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La pietra dei
Fieschi
di Marco Fezzardi
1
Francoforte, giugno 2003
Hermann Schattner si lasciava trasportare
dal tapis roulant verso l’uscita dell’aeroporto di Francoforte e tamburellava
con le dita nervose sul passamano di gomma nera.
Pensieroso e un po’ irritato si interrogava sulla ragione per la quale aveva
nuovamente accettato di partecipare ad una conferenza organizzata dalla B.D.I.,
Bundesverband Deutscher Industrie, l’associazione degli industriali tedeschi.
Quella mattina si sentiva stanco: si era alzato molto presto, aveva dovuto
sopportare una lunga attesa in aeroporto a causa di un ritardo del suo volo e,
adesso che era giunto a destinazione, lo aspettava una giornata impegnativa.
Quel giorno i suoi ottant’anni gli pesavano davvero. E non ne era felice.
Rifletteva spesso, in simili occasioni di perdita di tempo negli aeroporti,
sulla sua incapacità a rinunciare agli impegni, a diradarli, a delegarne una
parte ai suoi collaboratori.
Riflessioni, tuttavia, che si scontravano con la sua radicata convinzione circa
l’impossibilità di trasferire parti importanti della gestione della sua azienda
al suo management.
Benché da sempre egli applicasse la regola della scelta personale dei quadri e
dei dirigenti, nulla riusciva ad eliminare la certezza di essersi circondato da
un manipolo di inconcludenti parolai.
Pensando a loro non riuscì a reprimere un gesto di stizza: piccoli uomini
costantemente impegnati a redigere relazioni corredate da grafici e dati
statistici incomprensibili; pronti a scannarsi reciprocamente combattendo le
loro battaglie a colpi di e-mail, ostentando la loro eloquenza.
Manager presuntuosi che Hermann Schattner definiva “d’allevamento” per
sottolineare la loro preparazione teorica ma inadeguata, secondo il suo metro di
valutazione, per penetrare nei gangli vitali dell’azienda. Inutili e
sostanzialmente incapaci per la ricerca di soluzioni pratiche a necessità
concrete.
Lui, al contrario, era un uomo di fatti e di decisioni. Rapide ed efficaci.
Il suo cervello correva veloce come quando aveva vent’ anni: l’avanzare della
vecchiaia rafforzava in lui la convinzione di essere probabilmente
insostituibile per la vita dell’azienda che aveva fondato e guidato per quasi
cinquant’anni di faticosa ma brillante attività.
Un ulteriore, fastidioso, pensiero si insinuò fra gli altri: suo figlio Wolfgang.
Alto, biondo, solido ed affidabile, un bell’uomo e, tutto sommato, un buon erede
ma che egli dubitava fosse in grado di continuare egregiamente l’opera del
padre.
Aveva anche il sospetto che il figlio gli nascondesse qualcosa di importante.
Subiva la sgradevole sensazione di non essere del tutto al corrente di alcuni
delicati conflitti all’interno dell’azienda che temeva il figlio gli occultasse,
forse nel timore della sua reazione dura ed intransigente.
Sì, certamente Wolfgang lo considerava un vecchio testardo che con l’avanzare
dell’età consolidava la rigidità delle sue posizioni. Non lo reputava più un
interlocutore alla pari e, probabilmente, indugiava a lungo prima di riportargli
certi fatti.
Questo non gli piaceva, ma forse Wolfgang aveva ragione.
Hermann Schattner si rendeva conto di agire, a volte, in maniera
irragionevolmente testarda e di insistere infinite volte sullo stesso punto: ma
se ne accorgeva troppo tardi. Ogni volta si riproponeva di comportarsi con
minore rigidità, ma alla successiva occasione ci ricascava.
E allora i suoi proponimenti si ribaltavano e si arroccava con ancora maggiore
solitudine e ferocia sulle sue convinzioni e sulle sue idee.
In quelle occasioni, sempre più frequenti, purtroppo, l’espressione di suo
figlio Wolfgang tradiva tutto il disappunto e la delusione derivante dal
condurre con suo padre un dialogo impossibile.
Hermann Schattner interruppe bruscamente le sue riflessioni.
Era arrivato all’uscita dell’aeroporto e una folata di vento freddo l’aveva
costretto a fermarsi e ad alzare il bavero del suo impermeabile beige.
