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Pirati saraceni e
barbareschi
in Liguria
di Mario Cennamo
Le prime pagine
L'Islam guerriero nel Mar Ligure
Troppo sovente, allorché si sia scritto
della guerra per mare mussulmana nel bacino del Mediterraneo e nel Mar Ligure in
particolare, si sono utilizzati titoli come Corsari turchi e barbareschi in
Liguria oppure La pirateria in Liguria: i corsari turchi e barbareschi
o ancora I barbareschi corsari nel Mediterraneo.
Ciò induce a paragoni imbarazzanti e a figurarsi manipoli di anime disperate.
Ci si immagina la versione di piccolo cabotaggio della Pirateria più famosa,
quella caraibica dei capitan Kidd, dei Morgan, degli Olonese. Delinquenti veri
senza alcun ideale differente dalla predazione e dal bottino.
Le cose stanno in effetti in maniera assai diversa, sotto aspetti che riguardano
l’ideologia e la religione, la cultura ed un rispettabile compasso temporale che
occupa grosso modo mille anni di Storia.
L’origine della vicenda dei saraceni, o agareni, o ancora ismailiti – secondo la
menzione forgiatane dalla letteratura cristiana medievale – parte da molto
lontano nel tempo e nei luoghi, rispetto al suo sviluppo.
Un secolo e mezzo dopo la morte del Profeta e di centralità religiosa e politica
delle città dove egli nacque (La Mecca) e morì (Medina), il fulcro
amministrativo dell’Islam si trasferisce a Damasco, in Siria, che diviene sede
del Califfato.
Contemporaneamente, Othman, cugino e genero di Maometto dà un assetto più
stabile e credibile all’autorità costituita.
La corte del nuovo Califfo, si occidentalizza – mi sia passato il termine –
nella forma dell’ordine costituito. Attorno al seggio califfale ruotano un
Ciambellano che filtra e riceve gli ospiti del sovrano, funziona una cancelleria
che ne produce gli “atti ufficiali” scritti mentre uno stuolo di amanuensi la
nutrono di energie ed attività; nasce la figura del Guardasigilli e una Guardia
di “pretoriani” reali.
Il Governo musulmano non rinnega, intendiamoci, la santità di Medina e della
Mecca, tuttavia ne differenzia sempre più nettamente il ruolo di luoghi santi
rispetto a Damasco che diventa con Othman, la “stanza dei bottoni della
politica”. Egli inoltre, dopo averla strutturata, consegna quella medesima
stanza, al clan Ummayya cui egli appartiene e diviene il cespite della dinastia
omayyade.
Questo rinnovamento delle alte sfere coinvolge, cosa non da poco, il panarabismo
politico che fino ad allora aveva condizionato tutto l’Islam con la
decentralizzazione del potere, in forza di un organo tradizionale che fino a
quel momento aveva svolto il ruolo di maggior istituzione del mondo islamico: la
“Shura” tribale dell’elite arabo musulmana. Quel consiglio dei capi, di forte
impronta patriarcale, perde peso sulle grandi decisioni califfali. In cambio, i
suoi membri, conservano il governatorato delle provincie più ricche e
prestigiose.
La nuova identità conferita al Califfato, il forte punto di riferimento offerto
dalla bella Damasco, hanno portato a dire che quel regime “si trasforma in
governo imperiale” ed il forte segnale di quella sensazione collettiva sono le
nuove guerre di espansione in Nord Africa e Spagna; anch’esse definite “di
espansione imperiale”.
L’imperialismo, all’occidentale, assunto dalla nuova sede siriana si traduce con
la coniazione della prima moneta nuova ed ecumenica: il conio califfale
ufficiale.
Questa coagulazione politica semilaica (non scordiamoci che la dinastia omayyade
viene pur sempre in linea quasi diretta dalla progenie del Profeta), dà
immediatamente risvolti politici vantaggiosi: nuove conquiste, nuovi introiti e
nuovi mercati.
