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Niccolò Paganini
Un genovese nel mondo
di Roberto Iovino e Francesca Oranges
1. I primi anni a Genova
Era un inverno alquanto gelido quello del 1782. Il 29 e 30 ottobre a Cornigliano
e a Sestri Ponente per le strade s’era formata una lastra di ghiaccio; la
domenica successiva, il 3 novembre, i monti intorno alla città erano imbiancati
di neve. Spirava una fredda tramontana, ma il rigore del tempo non fermava certo
il lavoro in porto. Il 27 ottobre, domenica, il traffico marittimo era stato
particolarmente intenso. Gli “Avvisi” del 2 novembre segnalano l’arrivo di nove
navi fra liuti, gozzi e pinchi con merci varie, dal vino al grano, dall’amido e
la manna a manufatti di cotone, di rame e carte stampate.
Genova viveva l’ultima stagione della sua gloriosa Repubblica. Nel 1768, proprio
l’anno prima della nascita ad Ajaccio di Napoleone Bonaparte, aveva dovuto
cedere la Corsica ai Francesi. E gli ultimi anni del XVIII secolo avrebbero
visto la città al centro di un intricato intreccio politico.
Era tuttavia una città orgogliosamente ricca di fermenti sociali e culturali
oltre che commerciali. Vi prosperavano gli studi universitari, l’Accademia degli
Addormentati godeva di alto prestigio, le ricerche scientifiche progredivano.
Nel 1784 Giuseppe II, in visita privata a Genova, volle ispezionare le corsie
dell’ospedale di Pammatone che si era conquistato una notevole fama a livello
internazionale.
Il 27 ottobre 1782 nasceva Niccolò Paganini, da Antonio e Teresa Bocciardo, in
via Fossa del Colle (divenuta poi Passo di Gattamora, 38), non distante dal
Teatro Sant’Agostino che proprio in quell’anno aveva proposto due prime
cittadine di Domenico Cimarosa (Giunio Bruto) e di Giovanni Paisiello (La
disfatta di Dario), i maggiori operisti italiani dell’epoca. L’opera era lo
spettacolo musicale di maggior richiamo. Ma musica se ne faceva anche nelle
chiese, ornamento delle grandi solennità religiose che si celebravano in San
Lorenzo, alle Grazie, alle Vigne.
I Paganini erano originari di Carro, un piccolo borgo oggi in provincia di La
Spezia. Antonio (in realtà Francesco Antonio Maria, nato a Genova nel 1754)
aveva sposato Teresa, di quattro anni più giovane di lui, nel 1777. Dalla loro
unione sarebbero nati sei figli: Carlo Benedetto (1778), Biagio Gio. Batta
(morto a solo un anno, nel 1781), Niccolò, Angela (morta a due anni, nel 1786),
Giulia Nicoletta (1786) e Paola Dominica (1788).
Si racconta che all’età di sei anni Niccolò sfuggì ad una sepoltura prematura:
dopo un attacco di morbillo venne considerato morto, fu avvolto in un sudario e
si preparò la veglia funebre; il bimbo fece per sua fortuna un piccolo movimento
che gli salvò la vita.
Dagli Atti di Stato Civile e nei censimenti anteriori al 1785, risulta che
Antonio era ligaballe, cioè un imballatore di porto. Dopo tale data viene citato
con la qualifica di teneur d’amandolins e poi jouer d’amandolins.
Per arrotondare le entrate si era, dunque, dedicato al commercio, occupandosi
anche di strumenti musicali e dando prova di buone doti imprenditoriali che gli
consentirono, ad esempio, di acquistare una piccola proprietà a Romairone, in
val Polcevera, sulle alture di Genova. Il rapporto fra Niccolò e il padre non
fu, probabilmente, facile, almeno attenendosi alle testimonianze del violinista.
Il ragazzo mal si adattava alla disciplina rigida cui lo sottoponeva il
genitore:
Non si può facilmente immaginare
un padre più severo di lui: quando non gli sembravo abbastanza diligente, con la
fame mi costringeva a raddoppiare i miei sforzi, così che ebbi molto a patire
fisicamente e la mia salute cominciò a risentirne.
Tuttavia, proprio dal padre, Niccolò
avrebbe appreso non solo i primi rudimenti musicali, ma anche una certa capacità
amministrativa e manageriale che si sarebbe rivelata preziosa nella sua futura
carriera.
L’infanzia dei grandi artisti è spesso avvolta nella leggenda. Le notizie sono
sovente vaghe e talvolta persino alterate dagli stessi interessati. Paganini,
come è noto, cercò anche di ringiovanirsi di due anni chiedendo all’amico Germi
di falsificare l’atto di battesimo! Con tali premesse è chiaro che non sarà
sempre conveniente appoggiarsi a Paganini per avere indicazioni sulla sua vita e
la sua carriera.
Anche il giudizio fortemente negativo sul padre va, pertanto, assunto con molta
prudenza.