Si guardò intorno alla ricerca di un taxi e ne vide uno fermo ad una certa
distanza.
Si innervosì non riuscendo a distinguere se l’auto fosse già occupata. Si
sistemò meglio gli occhiali sul naso, strizzò gli occhi fino a ridurli ad una
fessura, ma non riuscì a mettere a fuoco l’immagine. Aveva sperimentato più
volte che la sua vista andava peggiorando.
Come al solito rifiutò di accettare un qualsiasi segno di debolezza fisica,
scosse le spalle e si avvicinò con passi decisi al taxi.
L’autista uscì dalla vettura ed aprì la portiera posteriore; Hermann Schattner
si sistemò sul sedile, soddisfatto di trovarsi in un posto comodo e riscaldato.
Comunicò al taxista l’indirizzo dell’Associazione e si rituffò nei suoi
pensieri.
Mentre il taxi si faceva strada a fatica nel traffico congestionato dell’ora di
punta mattutina di Francoforte, i pensieri di Hermann Schattner, in uno stato di
piacevole torpore, diventavano più leggeri; gli tornavano alla mente in maniera
confusa i tanti volti del suo passato: immagini di persone che aveva incontrato
nel corso degli anni e che avevano rappresentato un momento significativo della
sua esistenza.
Il colonnello Hill, per esempio.
Se lo vide davanti, alto e dinoccolato, con gli occhialini rotondi a nascondere
i piccoli occhi miopi, così irrequieto ed impacciato che non sapeva mai dove
posare le sue grandi mani.
Era un ufficiale americano, arrivato in Europa alla fine della guerra, quando i
suoi compagni avevano già combattuto e tanti erano morti. Si aggirava per la
caserma sempre a disagio e sembrava sentirsi ovunque fuori posto.
Un gran corrotto, il colonnello Hill, ed era stato particolarmente facile
convincerlo ad aiutarlo ad imbarcarsi sulla motonave Aurora diretta in
Argentina. Davvero un gioco da ragazzi.
Era bastato mostrargli un modesto gruzzolo d’oro e le sue labbra sottili si
erano distese in un avido sorriso. Il sorriso del colonnello Hill… L’aveva poi
re-incontrato a Stoccarda, un paio d’anni più tardi, e lì era iniziato il
periodo dei grandi affari. Il colonnello gestiva una parte dei fondi destinati
alla ricostruzione previsti dal Piano Marshall: un incontro formidabile...
Quello fu l’inizio della sua grande fortuna: la fondazione della Bauwerke
Stuettgart, i primi passi di un’inarrestabile ascesa verso il successo.
Poi il volto del colonnello svanì dai ricordi di Hermann Schattner per lasciare
il posto al viso angosciato di una ragazza di diciassette anni che lo fissava
con gli occhi pieni di paura. Schattner si passò veloce una mano sulla fronte e
chiuse gli occhi con forza.
L’immagine sparì e si confuse con i lineamenti duri dell’ispettore Trennen.
Era il 1953, Schattner aveva capito che la Germania dell’Est poteva
rappresentare una miniera inesauribile di ottimi investimenti. Ma in quegli anni
bisognava agire con la massima cautela e fu Trennen ad insegnargli come
districarsi nel complicato labirinto dell’apparato burocratico comunista.
Fu un grosso affare per entrambi, ma Trennen alcuni anni più tardi venne
accusato di essere una spia al servizio degli inglesi. Schattner non seppe più
nulla di quel prezioso collaboratore e pensò che non fosse molto prudente
andarlo a cercare.
Intanto la Bauwerke Stuettgart cresceva e si consolidava e davanti agli occhi
chiusi di Schattner si materializzò il volto orgoglioso e sorridente del dott.
Kueng, che ammirava soddisfatto le prime Trabant scintillanti che uscivano dal
nuovo stabilimento di Zwickau. Quell’appalto per la costruzione del più grande
stabilimento automobilistico della Germania Democratica rappresentò il vero
salto di qualità per la società di Schattner: ancora adesso lo prendeva una
sorta di vertigine, un impeto di euforia e di orgoglio al ricordo del suo più
grande successo professionale.
Poi la sua mente si affollò dei volti e delle parole di tanti uomini politici
tedeschi dell’Est e dell’Ovest che lo volevano coinvolto nelle mediazioni per la
riappacificazione delle due Germanie. E lui, Schattner, faceva il giocoliere
della diplomazia e si divincolava con maestria fra le parti, sempre presente al
momento giusto nel posto giusto.
