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Pontelungo
Un santuario per raccontare
Albenga
Arte, pittura, tradizione
di Claudio Taggiasco
Santa Maria del Ponte Lungo
In Liguria, le prime testimonianze della devozione Mariana si
riscontrano nelle pievi a Lei dedicate nella diocesi di Genova (Bargagli,
Borgofornari, Camogli, Ceranesi, Gavi, Rivarolo, Serra, Voltaggio, Voltri), e
negli altri Santuari che la tradizione considera eretti prima del mille (Madonna
dell’Accolla Soviore, in provincia della Spezia, Santa Maria Maggiore in
provincia d’Imperia); ma la tradizione non è confortata da documentazione
storica. La più antica Chiesa con datazione sicura è la Chiesa delle Vigne
(Genova), 1083, nominata nel Registrum Curiae.
La maggior parte dei luoghi di culto mariani in Liguria, sorti intorno al primo
millennio, nacquero e si svilupparono sulla venerazione di precedenti effigi.
Edicole, capitelli, piloni, infatti erano (e sono) disseminati volontariamente
un pò dappertutto; vicino al posto di lavoro, nei campi, nei boschi, nei luoghi
di transito. Non è raro anche oggi incontrare la figura della Madonna
all’ingresso della città o del villaggio e agli angoli dei palazzi o nelle
piazze. In una società minacciata di disgregazione, gravata da calamità naturali
e dalla malvagità degli uomini, gli individui erano preoccupati di perdere la
libertà e la vita stessa. In un contesto socio-politico che non forniva
sufficienti garanzie di sicurezza, l’uomo medievale ligure sentì acuto il
bisogno della protezione divina, particolarmente durante le invasioni barbariche
dei visigoti d’Alarico e di Ataulfo (sec V). Per questo, fiducioso, si rifugiava
nella protezione della Vergine.
Una leggenda, ad esempio, fa risalire al tempo delle invasioni di Rotari (sec.
VII) l’origine del Santuario di Soviore (SP). La popolazione rivierasca si
rifugiò sulle alture nei boschi, portando con sé una statua della Madonna che
nascose in una grotta, per sottrarla alla profanazione dei barbari. Ritrovata
cent’anni dopo in modo miracoloso, fu edificato sul posto un Santuario. Di
protezione aveva bisogno anche chi si metteva in viaggio, a causa delle insidie
sulle strade poco sicure, infestate da briganti e animali o rese insidiose dal
mal tempo; per questa ragione sorsero numerose edicole della Madonna lungo i
percorsi dei sentieri e delle strade.
Chi voleva spostarsi lungo la Riviera era costretto a percorrere l’unica strada
di comunicazione esistente, l’antica Julia Augusta, (l’attuale Via Aurelia), che
giungeva ad Albenga dopo aver varcato il fiume Arroscia. A capo del ponte che
attraversava il fiume vi era un’edicola della Madonna. Intorno al mille,
l’immagine della madonna fu ospitata in una cappella denominata “Ecclesia
Sanctae Mariae Pontis Arociae” Chiesa di S. Maria al ponte dell’Arroscia,
edificata nello stesso luogo, al fine di garantire una più comoda accoglienza
per una più riservata preghiera. Caso analogo e coevo a quello della Chiesa di
N.S. del Ponte in quel di Lavagna (GE). All’epoca (1210) la famiglia dei Fieschi
fece costruire un ponte sul fiume Entella, in capo al ponte si trovavano due
cappelle dedicate, una alla Maddalena e l’altra a S. Erasmo, sostituite ad
oriente dall’attuale chiesa N.S. del Ponte.
Oggi del fiume Arroscia non si trova più traccia. Fino al XIII sec. scorreva a 1
Km a levante della città, nel medioevo, per cause naturali associate all’opera
dell’uomo, (che costruì un canale per alimentare le concerie del cuoio vicino
alle mura della città), si produsse la deviazione del fiume. A testimonianza del
suo passaggio resta un ponte medievale, lungo 150 metri e formato da 10 archi
seminterrati, che la tradizione vuole “romano”.
La cronaca è assai avara di notizie storiche, circa l’origine e lo sviluppo dei
primi decenni di vita della chiesetta vicino al ponte, tuttavia molte
informazioni si possono desumere da atti notarili, da contratti e dai legati
ecc.
Una prima testimonianza circa l’oratorio dedicato alla “Madonna del Ponte lungo”
si trova nel Liber censuum Ecclesiae Romanae. Il libro contiene il
censimento del patrimonio e delle entrate dovute alla Chiesa, da monasteri,
terre e chiese che godevano della defensio pontificia, vale a dire
l’esenzione dalla giurisdizione dell’ordinario, il vescovo (la Iuri Beati
Petri). Tale raccolta fu compilata dal cardinale Cencio Savelli
camerarius nel 1192.
