Ostinatamente
Sogno d'amore nella Genova multietnica
 
di
Tommaso Giani

 

le prime pagine del libro

Lui e lei

Lamberto preferiva i libri alla musica. Sono le parole che contano, pensava. Mica i suoni. Quasi tutte le canzoni italiane lo irritavano: le uniche che conosceva erano quelle dei video di Mtv, oppure i tormentoni delle radio commerciali. Quelle che piacevano ai suoi amici. Testi intrisi di banalità sdolcinate o di allusioni volgari o di rime improponibili. Ormai partiva prevenuto. Per non parlare delle canzoni straniere, che addirittura lo lasciavano indifferente: lui che a 14 anni non sapeva un accidenti di inglese. Lamberto, caso strano, si esaltava immergendosi nella lettura. Romanzi d’amore, romanzi gialli, romanzi d’avventura. Pescava a caso, dalla libreria nel salotto di casa. Libreria assortita di grandi classici quasi quanto una biblioteca. La fortuna di avere una mamma professoressa di italiano. Isabel Allende, Luis Sepulveda, Italo Calvino, Ignazio Silone, Carlo Lucarelli. Lamberto si lasciava rapire. Da un anno aveva preso a divorarli. Quelli con le copertine spiegazzate e le pagine ingiallite, di quando mamma era giovane. E le edizioni più recenti, col prezzo a cinque cifre e il profumo di nuovo tra le righe. Libri da annusare, scaffali interi tra cui poter scegliere. Quel pomeriggio, appunto, Lamberto era indaffarato a rovistare per la casa in cerca di un titolo intrigante su cui fiondarsi. Invece che studiare. Tastando sul piano più alto del mobile, sentì con la punta delle dita, tra un volume e un altro, la presenza di un corpo estraneo. Una custodia di cartone, qualcosa lasciato in disordine. Lo tirò fuori. Era un vinile. Una rarità. In casa ne avevano pochissimi: la discografia completa di Claudio Baglioni; più qualche musicassetta da ascoltare in macchina, rimediata chissà dove. E stop. Fabrizio De André. Non al denaro non all’amore né al cielo. Sì, un nome già sentito. Quello morto pochi mesi fa, quello di Genova. La copertina era semplice, preziosa; colorata di azzurro e di giallo. Anno: 1971. Reperto di archeologia. Titolo misterioso. “Non... non... né...”. Dov’è finito il giradischi?
Lamberto lo ascoltò tutto di un fiato. Nel silenzio, solo in casa. Fu conquistato immediatamente da quelle storie grottesche di personaggi strampalati: intenti a riposare dall’alto della collina, e a raccontarsi con ironia e parole taglienti. Il giudice nano che vendica le sue frustrazioni a colpi di sentenze. Il chimico testardo che non riesce a capire la formula dell’amore. Il medico generoso che finisce in prigione per il troppo disinteresse con cui portava avanti il lavoro dei suoi sogni. Il suonatore ubriaco a cui bastano le gioie semplici per innamorarsi della vita. Però, mica male questo De André. Non al denaro, non all’amore né al cielo fu il primo disco che Lamberto imparò a memoria. Di De André col tempo arrivò a conoscere tutto, entusiasmandosi delle sue canzoni e della sua magia. Ma il primo disco che incontrò, quello riesumato per caso dallo scaffale alto del salotto, restò per sempre il suo preferito.

