|
Il pietrificatore
di Triora Prefazione
“Se sei bello ti tirano le pietre…”
cantava Antoine nei pietrificati monumentali anni Sessanta, prima di dedicarsi
alla nobile arte di circumnavigare il mondo con la sua barca. Se avesse scoperto
prima questa sua vocazione avrebbe intonato, in tempi non sospetti, “Fin che la
barca va” anticipando Orietta Berti. Ma ammesso e non concesso che “Se sei bello
ti tirano le pietre” è assolutamente innegabile che, se sei bravo ti scrivono le
pietre. Pietre tombali che mentre te la spassi sui campi elisi ti consentono una
sopravvivenza marmorea nel Pantheon. Unica controindicazione: devi essere morto.
Siccome Ippolito Edmondo Ferrario è vivo (e lotta insieme a noi) e prolifico,
anziché scrivergli una pietra, una pietra ligure, una piastrella sul celeberrimo
Muretto di Alassio, preferisco scrivergli una prefazione. Ora, ogni vero
scrittore è afflitto da un’ossessione portante che diventa il suo segno di
distinzione, la cifra delle sue iniziali sulla camicia di forza del suo talento.
Hemingway aveva un machismo vitale nei confronti della morte (quella degli
uomini, dei tori, dei marlin… Non fa differenza), io ho quella dei nani. In ogni
mia “storia” infilo almeno un nano anche quando non è propriamente pertinente al
contesto. La magnifica ossessione di Ippolito, la sua bellezza di Ippolita è
Triora. Triora, borgo ligure che ha anticipato Loudon e Salem nella caccia alle
streghe. A Triora Ippolito ha dedicato gran parte della sua combustione
saggistica dimostrando di avere il sacro fuoco. Il processo per stregoneria, il
delirio inquisitorio, la tortura del femminile innocente non potevano
risparmiarsi di diventare lo sfondo di un thriller a ponente della fertile
medioevale mente di un umanista come Ferrario. Anzi, parliamoci chiaro, di un
illuminista. Ippolito: infatti fa luce. E non solo stavolta su una pagina iniqua
della storia, ma sulla malìa che un luogo bello e dannato, come direbbe
Fitzgerald, esercita su chi ne è irresistibilmente attratto. Oggi tutti
purtroppo sappiamo che l’unico modo sicuro per fare giustizia è scrivere un
giallo. Il giallo è consolatorio rispetto al noir perché ci consegna un
colpevole. Certo è poca cosa rispetto agli innocenti che hanno pagato per colpe
non loro. E allora l’autore non si accontenta. Saccheggia i generi, la storia,
la scienza, la letteratura offrendoci un piano trasversale per una verità
possibile. Il pietrificatore di Triora inizia come un romanzo pulp, con
tanto di mattanza annunciata che sarebbe piaciuta (e non è detto che non
piaccia) a Tarantino, prosegue come un’indagine bucolica, nel senso di buco del
culo, e agreste che avrebbe deliziato il Pupi Avati de La casa delle finestre
che ridono. E si ride in questo romanzo. Almeno quanto si trema. Continua
l’inchiesta permettendoci di accedere al mondo dei pietrificatori. Allievi
perversi di quel Paolo Gorini che a partire dal 1842 si dedicò alla ricerca di
un metodo scientifico che permettesse la conservazione dei corpi, onde evitare
l’onta del processo di putrefazione. (Alcuni personaggi di Ippolito sono
putrefatti. Ma d’animo!). Gorini non era interessato all’imbalsamazione.
Piuttosto alla pietrificazione: la sostituzione di liquidi corporei destinati a
solidificarsi nel tempo. Come ci ricorda l’autore, Ippolito, che è uno
scapigliato di ritorno “gli scapigliati erano attirati e inorriditi, al tempo
stesso, dalla morte. Così come il rovescio della medaglia della pietrificazione
fu la cremazione. Niente di più semplice”. La trama de Il pietrificatore di
Triora non è per nulla semplice… ma fluida… liquida. Un detective privato,
demotivato, viene assoldato per rintracciare la nipote di un facoltoso avvocato
maneggione scomparso a Triora. Fino a qui siamo in piena hard boiled
chandleriana. Ma Ippolito Edmondo Ferrario non può permettere che il suo
detective si accontenti del cliché. E allora eccoci pronti a incontrare le tre
teste di Cerbero, don “Venti di Guerra”, ex cappellano militare della Folgore,
ambigui direttori del Centro Studi Internazionale sulla Stregoneria, avvenenti e
curiose pulzelle in pericolo, orrori della guerra civile, notabili che ai
“brutti tempi” si sono fatti pagare per nascondere gli ebrei, salvo poi
rivenderli ai nazisti; vecchi saggi e ubriaconi di paese, ma soprattutto Triora.
Triora in cui viene organizzato un festival happening per far sì che “la
tragedia di secoli prima” (il processo di stregoneria) potesse trasformarsi in
una grande opportunità. Un po’ come se a Dachau si fossero messi a vendere ai
turisti camere a gas in bocce di vetro…”. È qui che Ippolito Edmondo Ferrario
diventa l’unico vero pietrificatore della storia: ti lascia di sasso. Sa
restituire umanità e disumanità a chi ha scagliato la prima pietra. “Non è vero
che il ricercatore insegue la verità. È la verità che insegue il ricercatore”
scriveva Musil ne L’uomo senza qualità e Ippolito di qualità ne ha molte.
Mi verrebbe voglia di fargli pietrificare un “mio” nano. A Triora naturalmente!
|