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Ostinatamente
Sogno d'amore nella Genova multietnica
di
Tommaso Giani
le prime pagine del libro
Lui e lei
Lamberto preferiva i libri alla
musica. Sono le parole che contano, pensava. Mica i suoni. Quasi tutte le
canzoni italiane lo irritavano: le uniche che conosceva erano quelle dei video
di Mtv, oppure i tormentoni delle radio commerciali. Quelle che piacevano ai
suoi amici. Testi intrisi di banalità sdolcinate o di allusioni volgari o di
rime improponibili. Ormai partiva prevenuto. Per non parlare delle canzoni
straniere, che addirittura lo lasciavano indifferente: lui che a 14 anni non
sapeva un accidenti di inglese. Lamberto, caso strano, si esaltava immergendosi
nella lettura. Romanzi d’amore, romanzi gialli, romanzi d’avventura. Pescava a
caso, dalla libreria nel salotto di casa. Libreria assortita di grandi classici
quasi quanto una biblioteca. La fortuna di avere una mamma professoressa di
italiano. Isabel Allende, Luis Sepulveda, Italo Calvino, Ignazio Silone, Carlo
Lucarelli. Lamberto si lasciava rapire. Da un anno aveva preso a divorarli.
Quelli con le copertine spiegazzate e le pagine ingiallite, di quando mamma era
giovane. E le edizioni più recenti, col prezzo a cinque cifre e il profumo di
nuovo tra le righe. Libri da annusare, scaffali interi tra cui poter scegliere.
Quel pomeriggio, appunto, Lamberto era indaffarato a rovistare per la casa in
cerca di un titolo intrigante su cui fiondarsi. Invece che studiare. Tastando
sul piano più alto del mobile, sentì con la punta delle dita, tra un volume e un
altro, la presenza di un corpo estraneo. Una custodia di cartone, qualcosa
lasciato in disordine. Lo tirò fuori. Era un vinile. Una rarità. In casa ne
avevano pochissimi: la discografia completa di Claudio Baglioni; più qualche
musicassetta da ascoltare in macchina, rimediata chissà dove. E stop. Fabrizio
De André. Non al denaro non all’amore né al cielo. Sì, un nome già
sentito. Quello morto pochi mesi fa, quello di Genova. La copertina era
semplice, preziosa; colorata di azzurro e di giallo. Anno: 1971. Reperto di
archeologia. Titolo misterioso. “Non... non... né...”. Dov’è finito il
giradischi?
Lamberto lo ascoltò tutto di un fiato. Nel silenzio, solo in casa. Fu
conquistato immediatamente da quelle storie grottesche di personaggi
strampalati: intenti a riposare dall’alto della collina, e a raccontarsi con
ironia e parole taglienti. Il giudice nano che vendica le sue frustrazioni a
colpi di sentenze. Il chimico testardo che non riesce a capire la formula
dell’amore. Il medico generoso che finisce in prigione per il troppo
disinteresse con cui portava avanti il lavoro dei suoi sogni. Il suonatore
ubriaco a cui bastano le gioie semplici per innamorarsi della vita. Però, mica
male questo De André. Non al denaro, non all’amore né al cielo fu il
primo disco che Lamberto imparò a memoria. Di De André col tempo arrivò a
conoscere tutto, entusiasmandosi delle sue canzoni e della sua magia. Ma il
primo disco che incontrò, quello riesumato per caso dallo scaffale alto del
salotto, restò per sempre il suo preferito.
“Tutte dietro la linea, mi raccomando. Pronte. Via!”.
Uno scatto fulmineo e Hasna cominciò a correre. Con la fruit bianca e i
pantaloncini neri. Gambe slanciate: lunghe, perfette, levigate. Gambe africane.
Hasna correva senza pensare a niente. Era lì per caso, come quasi tutte le sue
compagne di scuola. La corsa campestre? Mi iscrivo, perché no, almeno saltiamo
il compito di educazione tecnica. Non sapeva di essere così brava. Corse
spedita, ma senza dannarsi l’anima: respirando a bocca chiusa, nessun affanno,
attenta solo a non uscire dal percorso arzigogolato segnato per tutto il parco
di Nervi col nastro bianco e rosso. Alla fine del primo giro era in testa. Alla
fine del secondo volava già in solitudine, con un vantaggio abissale sulle altre
partecipanti. Più che una vittoria, un trionfo. Due chilometri fagocitati.
