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Il pietrificatore
di Triora
di Ippolito Edmondo Ferrario
Capitolo Primo
I
Triora (Imperia), giorni nostri
La kermesse di Strigora era prossima. Il
paese delle streghe usciva dal suo atavico torpore per inscenare la parodia di
uno scempio di secoli prima. Le avanguardie di neo-hippie, Wicca, fanatici
dell’occulto e adepti della scopata di gruppo, camuffata da messa nera, erano
giunti da alcuni giorni. Legioni stralunate di moderni zombie, figli della
cultura punk, e figli di puttana, si aggiravano per i carruggi in attesa
dell’evento mediatico. Secondo le previsioni sarebbe stato il migliore degli
ultimi anni. Lo spiazzo della ex caserma Tamagni, lugubre ricordo della guerra,
aveva accolto camper, caravan e tende. L’aroma di cannabis si mischiava
all’odore di salsicce cotte su rudimentali griglie e improvvisati falò.
Capezzoli al vento marchiati da piercing, balli tribali e il rullio ossessivo
dei bonghi scandivano i pomeriggi e le serate. Nel borgo aleggiava un’atmosfera
messianica, degna della fine del mondo. John Carpenter vi avrebbe girato il
seguito de Il signore del male.
In quei giorni di festa i trioresi superstiti uscivano mal volentieri dalle loro
case. Alcuni mandavano avanti le proprie attività commerciali: minuscole
botteghe dove si vendevano cialtroneschi saggi di magia e bambole di streghe
made in China. L’artigianato locale era morto da tempo. I pochi oggetti rimasti
della scomparsa civiltà contadina erano custoditi presso il Centro Studi
Internazionale sulla Stregoneria, ritrovo delle intellighenzie italiane e
straniere in materia di studi antropologici. Si trattava di un circolo di
esaltati dediti alla riesumazione di riti dimenticati che appartenevano più al
mito che alla storia.
Il borgo, dall’aspetto medioevale, arroccato sul monte Fronté, contava circa
duecento anime.
Duecento trioresi costretti a fare i conti con l’asprezza della vita di montagna
e con gli allucinati progetti di studiosi venuti da città lontane.
Il processo per stregoneria del 1587 era un marchio che il paese non si era mai
riuscito a scrollare di dosso. Una stella a cinque punte cucita sulla giacca che
ne aveva sancito la dannazione. Un biglietto di sola andata per la bocca del
forno.
Il tempo però a volte gioca tiri mancini. A Triora la tragedia di secoli prima
si era trasformata in una grande opportunità. Un po’ come se a Dachau si fossero
messi a vendere ai turisti camere a gas in bocce di vetro con la neve o kit per
montare a casa propria il forno crematorio.
Nel paese le streghe nessuno si era ribellato all’idea. Col senno di poi il
processo si sarebbe potuto definire come il più grande investimento che il paese
avesse mai fatto.
Con cinquecento scudi, racimolati allora dal Parlamento locale per imbastire il
procedimento, e con una pazienza di secoli, Triora era diventata il punto di
riferimento fra coloro che vedevano nell’entroterra ligure la nuova linfa per il
turismo di una regione in crisi.
Pazienza per quelle duecento donne incarcerate e torturate. Il loro sacrificio
era valso la pena. Per non parlare degli inquisitori e del commissario speciale
Giulio Scribani; senza la loro tenacia il processo non avrebbe avuto il giusto
eco, relegando Triora all’oblio del tempo. Anche gli aguzzini delle presunte
streghe erano stati così riabilitati. Se non a parole, certamente nella
coscienza collettiva.
Triora, un presepio a cielo aperto, i cui figuranti se l’erano squagliata
altrove nell’immediato dopoguerra, era tornata così a vivere.
II
Un uomo, più di tutti, aveva contribuito
con i suoi studi e la sua perseveranza a questa inaspettata rinascita.