Tuttavia può l’universo di Allah che vede nel Kumran, il Corano, il Libro Sacro
per eccellenza della propria religione e negli Hadit, gli Editti di Maometto, lo
stile di vita da seguire in ogni ambito peculiare resistere alla scissione tra
esperienza mistica e pratica quotidiana svincolata dall’esperienza mistica
medesima? Certamente no.
Un esempio per tutti Hasan al Basri, apparentemente contraddittorio per chi
rifiuti di comprendere la realtà in cui visse, ma perfetto musulmano. Egli
partecipa a tutte le guerre di conquista dell’Islam imperiale omayyade, pur
predicando la temperanza e pur assurgendo ad uno dei massimi teorici della
guerra santa. La “Jihad”.
La separazione del potere spirituale da quello temporale – cruccio che affligge
la cristianità medievale e primo moderna – non è cosa che riguardi “Dar al
Islam”, “la terra della fede”. È per tale ragione che il “Palazzo” di Damasco ed
il proprio apparato cominciano a far acqua da tutte le parti. Incomincia,
insieme all’imperialismo della capitale siriana accentratrice a farsi strada
nella coscienza collettiva il bisogno irresistibile di una condizione di minor
trascendenza. Una condizione spirituale che riporti Allah nella pratica di tutti
i giorni, come Dio nel nome del quale agire non solo attraverso rituali
fidesitici e religiosi, ma anche in ogni attimo della propria esistenza. Ecco
allora che gli studiosi di “Hadit”, semipreti musulmani assai più vicini a dei
giurisperiti, non sono assolutamente sufficienti a sopperire a tale bisogno
generale.
Alcuni individui, reagiscono in modo radicale. Scelgono l’abbandono di ogni
forma che li renda legati al bisogno materiale e si fanno chiamare Asceti,
ponendosi in antitesi con i dottori degli Editti del Profeta. Questi asceti,
tuttavia non sono che un segno iniziale di crisi della religione e crepa tra
essa ed il potere costituito.
Molto più pesante e importante è la comparsa delle corrente sciita e ismailita,
che da questa promana.
Si tratta di fatto di uno scisma, antitetico ai seguaci ortodossi della “sunna”
che il Califfato si alleva in seno e che esplode poco dopo le conquiste di Nord
Africa e Spagna.
I missionari ismailiti, assolutamente lontani dagli asceti che rifiutano il
Mondo, ma al contrario attivisti politico-religiosi in ragione di uno scisma
interno al Califfato in ordine sia di interpretazione e traduzione pratica del
Corano, sia di legittimazione di una differente schiatta regnante, mietono
adepti proprio in quelle nuove periferie lontane dall’epicentro dell’Islam.
Tanto più remote e allo stesso tempo legate da un sottile ma resistente ideale
fatto da una religione e da genti che attraverso di essa fervono di necessità
espansionistiche e vogliono imporsi nelle terre di “al Maghreb al Aqsa”, “il
lontano Occidente”.
Una vasta area comprendente le odierne Tripolitania, Algeria e Tunisia, definita
Ifriquiya in arabo, cade in mani musulmane intorno agli anni Sessanta del secolo
VII, dopo una discreta resistenza bizantina.
Vi inizia, dopo quella militare una colonizzazione culturale.
I conquistatori dell’ex provincia romana, diversificano proprio i “rum”, romani
o meglio bizantini, dagli “afriki”, gli indigeni convertiti al cristianesimo e
ancora dai “berber”, i barbari, coloro che si erano tenuti fuori
dall’inquadramento sociale indotto dai sudditi del Basileus di Bisanzio.
All’inizio del Settecento si trasferiscono a Tunisi, in massa, circa cento
famiglie egiziane tradizionalmente esperte nella fabbrica delle imbarcazioni. Il
potenziamento del porto della città avviene in breve tempo e splendidamente.
Ma l’assestamento delle conquiste ultime dell’Islam è paradossale.