Come nel 1989 quando le sue ruspe e i suoi scavatori erano già pronti al di là
del muro prima della sua caduta. Schattner si crogiolava nei ricordi felici dei
suoi successi quando un’immagine penosa gli saettò nella mente: la fucilazione
di un gruppo di giovani sfiniti che guardavano con occhi ancora pieni di sfida i
fucili puntati contro di loro.
“Ludwigstrasse. Siamo arrivati, signore”.
Schattner sobbalzò e cercò in fretta una banconota per pagare la corsa. Uscì
irritato dal taxi e, mentre entrava nel portone dell’Associazione, si ripeté
ancora una volta che era stata una pessima idea accettare l’invito a quella
conferenza.
Alla sede della B.D.I., al diciannovesimo piano di uno dei molti grattacieli
sulla Ludwigstrasse di Francoforte, il professor William Martins si apprestava
ad iniziare la sua conferenza sull’impiego del titanio alla luce delle più
recenti ricerche scientifiche che ne avevano evidenziato le sorprendenti
potenzialità applicative nel campo della meccanica industriale.
La sala era già gremita e un mormorio discreto si diffondeva tra i numerosi
partecipanti che attendevano l’inizio della conferenza. Schattner entrò a testa
bassa e senza guardarsi intorno si sedette nella prima poltroncina libera. Poi
si sbottonò appena l’impermeabile, alzò gli occhi e diede un’occhiata in giro.
Tanti giovani, notò con un certo stupore, tante facce sconosciute.
In un angolo un gruppo di anziani imprenditori stava chiacchierando in piedi: li
conosceva tutti e sapeva perfettamente di cosa stavano parlando: i vecchi tempi
ricordati con nostalgia, le difficoltà del presente, le incomprensioni con i
giovani dirigenti, i sindacalisti, gli operai, le nuove tecnologie.
Uno di loro riconobbe Schattner e gli fece un cenno per invitarlo ad unirsi al
gruppo: ricambiò il saluto ed alzando il polso indicò il suo orologio per far
capire che non intendeva alzarsi perché la conferenza stava per iniziare.
In fondo alla sala, infatti, era apparso il professor Martins che si era
avvicinato al tecnico che stava controllando al computer il programma per la
proiezione di immagini durante la conferenza.
“Lo impostiamo in automatico, professore?”.
“Sì, però lasci anche il manuale. Va bene un’immagine al minuto ma voglio la
possibilità di fermarlo”.
“Ok, così dovrebbe essere a posto. Quando vuole può cominciare, professore”.
“Grazie mille”.
Dopo i ringraziamenti di rito agli organizzatori della conferenza ed ai
partecipanti, il professor William Martins entrò subito in argomento: “Alcune
grandi industrie europee ed americane, come la Titaniunwerk o la Irontitanio,
hanno contribuito con le loro ricerche al raggiungimento dei risultati di cui
parleremo oggi. In queste industrie il titanio viene lavorato per il suo impiego
nei settori tradizionali; stiamo parlando, naturalmente, dell’industria
aeronautica ed aerospaziale ma anche della fabbricazione di oggetti di uso
comune: biciclette, per esempio, occhiali e soprattutto computer portatili.
Vorrei però fare un passo indietro. Un’analisi più specifica della composizione
di questo materiale vi potrà far capire perché si è arrivati ad ipotizzare nuovi
potenziali utilizzi di questo versatile metallo…”.
“Tutti loro sapranno certamente”, continuò il professore, “che il titanio è
l’elemento chimico della tavola periodica degli elementi che ha come simbolo Ti
e come numero atomico il 22. È resistente alla corrosione, è forgiabile,
saldabile, ha una bassissima dilatazione termica, una durata quasi illimitata ed
è totalmente riciclabile: queste doti lo rendono una materia prima di
straordinaria importanza in numerosissimi settori industriali. Ho fatto cenno,
prima, all’industria aeronautica, ad esempio per la costruzione dei carrelli di
atterraggio e per i supporti dei motori, a quella spaziale, la costruzione dei
missili e delle capsule, ma vorrei anche ricordare il suo impiego per la
sostituzione di ossa e cartilagini ed in architettura: per la costruzione del
Guggheneim Museum di New York, ad esempio, se ne utilizzarono ben quarantamila
mq in uno spessore di 0,38 millimetri. Accanto a così tante straordinarie doti,
signori, il titanio ha un difetto: è molto costoso”.