“Hasna, bravissima! Ma non sei stanca?”.
“No, professore, sto bene. Un sorso d’acqua, magari”.
Il professor Migliaccio non credeva ai propri occhi: le labbra spalancate in un
sorriso da bambino; il cronometro serrato nella mano destra; l’altra mano tesa,
senza motivo, ad accarezzarsi le leggere pieghe del viso. Insegnava educazione
fisica da una vita, e a tempo perso faceva pure l’allenatore di atletica, ai
ragazzi delle categorie più giovani. Dall’alto della sua esperienza non aveva
mai visto una gazzella di 13 anni trottare via con quella facilità. Dopo qualche
attimo di sbigottimento si sforzò di tornare in sé e riprese le redini della
situazione. Compunto come al solito.
“Allora, i primi tre classificati delle gare maschili e femminili si sono
qualificati per la fase provinciale, fra due settimane a Pra”.
Quando tornò in classe e dette notizia dell’exploit nella corsa
campestre, i suoi amici la ricoprirono di complimenti. Che sorpresa. Ma Hasna fu
la prima a meravigliarsi. Non era preparata a questo bagno di celebrità. Cercò
di minimizzare anche qualche ora dopo, a casa, davanti ai genitori e al fratello
maggiore che pressavano per farsi raccontare per filo e per segno (orgogliosi e
increduli) tutti i particolari della gara. Di fronte all’impresa della piccola
nella corsa campestre anche il pranzo scivolò in secondo piano. Si parlava, si
parlava. E nessuno abbordava il cous cous.
Sembrava una gioia estemporanea. Star per un giorno: bella soddisfazione, sì, ma
non a tal punto da lasciare il segno. Invece il professor Migliaccio non mollò
la presa. La mattina dopo, nell’ora di ricreazione, andò subito a ricercare la
sua allieva prodigio:
“Hasna, ma lo sai che ieri mi hai fatto impressione, mentre correvi? Perché non
vieni a trovarmi a Villa Gentile uno di questi pomeriggi? Provi qualche
allenamento in pista, insieme ad altri ragazzi della tua età. E poi vedi se ti
diverti”.
“Davvero crede che sia il caso?”.
“Ma certo che è il caso! Hasna, tu hai delle qualità grandi. Hai la corsa nel
sangue. Per me sarebbe un piacere aiutarti a migliorare”.
“Ci vediamo giovedì, allora?”.
“Benissimo, io di norma ci sono tutti i pomeriggi. Arrivo verso le cinque. Sai
dov’è Villa Gentile?”.
“Sì, a Sturla, il campo che si vede anche dalla ferrovia, col 15 ci si arriva
bene”.
“Perfetto, sai già tutto. Ti aspetto giovedì alle cinque”.
“E le scarpe? Vanno bene quelle da tennis che avevo per correre ieri?”.
“Vanno benissimo”.
“Allora in bocca al lupo, eh? Mi dai un bacino?”.
“Ciao papà”.
Lamberto aveva dei genitori premurosi ma discreti. Capaci di ridurre le
raccomandazioni all’essenziale. Ci sono le mamme che alla vigilia del primo
giorno di scuola – in una nuova scuola – imbottiscono i loro figli di centinaia
di istruzioni, perlopiù patetiche e inutili, addirittura controproducenti. “Vedi
di scegliere uno dei primi banchi, ma non quello attaccato alla cattedra, mi
raccomando”. “Non mangiarti le unghie”. “Prendi più appunti che puoi, non ti
deve sfuggire nulla”. “Fatti vedere attento, interessato. Coi professori non sai
quanto conta la prima impressione!”.
Ai genitori di Lamberto bastarono un “in bocca al lupo” e un abbraccio forte sul
portone di casa. Meno male, quanta ansia risparmiata. Inforcò il motorino, aprì
il cancello e si consegnò al traffico del lungomare. La testa ingolfata di
curiosità, di pensieri, di speranze, di paure. Via Piave, corso Italia.
Un’occhiata sulla sinistra. Verso il mare. Mare di settembre, mare di Genova.