“Tutte dietro la linea, mi raccomando. Pronte. Via!”.
Uno scatto fulmineo e Hasna cominciò a correre. Con la fruit bianca e i pantaloncini neri. Gambe slanciate: lunghe, perfette, levigate. Gambe africane. Hasna correva senza pensare a niente. Era lì per caso, come quasi tutte le sue compagne di scuola. La corsa campestre? Mi iscrivo, perché no, almeno saltiamo il compito di educazione tecnica. Non sapeva di essere così brava. Corse spedita, ma senza dannarsi l’anima: respirando a bocca chiusa, nessun affanno, attenta solo a non uscire dal percorso arzigogolato segnato per tutto il parco di Nervi col nastro bianco e rosso. Alla fine del primo giro era in testa. Alla fine del secondo volava già in solitudine, con un vantaggio abissale sulle altre partecipanti. Più che una vittoria, un trionfo. Due chilometri fagocitati.
“Hasna, bravissima! Ma non sei stanca?”.
“No, professore, sto bene. Un sorso d’acqua, magari”.
Il professor Migliaccio non credeva ai propri occhi: le labbra spalancate in un sorriso da bambino; il cronometro serrato nella mano destra; l’altra mano tesa, senza motivo, ad accarezzarsi le leggere pieghe del viso. Insegnava educazione fisica da una vita, e a tempo perso faceva pure l’allenatore di atletica, ai ragazzi delle categorie più giovani. Dall’alto della sua esperienza non aveva mai visto una gazzella di 13 anni trottare via con quella facilità. Dopo qualche attimo di sbigottimento si sforzò di tornare in sé e riprese le redini della situazione. Compunto come al solito.
“Allora, i primi tre classificati delle gare maschili e femminili si sono qualificati per la fase provinciale, fra due settimane a Pra”.
Quando tornò in classe e dette notizia dell’exploit nella corsa campestre, i suoi amici la ricoprirono di complimenti. Che sorpresa. Ma Hasna fu la prima a meravigliarsi. Non era preparata a questo bagno di celebrità. Cercò di minimizzare anche qualche ora dopo, a casa, davanti ai genitori e al fratello maggiore che pressavano per farsi raccontare per filo e per segno (orgogliosi e increduli) tutti i particolari della gara. Di fronte all’impresa della piccola nella corsa campestre anche il pranzo scivolò in secondo piano. Si parlava, si parlava. E nessuno abbordava il cous cous.
Sembrava una gioia estemporanea. Star per un giorno: bella soddisfazione, sì, ma non a tal punto da lasciare il segno. Invece il professor Migliaccio non mollò la presa. La mattina dopo, nell’ora di ricreazione, andò subito a ricercare la sua allieva prodigio:
“Hasna, ma lo sai che ieri mi hai fatto impressione, mentre correvi? Perché non vieni a trovarmi a Villa Gentile uno di questi pomeriggi? Provi qualche allenamento in pista, insieme ad altri ragazzi della tua età. E poi vedi se ti diverti”.
“Davvero crede che sia il caso?”.
“Ma certo che è il caso! Hasna, tu hai delle qualità grandi. Hai la corsa nel sangue. Per me sarebbe un piacere aiutarti a migliorare”.
“Ci vediamo giovedì, allora?”.
“Benissimo, io di norma ci sono tutti i pomeriggi. Arrivo verso le cinque. Sai dov’è Villa Gentile?”.
“Sì, a Sturla, il campo che si vede anche dalla ferrovia, col 15 ci si arriva bene”.
“Perfetto, sai già tutto. Ti aspetto giovedì alle cinque”.
“E le scarpe? Vanno bene quelle da tennis che avevo per correre ieri?”.
“Vanno benissimo”.