Il professor Martins percepì il brusio di conferma del suo attento uditorio.
“E ciò dipende”, proseguì, “dall’elevato grado di complessità del processo di
purificazione in quanto, normalmente, esso non si fa trovare in forma elementare
bensì, sotto forma di ossidi, nell’ilmenite e nel rutilo. Ma questo problema
sembra in via di soluzione: il metodo FFC-Cambridge, se saprà confermare i
risultati finora prodotti in via sperimentale, ridurrà del 70% i costi di
purificazione del titanio. ...Scavate nel vostro giardino”, concluse William
Martins, in tono sorridente, “è facile presumere un’incredibile impennata della
domanda... e del suo valore...”.
Schattner guardava assorto il Professore e stava pensando che quel suo modo di
parlare gli ricordava qualcosa o qualcuno…
Dopo alcuni secondi l’immagine dell’oratore perse i suoi contorni e la mente di
Schattner si perse un’altra volta nei meandri inesauribili dei suoi ricordi.
La voce di William Martins gli giungeva sempre più lontana e incolore, mentre si
addentrava nei sentieri nebbiosi della sua memoria.
Forse si assopì, forse restò immerso nei suoi pensieri a lungo e quando recuperò
il senso della realtà il professor Martins stava concludendo la sua lunga
conferenza.
“Eccoci giunti al termine della nostra esposizione. Mi rendo conto, signori, che
l’argomento che abbiamo trattato è complesso e strettamente connesso a tematiche
tecnologiche altamente specialistiche, pertanto lascerei gli ultimi dieci minuti
della conferenza a disposizione del pubblico per un breve dibattito. Sono pronto
ad ascoltare le vostre osservazioni ed a rispondere alle vostre domande”.
Un giovane imprenditore alzò con slancio la mano verso l’alto e William Martins
lo invitò con un cenno del capo ad intervenire.
“Professore, vorrei che lei ci dicesse qualcosa di più sulle prospettive di
sviluppo del metodo FFC-Cambridge che, a quanto sembra, è un procedimento
innovativo che consentirà di abbattere i costi della produzione del titanio”.
“Certamente”, William Martins riprese nuovamente l’argomento, lo illustrò con
scrupolosa attenzione dei più minuti particolari e concluse: “Si tratta del
sistema applicativo più innovativo e, tra quelli fino ad oggi sperimentati,
quello che fa presumere, con un sufficiente grado di probabilità, che le
possibilità di utilizzo di questo nobile minerale aumenteranno in modo
esponenziale nel giro di pochissimi anni”.
“Penso di poter affermare con sufficiente tranquillità”, disse il professor
Martins dopo una pausa di effetto, “che il metodo FFC-Cambride rivoluzionerà
molti dei più comuni processi produttivi dell’industria meccanica garantendo un
impulso insperato alle economie dei paesi che sapranno utilizzarlo”.
“Questo potrà costituire un fattore di freno all’aggressività delle economie
dell’Est asiatico?” Chiese una voce dalla platea.
“Benché sia indotto a pensarlo”, rispose il professore, “non mi sembra
scientificamente corretto dichiararlo; l’unico aspetto che mi pare ragionevole
prevedere nello scenario del futuro più prossimo, come già detto, è il balzo del
prezzo del titanio sui mercati internazionali”.
Il professor William Martins rispose ancora ad alcune domande, quindi proseguì
verso la conclusione della proiezione delle slide e della sua esposizione.
“Permettetemi di aggiungere”, disse ancora, ma in tono più leggero, ed
arrestando con il mouse la proiezione, “che, benché molto di rado, in presenza
di alte concentrazioni di rutilo, da cui principalmente il titanio si ricava, si
trova anche una curiosa combinazione mineralogica; ecco, la pietra che vedete
ora sullo schermo è la combinazione di sesquiossido di antimonio e ossido di
mercurio, con sigla Hg2 Sb2O7. Si tratta di una specie di spia”, concluse il
professore, “nel senso che, sebbene non sia vero il contrario, la sua presenza
garantisce quasi in assoluto quella del rutilo, da cui il titanio si ricava”.
