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Piombo a Stupinigi
Ribò e i guai del Cardo
di Massimo tallone
1
Non dovevo bere il vino nel cartoccio
Lo sapevo che non dovevo bere il vino nel
tetrapak.
Guarda te che effetti che combina. Prima quel sonno di piombo, nemmeno fossi
caduto da un viadotto. E adesso questo risveglio da bradipo e questa
allucinazione che non se ne va, rimane lì, immobile, ronzante. Chiudo gli occhi,
li apro, li richiudo, stringo forte le palpebre, li spalanco, ma il disco
metallico è ancora sopra di me, con tutte le sue luci tonde e bianche. E poi il
freddo. Ditemi voi se è possibile sentire la schiena e il culo gelati, adesso,
ad agosto. No, non dovevo davvero bere quel vino nel cartoccio.
Ma è tutta colpa mia. Colpa del mio buon cuore. Io non so dire di no. Si
presenta quel mentecatto – solo un mentecatto con psoriasi e giacchetta turchese
può avventurarsi fino a una cascina diroccata con la speranza di piazzare il suo
schifoso prodotto – e io mi gonfio di stupore. Nessuno aveva mai osato tanto. Né
rappresentanti della Folletto, né tifosi di qualche religione. Intorno a
Stupinigi, ai due lati del viale che conduce alla Palazzina di Caccia, si sa, è
terra di nessuno, solo prati e ruderi. E il campo nomadi, laggiù, verso Torino.
E qualche puttana. E il Cardo, che poi sarei io.
Ma lui, il mentecatto, ha varcato l’arco di ingresso del vecchio podere
abbandonato, si è fatto largo fra il trattore arrugginito e il glicine selvatico
che sta mangiando il muro e ha bussato ai miei vetri, tuffando timidamente la
testa oltre il battente della porta aperta sull'aia. Io ho pochi amici, o
meglio, non ho nemmeno amici, solo conoscenti. E loro sanno che ho scelto di
vivere in una cascina semiabbandonata per tenermi alla larga dai moduli, dalle
bollette, dai registri e da tutti quelli che vogliono spiegarmi o vendermi
qualcosa. Girare al largo, smammare, tritare i coglioni altrove, grazie. E
invece, lui, il venditore porta a porta, era lì.
“Sono il rappresentante di un nuovo produttore di vino. Abbiamo aperto un punto
vendita qui a Torino, nel quartiere Mirafiori… Sono qui per la promozione... C’è
un’offerta su queste confezioni, un’offerta imperdibile, sa, per farci
conoscere, se lei avesse due minuti...” miagola lo squamato, indicandomi con il
mento la scatola che regge a due mani.
Io resto immobile, con il pennello gocciolante – nel senso buono, maiali: sto
terminando un trompe-l’oeil su un paravento – e lo guardo. Non è tanto la teiera
pelata che mi fa riflettere, quella no, non c’è niente di male a perdere i
capelli, dicono addirittura che dipenda dagli ormoni. No, quello che proprio mi
intabacca, che mi gonfia le giugulari come fossero oleodotti, è il tono
petulante. Al mercato gridano come fossero a un incontro di boxe, ’sti
commercianti, ma quando vengono a casa tua belano e piagnucolano. Io di norma li
mando a cagare sulla carbonina, quelli che si presentano alla mia porta per
piazzare la loro merce, ma questo, dico la verità, mi fa quasi pena. È poi è
sudato, mite, ha i baffetti biondi, per giunta, e sorride in modo forzato.
Sembra un cane. E poi, almeno, è un rappresentante di vini.
“Su, entra, Boby” gli dico. Lui torce la testa indietro, poi capisce che parlo
con lui e ubbidisce.
C’è qualcosa di strano, in tutto questo? No. È la fiera dell’ovvio, il trionfo
del banale, l’apoteosi dell’ordinario. Siamo nel nucleo della vita domestica,
sulla cresta del quotidiano. E allora perché da quel momento non ricordo più una
fava? Perché adesso mi si incrociano gli occhi, perché tutto riprende a girare?