“Allora in bocca al lupo, eh? Mi dai un bacino?”.
“Ciao papà”.
Lamberto aveva dei genitori premurosi ma discreti. Capaci di ridurre le raccomandazioni all’essenziale. Ci sono le mamme che alla vigilia del primo giorno di scuola – in una nuova scuola – imbottiscono i loro figli di centinaia di istruzioni, perlopiù patetiche e inutili, addirittura controproducenti. “Vedi di scegliere uno dei primi banchi, ma non quello attaccato alla cattedra, mi raccomando”. “Non mangiarti le unghie”. “Prendi più appunti che puoi, non ti deve sfuggire nulla”. “Fatti vedere attento, interessato. Coi professori non sai quanto conta la prima impressione!”.
Ai genitori di Lamberto bastarono un “in bocca al lupo” e un abbraccio forte sul portone di casa. Meno male, quanta ansia risparmiata. Inforcò il motorino, aprì il cancello e si consegnò al traffico del lungomare. La testa ingolfata di curiosità, di pensieri, di speranze, di paure. Via Piave, corso Italia. Un’occhiata sulla sinistra. Verso il mare. Mare di settembre, mare di Genova. Gli stabilimenti ancora chiusi, il sole ancora nascosto, ultimi spiccioli di estate. Magari oggi pomeriggio con Massimiliano e Marco andiamo a fare un tuffo, pensò. Viale Brigate Partigiane, piazza della Vittoria. Arrivato. Il liceo D’Oria era a un passo, una marea di zainetti e di concitazione dinnanzi a lui. Il plotone degli studenti era tutto proiettato in avanti. Vedeva gli zaini, non le facce. Si sentiva estraneo, non conosceva nessuno. Eh già. Della sua classe, alle medie, solo lui aveva scelto il classico. Aveva virato all’ultimo momento, Lamberto: a dieci giorni dall’inizio della scuola. Dapprima si era iscritto allo scientifico, sulla scia degli interessi dei suoi amici. Anche se le materie che preferiva erano altre: storia e italiano, naturalmente; altro che matematica. In casa durante l’estate glielo avevano fatto notare, con delicatezza. Ma lui sembrava irremovibile. Non ci va nessuno, al classico, macché classico. Nell’impresa di fargli cambiare idea riuscì miracolosamente nonno Pietro. Lui che a fare il classico quanto ci avrebbe tenuto, a suo tempo: solo che dovette optare per una scuola più tecnica, lavoro-chiavi in mano: l’università proprio non poteva permettersela, la guerra era appena finita. Ma Lamberto no. In Lamberto rivedeva le sue stesse aspirazioni, le sue stesse passioni di ragazzino. Non voleva che fossero castrate per colpa di un incidente di percorso. Come mossa della disperazione arrivò perfino a fissare, per la fine di agosto, un appuntamento con il preside del liceo D’Oria. Ci accompagnò Lamberto. “Così ti fai meglio un’idea, poi decidi”. Fatto sta che l’ostinazione magica di nonno Pietro e le affabulazioni promozionali del preside Ratti finirono per convincerlo. Quasi fuori tempo massimo.
E adesso era lì, impalato, in mezzo alla calca, squadrato dagli occhi vitrei del bidello-guardiano della portineria. Situazione non proprio esaltante. Si fece forza.
“Scusi, la classe IV C?”.
“Al terzo piano, la seconda porta a destra”.
Coraggio, le scale.

Quella mattina Hasna passò più di mezz’ora a pettinarsi. Non era incredibilmente vanitosa, ma era pur sempre il primo giorno di scuola. Si agghindava compiaciuta i capelli lunghi. Lisci, neri d’ebano. Senza velo. Sua madre lo portava, lei no. Avevano litigato, due anni prima. Papà Adnan si era impuntato. Questione di stile, di tradizione, di religione.
“Sai che in Marocco non ti avrebbero mai permesso una stupidaggine del genere?”.
“Sì, ma qui non siamo in Marocco”.
Hasna era musulmana a modo suo. Leggeva il Corano, ma apprezzava anche il Vangelo. Credeva in uno stesso Dio uguale per tutti, al di là dei nomi diversi. Preferiva pregare da sola che insieme alle altre donne nella moschea. Non le pesava osservare il Ramadan e rinunciare alla carne di maiale. Ma il velo no. Quello non lo poteva sopportare. In casa utilizzava l’arabo, ma fuori era genovese. Parlava con la cantilena, spargeva belin a destra e a sinistra. Rideva fra i denti, proprio come le donne che canta Baccini. Più zeneize lei di tante sue amiche con genitori italiani. Lei che, comunque, a Genova ci era nata. Immigrata di seconda generazione, come si dice. Cresciuta nei caruggi, nella pancia della città vecchia.
Hasna aveva scelto il liceo classico perché era brava a scuola. Studiare le riusciva bene, e per di più con lei al classico c’erano le sue due amiche del cuore, Margherita e Vanessa. I genitori su questo non fecero opposizione. Anzi, si mostrarono orgogliosi. In Hasna riponevano una fiducia smisurata. Difatti non le facevano mancare niente, a lei come a suo fratello Hicham: nonostante l’affitto da pagare e uno stipendio solo per quattro.
Hasna uscì di casa alle sette, che via della Maddalena ancora dormiva. La borsa a tracolla: alla moda, con quaderni e diario nuovi di zecca. Sgattaiolò fra i vicoli, che conosceva come le sue tasche. Non aveva paura di intrufolarsi. Nemmeno in quelli più angusti e malfamati, dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Dove aspettano le prostitute. Salì nel salotto buono di via Garibaldi, quasi dietro l’angolo di casa sua. Paradosso. E poi piazza Fontane Marose. Ecco Vanessa e Margherita scese giù da Castelletto. Ecco l’autobus numero venti. Emozione, sorriso sulle labbra. Ecco la nuova scuola. Alle sette e mezzo, puntualissime, nella ressa davanti al D’Oria. Classe: IV C.
 