Hermann Schattner vide la pietra descritta da Martins ed ebbe la sensazione che
essa appartenesse alla sua memoria, che il suo ricordo fosse radicato nel suo
passato personale.
Di fronte all’ultima diapositiva, per un attimo, i suoi sensi furono avvolti dal
tepore di una luminosa primavera mediterranea e il suo respiro si inebriò del
profumo persistente della lavanda e del rosmarino…
Suo figlio Wolfgang l’avrebbe probabilmente creduta un’ulteriore stranezza di un
vecchio lunatico ma Hermann Schattner era sicuro di sapere dove avrebbe dovuto
scavare.
Forse ne era valsa la pena di venire a Francoforte, concluse Schattner con un
piccolo sorriso di soddisfazione.
2
Milano, novembre 2003
La signorina Monica, fasciata in uno dei
suoi abituali tailleurs antracite, si avvicinò al grande tavolo rettangolare
posto in un angolo dell’ampio open space, studio/atelier dell’architetto
milanese professor Giorgio Monzani.
L’architetto, titolare della cattedra di Progettazione Ambientale all’Università
degli Studi di Milano, alternava l’attività didattica, poco impegnativa ma
lautamente retribuita, alla libera professione, per l’esercizio della quale
aveva, alcuni anni addietro, restaurato un ampio locale ex magazzino sui vecchi
Navigli milanesi; l’operazione si inseriva in un più ampio piano di recupero
urbanistico che egli stesso aveva seguito per conto del Comune e rispetto al
quale non erano mancate critiche giornalistiche e seppur timidi dubbi
giudiziari.
Lo studio/atelier trasudava sofisticata informalità, un minimalismo falso
francescano teso all’esaltazione degli unici oggetti in evidenza: i plastici di
alcuni importanti progetti posti su raffinati piedistalli di plexiglass. Alle
pareti, alcuni disegni.
Per il resto essenzialità: un’ampia libreria bianca modello “Billy–Ikea”
stracolma di volumi in ricercato disordine, due lunghi tavoloni da mensa
conventuale sui quali lavoravano giovani apprendisti e, appunto, l’ampio tavolo
rettangolare nell’angolo accanto alla vetrata.
Insomma, la sensazione che l’architetto Monzani voleva far percepire ai suoi
sempre numerosi ospiti/committenti era quella della bottega di un bravo
artigiano piuttosto che lo studio di un affermato professionista.
L’abbigliamento ed il portamento dell’architetto non contrastavano con
l’atmosfera dell’atelier.
Studiata informalità, voluta disattenzione verso i comuni canoni dell’eleganza
convenzionale dei suoi quotidiani interlocutori; ostentazioni, per la loro
percepibile sofisticazione, ai limiti della caduta di stile.
La signorina Monica, fedele ed indispensabile segretaria e contabile
dell’architetto da circa quindici anni, non si era mai abituata del tutto
all’atmosfera imposta.
La sua diversa, modesta, provenienza di ceto non le permetteva di rinunciare
appieno al modello ed al comportamento che fin da ragazza associava a
determinati, e quasi insperati, ruoli di prestigio.
Considerava, non senza ragioni, il suo come un impiego non banale, raggiunto a
fatica e conservato con tenacia e, come tale, da onorare quotidianamente anche
con l’adeguato tailleur antracite.
La signorina Monica posò sull’ampio tavolo rettangolare, sotto il fascio
luminoso di un lampada, un consistente rotolo di fogli di carta.
“Può andare, grazie Monica”, disse l’architetto cercando, tra gli altri, il
primo rotolo da mostrare ai suoi ospiti mentre la segretaria si congedava con il
suo personale mesto sorriso.
Al tavolo, oltre all’architetto Monzani, sedevano Hermann e Wolfgang Schattner,
padre e figlio, il dottor Nico Albertini ed il geometra Ettore Caligaris.
I signori Schattner erano giunti allo studio dell’architetto attraverso il
dottor Albertini.
Questi era a capo di una nota ed affermata società di consulenza ed assistenza
ad imprese ed enti pubblici in materia di avvio e realizzazione di progetti di
marketing territoriale, internazionalizzazione dei processi produttivi e,
soprattutto, di progetti comunitari.