Nel Censuum si trova scritto: Ecclesia Sanctae Mariae cum hospitali de ponte
unum obolum auri e più avanti Monasterium Sancti Martini iuris beati
Petri est, quod est situm in insula Gallinaria, uno morabutinum. La Chiesa
del ponte con annesso ospedale dava quindi un obolo d’oro nel 1192, ciò
significa che la data di fondazione della cappella deve considerarsi anteriore
al 1192.
La terra dove fu costruita la chiesetta di S. Maria del ponte dell’Arroscia e
quelle di molte altre chiese della Liguria, anticamente appartenevano alla Santa
Sede, perché comprese nel patrimonio delle Alpi Cozie, che i re Longobardi
Ariberto II e Liutprando vollero ad essa restituire. La Santa Sede, ne affidò il
governo ai vescovi. Papa Urbano VI con l’atto del 17 dicembre 1385 cedette
definitivamente molti paesi, fra i quali Pietra, Giustenice e Toirano, alla
signoria genovese.
Gerolamo Rossi, nella storia d’Albenga scrisse di terre cedute, vendute,
rivendicate o conquistate con le armi, da parte del vescovado Ingauno nella
prima metà del XIII secolo. Nel 1103 il vescovo Aldelberto donò ai monaci
benedettini dell’isola di Lerino, futuri fondatori dell’ospedale di Pontelungo,
alcune terre della curia.89 Successivamente nel 1125 il vescovo Ottone regalò
loro il monastero di Varigotti e quello di S. Stefano di Genova.
Il più prodigo fu il vescovo Odoardo che fra il 1150 e il 1153, concesse in
feudo ai vari signorotti liguri più di 30 luoghi della sua curia.
Nell’Istrumenta Episcoporum di Paolo Accame si legge la Sentenza del
Vescovo d’Alba del 1° agosto 1216 e di due canonici di Genova, delegati dal
Sommo Pontefice, Onorio III, colla quale sotto pena di scomunica, ordinano al
Marchese Enrico del Carretto di restituire al Vescovo d’Albenga Oberto, il
castello della Pietra, le sue pertinenze e terreni annessi.
“Nos Rodulfus Albensis Episcopus,
et canonici ianuenses, iuduces delegati a summo Pontifice in causa que vertitur
inter Obertum Albinganensem Episcopum ex una parte et dominum Henricum de
Carreto Marchionne Saone ex altera...”.
“Il comune d’Albenga ebbe sempre qualche pretesa sul luogo di Toirano,
quantunque appartenesse alla signoria episcopale e si comportò come se quelle
terre fossero di suo possesso. Ciò non volle tollerare il mitrato albenganese,
per questo sorsero odi, guerre e scomuniche”.
“Il 26 Febbraio 1225, altra Convenzione fra Oberto Vescovo e il Comune d’Albenga,
per porre fine allo scorrere del sangue tra le bande armate vescovili e quelle
cittadine”.
Su tali fatti si possono emettere, e
furono emessi svariati giudizi, quello del Rossi, sottile e garbato, potrebbe
riassumerli tutti, così dice:
“La storia ci mostra nei
suoi annali come mano a mano che il clero vide cadere dalle sue vesti la polvere
delle grandi ricchezze accumulate nel medioevo, andò migliorando nei suoi
costumi e nei popoli prese a brillare più viva la fede in quegli eterni principi
che loro venivano predicati. Noceva forte nei tempi che noi scriviamo il trovar
congiunte in una sola mano la potestà religiosa e civile; poiché essendo
facilissimo il confondere l’idee religiose con le mondane, n’avveniva che il più
delle volte si servisse ad esclusivo vantaggio del temporale potere di quelle
armi che della sola religione devono essere il sostegno e la difesa”.
Grazie ad un atto di vendita di alcune
terre nella piana di Pietra Ligure in plano Petre, stipulato nel 1214, si
viene a conoscenza della presenza a Pontelungo, di una comunità religiosa di
“frati pontieri”, un ramo della grande famiglia benedettina. La comunità
religiosa fu composta da: Ugo e Gugliemo Ricci e il sacerdote Giribaldo. Si
legge nel testo:
“Sia reso noto ai presenti ed ai
posteri che noi, Ugo custode del ponte Arroscia e confratello della Chiesa di
Santa Maria del medesimo ponte e Giribaldo sacerdote e confratello della stessa
Chiesa e fra Gugliemo Ricio (Ricci) per noi e per i nostri (altri) confratelli
redigiamo atto di vendita a favore... per questa vendita dichiariamo che sia
dato ai noi il prezzo stabilito di XX lire moneta di Genova. …Anno del Signore
1241 indizione II° giorno di venerdì che fu del mese di marzo ed ivi furono i
testi chiamati e richiesti Ruffimo di Marbello, Guglielmo di Cortemilia,
Caldera, Padre di Bonifacio e Maifedro di Calice. Ed io Alberto notaio del sacro
palazzo rogai e questa carta così scrissi”.