Con cinque anni e mezzo – si
legge ancora in una sua nota autobiografica – imparai il mandolino da mio padre,
sensale di commercio. Circa a quel tempo il Salvatore venne in sogno a mia madre
dicendole che le domandasse qualche grazia ed ella gli chiese che suo figlio
diventasse un gran suonatore di violino, lo che fu concesso. A sette anni
appresi i primi elementi di violino dal padre ch’era d’orecchio disarmonico, ma
appassionato per la musica; in pochi mesi fui già capace di eseguire qualche
pezzo di musica a prima vista.
All’epoca c’era la tendenza a imitare
Mozart e farsi passare per enfant prodige. E il sogno premonitore (per di
più materno!) aggiungeva quel pizzico di benevola fatalità che in una nota
autobiografica stesa al momento di partire per la grande avventura europea
poteva fare un certo effetto.
Al di là delle date e delle possibili contraffazioni, certo è che Niccolò iniziò
a studiare prestissimo mandolino e chitarra. La chitarra, strumento assai
popolare e che certamente era diffuso nei carruggi genovesi, sarebbe
rimasta poi carissima all’artista per tutta la vita, segnando profondamente la
sua produzione: non solo per la frequente presenza in veste solistica o come
accompagnamento, ma anche per certe tecniche di supporto (in campo orchestrale)
di chiara discendenza “chitarristica”.
Successivamente, Niccolò (e il fratello Carlo, anch’egli futuro musicista) passò
al violino. Antonio seguì attentamente i primi passi musicali dei figli, forse
con eccessivo rigore, certamente con la lodevole consapevolezza di aver generato
un talento fuori del comune.
Non è noto quando Paganini ne entrò in possesso, ma probabilmente da ragazzino
ricevette dal padre in dono un violino piccolo di Gerolamo e Antonio Amati che
rimase di proprietà della famiglia anche dopo la morte dell’artista. Intorno a
questo violino, attualmente di proprietà di un privato, c’è incertezza. Il 15
maggio 1933 il liutaio di Cremona Gaetano Sgarabotto firmò la seguente
dichiarazione di autenticità:
Io sottoscritto dichiaro che il
violino piccolo di proprietà del Barone Attilio Paganini segna la misura esatta
di cm 29, fondo di un sol pezzo di Acero Nobilis con venatura stretta molto
marcata, piano Armonico regolare, fibra allargata a parte della quarta corda
(sol). Riccio con manico originale di misura quasi normale, legno senza venatura
di Acero campestre. Vernice ambra scura tutta originale (senza ritocchi).
Detto strumento da me autentificato per un Hieronymus Amati, Cremonen Andrea
Fil. F. 1672 circa. Detto strumento apparteneva al Grande Violinista Paganini
Nicolò.
L’affermazione sopraccitata di Sgarabotto
sembra tuttavia contrastare col fatto che Paganini fece probabilmente innestare
sul suo violino piccolo un manico più lungo, come conferma il liutaio Claude
Lebet nel suo volume L’Arte del violino. È dunque questo il violino su
cui Niccolò iniziò a studiare o si tratta di altro strumento, sia pur sempre di
sua proprietà? Esistono inoltre alcuni dubbi sulla attribuzione ad Amati: è uno
strumento del ’600, ma gli esperti sono divisi circa l’effettiva paternità. Il
violino rimase comunque di proprietà della famiglia Paganini fino agli anni ’70
del ’900 quando fu venduto a privati.
Poco si sa dei maestri genovesi di Paganini. Egli stesso dichiarò al Lichtenthal
e successivamente allo Schottky di aver preso una trentina di lezioni in sei
mesi da Giacomo Costa, di cui parlò con affetto non risparmiando tuttavia
qualche critica al suo modo di tirare l’arco.
Costa (nato nel 1761) fu un nome autorevole nella Genova del tempo: attivo come
violinista, come didatta, come compositore, particolarmente impegnato nelle
esecuzioni nell’ambito delle funzioni ecclesiastiche che all’epoca erano
frequenti e assai articolate.
Accanto a Costa, Paganini citò più volte anche Francesco Gnecco, celebre
operista, la cui Prova di un’opera seria ebbe una certa fortuna al di
fuori delle mura cittadine.
[…] Mi trovavo spesso insieme al
mio illustre concittadino Francesco Gnecco che influì alquanto sulla mia cultura
musicale […].
Così dichiarò Paganini allo Schottky. E
l’affermazione è decisamente importante perché attribuisce a Gnecco una funzione
assai diversa rispetto a quella di Costa o del fantomatico Giovanni (o
Alessandro) Cervetto (o Servetto), violinista attivo a Genova, forse, appunto
maestro di Paganini, del quale tuttavia non si sa, allo stato attuale, quasi
nulla.
Gnecco dovrebbe aver influito su Paganini sul piano del gusto musicale,
dell’interesse formale, non su quello tecnico.
