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Osterie genovesi
I tabernacoli dell'onesto peccato
di Remo A. Borzini
Prefazione
di Luigi Viva
– Come puoi
rintracciare Remo? Guarda sull’elenco telefonico: Borzini Abelardo Remo. – Da
queste parole di Fabrizio De André iniziò la mia frequentazione ed amicizia con
Remo A. Borzini.
Ci incontrammo la prima volta a Genova, il 17 gennaio 1993; io ero in città per
seguire i concerti di Fabrizio. Remo venne a trovarmi in albergo; rimasi colpito
dall’aspetto elegante, dai modi gentili. Mi mostrò subito la sua generosità, mai
eccessiva, quindi discreta, regalandomi alcuni dei suoi libri. Non poté farmi
avere i due titoli ai quali teneva di più perché esauriti: Il Malamore e
Osterie genovesi. I tabernacoli dell’onesto peccato, poi recuperati a
Roma alla Biblioteca Nazionale ed oggi restituiti a tutti noi grazie ai Fratelli
Frilli Editori. Borzini, che all’epoca aveva ottantasette anni, si rese
disponibile per un giro nei carruggi. Rammento ancora il suo passo svelto e
sicuro, intervallato dalla sosta davanti a posti e luoghi poco turistici ma che
ridondavano di umanità, quella umanità che lui e Fabrizio cantavano.
Il suo era un raccontare, colto, ironico, mai volgare, popolato da personaggi
che aveva realmente conosciuto, protagonisti di una Genova che sta scomparendo.
So di avere il vizio del segno, l’ossessione dei colori, ma solo perché segno
e colori mi aiutano a mettere in luce (una luce disintegrata, da acquario) gli
impulsi, i suggerimenti e perfino le “bestemmie” della mia poesia. Un sillabario
forse anche monotono: i soliti personaggi, lo squallore dei fondali, la “santa
miseria” di chi soffre in silenzio. Ma è ciò che vedo, ciò che sento. E non
voglio caricare di intenzioni ciò che mi riesce di fare. Qualcuno dice che cerco
riparo in una costante focalità malinconica corretta da una vena d’ironia. Ma –
mi chiedo– è forse un delitto essere “vegetariano” in arte? E il gioco
dell’ironia è veramente il laberinto più insidioso? (Remo A. Borzini, 1995).
Finimmo la serata
da Genio, l’osteria che frequentava con gli amici artisti e nella quale sono
esposti i divertentissimi ex-voto dai quali traspare il suo originale senso
dell’umorismo. Era preoccupato di non far tardi per non lasciar troppo sola
Floria, l’adorata moglie.
Solitamente era lei a rispondere al telefono. Remo, infatti, era spesso
impegnato con personali, manifestazioni e iniziative culturali. Ebbi così modo
di conoscerla nel corso dei tanti colloqui. Intelligente, colta, curiosa, mai
stanca di sapere, leggeva molto. Mi resi conto di quanto Floria fosse importante
per lui non solo umanamente. Fu il continuo confronto con la moglie che permise
a Remo la straordinaria e longeva vitalità artistica nel campo della narrativa,
della poesia e della pittura.
Il pomeriggio successivo al nostro incontro andammo al teatro Margherita dove
Fabrizio De André era impegnato nelle prove del concerto. Si salutarono con un
lungo ed affettuoso abbraccio. Tanto, troppo tempo era passato dall’ultima
volta. Dopo un primo momento di emozione, De André declamò alcuni versi di una
poesia del “suo primo maestro”.
La mia biografia su Fabrizio De André, ha contribuito a rendere noto quanto
importante sia stato il ruolo di Borzini nella formazione del cantautore. Questi
lo citava fra le principali influenze, ma pochi hanno veramente approfondito
tale rapporto. Remo non lo ha mai ostentato; mai una traccia nelle note di
copertina o nelle interviste. Un giorno, in casa sua, mi mostrò alcuni segni
della loro amicizia: la busta interna di uno dei primi dischi con dedica
autografa, curiosamente fissata con una puntina su uno scaffale dello studio, e,
in salotto, la bomboniera delle prime nozze con Enrica Rignon, madre di
Cristiano.
Era il 1954, a La Morra, nelle Langhe, quando i due s’incontrarono per la prima
volta. Borzini arrivò con la moglie nello stesso albergo che ospitava la
famiglia De André. Fu in quell’occasione che fece colpo sul giovane Fabrizio
leggendogli le sue poesie.