Lo Studio Albertini & Associati aveva maturato una pluriennale esperienza in
quest’ultimo settore e vantava un’ottima percentuale di successo. In altre
parole, sapeva come muoversi nei corridoi e nelle stanze di Bruxelles ed Hermann
Schattner aveva potuto apprezzarne le qualità in occasione di precedenti
iniziative portate a buon fine grazie anche alle competenze specifiche dello
Studio Albertini.
“Signori, queste sono le tavole di massima del progetto”, esordì l’architetto
srotolando le prime carte, “è stato necessario un sorvolo in elicottero per
consentire una serie di riprese dall’alto; il paese è praticamente coperto dai
rovi e solo così è possibile avere un’idea un po’ più precisa della sua
estensione e, soprattutto, delle reali condizioni attuali dei manufatti”.
“Il geometra Caligaris ha effettuato un sopralluogo e qui abbiamo un ottimo
reportage fotografico nonché una dettagliata relazione tecnica”, continuò
l’architetto, “spero che abbiate la consapevolezza che quello che intendete
acquistare è solo un potenziale diritto a ri-costruire”, aggiunse rivolto ai
signori Schattner, “perché parlare di proprietà immobiliari mi sembra un po’
azzardato. E spero anche abbiate considerato che il valore commerciale dei
terreni circostanti è praticamente nullo, che i vecchi muri in pietra che
consentivano di ottenere qualche piccolo campo pianeggiante sono praticamente
tutti crollati, le foto scattate dal geometra sono eloquenti, e che la sola
ricerca dei proprietari dei manufatti e dei terreni sarà, di per sé,
un’operazione lunga e costosa”.
“A questo penserà il notaio, Giorgio”, lo interruppe il dottor Albertini, “sei
sempre troppo scrupoloso nel mettere in guardia i tuoi potenziali clienti, ma
questo ti fa onore e spero tranquillizzi i signori Schattner circa la
professionalità necessaria per la complessità dell’operazione”.
“Non credo che troveremo un notaio disposto a questo lavoro di ricerca; penso
sia meglio affidarsi a Caligaris ed utilizzare il notaio solo per i rogiti
finali, anche se”, proseguì l’architetto, “la complessità dell’operazione non
muta, che la esegua un notaio o un geometra”.
Hermann Schattner guardava con compito interesse gli elaborati e le foto che
Monzani aveva srotolato sul tavolo.
Dimostrava una buona comprensione dell’italiano ed un’altrettanto soddisfacente
capacità di esprimersi; certo, l’intonazione tradiva le sue origini e gli
accenti sbagliati erano quelli tipici di chi ha iniziato da poco lo studio della
lingua o non la pratica da molto tempo; quando si scopriva sprovvisto del
vocabolo o del verbo necessario per completare le sue frasi o per accertarsi di
essere stato capito utilizzava un buon inglese.
Wolfgang, al contrario, doveva accontentarsi di qualche breve e riassuntiva
traduzione del padre ma, per la verità, non sembrava né particolarmente
dispiaciuto della sua forzosa estraneità alla conversazione né particolarmente
interessato alla vicenda.
Risultava quasi un accompagnatore, un paziente ed accondiscendete figlio che
accontenta lo stravagante capriccio del vecchio padre.
“La fase preliminare è soddisfacente”, esordì il vecchio tedesco, “molto utili
sia le riprese aeree che le fotografie del geometra, complimenti. Desidero,
architetto, che ogni parte del progetto evidenzi costantemente i due elementi
fondamentali dell’intervento: il massimo rispetto filologico, architettonico,
storico e ambientale dei luoghi e l’impiego delle più avanzate tecnologie
conosciute per tutti gli aspetti da affrontare: tecniche costruttive, impiego di
materiali, fonti energetiche, disposizione degli ambienti interni, campi
magnetici. Per il collegamento con il fondovalle desidero riflettere ancora un
po’: le dirò che la sua idea del people mover/funicolare su rotaia non mi
convince del tutto, soprattutto per l’impatto estetico sul monte e per il
sacrificio da imporre al castagneto. Pensiamoci ancora”.
“Non dobbiamo trascurare il fatto che si tratta del primo intervento in Europa,
più probabilmente nel mondo, con tali caratteristiche”, precisò Albertini,
“credo che i funzionari di Bruxelles siano più sensibili agli elementi
innovativi che alle preoccupazioni di risparmio. Consideri ancora che
l’Obiettivo 4, Misura High Tech Village, premia le possibilità di replica
dell’intervento: insomma si tratta del classico progetto pilota e tutti abbiamo
interesse a che sia un fiore all’occhiello, per ognuno di noi e per i propri
settori di attività. Il reperimento delle risorse finanziarie, quindi, deve
essere un problema secondario”.