Ah, la mia testa... è come se un cammello l’avesse trovata in mezzo al fieno e
l’avesse biascicata per tutto il giorno e poi risputata a terra. Devo chiudere
gli occhi. Quel disco volante che ho davanti mi sta accecando, con le sue luci
tonde. Altro che vedere doppio, ne vedo almeno dieci. Ma che cosa c’era in quel
vino? Ora sento anche le voci. Fra un minuto magari mi ritrovo in compagnia di
quella là, come si chiama, quella che sentiva le voci... Ah, sì, una certa
Giovanna d’Arco. Sentiva le voci, mi ha detto un giorno Ribò. Mah! Speriamo solo
che abbia un bel paio di tette, ’sta Giovanna qui, che non so nemmeno chi è.
Tanto, fra allucinati ci capiamo. Sento le voci. Ce n’è una, bassa, di maschio,
che dice: “Il campo è pronto” e un’altra, sembra una donna, che ripete: “Non
sale, non sale”. Non chiedetemi che cos'è che non sale. Niente, comunque, che mi
appartenga, lo giuro sul peperone.
E poi arriva la pelle d'oca.
Chi non ha mai dato un morso a un gessetto da lavagna non sa che cosa sia la
pelle d’oca. A me è successo. Avevo undici anni, eravamo in classe, nella scuola
dove ho ripetuto i miei anni migliori, dietro Porta Palazzo. Stavamo aspettando
l’insegnante di non so che. Io stavo girando fra i banchi, quando vedo quel
carciofo di Villa vicino alla lavagna, con una sbarretta di Kinder in mano, di
quelle chiare. Dammene un morso, gli faccio, pregustando il trucco in cui
eccellevo, poggiare gli incisivi su una frazione esigua di sbarretta e poi, con
gran velocità, portare la bocca in avanti e staccare con un morso i tre quarti
della preziosa leccornia. Ma lui sapeva, mi aspettava, l’infame, o forse lo
avevo già colpito. E proprio mentre sto per azzannare il Kinder lui, con
un’abilità che ancora oggi gli ammiro, sostituisce la merendina con un pezzo di
gesso da lavagna. Non me ne accorgo e mordo. Mordo e vengo percorso da una
corrente di gelo. I denti mi si inchiavardano, atteggio la bocca a serratura di
lucchetto e comincio a far scorrere sempre più rapidamente i palmi delle mani
sulle cosce per scacciare dalla pelle quel doloroso fastidio che morde il
midollo e percuote il cervello, mentre giro e rigiro su me stesso, piegando le
gambe e avviticchiandomi fino a cadere a terra.
Ecco, una pelle d’oca di quel tipo, moltiplicata per dieci, ha invaso, ora,
tutta la mia carcassa: ma non ho dato morsi al gesso, questa volta. La pelle
d'oca, in questo momento, è dovuta alla fifa. La paura, il terrore, usate la
parola che volete, perché ho i visto i marziani, ho visto le facce dei marziani,
sotto il disco illuminato.
Facce? Ho detto facce? Ma fammi il piacere. Se avessi visto delle facce, per
quanto brutte, non avrei certo pensato ai marziani. La faccia è roba da umani,
no? Faccia di merda, di bronzo, di cazzo, di tolla, da schiaffi, tosta, doppia o
come il culo, ma sempre faccia, umanissima faccia. Questi, invece, hanno la
testa, ma sono senza faccia, e sono verdi. E quindi: marziani. Gli occhi però
sono simili ai nostri. Solo gli occhi, però, perché sopra e sotto non c'è
niente, solo una superficie verde che si gonfia un poco, ritmicamente, nella
zona dove a noi hanno fatto la bocca.
Sono sopra di me, mi guardano, mi scrutano. E io sono legato, mi rendo conto
solo adesso di essere legato... Merda, sono legato, disteso su un piano di
ferro... Ho cercato di portare una mano davanti agli occhi per proteggermi dalle
luci tonde e dal progressivo avvicinamento dei due marziani, ma non ci sono
riuscito. Il mio polso destro ha stretto un patto con il piano metallico e non
si lasciano più. Il braccio sinistro nemmeno lo sento. Che succede?
“Non sale, Maurizio, non sale...” ripete la voce femminile. Maurizio? Mai saputo
che un marziano potesse avere nome Maurizio. Di solito si chiamano Ipsilon
Ventuno, o Gzk, non Maurizio.
“Che cos’è che non sale?” balbetto, mentre mi rendo conto che le parole escono
dalla mia bocca come se fossero pronunciate da uno sformato di spinaci a fine
cottura. Poi tutto riprende a girare, i marziani da due diventano sei, le luci
bianche si moltiplicano, si colorano, assumono la forma di silenziose esplosioni
policrome, fuochi d'artificio muti, i botti. Mamma corri, ci sono i botti.