Costui era l’attuale direttore del Centro Studi Internazionale sulla
Stregoneria. L’archivista Spartaco Ariberti reggeva la carica da cinque anni con
l’appoggio incondizionato della giunta comunale. Ottenuto l’incarico alla soglia
dei cinquantacinque anni, aveva fatto le valige abbandonando l’ateneo genovese e
stabilendosi definitivamente a Triora. Corpulento e barbuto, aveva la faccia da
bambino viziato e avvizzito. Vestiva sempre uguale preferendo completi di
velluto d’inverno, possibilmente marroni, abiti color cammello d’estate. Suo
accessorio preferito era il borsello di pelle nera che portava a tracolla. Vi
teneva dentro il telefono cellulare, l’agenda e un piccolo cannocchiale. Aveva
la passione per le camminate nel verde e per il bird- watching. Qualcuno diceva
di averlo visto sulle rive del torrente Argentina in cerca di coppiette da
spiare. A tratti occhieggiava come una civetta drogata: un tic, senza tac, che
gli dava un’aria femminea. Per occultare questa sua debolezza ricorreva al pelo
ispido che lasciava crescere in viso. La barba era il solo attributo a sua
disposizione in quel deserto di virilità. Madre natura non era stata generosa
con lui nemmeno al piano di sotto. Il piccolo virgulto di cui disponeva era
rimasto uguale a se stesso, imperturbabile alle tempeste ormonali della pubertà.
Di riflesso anche il suo carattere subiva questa difficile convivenza di
tendenze: alternava l’atteggiamento da despota a crisi isteriche da donna in
menopausa. Ogni mattina usciva di casa alla stessa ora fermandosi al bar Della
basua (della strega, nel dialetto locale), nella parte nuova del paese, per la
colazione. Abitava in una villetta di recente costruzione sulla strada per
Loreto, frazione di Triora. Gli era stata assegnata gratuitamente dal comune una
volta nominato direttore del Centro Studi.
III
La mattina del 10 agosto il corazzato
studioso varcò implacabile la soglia del bar scaricando sui presenti il suo
cattivo umore condensato in una smorfia contrita. Nessuno lo aveva mai visto
sorridere.
– Buongiorno, dottore – lo salutò Zanin, il proprietario.
Come gli altri concittadini non lo aveva mai digerito, ma era comunque un suo
cliente e soprattutto uno che a Triora dettava legge.
Ariberti lo guardò sprezzante.
– Crede davvero che lo sia? – contraccambiò, alludendo a un gruppo di ragazzi
giunti per Strigora. I tre rasta nostrani, seduti ai tavolini della bettola,
trangugiavano Bud e fantasticavano sulle streghe del passato. Il loro interesse
era tutto per le leggendarie orge notturne che, nella tradizione, si svolgevano
alla Cabotina, fuori dalle mura del paese.
Ariberti li guardò disgustato, come usurpatori di un passato di cui lui era il
solo ed esclusivo depositario.
– Almeno oggi si lavorerà un po’ di più – mormorò Zanin indifferente. Gli
preparò il solito cappuccino bollente. Suo passatempo preferito era lamentarsi
del lavoro che non c’era.
Con Strigora tutti incrementavano i loro guadagni.
Era la legge del soldo a fare da padrone, mettendo a tacere il buon gusto per un
pugno di euro. In questo modo l’economia locale sopravviveva.
Se a rimpinguare le casse del paese era una folla di fanatici, ciò era il minore
dei mali.
Ariberti guardò Zanin con i suo occhi di ghiaccio. Lo gelò come una granita.
Quel poveraccio, così pietosamente aggrappato ai suoi biechi interessi, non
meritava risposta.
Il solo scopo dell’archivista era quello di consolidare ulteriormente la sua
posizione al Centro Studi.
Anche lui avrebbe preferito un pubblico migliore, ma non aveva scelta. Lo
spettacolo da lì a poco inscenato non avrebbe deluso le aspettative dei turisti
arrivati da ogni parte d’Italia.
Mancavano due giorni al fatidico giorno, ma i preparativi erano in alto mare.
Non poteva permettersi un flop, tanto più che il consiglio comunale gli aveva
dato un compenso extra di ventimila euro.
La schiuma del latte calda gli bagnò le labbra regalandogli due baffi bianchi.
Bevve con avidità senza curarsi dei presenti che a quell’ora si trovavano nel
locale: Aristide Borelli, segretario comunale, il vigile Sandro Accame e Maria
Gastaldo, organizzatrice di pesche benefiche in parrocchia. Ariberti li aveva
catalogati fin dal primo giorno del suo incarico esattamente come reperti da
museo. Forse da morti avrebbero guadagnato in simpatia. La Gastaldo era una
ripugnante beghina dalla parlata petulante. Gli altri due dei sempliciotti
abbagliati da un’illusione di potere. Il vigile gigioneggiava quotidianamente
menando la paletta a destra e a manca, appioppando multe e chiudendo un occhio
dove voleva. Il Borelli scaldava la sedia in Comune con i suoi mefitici peti
rendendo grama la vita a chi gli stava intorno. Soffriva infatti di meteorismo e
delle sue note conseguenze, prima fra tutte la solitudine.