“Il geometra Caligaris ha preparato, molto diligentemente, un’ottima relazione
tecnica sullo stato attuale e sulla situazione ante abbandono di Campofreddo,
desidererei che i signori Schattner la leggessero con attenzione”, proseguì
l’architetto Monzani, “credo che, prima di valutare se qualsiasi proposta
progettuale sia o no in linea col rispetto storico dell’abitato, tutti dobbiamo
conoscere nel migliore dei modi possibili la realtà sulla quale vogliamo
intervenire”.
Hermann Schattner, ascoltando l’architetto, si sorprese leggermente distratto
nella contemplazione della visione dell’esterno che l’ampia vetrata dello studio
gli consentiva.
Piovigginava, e, dai gesti e dalle espressioni dei passanti milanesi, poteva
intuire che si trattava di una pioggerella fitta, fredda e grigia, per la quale
non esistono impermeabili o cappotti ad impedirle di raggiungere l’anima.
Gli parve strano il fatto di trovarsi in Italia in condizioni climatiche così
simili alla sua Stoccarda.
Il passaggio di un tram lo distolse: “Architetto, credo che i due cardini del
progetto, cioè il massimo rispetto e recupero dell’anima architettonica del
villaggio, da una parte, e il più alto livello di innovazione tecnologica,
dall’altra, debbano procedere assieme; forse non sono stato sufficientemente
chiaro: desidero, anzi pretendo, che questo sia davvero un intervento, e non mi
interessa sapere se si tratta della prima volta nel mondo, dove sia possibile
dimostrare che non occorre offendere il passato per esaltare il futuro. Mi
piacerebbe vedere valorizzato ciò che era e renderlo nuovamente funzionale per
attività che verranno. È perché siamo consapevoli della difficoltà
dell’operazione che ci siamo rivolti a lei”.
“La ringrazio per il complimento” disse Monzani.
“Bene”, continuò l’architetto, “propongo di esaminare l’architettura del
progetto attraverso i suoi elementi fondamentali. Anzitutto precisiamone gli
obiettivi”.
“Sappiamo che dobbiamo tendere al massimo recupero dell’esistente; ma questo è
un aspetto prevalentemente tecnico che desidererei affrontare dopo l’analisi che
definirei, forse impropriamente, strategica”.
“Si tratta di argomenti che pensavo aver illustrato con sufficiente chiarezza
nella relazione progettuale consegnata al dottor Albertini per l’analisi di
compatibilità con la misura High Tech Village. Ma li discuto nuovamente
volentieri con lei”, disse Hermann Schattner.
Il professionista percepì un accenno di tensione e di irritazione nello sguardo
del vecchio tedesco. “Penso sia meglio ripassare la lezione a tavola, i signori
Schattner sono in viaggio da stamattina e meritano una pausa: ho prenotato un
tavolo al Gran San Bernardo, in via Borgese; possiamo chiedere a Monica di
chiamare un taxi?”.
Il ristorante scelto da Nico Albertini è, in effetti, un posto da intenditori:
indifferente allo scorrere del tempo e delle mode, accogliente al punto giusto,
è il sito storico della cucina milanese.
L’affermato professionista approfittava delle “colazioni di lavoro” per
prendersi le sue oneste rivincite sul terrorismo dietologico impostogli dalla
moglie.
Sulla soglia dei sessanta, accettava volentieri le conseguenze, anche in termini
di rischi sinistri profetizzati dal suo medico, derivanti dalla testardaggine
del suo livello di colesterolo e se ne infischiava allegramente della necessità
di portare la cinghia dei calzoni sotto la pancia prominente.
Ma, nonostante oltre trent’anni di matrimonio, sua moglie non si rassegnava.
Solo grazie al fatto di possedere una splendida casetta sulle alture di Moneglia
che sarebbe stato un vero delitto non utilizzare in ogni raro momento lasciato
libero dall’impegnativa sua professione, Albertini riusciva a schivare, tra le
innumerevoli rappresaglie anti gastronomiche impostegli dalla consorte, un
periodo, altrimenti obbligatorio, in qualche lager salutista.