Andiamo a vedere i botti. Ecco, vedo i botti al rallentatore...
Quel vino è peggio dell'acido lisergico, parola del Cardo. Ma io lo so: con il
vino ci vuole pazienza. Se ti agiti è peggio. Bisogna restare lì, calmi, con la
bocca melmosa e la nausea che monta e aspettare. Fra un po' mi sveglio e mi
ritrovo davanti il venditore pelato e il suo vino di merda.
2
Marziani, angeli e schiaffi in ascensore
“Non sale, ti ripeto che non sale, non
arriva”.
Mi gira la testa, ho voglia di vomitare e quella vacca continua a dire che non
sale. Ma con chi ce l'ha? Lei si preoccupa del cetriolo marcio di qualche suo
amante e io intanto continuo a sentirmi come il mingherlino che ha dato della
bagascia alla madre di Tyson. Non riesco ad aprire gli occhi. Chissà se i
marziani verdi sono ancora sopra di me... Chissà se il tizio che deve salire è
salito... Un momento... Il tizio che deve salire? Stai a vedere che parlano di
me. Sono io quello che deve salire. Ma salire dove? Calma... Forse ho capito. Il
vino nel cartoccio è molto peggio di ogni altra sostanza, è più che tossico, è
velenoso, e io sono morto. Ma siccome un coglione resta coglione, io sono
coglione anche da morto e mi faccio subito riconoscere. Devo avere sbagliato
strada, devo essermi perso e non riesco a salire sulla nuvola dove valutano il
mio caso, prima di indirizzarmi nel girone dell'inferno dedicato a quelli che
nella vita se ne stavano in disparte perché ne avevano le palle piene dei loro
simili. E i marziani non sono marziani, anche se sono verdi. Sono angeli verdi
che io ho scambiato per marziani. Io sono morto e gli angeli verdi devono
giudicarmi, perciò mi invitano a salire, ma io invece resto qui come una merda
secca. Ma come ho fatto a perdermi? Ci sono le puttane anche per i morti? Io, si
sa, non so resistere al loro fascino... Forse ho seguito un'anima con un bel
culo anziché tirare dritto, perciò sono stato punito... Non si capisce niente
nell'aldilà. A dire il vero io non capivo niente nemmeno nell'al di qua, ma
questo è un altro discorso. Adesso devo uscire da questo casino. Devo farmi
sentire, dimostrare buona volontà.
“Con chi ce l'avete?” scandisco, cercando di restituire alla lingua la sua
funzione.
“Si è svegliato” dice uno, “si è di nuovo svegliato. Cosa aspettate con quel
protossido?”.
“Le ripeto che c'è una perdita. Non possiamo operare”.
“Ma siete impazziti? Io vi mando tutti in galera. Come sarebbe a dire? Io devo
operare, questo si sta svegliando e voi mi dite che c'è una perdita?”.
“Il manometro segna zero. Zero vuol dire zero. Non possiamo procedere con
l'anestesia gassosa. Faccia quel che vuole. Io vado a chiamare il tecnico dei
gas anestetici”.
L'incazzato che vuole mandare tutti in galera comincia a soffiare, sbuffare,
grugnire, e alla fine del suo concerto per guance e saliva barrisce:
“Riportate questo stronzo in Pronto Soccorso e trovate una soluzione. Entro
un'ora voglio cominciare l'operazione. Chiamate chi volete, ma riparate questo
tubo. Oppure procuratevi una bombola, a me non me ne frega. Dategli una seconda
botta in vena, nell’attesa. Non voglio che si svegli e faccia storie. Fra un'ora
apro questo merdoso”.
E se ne va.
“Grazie per la stima” riesco a recitare, mentre qualcuno armeggia intorno ai
miei polsi e alle caviglie.
E mentre tre paia di mani si incaricano di trasferire la mia unica e amata
scocca (siamo o non siamo a poca distanza da Mirafiori? E allora lasciatemi
usare paragoni in linea) dal piano metallico a una più morbida superficie,
usando la stessa delicatezza con cui si sgozzano i maiali, io rimetto in moto la
gelatina putrida che nel mio cranio occupa lo spazio del cervello e penso. E
deduco. Uno: non sono morto. Due: sono in sala operatoria. Tre: pensare non è
cosa da me, perciò ripiombo nel limbo.