Quando ci
conoscemmo Remo aveva circa cinquant’anni e io ne avevo quattordici. Però a me
piaceva il suo modo di parlare, di raccontare le storie; a lui evidentemente
piaceva il modo in cui le ascoltavo [ride]; poi ci siamo frequentati a Genova,
divenne amico dei miei (Fabrizio De André).
Il cantautore
ricordava la totale dedizione (Lo seguivo come un cane!) con la quale
ascoltava Borzini. Dopo quell’incontro nacque in Fabrizio il desiderio di
leggere e di documentarsi sulle opere dei grandi scrittori, fu l’inizio di una
passione che lo accompagnò per tutta la vita.
Gli piacevano
molto le mie poesie, soprattutto quelle dell’inizio, imperniate prevalentemente
su questa umanità “di scarto” rappresentata dalle puttane e dagli zingari. Su
questo mondo ho scritto anche dei libri, Il Malamore, Osterie
genovesi. I tabernacoli dell’onesto peccato, anch’essi imperniati sulla vita
dei vicoli (Remo A. Borzini).
Nel 1965 Fabrizio
manifestò la sua intenzione di comporre la colonna sonora per la commedia Lo
scarafaggio scritta da Remo. Per un breve periodo i due pensarono
addirittura di collaborare alla stesura dei testi di alcune canzoni; questi
progetti non ebbero però alcun seguito.
A distanza di anni ricordo ancora con quanto “piacere” lessi Osterie
genovesi. I tabernacoli dell’onesto peccato; le descrizioni di Remo erano
talmente coinvolgenti da rendere “reali” quei posti, quegli odori, quei sapori.
…totanetti gonfi
di afrodisiaca bontà, corolle carnose di fiori strani da odorarsi con i denti. E
“muscoli” fragranti, misteriosi cofanetti d’onice foderati in seta
bianco-antico, che mettono in mostra attraverso uno strizzar di valve, la perla
rosa che è bava di sirena.
Ad un tratto,
mentre le pagine scorrevano, mi venne in mente Creuza de mä, il
capolavoro di Fabrizio De André.
...E a ’ste
panse veue cose che daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae ’nt’u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi…
(…E a queste pance
vuote cosa gli darà / cose da bere, cose da mangiare / fritture di pesciolini,
bianco di Portofino / cervelle di agnello nello stesso vino / lasagne da
tagliare ai quattro sughi… (Creuza de mä, Fabrizio De André).
Quando ascoltai
per la prima volta Creuza de mä, ne rimasi enormemente colpito perché vi
trovai tutto quello che io non ero riuscito a raccontare con la mia poesia. È un
disco che affascina per la sua genuinità e per la autentica e sublime genovesità
che lo pervade (Remo A. Borzini).
Fino all’ultimo
Remo ha amato la vita con tutto se stesso, ha amato la sua Floria. Erano anni
che non lo chiamavo per il compleanno, me n’ero dimenticato una prima volta e
continuai volutamente a farlo, ad esorcizzare quasi, quello che alla fine
sarebbe avvenuto.
È dunque la sete
di allora
questa voglia di spremere una goccia di vita
dall’esistere di ogni giorno?
una goccia
una goccia soltanto
e poi basta…
(Remo A. Borzini, da “L’albero dei limoni”, Il muro greco, Editrice
Liguria, 1993)
Ci siamo rivisti
pochi mesi prima della sua scomparsa, era lucido, sferzante come sempre.
Quando capiremo
che, su questa terra, siamo tutti, indistintamente, dei fragili insetti?
(Remo A. Borzini).
Quando ci siamo
salutati l’ho abbracciato a lungo, un abbraccio che era tutto per lui, ma anche
per Floria, per Fabrizio.
Con la sua tela
sotto il braccio
Con i suoi sogni innocenti
Se ne andò verso la morte
(Remo A. Borzini, da “Der blaue reiter”, Il muro greco, Editrice
Liguria, 1993).
Le dichiarazioni di Fabrizio De André e Remo A. Borzini (ad
eccezione di quella datata 1995 da Catalogo Galleria Rotta) sono tratte dal
libro Non per un dio ma nemmeno per gioco. Vita di Fabrizio De André (Feltrinelli).
Luigi Viva (Roma, 1955) è l’autore di Non per un dio ma nemmeno per
gioco. Vita di Fabrizio De André (Feltrinelli, 2000). Nel 2003 ha pubblicato
Pat Metheny. Una chitarra oltre il cielo (Editori Riuniti). Insieme a
Pino Petruzzelli ha scritto Il Viaggio di Fabrizio De André, messo in
scena al Teatro Stabile di Genova in occasione di “Genova 2004 Capitale Europea
della Cultura”.
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