Si sistema prima la Spagna, presa proprio grazie agli arabo-berberi d’Ifriqyia,
con l’Emirato di Cordoba sotto Abd ar Rahman I, nel 756, un appartenente al clan
abbasside. Egli precede di pochi anni un altro gran colpo degli abbassidi: la
fondazione di Baghdad, nuova capitale del Califfato dal 762.
L’Africa si darà ordine due secoli più tardi, con la fondazione di un Califfato
fatimide sciita, attorno al 910.
Queste le premesse per un brulicare di nuovi volti, soldati nuovi o rinnovati,
marinai e mercanti destri, che invadono il Mare nostrum e che l’Occidente
latino osserva con terrore.
Beda il Venerabile, pilastro della cristianità altomedievale, inquadra quel
flusso di genti diverse, aggressive, sterminate nel numero come un segno
dell’immanenza divina. Fa in fatti precedere l’occupazione islamica delle terre
di Gallia dalla comparsa di due comete.
Un segno evidente della volontà ammonitrice dell’Onnipotente.
Un’apparizione che ben alberga nella mente di un chierico e di un uomo vissuto a
metà tra VII e VIII secolo, laddove il trascendente è quasi costantemente
presente nella vita quotidiana con il miracolo, l’apparizione, il sogno o
l’incubo. Tutto può esser presagio delle intenzioni dell’Altissimo: il cambio di
clima, un’eclissi di luna, un volo radente d’uccelli.
Siamo al preludio – ma passerà circa un secolo e mezzo nel quale l’Islam
inizierà a prendersi la Sicilia e Palermo terminandone la conquista nel 902,
aggredirà pesantemente Roma con un saccheggio memorabile durante l’anno del
Signore 846 e instaurerà un Emirato a Bari nel periodo incluso tra gli anni 847
ed 871 – dell’insediamento arabo-berbero di Fraxinetum, comunemente identificato
con l’attuale La Garde Freynet, nel distretto di Frejus, in Provenza.
Da quel centro (ché non di antro piratesco ma di vero e proprio nucleo di coloni
musulmani si tratta) partono sia per terra che per mare incursioni verso
occidente, le Alpi Cozie, la Liguria e più a nord verso il monastero della
Novalesa, cui deprederanno ampi possedimenti in Val di Susa.
Oggi non rimane più nulla di quel luogo che sparse terrore per oltre un secolo e
centinaia di chilometri e miglia marine lontano da sé.
La Garde Freynet è un enorme spazio piatto, in prossimità di una costa assai
facile, occupato da boscaglia, brughiera e canneti. Attraversandolo si ha la
sensazione di un accadimento mancato. Di ciò che poteva essere e non è stato. Di
un tentativo di passaggio tra la vitaccia nomade del magrebino e la società che
cerca di farsi stanziale. Benché nel suo DNA possieda l’istinto della predazione
e della guerra santa. Ci affidiamo alle cronache contemporanee per comprendere
come Fraxinetum fosse strutturato.
Liutprando di Cremona, un tirapiedi di Ugo di Provenza, imperatore passato a
propria volta alla storia per aver abbondantemente gozzovigliato in una Roma
trasformata in cloaca sovrana degli abomini sessuali e delle ribellioni
intestine, così illustra quel che egli chiama oppidum, cioè fortilizio,
nucleo munito:
“È nota una rocca, detta Frassineto, che si erge sul confine tra Italia e
Provenza […] un lato è protetto dal mare ed i restanti da una densa e fitta
selva spinosa. In modo tale che chi cerchi di avvicinarsi e vi si addentri, pur
stando curvo per evitare di esser punzonato dai rovi, si trovi a non poter né
più procedere né regredire, senza enormi sofferenze. (Nacque) in quel luogo
nascosto, secondo il volere di Dio, perché venti saraceni provenienti dalla
Spagna, senza volerlo vi furono sospinti su di una piccola imbarcazione da un
vento sfavorevole. I pirati sbarcati di notte ed entrati nel villaggio, oh
dolore, vi trucidarono i poveri cristiani inermi e rivendicarono il possesso di
quel posto; ripararono poi dal tentativo di vendetta della gente dei paraggi
presso un picco detto Monte Moro, assai vicino al villaggio. Stabilirono poi un
patto secondo cui rendere i dintorni del rifugio ancor più spessi e spinosi per
proteggerlo: se qualcuno si fosse azzardato a recidere un solo ramo sarebbe
stato percosso con i rovi […] Rafforzato il luogo inviarono in Spagna diversi
uomini a decantare quel posto e si ripromisero di impoverire le popolazioni
locali. Così i saraceni ritornarono (dalla Spagna) in cento […] e non si
accontentarono di trucidare il prossimo, ma vollero inaridire le terre messe a
coltura”. Questo è quanto egli pone accadere durante l’anno 888.