Io odio i sogni realistici, quelli in cui sudo, ad esempio, dove la sensazione
di sudare è così vera che, al confronto, ero fresco come una tomba di famiglia,
quella volta che stendevo a badilate il bitume molle e fumante sulla strada
ferita dal sole di mezzogiorno, alla fine di luglio, a Orano (anche se io non
l’ho mai steso, il bitume e non sono mai stato a Orano, ma è tanto per rendere
l’idea). Oppure quei sogni dove un rappresentante sicuro di sé, saldo nel passo
e ottuso nello sguardo, mi stringe la mano usando la sua come uno schiaccianoci
perché qualche idiota, al corso di Psicologia della Vendita, gli ha detto che la
stretta di mano deve essere virile, altrimenti il cliente ti scambia per un
finocchio e non compra una beata fava; ebbene, hai un bel dire che è solo un
sogno, ma intanto la mano martella e formicola come se il venditore fosse lì,
nel mio letto (alla faccia della stretta virile...) intento a sgretolarmi le
dita.
Ecco, i sogni realistici mi fanno incazzare. Ma il destino di ognuno di noi è
disegnato da un gibbone ubriaco, come ormai tutti sanno: infatti, uno non fa in
tempo a stilare l’elenco delle prime tre cose che lo fanno andare in bestia, il
latte, il freddo e la pancia, mettiamo, che subito si ritrova obeso, in
Lapponia, con un’unica riserva alimentare, il latte, va da sé. E quindi, saggio
di fronte alla sorte, non mi rosicchio più di tanto il fegato, ora che il più
stupido e irriverente fra i sogni realistici vibra irrequieto fra i miei neuroni
regalandomi la sensazione netta, dolorosa, oltraggiosa, di ricevere dalla mia
maestra di seconda elementare uno schiaffo, due schiaffi, e sciaf, un terzo
schiaffo, e slap, un manrovescio, e non li conto più perché ormai è una sequenza
di schiaffi, mollati con sadica sapienza, con la calma e il ritmo che la troia
deve avere imparato in un salotto nazista.
“Si svegli, si svegli” ripete ora la maestra, continuando a suonarmi la Nona di
Beethoven sul muso.
E io mi sveglio, allora, e dico, o meglio, grido la mia: “Ma vaffanculo, pezzo
di fango di una maestra, tanto non la so la grammatica, non la saprò mai, e
nemmeno l’aritmetica, e nemmeno la geografia, e nemm...”.
Non riesco a finire la frase che la maestra si trasforma in uno dei marziani,
quelli verdi senza bocca di prima. Ma non erano angeli? Non capisco più niente.
Mi sembra di avere gli occhi aperti, ma con i sogni realistici non sai mai da
che parte sta il vero. Insomma, ora credo di essere davvero sveglio. Ho gli
occhi aperti e mi trovo dentro un ascensore lungo e stretto. Sono su una
lettiga. Ora ricordo. La sala operatoria. Ero in sala operatoria e mi hanno
rispedito in corsia. E uno di questi stronzi con la mascherina sulla bocca e il
cappellino verde mi sta gonfiando la faccia di schiaffi. Ma dimmi tu se è questo
il modo. Facile, con uno che non ha nemmeno la forza di stringere la mano a
pugno.
“Si svegli, per favore, si svegli” continua a dire la voce. E annoto che è una
voce femminile.
“So... sono sveglio” balbetto, ora che la vivida realtà del sogno ha lasciato il
posto a una più confusa percezione.
“Ho fermato l’ascensore. Mi sente? Ho fermato l’ascensore” insiste la sboccata
(è senza bocca) e forse comincio a capire. Ha voglia, la sboccata (la
porcellona), ha voglia di me. Non so quale aspetto del mio essere possa averle
solleticato la polpa, ma se un’infermiera mascherata blocca l’ascensore a mezza
corsa e sveglia il paziente a sberle, io faccio due più due e divento
impaziente. Sbaglio? No, non posso sbagliare, anche se continuo a non capire che
cosa abbia notato in me di così interessante. Non certo l’eloquio gaio e
funambolico, perché ero – e sono – stordito dal narcotico; e poi, in ogni caso,
io non so menare la lingua, non so parlare, far ridere, interessare. Se capisco
che c’è trippa per gatti, con una tipa, le appoggio subito una mano sul culo e
via. Io, parlare, non è roba da me. E nemmeno la mia intelligenza può avere
scatenato le manie di questa ninfa. Primo, l’ho già detto, dormivo. Secondo, sul
piano del cervello lascio volentieri il posto a mio cugino, quel rammollito
pallido, studioso e vile che mia madre additava come esempio da imitare. No,
grazie, ho risposto, niente intelligenza, please. E sono rimasto il Cardo rozzo,
brutto e spinoso che sono: mai letto un libro, coi giornali ci faccio i cappelli
da imbianchino e spendo tutto in vodka e puttane.