“Pateat presentibus atque futuris quod nos Ugo ponterius pontis Arociae et
confrater Ecclesiae Sancte Marie eiusdem pontis et Girbaldus Sacerdos et
confrater eiusdem Ecclesiae et frater Guillelmus Ricius per nos et nostos
confratres facimus cartam venditionis in alodio et pro alodio vobis domino
Enrico Dei gratia Saone Marchione, nominatim de totis illis terris nos dictus
Ugo habemus et per nos poteritis invenire, et de omnibus rationibus et
actionibus et drictis quae et quas per nos et per Abbonem Ruscom et per suam
filiam Ostardam invenire poteritis in plano Petre, a Curtis inferius usque in
mare et a capite Borgii usque Pontilorium de leonis.pro qua venditionem
confitemur nos recepisse a nobis finito pretio libr. XX Januae monetae.Anno
Domini M CC X IIII, Indictione II, die veneris qui fuit de mense marcii, et ibi
testes fuerunt vocati et rogati Ruffinus de Merbello, Guillelmus de Curtemilia,
Caldera, Bonefacius de Pater, et Maifredus de Calice. Et ego Albertus notarius
Sacri Palacii rogatus fui et hanc cartam sic scripsi”.
Alcune congregazioni benedettine si
specializzarono nel restauro, copiatura, e trascrizione d’antichi codici e
libri; altre, soprattutto in Liguria, si dedicarono alla diffusione della
cultura olearia con i frati detti “olivetani”, altre ancora, come nel nostro
caso, alla conservazione e custodia dei ponti, evidente opera di pubblica
utilità, vitale per i viaggi ed il commercio. Qualcuno ravvisò nel ripristino
della prima e seconda arcata del ponte la mano dei monaci pontieri, poiché è
evidente l’impiego di pietre differenti da quelle originali della cava di Cisano.
Nuove necessità ed esigenze richiesero la costruzione di un ospizio e ospedale,
probabilmente costruito dai monaci pontieri e servito poi dai monaci
benedettini, dipendenti, come visto, dall’abbazia di S. Martino. Censite insieme
come proprietà della Santa Sede.
Sull’isola Gallinaria si viveva la regola benedettina, frutto della riforma
iniziata nell’antico monastero di Cluny (Francia) fondato nel 910. La riforma
Cluniacense fu un ritorno al primitivo rigore della regola benedettina:
silenzio, preghiera, molto lavoro, ripristino delle scuole e dell’ospitalità. La
revisione fu accolta con grande favore e si propagò rapidamente in tutta Europa,
originando un immenso ordine religioso, che all’inizio del XII secolo
comprendeva oltre 2000 tra monasteri e priorati.
La novità fu l’introduzione di un abate generale “arciabate” che governava cui
erano sottoposti i priori delle varie case. Azione che diede all’ordine
religioso una solida unità, interrompendo l’isolamento dei monasteri che
conducevano una vita indipendente e autonoma, isolati gli uni dagli altri.
Durante la loro diffusione si insediarono in molti paesi del litorale ligure. La
piccola isola di Lerins (di fronte a Cannes, allora territorio italiano,
chiamata Lerino), fu il loro primo approdo.
Cosicché sull’isola Gallinaria i monaci si dedicarono maggiormente alla vita
contemplativa mentre a Pontelungo all’apostolato e al servizio ospedaliero.
Nel 1254, troviamo a reggere l’ospedale il Priore fra Oddone con alcuni canonici
regolari di un’altra famiglia religiosa (la terza), quell’agostiniana,
dipendente dal vicino Priorato di S. Giorgio de “Campora”. Il nome del priore
compare in diversi documenti dell’epoca. Il 29 aprile 1254, fra Oddone
costituisce un procuratore. Il suddetto priore Oddone, il 20 luglio 1259, è
presente in un decreto di Lanfranco vescovo per il monastero di Varatela.
L’esistenza del priorato si evince inoltre dall’Istrumentum feudi de Loano.
