine. Che colpa ne aveva se, nonostante l’anagrafe, lui si sentiva ancora un ragazzino? Sì, d’accordo: il fisico non era più quello di una volta. Aveva perso in agilità e, oltre ai capelli che stavano diventando grigi, c’erano anche le rughe che incombevano. Com’era passato in fretta il tempo! Tanto in fretta che lui non si sentiva affatto cresciuto e che gli capitava spesso di trattare da adulto persone che magari avevano tre o quattro anni meno di lui. E la smorfia si trasformò in un sorriso.
Un sorriso che si spense allo squillo del telefono.
– Pronto?
– Giulio, sei tu?
– Dimmi, Giorgio, mi hai beccato per miracolo. Stavo uscendo.
Era, ovviamente, una balla clamorosa. Ma tutte le volte che il capocronista lo chiamava a casa, lui, per istinto, giocava il ruolo del superattivo, di quello sempre pronto, sempre in azione. Non era, forse, anche quello un atteggiamento un po’ infantile?
– Allora fiondati come un razzo a Campo dei Fiori, disse Giorgio. Poco fa hanno trovato una prostituta assassinata... Come dici?... No, non sembra il solito regolamento di conti. C’è aria di maniaco. E poi pare che lei fosse una delle puttane più quotate di Roma. Ci abitava, a Campo dei Fiori. Pare fosse una da cinquecento euro a botta e solo per una sveltina. Altrimenti il prezzo saliva, saliva... Vabbè, è inutile che ti racconti io. Il cronista sei tu. Vai di corsa, il fotografo dovrebbe già essere là.
Il cadavere di Marianne Faraday, 26 anni, un viso da adolescente su un corpo da indurre in tentazione un frate trappista, era ancora là dove l’avevano trovato. Nudo, steso bocconi sul letto da una piazza e mezzo, con gambe e braccia legate saldamente ai quattro montanti con altrettanti pezzi di corda da marinaio. I lunghi capelli biondi scompigliati sulla nuca impedivano di scorgere i contorni laterali del volto affondato nelle coltri. La camera, arredata con un letto d’ottone, un armadio di fine Ottocento e una brocca smaltata poggiata su un trespolo in ferro battuto davanti alla finestra, rivelava buon gusto. E soprattutto una notevole possibilità finanziaria. Giulio ricordava di aver visto, pochi giorni prima, un armadio simile in un negozio del centro: così, per curiosità aveva chiesto il prezzo.
– Costa seimila euro, gli aveva detto untuosamente l’antiquario, ma per lei, dottor Leonardi, possiamo fare un prezzo d’eccezione: per cinquemila è suo. Trasporto compreso.
In giro non c’erano tracce di violenza. Ma, guardando più attentamente, non si poteva escludere che il ladro avesse aperto armadi e cassetti. Piccoli indizi, come per esempio un lembo di asciugamano che spuntava da uno sportello o un fazzoletto caduto per terra, tradivano una perquisizione accurata dell’appartamento. Il lavoro di un quasi professionista.
– L’hanno strangolata?
Chiese Giulio che, nonostante si occupasse di cronaca nera per il suo giornale da quasi quindici anni, non aveva il gusto morboso di chi va a esaminare i cadaveri troppo da vicino. Luciano Roversi, il capo della squadra omicidi, si voltò di scatto.
– Chi ti ha fatto entrare?
– Cappuccetto rosso.
Il commissario imprecò.
– Sempre così! Non si può mai lavorare in pace che arrivano subito i giornalisti tra i piedi.
– L’hanno strangolata?
Roversi abbozzò un sorriso, rassegnato.
– Non lo so. Finché non arrivano la scientifica e il medico legale io non tocco niente. L’ultima volta avevo voltato il morto, così per vederlo in faccia. E al processo il pubblico ministero ha fondato tutta la sua requisitoria sul fatto che il cadavere era stato trovato supino. Quando gli ho spiegato che si sbagliava, che l’avevo girato io, è scoppiato un casino dell’altro mondo. Lui ci ha fatto una figura di merda, l’assassino è stato assolto e io ho rischiato una denuncia. Regolamento, mio caro! Il regolamento innanzitutto! Lascia scappare pure l’assassino: non importa. L’importante è seguire le regole, non sgarrare.
La lunga tirata di Roversi fece sorridere il dottor Caverna, il medico legale che proprio in quel momento aveva fatto il suo ingresso insieme a quelli della scientifica. Ci volle una mezz’ora buona per scattare fotografie e rilevare le impronte attorno al cadavere. Poi Caverna cominciò a sciogliere i nodi che legavano Marianne Faraday al letto. Mentre il medico spostava il corpo, Giulio arretrò di qualche metro per lasciar passare altri agenti di polizia. Ed era proprio sull’uscio della camera quando udì Roversi imprecare.
– Cristo! L’hanno sbudellata! L’hanno accoltellata alla pancia!
– Allora non l’hanno strangolata, intervenne Giulio.
– Magari!
ribatté quasi col magone il commissario.
– Avremmo concluso che è stato un maniaco. E invece...
– Ma perché? Non può essere stato un maniaco ad averla accoltellata?
Il capo della Mobile gli piantò gli occhi addosso. Serio. Riflessivo. Senza vederlo, rispose.
– Sì! Ma qualcosa mi dice che non è stato un pazzo. Perché... Vedi: un pazzo l’avrebbe convinta a farsi legare al letto magari per fare qualche gioco erotico. E poi l’avrebbe uccisa. Invece questa povera donna è stata “prima” uccisa e poi legata. Perché sfido chiunque, nella posizione in cui l’abbiano trovata, ad accoltellarla all’addome. E allora: se ad ammazzarla è stato un pazzo, e se lei era libera, perché non ha reagito? Non ci sono segni di lotta né sul corpo né qui intorno. No, caro mio. Ne sono quasi sicuro: la vittima conosceva l’assassino molto bene e si fidava di lui.