E allora? Mistero. Non so spiegare questa brama che monta come una marea,
risalendo dalle mutande dell’infermiera su su fino alle sue mani ardenti di
ceffoni. Che sia stata incantata dal mio corpo? No, non scherziamo. Quello
neanche lo mettevo in conto. Sono uno sgorbio, io. Ho le unghie nere. La mia
faccia ricorda una foto della luna, a causa delle tante cicatrici tonde, a
imperituro ricordo della più poderosa acne giovanile che pelle umana abbia mai
collezionato, cicatrici che mi permettono di ottenere una suggestiva rasatura a
macchia di leopardo. Il labbro superiore? Tende al leporino, no? E non ho
finito. Mi lavo quando mi ricordo e perdo i capelli. È chiaro il quadro? Le sole
donne, per me, sono quelle che pago – dài, chi non lo capisce? – che poi sono le
migliori, le più sincere, ma questo è un altro paio di mutande.
L’infermiera infoiata e manesca, però, è una piacevole new entry.
“Ho fermato l’ascensore. Mi sente? Mi capisce?” chiede ancora una volta Mano di
Fata, calandomi sulla bocca un manrovescio che risuona nella cabina-alcova come
il tuffo di un pancione dal trampolino.
“Mannaggia se ti sento” rispondo, “ma penso che dovrai fare tutto tu, perché io
sono un po’ sbiellato... Magari se ti togli la mascherina puoi...”.
“Senta, allora” incalza lei, “senta bene, apra le orecchie. Adesso faccio
ripartire l’ascensore. Quando si ferma saremo al piano terra. Io spingerò la
lettiga fino al fondo del corridoio, vicino all’uscita di sicurezza, mi ha
capito? L’uscita di sicurezza, quella che basta spingere il maniglione
antipanico e si apre sull’esterno. Dunque, io lascio lì la lettiga, con lei
sopra, per due minuti e vado in Pronto Soccorso a prepararle il posto in corsia.
Ha capito? Due minuti. Lei starà due minuti vicino all’uscita di sicurezza. Da
lì non passa mai nessuno”.
E l’ascensore riparte con un sobbalzo.
Bizzarra creatura. Femmina dalle mille risorse e dalla fantasia indiavolata. Non
le va più l’agguato in ascensore e ha immaginato un pezzo ancora più ardito.
Brava. Ma cosa avrà in mente, adesso? Devo pensarci su, non voglio sembrare un
pivello. Chiudo gli occhi e penso. La sequenza di schiaffi a due mani che mi
raggiunge non appena unisco le palpebre toglie al divin marchese il primato
raggiunto in tante pagine di raffinato tormento (me l’ha detto Ribò; io non so
chi sia, ’sto marchese). Botte da orbi, insomma.
“Sveglia, sveglia” ritma la sadica.
E io riprendo a pensare a occhi aperti. E infine capisco. Ama l’azzardo, Palma
d’Acciaio. Non riesce a fremere, come tutti, nell’intimità dell’alcova. Ha
bisogno del luogo pubblico, la perversa. Ha bisogno di rischiare. La paura di
essere beccata fa gonfiare tutte le sue mucose e le regala quella trance
repentina e fuggevole per cui in fondo ogni onesto maiale vive. In fretta, in
fretta, che possono pizzicarci, è il suo motto. Cose veloci ma succose, capito
il genere? Non è il mio, di genere, ma mi adatto. Io non giudico nessuno e non
pretendo di imporre il mio gioco. Chi sono io, per giudicare gli altri? Chi può
dire, del resto, di essere normale, sul lato ormoni? E allora silenzio. Si
prende quel che arriva, si ringrazia e si torna a casa.
L’ascensore ha compiuto il suo tragitto e sbatacchia. Le porte scorrono
scivolando su binari che gemono e stridono. Una luce smorta come una dentiera
consumata mi accarezza le pupille.