Sia lui che il vigile vivevano di bustarelle, sperimentando in piccolo il gran
piacere della pubblica corruzione. Nessuno dei presenti si stupì dell’innata
allergia ai rapporti umani dell’archivista, accentuata per l’occasione.
Ariberti terminò in silenzio la colazione. Lasciò una moneta sul bancone e uscì.
IV
La giornata era afosa. Una spessa foschia
scivolava giù dal cimitero che sovrastava il paese, conferendogli un’aurea
spettrale. Non a caso lo sperone di roccia su cui sorgeva il camposanto si
chiamava Monte delle Forche.
Un tempo vi si impiccava la gente, oggi la seppellivano soltanto.
L’archivista andava di fretta per natura. Macinava strada come un Panzer tedesco
in Polonia. Non conosceva ostacoli.
Un nugolo di commenti al fulmicotone si levò non appena uscì dal bar.
– Mi chiedo chi si creda di essere?! Ieri sera l’ ho incontrato alle Spianate.
Eravamo io e la negra. L’abbiamo salutato, ma lui ha fatto finta di non vederci!
– gracchiò la Gastaldo più acida di un acido.
– Non invidio la Lucilla che lo deve sopportare tutto il giorno – fece il
segretario comunale, ravanandosi la patta e dispensando scoregge per tutti.
Le sue parole si riferivano alla giovane collaboratrice dell’archivista. I
presenti colsero l’ironia, malcelata da una crassa risata finale.
– Voi uomini siete tutti uguali – sbottò la Gastaldo indignata.
Recitò istericamente un’Ave Maria nel tentativo di allontanare i cattivi
pensieri che reprimeva in sé.
Il vigile e il segretario si scambiarono sguardi eloquenti. Provavano un’invidia
tutta maschile per quei pettegolezzi che allietavano la vita dei trioresi da
settimane.
Un anonimo informatore aveva detto di aver sentito dei gemiti provenire dalla
casa dell’archivista. Il voyeur di turno aveva assicurato di aver visto Lucilla
nuda, incatenata al letto, e frustata dall’Ariberti.
La Gastaldo non riusciva a togliersi di testa l’immagine della ragazza schiava
di Ariberti. La sua stizza nasceva dal fatto di non poter competere con la
giovane assistente. Non le restava così che l’astio e la solitaria compagnia
delle verdure. Ogni settimana comprava borse di cetrioli al mercato di Sanremo.
Sosteneva di usarli per fantomatiche maschere di bellezza. Nessuno però ne aveva
mai visto i risultati.
V
Dal bar Della basua la distanza a Palazzo
Stella, sede del Centro Studi Internazionale sulla Stregoneria, era breve.
Ariberti avanzava solitario. Le bancarelle degli ambulanti affollavano la strada
con ogni genere di mercanzie: elefanti di legno del Senegal, dvd contraffatti, e
cianfrusaglie di ogni tipo spacciate per antichità. A margine di questa fiera
del tarocco, sopravvivevano due fruttivendoli che mettevano in mostra corone
d’aglio di Vessalico, sacchi di fagioli Rundin di Badalucco e l’acre stoccafisso
ligure che puzzava di piscio. Tempo qualche anno e i due venditori sarebbero
stati solo un ricordo. Da autentico cultore delle tradizioni locali Ariberti, se
avesse potuto, li avrebbe fatti impagliare per collocarli nella sezione Arti e
Mestieri del museo locale. I loro visi aguzzi, erosi dalla fatica come scogliere
battute dal mare e dai venti, sarebbero stati perfetti per raccontare ai posteri
la storia del luogo. Già li immaginava imbalsamati nell’atto di offrire i loro
prodotti: le mani tese e adunche, protratte in un ultimo eterno gesto di
offerta. Ariberti si compiacque del suo senso del macabro che nonostante la
giornata gli metteva il buon umore.
Forse con una scrittura privata, e un compenso di pochi spiccioli, poteva
davvero cavare a quei due disgraziati la promessa di cedergli i cadaveri per
scopi didattici. I rintocchi delle campane della chiesa di N. S. della
Collegiata gli parvero una solenne marcia intonata per il suo arrivo nella parte
più antica del borgo.
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