Genova viveva, intanto, mesi difficili. Dopo la rivoluzione francese, la
Repubblica genovese aveva assunto una posizione neutrale, rifiutando la
richiesta del re di Sardegna Vittorio Amedeo III di aderire ad un’alleanza fra i
governi italiani, ma nello stesso tempo cercando di mantenere le distanze dai
rivoluzionari francesi. Nell’ottobre 1793 due navi inglesi ancorate in porto
assalirono e depredarono la fregata francese “Modeste”. L’incidente era stato
provocato per costringere Genova a scendere in campo, rinunciando alla propria
neutralità e schierandosi a fianco di Austria, Inghilterra e Piemonte contro la
Francia. Genova preferì, però, pagare quattro milioni di lire e comporre la
vertenza. Ma la crisi era alle porte.
Paganini, insomma, compì i suoi primi passi violinistici in una città scossa da
una crisi profonda, destinata a cambiarne per sempre l’assetto politico e
sociale.
Intorno agli undici, dodici anni, Paganini tenne i suoi primi concerti pubblici
importanti. All’epoca, come si è detto, erano frequenti le esecuzioni nelle
chiese ed è per questo che troviamo il giovane Niccolò nella chiesa di San
Filippo o alle Vigne, suscitare la generale ammirazione del pubblico. Di tanto
in tanto anche i principali palcoscenici lirici si aprivano ad accademie: erano
concerti variamente articolati, con il coinvolgimento di artisti differenti,
cantanti e strumentisti insieme. Genova poteva vantare alcuni virtuosi di primo
piano: Giovanni Battista Gambaro (1785/1786-1850), primo clarinetto, per oltre
quarant’anni, presso l’orchestra del teatro Carlo Felice di Genova Lorenzo
Lasagna (1777-1832), celebre fagottista e compositore; Giuseppe Corbellini
(seconda metà del XVIII secolo-dopo il 1865), famoso cornista e insegnante di
canto.
Nelle sue prime esibizioni pubbliche Paganini eseguì musiche dello stesso Costa
e di autori francesi. Conobbe a Genova Rodolph Kreutzer nella casa del marchese
Di Negro suo protettore e lesse alcune pagine del celebre artista francese.
Rode, Kreutzer, Baillot formarono sicuramente il suo primo repertorio. E, alle
loro spalle, c’era Giovanni Battista Viotti.
Ma sugli autori “punti di riferimento” dell’arte paganiniana si avrà occasione
di tornare più approfonditamente.
Si è invece accennato al marchese Di Negro sul quale vale la pena soffermarsi.
Gian Carlo Di Negro (1769-1857) fu fra i nobili più illuminati nella Genova del
tempo. Letterato e poeta, appassionato versificatore, patriota convinto, amico
di Mazzini, amava circondarsi di uomini illustri nel mondo dell’arte. Nel 1802
acquistò la Villetta, che divenne un centro di riferimento per la cultura non
solo genovese. Ospitò artisti come Manzoni, Monti, Canova, Guerrazzi, D’Azeglio,
Berchet, Byron, Stendhal, Dickens e Balzac.
Nel 1825 avviò la consuetudine di inaugurare periodicamente busti in onore di
illustri personalità della cultura umanistica e delle scienze. Soggiornò a lungo
a Vienna e in altre importanti capitali, come Parigi, Londra, Madrid. La sua
biblioteca fu ricchissima e Paganini, ammesso sin da giovane nella sua casa e
legato a lui da un’amicizia durata tutta la vita, ebbe certamente l’opportunità
di consultarla.
Il 31 luglio 1795, Paganini tenne un applaudito concerto al teatro di Sant’Agostino.
La Gazzetta di Genova dava così la notizia:
Venerdì prossimo venturo vi sarà
Accademia nel teatro di Sant’Agostino. Questa verrà data da Nicolò Paganini
genovese; giovinetto già noto alla sua patria per la sua abilità nel maneggio
del violino. Avendo egli determinato di portarsi a Parma per perfezionarsi nella
sua professione sotto la direzione del rinomato professore Signor Rolla, e non
avendo al caso di supplire alle molte spese a ciò necessarie, ha immaginato
questo mezzo per farsi coraggio e pregare i suoi Compatrioti a voler contribuire
a simile suo progetto, invitando ad intervenire a questo trattenimento che spera
debba riuscir di loro gradimento.
Lo stesso Paganini dichiarò allo Schottky
che in quell’occasione eseguì la Carmagnola con variazioni per violino e
chitarra M.S.1. In realtà recenti studi hanno messo in dubbio questa
affermazione.
La Carmagnola era un inno rivoluzionario francese che, con qualche
variante melodica, era arrivato a Genova intorno al 1794 ed era ben conosciuto a
livello popolare. Se lo si cantava per le strade, facendo attenzione a non farsi
scoprire dalla polizia, è difficile pensare che un ragazzino prodigio, in cerca
di favori per potersi recare a studiare fuori Genova, arrischiasse di proporne
in teatro una versione violinistica con variazioni.
È dunque possibile che la prima esecuzione risalga a dopo il 1797, anno della
caduta della Repubblica Genovese.
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