Con passi corti e veloci, la mia cinesina (ha gli occhi neri che vanno un po’
all’insù) spinge la variante di risciò su cui giaccio. Torce il collo a destra,
a sinistra e all’indietro. Sembra che non ci sia nessuno, nel corridoio. Deve
essere un passaggio di servizio a giudicare dalle ragnatele che collegano fra
loro, come fossero amache per insetti, i condotti tecnici avvolti in bende
grigiastre e sfilacciate che corrono sul soffitto. E taccio dei tubi al neon
imbozzolati da strati di polvere come fossero bachi di luce.
“Due minuti, ha capito? Due minuti. Fra due minuti vengo a riprenderla e la
riporto in Pronto Soccorso, e le inietto l’anestetico, come ha detto il
chirurgo. Due minuti. Adesso la lascio qui, vicino all’uscita di sicurezza” dice
ora, affannata, la mia traghettatrice, bloccando la barella contro la porta di
emergenza. E scompare.
Tutto qui? mi chiedo. Ma come? Non si delude così un essere umano. Prima stoppa
l’ascensore, poi trasforma la mia faccia in una anguria sbucciata per
svegliarmi, infine, quando sono quasi pronto (chiamo a testimone il telino che
mi copre), quella saluta e se ne va. E con che voce tremante mi ha mollato qua,
contro l’uscita di sicurezza. Ha appoggiato la barella al maniglione e mi è
sembrato che le tremassero anche le gambe. Era come se temesse qualcosa, come se
non potesse dire tutto ciò che avrebbe voluto dire. E continuava a guardare la
maniglia antipanico... Stai a vedere che stava solo nella mia testa, la
passioncella erotica dell’infermiera. Lei, forse... Forse mi sono inventato
tutto... Lei voleva... Chi lo sa... Sembrava che volesse avvertirmi... Ha voluto
a tutti i costi che mi svegliassi. Voleva avvertirmi... Ma di che? Avvertirmi...
Sì, voleva mettermi in guardia. Ma da chi? E perché ha voluto essere sicura che
ero sveglio? E continuava a fissare con gli occhi questa porta... È tutto così
bislacco, da qualche minuto. Non capisco più niente. Fin dall’inizio, a dire il
vero, questa storia gira in maniera balorda. Bevo il vino di quello
spaventapasseri e mi risveglio in sala operatoria. Perché? Che cosa mi è
successo? Sono svenuto? Poi, l’operazione non comincia e mi riportano giù,
mentre l’infermiera mascherata dopo avermi gonfiato di manate per svegliarmi mi
indica l’uscita di sicurezza.
Non capisco... O meglio, capisco e non capisco, ma sul lato che capisco, capisco
che bisogna agire e non capire. Capisco che per qualche ragione mi è stata
indicata la porta della salvezza. Qualcuno mi sta aiutando, la cinesina è il mio
angelo custode. Ma allora erano davvero angeli, i marziani verdi... No, che
dico, sto ripiombando nel sonno. Devo svegliarmi. Devo agire. Ha detto due
minuti, poi deve riportarmi dentro... Due minuti... Devo agire.
Agisco.
Con un piede spingo il maniglione antipanico dell’uscita di sicurezza. La porta
si apre ripetendo il rumore di foglie secche spostate dal vento. Vedo una
spianata di cemento, sulla sinistra, al fondo della quale si allarga la
multicolore area di parcheggio. Torco la testa e riesco a vedere, di qua, sulla
destra, mezza macchina parcheggiata (l’altra metà è nascosta dagli infissi della
porta), una siepe spettinata e mal pareggiata, un prato spelacchiato oltre la
siepe, tre cassonetti per l’immondizia e laggiù in fondo, di là dal prato, una
fila di case popolari.
La porta a vetri del Pronto Soccorso, a cinque metri da me, comincia lentamente
a muoversi. Qualcuno, da dentro, la sta aprendo, ma il battente si scosta di
pochi centimetri e subito torna alla sua posizione di chiusura con un colpo
secco. Ed ecco che ricomincia il moto lentissimo di apertura. Stanno per venire
a prendermi... La cinesina forse mi sta avvisando... Mi sono rimasti pochi
secondi... Stanno per anestetizzarmi, per operarmi... Ma che cosa vogliono da
me?
Salto giù dalla barella, spalanco l’uscita di sicurezza e comincio a correre.
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