Contatto

Lamberto entrò in classe per ultimo. Gli altri si erano già tutti sistemati. Quante ragazze. L’unico banco rimasto vuoto era in penultima fila. Il suo. Accanto, lo aspettava un ragazzo coi riccioli disordinati e l’aria distaccata, enigmatica. Non sembrava affatto emozionato. Non era per niente a suo agio. Di fatto rompeva l’attesa della prima campanella rollandosi una sigaretta artigianale. Procedeva con estrema accuratezza, in compagnia delle sue cartine e del suo tabacco sfuso nel sacchetto, quello che costa meno. Solo dopo aver ultimato le sue personalissime operazioni, e riposta sotto il banco la sigaretta pronta all’uso, quello strano tipo sollevò gli occhi e si accorse di Lamberto che fino a quell’attimo non aveva assolutamente osato disturbarlo.
“Ah, ciao, non ti avevo visto. Mi chiamo Bernardo”.
Lamberto si presentò a sua volta. Poi riprese a girarsi vorticosamente, con la testa e con gli occhi, in cerca di altri sguardi da incrociare.
Hasna era seduta proprio davanti a lui: accanto a Vanessa che a sua volta aveva accanto Margherita. Trio preconfezionato, fin qui niente da scoprire. Allora Hasna si voltò indietro. Si imbatté negli occhi marroni di Bernardo. E poi in quelli azzurri di Lamberto. Si scambiarono i nomi, si scambiarono i sorrisi e si scambiarono anche il rosso fiorito all’improvviso sulle guance di entrambi. Poi Hasna tornò a guardare avanti, dritto davanti a sé. Lamberto, invece, restò folgorato di fronte alla sua grazia. Gli parve una visione. Gli occhi verdi, il volto radioso, il colore soffice della sua pelle. E poi i capelli... mamma mia che bellezza. Il cuore gli batteva forte, totalmente fuori controllo. Sensazione mai provata prima. Cos’era? Chissà cos’era. A scuoterlo ci pensò la campanella. Entra la professoressa, si torna sulla terra.
 