Gli stabilimenti ancora chiusi, il sole ancora nascosto, ultimi spiccioli di
estate. Magari oggi pomeriggio con Massimiliano e Marco andiamo a fare un tuffo,
pensò. Viale Brigate Partigiane, piazza della Vittoria. Arrivato. Il liceo
D’Oria era a un passo, una marea di zainetti e di concitazione dinnanzi a lui.
Il plotone degli studenti era tutto proiettato in avanti. Vedeva gli zaini, non
le facce. Si sentiva estraneo, non conosceva nessuno. Eh già. Della sua classe,
alle medie, solo lui aveva scelto il classico. Aveva virato all’ultimo momento,
Lamberto: a dieci giorni dall’inizio della scuola. Dapprima si era iscritto allo
scientifico, sulla scia degli interessi dei suoi amici. Anche se le materie che
preferiva erano altre: storia e italiano, naturalmente; altro che matematica. In
casa durante l’estate glielo avevano fatto notare, con delicatezza. Ma lui
sembrava irremovibile. Non ci va nessuno, al classico, macché classico.
Nell’impresa di fargli cambiare idea riuscì miracolosamente nonno Pietro. Lui
che a fare il classico quanto ci avrebbe tenuto, a suo tempo: solo che dovette
optare per una scuola più tecnica, lavoro-chiavi in mano: l’università proprio
non poteva permettersela, la guerra era appena finita. Ma Lamberto no. In
Lamberto rivedeva le sue stesse aspirazioni, le sue stesse passioni di
ragazzino. Non voleva che fossero castrate per colpa di un incidente di
percorso. Come mossa della disperazione arrivò perfino a fissare, per la fine di
agosto, un appuntamento con il preside del liceo D’Oria. Ci accompagnò Lamberto.
“Così ti fai meglio un’idea, poi decidi”. Fatto sta che l’ostinazione magica di
nonno Pietro e le affabulazioni promozionali del preside Ratti finirono per
convincerlo. Quasi fuori tempo massimo.
E adesso era lì, impalato, in mezzo alla calca, squadrato dagli occhi vitrei del
bidello-guardiano della portineria. Situazione non proprio esaltante. Si fece
forza.
“Scusi, la classe IV C?”.
“Al terzo piano, la seconda porta a destra”.
Coraggio, le scale.
Quella mattina Hasna passò più di mezz’ora a pettinarsi. Non era incredibilmente
vanitosa, ma era pur sempre il primo giorno di scuola. Si agghindava compiaciuta
i capelli lunghi. Lisci, neri d’ebano. Senza velo. Sua madre lo portava, lei no.
Avevano litigato, due anni prima. Papà Adnan si era impuntato. Questione di
stile, di tradizione, di religione.
“Sai che in Marocco non ti avrebbero mai permesso una stupidaggine del genere?”.
“Sì, ma qui non siamo in Marocco”.
Hasna era musulmana a modo suo. Leggeva il Corano, ma apprezzava anche il
Vangelo. Credeva in uno stesso Dio uguale per tutti, al di là dei nomi diversi.
Preferiva pregare da sola che insieme alle altre donne nella moschea. Non le
pesava osservare il Ramadan e rinunciare alla carne di maiale. Ma il velo no.
Quello non lo poteva sopportare. In casa utilizzava l’arabo, ma fuori era
genovese. Parlava con la cantilena, spargeva belin a destra e a sinistra.
Rideva fra i denti, proprio come le donne che canta Baccini. Più zeneize
lei di tante sue amiche con genitori italiani. Lei che, comunque, a Genova ci
era nata. Immigrata di seconda generazione, come si dice. Cresciuta nei
caruggi, nella pancia della città vecchia.
Hasna aveva scelto il liceo classico perché era brava a scuola. Studiare le
riusciva bene, e per di più con lei al classico c’erano le sue due amiche del
cuore, Margherita e Vanessa. I genitori su questo non fecero opposizione. Anzi,
si mostrarono orgogliosi. In Hasna riponevano una fiducia smisurata. Difatti non
le facevano mancare niente, a lei come a suo fratello Hicham: nonostante
l’affitto da pagare e uno stipendio solo per quattro.
Hasna uscì di casa alle sette, che via della Maddalena ancora dormiva. La borsa
a tracolla: alla moda, con quaderni e diario nuovi di zecca. Sgattaiolò fra i
vicoli, che conosceva come le sue tasche. Non aveva paura di intrufolarsi.