Nel seguito della sua narrazione, egli racconta come i saraceni di Frassineto
(che evidentemente identifica come mori islamici di provenienza ispanica) ed
Africani fossero giunti ad Aqui “distante appena quaranta miglia da Pavia”,
capitale del Regno d’Italia.
Il primo sfregio islamico alla
Liguria
La Liguria dopo tanti indizi, tanti “probabilmente”, tante affermazioni
silenziose delle fonti, finalmente viene violentemente colpita nel suo cuore:
Genova. Liutprando ce lo snocciola con un parlare truculento, piazzando la
bolgia sanguigna dell’invasione della città tra il 934 ed il 935:
“In quel tempo nella città di Genova che sorge sulle Alpi Cozie, lontana
ottocento stadi da Pavia, costruita sulla riva del mare Africano, prese a
sgorgare una grossa fonte di sangue, presagendo patentemente una grave rovina
per tutti. Quel medesimo anno infatti, i Tunisini giunsero con una gran flotta,
cogliendo di sorpresa i genovesi, entrarono all’interno delle mura ed uccisero
tutti, eccetto donne e bambini e depredarono ogni bene prezioso di case e chiese
di Dio, per poi tornare in Africa”.
La ferita più profonda è dunque inferta alla Liguria non dai mori di Frassineto,
che facilmente la sfregiarono, la lambirono, la desiderarono ma dai musulmani di
Ifriqyia. Gente partita da quella Tunisi che – dopo l’occupazione islamica – un
paio di secoli indietro era stata lanciata nelle attività di mare, qualsiasi
esse fossero, dall’immigrazione massiva di calafati egiziani, con le loro cento
e passa famiglie al seguito.
Ma l’impresa saracena del 935 non rimane mozza alla Storia.
Ci informano del seguito, tuttavia, non più autori coevi, ma successivi.
Sigeberto di Gembloux, che scrive al principio del secolo dodicesimo con dei
toni retrospettivi che stanno tra l’immagine “horror” ed il genere “fantasy”,
Vincenzo di Bouvais che si colloca esattamente un secolo dopo ed infine colui
che attinge da entrambi trame, scenografie e personaggi: Jacopo da Varagine che
coglie in pieno il Milleduecento e ne segue le trame sino quasi agli sgoccioli.
Coloro che raccontano come va a finire la vicenda le sono dunque di molto
successivi. Siamo distanti dal fatto dai due ai quasi quattro secoli.
Specialmente l’ultimo, nato a Varazze e presule di Genova, ha interesse ad
esaltare quanto tuttavia probabilmente trovò negli scritti di Sigeberto e
Vincenzo.
Egli usa i medesimi toni di Liutprando da Cremona, un po’ perché essenzialmente,
per ciò che riguarda i secoli addietro è un copista, un po’ perché nei tempi in
cui vive lo stile del pensiero occidentale non può esimersi dalla forte impronta
ideologica delle crociate. L’esaltazione del presagio divino della fontana di
sangue che prende a sgorgare è messa bene al centro della scena, dominata dai
musulmani che, se in Liutprando hanno delle identità tali da poterne ricostruire
la provenienza e l’etnia, in Jacopo sono saraceni e basta. Nemici dei Cristiani.