Ali di farfalla

Pomeriggio di metà ottobre, caldo decisamente fuori stagione, voglia di mare. Hasna aveva con sé le scarpette chiodate acquistate il giorno prima ai grandi magazzini di Bolzaneto: rosse fiammanti, da campionessa; non vedeva l’ora di provarle sul tartan, nell’allenamento che stava per iniziare. Entrò nello spogliatoio e le tirò fuori dal borsone. Se le mangiò con gli occhi per l’ennesima volta, pronta per indossarle. Erano davvero sue. Ormai le scarpe da tennis non le bastavano più. La passione per l’atletica era sbocciata prepotentemente, in lei. Villa Gentile era diventata in pochi mesi la sua seconda casa. Hasna ci andava ad allenarsi tre o quattro pomeriggi la settimana, sotto la guida angelica del professor Migliaccio. Non le pesava. Anzi. Quando scendeva in pista si sentiva felice, libera, spontanea. Cominciava a correre e apriva le ali. Di quel campo di atletica le piaceva tutto, a partire dalla gente che ci gravitava attorno. I veterani ultratrentenni, i ragazzi di venti, gli adolescenti come lei, i bambini. Venivano da mondi diversi, ma erano tutti amici. I più grandi prestavano attenzione ai più piccoli: regalando loro gocce di esperienza, facendoli sentire importanti. E i più piccoli contraccambiavano con la loro spensieratezza e la loro tenerezza, fabbriche di sorrisi. Hasna, poi, si trovava a meraviglia col suo professore, che faceva di tutto per farla innamorare dell’atletica. Aveva intuito per lei un destino mirabile nel mezzofondo. Eppure, almeno per ora, continuava a dividerla (in allenamento e in gara) fra i settori più svariati: lanci, salti, corsa veloce. Per non farla annoiare. Il professor Migliaccio non alzava mai la voce: era troppo buono, forse. Al campo invitava tutti i suoi alunni delle scuole medie, non solo quelli che sembravano più portati, come Hasna, ma anche quelli col fisico meno atletico; anche gli handicappati. “Io non rubo i ragazzini alle altre squadre – gli piaceva ripetere – io prendo con me quelli che non riescono nel calcio e nella pallavolo, stanchi di restare sempre in panchina. L’atletica accoglie i brutti anatroccoli degli altri sport e li fa diventare cigni”. Ad Hasna dispensava consigli senza soluzione di continuità: le insegnò che la corsa è un risultato di movimenti studiati, di posizioni precise, di accorgimenti particolari: tutti da costruire, nessuno da improvvisare. Hasna ascoltava, immagazzinava, imparava in fretta. E vinceva. La sua specialità: i mille metri. Due giri e mezzo di pista. Il professore si raccomandava: “Stai con le altre fino agli ultimi trecento metri, poi, se te la senti, prova a cambiare ritmo”. Hasna non vedeva l’ora che arrivassero, in gara, quegli ultimi trecento metri. Sino all’ultima curva si sentiva un animale in gabbia. Poi, finalmente, metteva la freccia e andava a vincere. Uno spettacolo. Nello spazio di pochi mesi, il professore aveva preso a portarsela in giro per le piste della Liguria, a fare incetta di successi e medaglie. Il cognome di Hasna – Ramzi – ormai era sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori. Eppure, prima, durante e dopo le sue gare, il professore restava impassibile. Centellinava i complimenti: Hasna anche questo ammirava di lui. Un suo “brava!” valeva più di un otto all’interrogazione di latino. Da lui aveva imparato la modestia: non accontentarsi mai, non vantarsi con nessuno. Così Hasna riusciva a risultare simpatica alle sue compagne di allenamento, nonostante la fama di cannibalessa dei mille metri costruitasi in un batter d’occhio. Il suo fascino la aiutava. I ragazzi di Villa Gentile facevano a gara per intrattenerla e correrle vicino. Con garbo, senza spavalderia. Hasna non faceva preferenze, sapeva essere carina con tutti. Con una risata, una battuta, un complimento. I suoi occhi illuminavano la pista.
 