Nemmeno in quelli più angusti e malfamati, dove il sole del buon dio non dà i
suoi raggi. Dove aspettano le prostitute. Salì nel salotto buono di via
Garibaldi, quasi dietro l’angolo di casa sua. Paradosso. E poi piazza Fontane
Marose. Ecco Vanessa e Margherita scese giù da Castelletto. Ecco l’autobus
numero venti. Emozione, sorriso sulle labbra. Ecco la nuova scuola. Alle sette e
mezzo, puntualissime, nella ressa davanti al D’Oria. Classe: IV C.
Contatto
Lamberto entrò in classe per
ultimo. Gli altri si erano già tutti sistemati. Quante ragazze. L’unico banco
rimasto vuoto era in penultima fila. Il suo. Accanto, lo aspettava un ragazzo
coi riccioli disordinati e l’aria distaccata, enigmatica. Non sembrava affatto
emozionato. Non era per niente a suo agio. Di fatto rompeva l’attesa della prima
campanella rollandosi una sigaretta artigianale. Procedeva con estrema
accuratezza, in compagnia delle sue cartine e del suo tabacco sfuso nel
sacchetto, quello che costa meno. Solo dopo aver ultimato le sue personalissime
operazioni, e riposta sotto il banco la sigaretta pronta all’uso, quello strano
tipo sollevò gli occhi e si accorse di Lamberto che fino a quell’attimo non
aveva assolutamente osato disturbarlo.
“Ah, ciao, non ti avevo visto. Mi chiamo Bernardo”.
Lamberto si presentò a sua volta. Poi riprese a girarsi vorticosamente, con la
testa e con gli occhi, in cerca di altri sguardi da incrociare.
Hasna era seduta proprio davanti a lui: accanto a Vanessa che a sua volta aveva
accanto Margherita. Trio preconfezionato, fin qui niente da scoprire. Allora
Hasna si voltò indietro. Si imbatté negli occhi marroni di Bernardo. E poi in
quelli azzurri di Lamberto. Si scambiarono i nomi, si scambiarono i sorrisi e si
scambiarono anche il rosso fiorito all’improvviso sulle guance di entrambi. Poi
Hasna tornò a guardare avanti, dritto davanti a sé. Lamberto, invece, restò
folgorato di fronte alla sua grazia. Gli parve una visione. Gli occhi verdi, il
volto radioso, il colore soffice della sua pelle. E poi i capelli... mamma mia
che bellezza. Il cuore gli batteva forte, totalmente fuori controllo. Sensazione
mai provata prima. Cos’era? Chissà cos’era. A scuoterlo ci pensò la campanella.
Entra la professoressa, si torna sulla terra.
Ali di farfalla
Pomeriggio di metà ottobre,
caldo decisamente fuori stagione, voglia di mare. Hasna aveva con sé le
scarpette chiodate acquistate il giorno prima ai grandi magazzini di Bolzaneto:
rosse fiammanti, da campionessa; non vedeva l’ora di provarle sul tartan,
nell’allenamento che stava per iniziare. Entrò nello spogliatoio e le tirò fuori
dal borsone. Se le mangiò con gli occhi per l’ennesima volta, pronta per
indossarle. Erano davvero sue. Ormai le scarpe da tennis non le bastavano più.