Non tenendo in considerazione l’opinione dell’unico cronista contemporaneo a
quei fatti – ma Jacopo da Varagine probabilmente lesse solamente dei lettori di
Liutprando – degli storici a lui antecedenti ed isolato pure dagli studiosi che
lo seguirono, egli fa provenire gli invasori direttamente dalla Siria.
Jacopo non riferisce una data precisa di riferimento per quei fatti, ma è
presumibile che egli ritenesse valide le notizie di Vincenzo di Bouvais, nei cui
annali è ancora il 935 ad ospitare la venuta dei pirati musulmani.
Jacopo invece ci dice che i genovesi avevano lasciata sguarnita la città per
intraprendere un viaggio imprecisato. Domineddio cercò di avvisare i pochi
rimasti entro le mura del pericolo grave che stava incombendo: come per prodigio
una fontana cominciò copiosamente a sgorgare liberamente.
Il suo contenuto era però sangue schietto.
Nessuno comprese il significato che quel miracolo stava presagendo; così le
difese non furono affatto munite. In tal modo la città rimase offerta al sacco
islamico.
Una gran flotta di saraceni siriani, approfittando della momentanea debolezza
del numero e della qualità dei difensori genovesi, attaccò di sorpresa il
centro. I pirati dilagarono in ogni luogo compiendo uno scempio senza precedenti
nella Storia di Genova. Tutti gli uomini furono trucidati, le donne ed i bambini
catturati. Le chiese vennero violate con atti sacrileghi e svuotate dei santi
tesori che contenevano. Allo stesso modo ogni bene prezioso fu trasportato sulle
imbarcazioni dei pirati. Essi ripartirono lasciandosi alle spalle uno squallido
e graffiante scenario dove campeggiavano unicamente morte e distruzione.
Le galee col grosso degli armigeri genovesi fecero ritorno pochi giorni dopo il
compimento della tragedia.
Il gusto della vendetta diede loro l’adrenalina necessaria a riarmare alla
svelta le imbarcazioni e riprendere il mare all’inseguimento dei musulmani.
I saraceni furono raggiunti all’isola “dei Buxinarii”, uno scoglio poco distante
dalle coste sarde di nord est, mentre si abbandonavano alle gioie orgiastiche
tipiche del dopo saccheggio, con i soliti rituali di schiamazzi, liti per il
bottino e rilassamento generale dello spirito battagliero. Quella sosta risultò
fatale agli islamici che la nostra guida letteraria fa passare tutti a fil di
spada genovese, senza risparmio e senza tregua, in una strage così implacabile
da fornire all’isolotto il nuovo nome di Mortorio meritare una specie di
monumento. Un mucchio d’ossa ammonticchiate, lì per sempre come monito e ricordo
di eroismo cristiano. I genovesi recuperarono tutto figli, mogli e tesori.
Non possiamo esser certi della veridicità storica della seconda parte del sacco
di Genova, se cioè sia parto di fantasia campanilista di uno Jacopo da Varagine
voglioso di fornire immediatamente ai propri fedeli la vendetta di una spregio
grave, di quelli che sbigottiscono, che lasciano segno nella tradizione con
impronte dal sapore triste come la mitica polla sanguigna, o se sia un
ampliamento dovuto ad una qualche fonte orale cui Jacopo attinse completando la
vicenda. Due cose sono certe, e ce ne informa ancora una volta Jacopo.
La prima consiste nella spiegazione della poca considerazione dei cronisti per i
fatti guerreschi tra Genova e gli islamici del secolo decimo, la quale può
motivarsi con le dimensioni contenute del centro ligure, lasciato in periferia
dalla narrazione storica del tempo. La seconda è nella manifesta e copiosa
presenza degli incursori saraceni nella regione. Ciò che Jacopo lesse nella
leggenda di San Romolo ed in un imprecisato registro della curia arcivescovile
di Genova.
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