Mal di Genoa

Prima che Hasna facesse irruzione nella sua vita, il cuore di Lamberto batteva solo per una squadra di calcio. Aveva conosciuto il mondo del pallone grazie all’album delle figurine Panini, quando ancora andava all’asilo. La zia Rosalba gli regalava pacchetti in quantità industriale: la strategia più indovinata per ingraziarsi il nipotino. Lamberto con le figurine imparò a leggere e a contare. Le usava per memorizzare tutti i nomi e tutte le immagini: le facce e le carriere dei giocatori, gli sponsor, la capienza degli stadi. Appiccicava, sfogliava e contemplava. Una mania. Sguazzando senza sosta in quella selva di adesivi, numeri e dati, all’età di sei anni decise che la squadra per cui avrebbe fatto il tifo sarebbe stata il Genoa. Per i colori della maglia. Metà rossa: accesa, intensa, viva come il sangue. Metà blu: profonda, cristallina, perduta come il mare. Uno accanto all’altro, i colori più belli del mondo. E chi se ne importa se stanno per retrocedere in serie B, si batteva il petto orgoglioso. Più il Genoa perdeva, più i suoi amichetti lo importunavano, e più lui si appassionava. Ostinato. Duro come una corazza.
Papà Maurizio, zio Fulvio e nonno Pietro, gli unici cultori di calcio in famiglia, tifavano per la Samp, l’altra metà di Genova che ancora resisteva in serie A. Ma dovettero ben presto abbassarsi. Già dai primi anni delle elementari, Lamberto costrinse i suoi parenti blucerchiati ad accompagnarlo a turno (pena pianti disperati) alle partite del Genoa. Lo portavano sempre fra i distinti, in ottima posizione, in linea col centro del campo. Ogni volta lo stadio di Marassi lo abbacinava: così caloroso, con le tribune a picco sul prato; così sacro, con le quattro torri arancioni a racchiudere un mare di sogni ed emozioni. Ogni volta soffriva come un dannato, con la sciarpa rossoblù (sempre la stessa) avvitata al collo: palpitava in silenzio, scalciando sulla poltroncina davanti, attanagliato dal nervosismo. E a papà e a nonno toccava fare “mea culpa” con lo scalciato: “Mi scusi, è che sente troppo la partita”. Un gol fatto era una liberazione inaspettata. Un gol preso il lasciapassare verso una irrimediabile tristezza. I parenti sampdoriani che, di volta in volta, erano chiamati ad accompagnarlo soffrivano con lui: non potevano vederlo così. “Possibile, belin, che invece che a divertirti ti debba portare a star male?”. Domande senza risposta. Lamberto era quello, che voleva. I novanta minuti del Genoa, che li seguisse dal vivo, alla radio o in televisione, erano il momento clou della settimana. E a distanza di tempo si ricordava tutto delle partite, in modo particolare di quelle che era stato a vedere a Marassi. Una passione più forte di lui.
Quello appena iniziato per Lamberto era un campionato speciale. Per la prima volta, passato alle superiori, i genitori lo avevano faticosamente autorizzato ad andare allo stadio da solo. Dopo l’esame delle medie gli avevano regalato l’abbonamento. A prezzo ridotto, tessera non numerata di gradinata Nord: dietro la porta, nel cuore del tifo rossoblù; l’unico settore dello stadio che, anche col Genoa in serie B, si presentava stracolmo e vestito a festa ogni santa domenica. Era la quinta volta che andava allo stadio senza il nonno, il papà o lo zio. Decima di andata, Genoa-Monza, non proprio una sfida di cartello. Ma il rito e l’emozione nel ripeterlo erano sempre gli stessi. In autobus da Albaro fino alla stazione di Brignole. Il chilometro scarso di passeggiata speranzosa e meditabonda lungo il Bisagno: l’attraversamento del fiume, il passaggio davanti alle biglietterie, la sosta al baretto, l’ingresso nel santuario di Marassi. Stavolta insieme a lui, ad aspettarlo in piazza Verdi per il fatidico percorso a piedi, non c’erano Mattia e Michela, i suoi vecchi amici delle scuole medie. C’era Roberto. Quello conosciuto da poco, compagno di classe al liceo. Si erano annusati, nei primi giorni di scuola, e tempo poco si erano scoperti genoani a vicenda. Genoani veri, grifoni solidali, amici per forza d’inerzia. A tutti e due, in gradinata, piaceva la solita postazione: nella parte inferiore, ma abbastanza in alto, dove si vede bene (sbandieratori permettendo). Per cantare e tifare come forsennati, e allo stesso tempo apprezzare con sufficiente consapevolezza quel che succede in campo. Non come Michela e Mattia che pensavano solo a inebriarsi nei cori, nei colori e nelle atmosfere degli ultrà, affossati nel parterre, pochi gradoni sopra il livello del campo. Roberto e Lamberto erano tipi più raffinati: passionali, romantici, ma anche esteti, esperti di calcio. Due a cui fra un coro e l’altro piaceva commentare le mosse dell’allenatore o applaudire una bella giocata, anche se degli avversari. Insomma, si erano trovati.
Con il Monza il grifone non andò oltre l’1-1, in un pomeriggio anonimo di autunno. Pareggio agrodolce, un gol per tempo: vantaggio illusorio del Genoa con Carparelli, vanificato a metà ripresa dal diagonale assassino del numero 9 dei brianzoli (tale Florio). Almeno un punto: meglio di niente, coi tempi che corrono. Finita la partita, per Lamberto automaticamente calava il sipario sulla domenica. Durante il tragitto di ritorno, dentro il fiume di genoani in marcia verso il centro città, il rito si concludeva incollando le orecchie alla radiolina. Che ha fatto la Samp? E le altre di B? I verdetti si materializzavano, il sole si abbassava, la malinconia rompeva gli argini. Sapore di lunedì.
 


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