La passione per l’atletica era sbocciata prepotentemente, in lei. Villa Gentile
era diventata in pochi mesi la sua seconda casa. Hasna ci andava ad allenarsi
tre o quattro pomeriggi la settimana, sotto la guida angelica del professor
Migliaccio. Non le pesava. Anzi. Quando scendeva in pista si sentiva felice,
libera, spontanea. Cominciava a correre e apriva le ali. Di quel campo di
atletica le piaceva tutto, a partire dalla gente che ci gravitava attorno. I
veterani ultratrentenni, i ragazzi di venti, gli adolescenti come lei, i
bambini. Venivano da mondi diversi, ma erano tutti amici. I più grandi
prestavano attenzione ai più piccoli: regalando loro gocce di esperienza,
facendoli sentire importanti. E i più piccoli contraccambiavano con la loro
spensieratezza e la loro tenerezza, fabbriche di sorrisi. Hasna, poi, si trovava
a meraviglia col suo professore, che faceva di tutto per farla innamorare
dell’atletica. Aveva intuito per lei un destino mirabile nel mezzofondo. Eppure,
almeno per ora, continuava a dividerla (in allenamento e in gara) fra i settori
più svariati: lanci, salti, corsa veloce. Per non farla annoiare. Il professor
Migliaccio non alzava mai la voce: era troppo buono, forse. Al campo invitava
tutti i suoi alunni delle scuole medie, non solo quelli che sembravano più
portati, come Hasna, ma anche quelli col fisico meno atletico; anche gli
handicappati. “Io non rubo i ragazzini alle altre squadre – gli piaceva ripetere
– io prendo con me quelli che non riescono nel calcio e nella pallavolo, stanchi
di restare sempre in panchina. L’atletica accoglie i brutti anatroccoli degli
altri sport e li fa diventare cigni”. Ad Hasna dispensava consigli senza
soluzione di continuità: le insegnò che la corsa è un risultato di movimenti
studiati, di posizioni precise, di accorgimenti particolari: tutti da costruire,
nessuno da improvvisare. Hasna ascoltava, immagazzinava, imparava in fretta. E
vinceva. La sua specialità: i mille metri. Due giri e mezzo di pista. Il
professore si raccomandava: “Stai con le altre fino agli ultimi trecento metri,
poi, se te la senti, prova a cambiare ritmo”. Hasna non vedeva l’ora che
arrivassero, in gara, quegli ultimi trecento metri. Sino all’ultima curva si
sentiva un animale in gabbia. Poi, finalmente, metteva la freccia e andava a
vincere. Uno spettacolo. Nello spazio di pochi mesi, il professore aveva preso a
portarsela in giro per le piste della Liguria, a fare incetta di successi e
medaglie. Il cognome di Hasna – Ramzi – ormai era sulla bocca di tutti gli
addetti ai lavori. Eppure, prima, durante e dopo le sue gare, il professore
restava impassibile. Centellinava i complimenti: Hasna anche questo ammirava di
lui. Un suo “brava!” valeva più di un otto all’interrogazione di latino. Da lui
aveva imparato la modestia: non accontentarsi mai, non vantarsi con nessuno.
Così Hasna riusciva a risultare simpatica alle sue compagne di allenamento,
nonostante la fama di cannibalessa dei mille metri costruitasi in un batter
d’occhio. Il suo fascino la aiutava. I ragazzi di Villa Gentile facevano a gara
per intrattenerla e correrle vicino. Con garbo, senza spavalderia. Hasna non
faceva preferenze, sapeva essere carina con tutti. Con una risata, una battuta,
un complimento. I suoi occhi illuminavano la pista.
Mal di Genoa
Prima che Hasna facesse
irruzione nella sua vita, il cuore di Lamberto batteva solo per una squadra di
calcio. Aveva conosciuto il mondo del pallone grazie all’album delle figurine
Panini, quando ancora andava all’asilo. La zia Rosalba gli regalava pacchetti in
quantità industriale: la strategia più indovinata per ingraziarsi il nipotino.
Lamberto con le figurine imparò a leggere e a contare. Le usava per memorizzare
tutti i nomi e tutte le immagini: le facce e le carriere dei giocatori, gli
sponsor, la capienza degli stadi. Appiccicava, sfogliava e contemplava. Una
mania. Sguazzando senza sosta in quella selva di adesivi, numeri e dati, all’età
di sei anni decise che la squadra per cui avrebbe fatto il tifo sarebbe stata il
Genoa. Per i colori della maglia. Metà rossa: accesa, intensa, viva come il
sangue. Metà blu: profonda, cristallina, perduta come il mare. Uno accanto
all’altro, i colori più belli del mondo. E chi se ne importa se stanno per
retrocedere in serie B, si batteva il petto orgoglioso. Più il Genoa perdeva,
più i suoi amichetti lo importunavano, e più lui si appassionava. Ostinato. Duro
come una corazza.
