Niccolò Paganini
Un genovese nel mondo
 
di Roberto Iovino e Francesca Oranges


Premessa


Se avrai l’opportunità di leggere alcuni dei vari fogli pubblici inglesi, scorgerai quale specie d’inaudito entusiasmo, anzi frenesia senza esempio, ho suscitato ne’ freddi Britanni […]. Il Teatro tutto, platea, palchi, galleria, pareva un mare in tempesta, tanto per lo strepito delle voci e delle mani, quanto per l’ondeggiare dei fazzoletti e di cappelli menati per l’aria. Dicono cose che non conviene a me ripetere; leggi se puoi e vedrai. Questa specie di trionfo è qui senza esempio, come tutti unanimamente dicono, e tanto più lusinghiero per me, quanto mi è convenuto col suono del mio strumento, distruggere una cattiva impressione fatta nel pubblico, da prezzi voluti alterati, che avea da principio stabiliti sui miei concerti. Io ho suonato e tutte le dicerie si convertirono in lodi inenarrabili; anzi ogni sillaba di censura produsse un panegirico. Tutto l’uditorio, quasi per moto involontario si trovò salito sulle panche e sulle sedie della platea; di sopra ai palchi, avresti creduto che volessero slanciarsi giù con un salto di Leucade. L’entusiasmo non rimase nelle mura del Teatro: ovunque apparisco o per le strade o altrove, le persone si fermano, mi seguono e mi si affollano intorno. Ripeterò una frase del “Times”: “Tu forse non crederai la metà di quel che io ti dico, ed io non ti dico la metà di quel che è” […]. Il 4 luglio ho dato allo stesso Teatro l’ottavo concerto, il più ricco fu il quinto. Una piena incredibile; retrocessero centinaia di uditori e più di duecento persone si contentarono di porsi fra i suonatori dell’orchestra che avevo posta sulla scena per affittare ad una ghinea le sedie in orchestra sotto […].

Scriveva così, nel giugno 1831, Paganini all’amico Germi commentando le sue trionfali esibizioni a Londra. I freddi britanni come i tedeschi, i polacchi, i francesi, e ancor prima gli italiani, si erano lasciati conquistare dall’estro del genovese abbandonandosi a scene di plateale entusiasmo. Nell’Europa di primo Ottocento Paganini fu una sorta di fulmine a ciel sereno, rappresentò l’artista nuovo in grado di stupire le folle e di affascinare i colleghi, anche quelli più esigenti. Gli autori di questo libro appartengono a due generazioni diverse, una cresciuta con il mito dei Beatles, l’altra con quello di Vasco Rossi. Senza voler essere irriverenti nei confronti di nessuno, Paganini è, per così dire, il “padre” di tutti i miti. Un artista nel senso più moderno del termine, capace di autopromuoversi, di influenzare la moda, di volgere a proprio vantaggio (pur con qualche eccezione) leggende e dicerie. Oggi i giovani affollano stadi e piazze abbandonandosi ad una ritualità rigorosamente predeterminata. Allora spettatori di tutte le età gremivano i teatri accettando persino la maggiorazione dei prezzi pur di non mancare a quello che era “l’evento”.
In questo libro, dunque, s’intende raccontare il fenomeno Paganini che è di straordinaria attualità.
Gli autori hanno immaginato un percorso nella vita e nell’arte del grande musicista, tenendo conto delle testimonianze, delle lettere, dei documenti, recuperando con il dovuto distacco anche le leggende e, soprattutto, rileggendone la musica. Hanno cercato di ricostruire una personalità complessa, di restituire la figura di un musicista a tutto tondo, virtuoso, ma non solo: compositore, didatta, direttore d’orchestra. Un artista completo cui mancò forse il tempo per riuscire ad esprimere davvero tutto ciò che aveva in animo. Aveva programmato con una capacità organizzativa tutta genovese la propria carriera. Fu conscio dei suoi strabilianti mezzi. Ma, probabilmente, sopravvalutò il proprio fisico. Non aveva fatto il patto con il diavolo e la morte gli impedì di portare a termine il suo progetto. La sua musica rimase in gran parte inedita. Per molti, erroneamente, fu una meteora destinata a svanire, dopo aver stregato il mondo intero. In realtà, la sua personalità e la sua musica (via via riscoperta e rivalutata) mantengono intatto il loro fascino, resistendo all’usura del tempo. Un mito, appunto.
 


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