Percorsero nel congestionato traffico milanese via De Amicis e fiancheggiarono
la Basilica di Sant’Ambrogio, una delle chiese più antiche di Milano e
storicamente uno fra gli edifici medioevali più notevoli della Lombardia. Una
sosta imposta da un semaforo rosso consentì a Hermann Schattner una veloce
sbirciata al Castello Sforzesco, insieme al Duomo il monumento oggi più caro ai
milanesi.
La vista di due grandi opere architettoniche in pochi metri, seppur in una delle
città italiane meno note sotto questo profilo, lo fece riflettere su quanto poco
si era concesso nella sua pur movimentata vita. Aveva trascurato troppo di
quello a cui, invece, gli sarebbe piaciuto dedicare tempo; ed ora, di tempo,
temeva di averne sempre meno.
Nico Albertini aveva ragione.
Alcuni piatti funzionano meglio delle missioni diplomatiche e anche quella
milanese, se non proprio “mediterranea” come i tedeschi si immaginano tutta la
cucina italiana, sarebbe stata in grado di fare il suo dovere.
Meno rinomata, forse, rispetto ad altre cucine regionali, offre alcuni piatti in
grado di riconciliare anche con giornate di pioggia milanese come quella scelta
dagli Schattner. È una cucina di latte e panna, di formaggio, di ricotta, di
mascarpone e di burro che, come tutta la migliore tradizione italiana, si fonda
sulle ricette della vecchia cucina povera.
I crostini di taleggio con pasta di tartufo furono serviti in attesa del risotto
al prezzemolo e delle foiade con il ragù di carne. Quindi un assaggio di brasato
con le cipolle e l’oca con le verze.
Chiusero maestosamente con uno splendido caulat.
Anche i vini fecero per intero il loro dovere.
Un ottimo Cellatica, bel rosso rubino, asciutto e vivace e un buon Barbacarlo
dell’Oltrepò pavese, rosso rubino intenso, asciutto, robusto, con un particolare
profumo di viola e lampone.
Durante il pranzo le conversazioni, dapprima brevi e centrate sulle
caratteristiche ed origini dei piatti, Albertini era un cultore della cucina
lombarda, si fecero man mano più sciolte ed informali, a tratti cordiali.
Nico Albertini aveva avuto ragione.
“Dunque, cosa vogliamo realizzare attraverso il recupero di Campofreddo?”.
“Anzitutto un polo di eccellenza specializzato nella ricerca e sviluppo e nelle
applicazioni industriali riconducibili alla meccatronica, all’impiego
nell’industria di nuovi materiali, alle telecomunicazioni e ai servizi. In altre
parole, un polo multidisciplinare di concentrazione e diffusione di una nuova
cultura dell’innovazione a vantaggio dei diversi settori produttivi e dei
servizi e in grado di garantire la valorizzazione economica della ricerca e il
trasferimento di conoscenze e tecnologie alla produzione. Direi un punto di
riferimento vivo, capace di diventare un vero centro propulsivo per lo sviluppo
dell’innovazione e delle alte tecnologie sul territorio in grado di elevare il
livello di competitività delle imprese ad alta tecnologia. Desidererei non
trascurassimo il fatto che Campofreddo si trova a pochi chilometri da Genova,
cioè da aziende come Marconi, Esaote, Ansaldo. Ecco, questi sono gli obiettivi
strategici che devono regolare la vita quotidiana del vecchio/nuovo Campofreddo
e questa dovrà essere la mission di quelli che vi vivranno e vi lavoreranno”
concluse il vecchio tedesco, “vuole uno slogan, magari un po’ banale ma
efficace?”.
“Gli slogan servono ad esprimere idee, semplici o complesse, in una o due
parole: me lo dia, può essermi utile”.
“Tradizione e rivoluzione”.
Il geometra Caligaris, che era l’unico a conoscere nella realtà la situazione
attuale di Campofreddo, non riusciva per niente a conciliare le idee dei due
tedeschi e gli obiettivi progettuali con quello che aveva visto.
Pensava che Hermann Schattner fosse qualcosa di più grave di un vecchio
eccentrico.
D’altra parte, tuttavia, non era la prima volta che lavorava per l’architetto
Monzani e non aveva mai dovuto affrontare spiacevoli discussioni di denaro:
volevano la ricerca sulle frazionate proprietà del paese abbandonato?
L’avrebbero avuta.
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