Papà Maurizio, zio Fulvio e nonno Pietro, gli unici cultori di calcio in
famiglia, tifavano per la Samp, l’altra metà di Genova che ancora resisteva in
serie A. Ma dovettero ben presto abbassarsi. Già dai primi anni delle
elementari, Lamberto costrinse i suoi parenti blucerchiati ad accompagnarlo a
turno (pena pianti disperati) alle partite del Genoa. Lo portavano sempre fra i
distinti, in ottima posizione, in linea col centro del campo. Ogni volta lo
stadio di Marassi lo abbacinava: così caloroso, con le tribune a picco sul
prato; così sacro, con le quattro torri arancioni a racchiudere un mare di sogni
ed emozioni. Ogni volta soffriva come un dannato, con la sciarpa rossoblù
(sempre la stessa) avvitata al collo: palpitava in silenzio, scalciando sulla
poltroncina davanti, attanagliato dal nervosismo. E a papà e a nonno toccava
fare “mea culpa” con lo scalciato: “Mi scusi, è che sente troppo la partita”. Un
gol fatto era una liberazione inaspettata. Un gol preso il lasciapassare verso
una irrimediabile tristezza. I parenti sampdoriani che, di volta in volta, erano
chiamati ad accompagnarlo soffrivano con lui: non potevano vederlo così.
“Possibile, belin, che invece che a divertirti ti debba portare a star
male?”. Domande senza risposta. Lamberto era quello, che voleva. I novanta
minuti del Genoa, che li seguisse dal vivo, alla radio o in televisione, erano
il momento clou della settimana. E a distanza di tempo si ricordava tutto delle
partite, in modo particolare di quelle che era stato a vedere a Marassi. Una
passione più forte di lui.
Quello appena iniziato per Lamberto era un campionato speciale. Per la prima
volta, passato alle superiori, i genitori lo avevano faticosamente autorizzato
ad andare allo stadio da solo. Dopo l’esame delle medie gli avevano regalato
l’abbonamento. A prezzo ridotto, tessera non numerata di gradinata Nord: dietro
la porta, nel cuore del tifo rossoblù; l’unico settore dello stadio che, anche
col Genoa in serie B, si presentava stracolmo e vestito a festa ogni santa
domenica. Era la quinta volta che andava allo stadio senza il nonno, il papà o
lo zio. Decima di andata, Genoa-Monza, non proprio una sfida di cartello. Ma il
rito e l’emozione nel ripeterlo erano sempre gli stessi. In autobus da Albaro
fino alla stazione di Brignole. Il chilometro scarso di passeggiata speranzosa e
meditabonda lungo il Bisagno: l’attraversamento del fiume, il passaggio davanti
alle biglietterie, la sosta al baretto, l’ingresso nel santuario di Marassi.
Stavolta insieme a lui, ad aspettarlo in piazza Verdi per il fatidico percorso a
piedi, non c’erano Mattia e Michela, i suoi vecchi amici delle scuole medie.
C’era Roberto. Quello conosciuto da poco, compagno di classe al liceo. Si erano
annusati, nei primi giorni di scuola, e tempo poco si erano scoperti genoani a
vicenda. Genoani veri, grifoni solidali, amici per forza d’inerzia. A tutti e
due, in gradinata, piaceva la solita postazione: nella parte inferiore, ma
abbastanza in alto, dove si vede bene (sbandieratori permettendo). Per cantare e
tifare come forsennati, e allo stesso tempo apprezzare con sufficiente
consapevolezza quel che succede in campo. Non come Michela e Mattia che
pensavano solo a inebriarsi nei cori, nei colori e nelle atmosfere degli ultrà,
affossati nel parterre, pochi gradoni sopra il livello del campo. Roberto e
Lamberto erano tipi più raffinati: passionali, romantici, ma anche esteti,
esperti di calcio. Due a cui fra un coro e l’altro piaceva commentare le mosse
dell’allenatore o applaudire una bella giocata, anche se degli avversari.
Insomma, si erano trovati.
Con il Monza il grifone non andò oltre l’1-1, in un pomeriggio anonimo di
autunno. Pareggio agrodolce, un gol per tempo: vantaggio illusorio del Genoa con
Carparelli, vanificato a metà ripresa dal diagonale assassino del numero 9 dei
brianzoli (tale Florio). Almeno un punto: meglio di niente, coi tempi che
corrono. Finita la partita, per Lamberto automaticamente calava il sipario sulla
domenica. Durante il tragitto di ritorno, dentro il fiume di genoani in marcia
verso il centro città, il rito si concludeva incollando le orecchie alla
radiolina. Che ha fatto la Samp? E le altre di B? I verdetti si
materializzavano, il sole si abbassava, la malinconia rompeva gli argini. Sapore
di lunedì.
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