III

Sì, signor commissario. Marianne si fidava di me. Perché non avrebbe dovuto? La conoscevo, io, Marianne. La conoscevo molto bene. Perché vede: nessuno può dire di conoscere meglio un essere umano di chi lo uccide. Gli istanti che precedono la morte sono di un’intimità devastante. Chi uccide coglie, della sua vittima, gli ultimi fremiti di vita. Ne annusa la paura. Non c’è nudità così totale come quella di chi sta per morire.
Lei si chiede se Marianne si è difesa? No! Marianne ha accettato la morte con l’ardore sommesso dell’incoscienza. Forse me lo sono immaginato, ma direi che ha guardato la lama del coltello come per specchiarsi. Era nuda, completamente nuda. Bellissima. Forse non è mai stata così bella. Forse lei stessa non si è mai vista così bella come in quell’immagine riflessa dall’acciaio lucido.
Anch’io ero nudo. E non solo degli abiti di cui mi ero liberato entrando in quella casa. Ero libero, pulito, infantile. Non si stupisca, commissario. Mi sentivo puro, e Marianne deve averlo capito perché ha accolto il fendente mortale come in un abbraccio. Non ha detto niente. Non ha neppure gridato. Il coltello è penetrato nella sua carne senza fare resistenza. Commissario, ha mai sentito il rumore di una lama che entra in un corpo vivo? È un sibilo sottile, una lacerazione dolce, un suono acquoso. Come il rumore provocato da una pietra che cade in uno stagno.
Il suo ultimo respiro è stato coperto dal clacson di un’auto, giù in strada. L’avevo uccisa. Avevo dovuto ucciderla. Forse lei non mi crederà, commissario, ma ho capito che era stato inutile nel momento stesso in cui ho estratto il coltello di tasca. Ho avuto la certezza che ormai tutto era perduto. Che la mia vita, in ogni caso, era giunta a un bivio. Definitivo. Eppure non mi sono fermato.