L’investitura del feudo di Loano è conferita dal Vescovo Lanfranco ad Orberto
Doria, il 17 gennaio 1263. Sono presenti dal notaio Gentile Folco come
testimoni, “frate Oddone Priore Sante Marie de Ponte Albingano, Guillelmo Nigo
et Bartolomeo Nigo de Iustenicis…”.
Tra Pontelungo e Albenga, sorgeva fino a non molto tempo fa, una Cappella
dedicata a “S. Vito nei prati” di proprietà del priorato: Ancor oggi quel luogo
è detto S. Vito dei prati.
Il testamento del maestro Giovanni Marissia di Ceriale, del 22 dicembre 1271,
recita:
“Alla Chiesa di S.Maria del ponte
Arroscia (lascio) soldi 20 per l’illuminazione e per le necessità della stessa
Chiesa, inoltre all’ospedale ivi costruito per l’utilità e necessità dei poveri
dello stesso ospedale che temporaneamente ivi furono dimessi (lascio)
completamente la terza parte di tutto quello che ho nel luogo detto ‘bella via’
che non potrà essere convertito in altro uso, salvo il diritto della Chiesa di
S. Giorgio del campo d’Albenga e le altre due parti le lascio alla Chiesa di S.
Giorgio dei campi, per fare l’elemosina ai poveri e mendicanti e per
l’illuminazione in Chiesa. Per tutti i secoli dei secoli”.
“Ecclesiae Sancte Marie de ponte arrocie sol. viginti pro luminaribus et
necessariis ipsius ecclesiae. Item hospitali ibi constructo ad utilitatem et
necessaria pauperum ipsius hispitalis qui ibi pro tempore fuerint dimitto
tertiam partem pro indiviso illius toti quod habeo in loco ubi dicitur bella
via, quod in alios usus converti non possit, salvo drictu ecclesiae Sancti
Georgii de pratis Albigane, et alias duas partes lego ecclesiae sancti Georgii
de pratis causa faciendi elemosinam pauperibus, et egenis et luminaria in
ecclesia per secula seculorum”.
Nel sopra riportato testamento, si possono
notare due importanti indizi: il primo contenuto nella clausola “fatto salvo il
diritto della Chiesa di S. Giorgio del campo d’Albenga”. Nota, che confermerebbe
che la stessa congregazione monastica era a S. Giorgio e a Pontelungo. Il
secondo attesta come l’ospedale e la Chiesa incontrassero il favore della
cittadinanza, tanto da ottenere privilegi speciali negli statuti comunali e come
i cittadini sostenessero le due istituzioni con lasciti e donazioni.
Dal 1274 al 1342 molti documenti recano la dicitura “recluso o reclusa” in
relazione a Pontelungo. Si pensa ad uomini e donne, che, vivendo in una forma d’anacoretismo,
alternassero alla preghiera la cura e l’assistenza dei malati e dei bisognosi
ospitati nell’ospedale e nell’ospizio. Ad esempio Giacomo Pelato Bonseniore, il
29 marzo 1274, lascia all’ospedale del Ponte dieci soldi annui più cinque per
suo fratello Giovanni “ivi recluso”. Così fecero la vedova Giovanna Leone
Trincheri, che lascia un legato alla Chiesa di S. Maria di Pontelungo dell’Arroscia
e un’offerta per gli infermi e gli ammalati e per le recluse. Seguirono i legati
d’Oberino Ricolfi, Gerolamo Rolando, Egidio Mazzarello, Manuele Ridolfi.
L’ospizio, situato sull’unica grande strada del tempo, l’attuale Via Aurelia,
percorsa da tutti coloro che transitavano lungo la Riviera, accolse illustri
personaggi e semplici viandanti. Nel 1300 Bonifacio VIII promulgò solennemente
il primo grande giubileo. Eccezionale fu la partecipazione dei pellegrini
diretti verso Roma, moltissimi dei quali fecero tappa sia all’andata sia al
ritorno al convento, ricevendo assistenza e chiedendo conforto alla Vergine per
il loro lungo faticoso andare e sostando nella chiesetta di S. Maria dell’Arroscia.
Nel 1320 Albenga fu assediata, incendiata e saccheggiata dai guelfi e dai
provenzali che uccisero molte persone e distrussero case e chiese “…Quella
marmaglia aggiunse al danno lo scherno, non risparmiando i templi, le cose e le
persone sacre. Era il 22 del mese di giugno”.
La struttura ospedaliera e l’annessa cappella subirono gravi danni e i canonici
furono cacciati e malmenati (qualche versione aggiunge: alcuni uccisi ?). Dopo
l’allontanamento dei monaci, la conduzione della pia opera fu assunta dai
romiti, i quali s’interessarono direttamente della gestione e manutenzione del
complesso.