IV

Simona Ottonello capì subito che era successo qualcosa. Prima ancora di mettere piede nell’atrio della questura, mentre attraversava la strada, aveva notato un insolito via vai di agenti attraverso le finestre del terzo piano, quello riservato alla squadra mobile. E prima ancora di entrare nel suo ufficio, Giovanni Caputo, il piantone, quasi un’istituzione alla Mobile genovese, le comunicò che il grande capo voleva vederla. Subito.
– Gli dica che vado immediatamente. Il tempo di togliermi il cappotto.
Simona aveva appena 29 anni, il grado di commissario di polizia e tanta voglia di rendersi utile. E poi era al suo primo incarico davvero importante. Subito dopo la scuola di Formia era stata inviata a far pratica al commissariato di Latina. Per sei mesi aveva firmato passaporti, porto d’armi e licenze varie. «Per imparare serve tutto», continuava a ripetersi. Ma proprio non ci si vedeva in quel ruolo di burocrate. Non che Simona fosse una fanatica dell’azione a tutti i costi, per carità. Anzi, la pistola d’ordinanza che doveva portare sempre in borsa le dava un fastidio tremendo e sempre più spesso, contravvenendo al regolamento, la lasciava in ufficio. Ma sperare in qualcosa di più che timbrare passaporti le sembrava legittimo. «Altrimenti che differenza c’è tra fare il poliziotto e l’impiegato dell’Inps?», si chiedeva sempre più spesso negli ultimi mesi trascorsi a Latina.
Poi l’avevano mandata a Milano, alla squadra volanti. E il tempo dell’azione era venuto. Di quel periodo non avrebbe mai più dimenticato gli interminabili pattuglioni notturni a parco Lambro, alla stazione Centrale e dintorni, nelle grigie strade di periferia. Davanti ai suoi occhi erano passati manigoldi di ogni genere, spacciatori, magnaccia, ladri e violenti. Ma anche tanta povera gente: prostitute e viados dagli occhi spenti, ormai incapaci di sorridere, tossici, ragazze e ragazzi, ridotti a larve umane, terzomondiali impauriti e affamati che si aggiravano disperati rovistando nei bidoni dell’immondizia per trovare, tra gli avanzi della società del benessere, di che sopravvivere. Chissà perché, nella notte, gli occhi della gente di colore sembrano più grandi e luminosi di quelli dei bianchi?
Pensava a queste cose Simona mentre percorreva i pochi metri che la separavano dall’ufficio del dirigente della squadra mobile. Già, perché dopo Milano, era arrivato un altro trasferimento: alla squadra mobile di Genova, col ruolo di funzionario addetto alla sezione reati contro la persona.
Il vicequestore Gianfranco Bardi la ricevette con un sorriso che si spense non appena le sue mani corsero al fascicolo che aveva sulla scrivania.
– Voglio affidarti il caso Turci. Giovanna Turci è una ragazza di diciassette anni. È scomparsa da casa. Doveva tornare a cena per le 19 e invece è sparita nel nulla. I genitori hanno atteso fino a mezzanotte. Nel frattempo l’hanno cercata a casa di una compagna di scuola dove aveva trascorso il pomeriggio, hanno interpellato tutti i parenti e gli amici. Poi sono venuti a fare denuncia.
Bardi prese fiato. Poi continuò, con fare distaccato, stanco.
– Sì, lo so cosa pensi. È vero: potrebbe essere una scappatella, una ragazzata. Ma i Turci non sono gente qualunque. Renato Turci, il padre, è ingegnere progettista all’Elsag. Pare si occupi del settore militare, di sistemi di puntamento. Annalisa Cherchi De Morsay, la madre, è l’ereditiera di una nobile famiglia dell’alta Savoia. E ha tanti soldi che noi due messi insieme non riusciremmo neppure a immaginare. Questo rende tutto sospetto.
Il vicequestore aspirò un lungo tiro dal suo toscano. Poi, corrucciato, continuò.
– E soprattutto ci impone di lavorare con molta discrezione. Capito cosa intendo dire? Vai, interroga, ascolta, accerta... fai tutto quello che devi fare. Ma con cautela. La stampa, ovviamente, non sa ancora nulla. E per il momento non è il caso di farglielo sapere. Buon lavoro.
Finita la lunga tirata, sul viso di Bardi tornò il sorriso. Simona avrebbe voluto dire qualcosa, chiedere consigli. Ma non ne ebbe il coraggio. Si limitò a prendere il fascicolo sotto il braccio e a tornare nel suo ufficio. Senza sapere che, proprio in quel momento, gli agenti della volante Cornigliano stavano chiamando via radio la centrale operativa della questura: per comunicare che, durante un giro di ispezione sulla spianata degli Erzelli, una vasta area sulle alture della città utilizzata come autoparco per i bisonti della strada, avevano trovato il corpo straziato di una ragazza adolescente. Qualcuno, un bruto sicuramente, l’aveva attirata dietro il rimorchio di un camion per strangolarla. Ma prima, forse, l’aveva violentata. La ragazza, infatti, aveva la camicetta strappata, la gonna alzata ed era senza mutande. Quella ragazza era Giovanna Turci.


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