Dopo la partenza dei monaci benedettini dall’Abbazia di S. Martino sull’isola
Gallinara e da Pontelungo il titolo e i beni del priorato di questi due luoghi
furono ceduti in Commenda, spesso ad eminenti personaggi del clero. (Come già
notato, infatti, il portico fu eseguito su comando del priore commendatario il
Cardinale di S. Cesario, Gian Battista Spinola nel 1737).
Nel 1330 il vescovo, Federico dei marchesi di Ceva assegna all’Arcidiacono della
Cattedrale il priorato di Pontelungo con due canonicati, in esso istituiti,
l’annesso ospedale e la Chiesa di S. Vittore (forse sua dipendenza).
L’Arcidiacono dovrà detrarre dai redditi 50 lire annue per i poveri per le
esigenze dell’Ospedale e la ristrutturazione della Chiesa, con l’obbligo del
rendiconto annuale al vescovo.
L’ospedale tra alterne vicende proseguì la sua opera, per quasi tutto il secolo
XVI e la carica del priorato durò fino al 1886, anno in cui i frati francescani
furono nominati custodi del Santuario.
La Chiesa fu retta da preti secolari che assunsero essi stessi la denominazione
di Canonici. Sono stati rintracciati alcuni nomi di preti che funzionarono quali
priori a Pontelungo:
1347, il prete Costanzo. 1350, Corrado di Pinerolo. 1356, Pietro Imperiale di
Genova. 1390, Antonio de Lancrate. 1424, Filippo Lojno. 1469, Demetrio Doria.
1498-1502, Gio. Battista de Campofregoso. 1608, Gio. Domenico Cassolino.
Le prime avvisaglie di decadenza dell’istituto ospedaliero presso il ponte si
colgono quando il priorato fu dato in commenda a causa della dannosa incuria e
scarsa oculatezza di alcuni custodi, che dissiparono i beni, nonostante i
ripetuti sforzi delle autorità cittadine.
Nel 1429, ad esempio, il commendatario Bartolomeo Fieschi fu esonerato
dall’incarico poiché, per sua colpa, la Chiesa era divenuta pericolante e
l’ospedale inospitale. La commenda fu assegnata da Papa Martino V al canonico
Domenico Beruto (1430) e l’ospedale fu amministrato dai massari sotto il
patrocinio del consiglio comunale.
Il Comune, con delibera consiliare del 14 novembre 1498, chiese alla Santa Sede
che i beni del priorato fossero devoluti a favore dell’ospedale nel quale
confluivano molti poveri, indigenti e bambini abbandonati “pauperes et egeni
et expositi confluunt”. Dal tenore della su citata delibera si può
facilmente arguire la presenza di un orfanotrofio. L’ospedale di Pontelungo fu
abbandonato nel 1558 e sostituito da uno nuovo, eretto entro le mura della
città, chiamato “Santa Maria della Misericordia”, frutto dell’aggregazione delle
tre “Casazze ” (confraternite): quella di Santa Croce, quella Santa Caterina e
quella S. Bernardo. Nell’atto di fondazione, avvenuto il 28 marzo 1558, fu
stabilito
“…si debbano elencare in un solo
libro tutti i redditi e i proventi che rispettivamente hanno le dette Case con
tutti i loro oneri che annualmente devono soddisfare, affinché calcolati i
debiti e le retribuzioni tutto quello che sarà sopravanzato debba spendersi a
beneficio dell’Ospedale già in Santa Croce attualmente unito colla sunnominata
Casa di Santa Maria di Misericordia… Redatto in Albenga nel convento di S.
Francesco. Andrea De Marco notaro”.
Giovanni Paneri annota ancora nel
“Giardinello” che nel 1624 si vedevano solo i resti dell’ospitale, i ruderi del
vecchio nosocomio di Pontelungo furono completamente spianati per le feste della
terza “Incoronazione” del 15 agosto 1777.
La Chiesa continuò ad essere officiata, anche dopo la dismissione dell’ospedale
e non diminuì verso di essa l’affetto degli albenganesi. Una notizia riportata
da più fonti mostra quanto importante fosse diventata la piccola Chiesa. La
possibilità di potervi lucrare l’indulgenza plenaria attirò, nel 1408, una gran
folla sia dalla città sia dai paesi vicini. Sfortunatamente l’inverno di quell’anno
fu molto piovoso e il vicino torrente Rogetto, tracimando, inondò ripetutamente
i campi all’intorno, rendendo angusto e molte volte quasi impossibile il
cammino. Il disagio suscitò una vibrata protesta, soprattutto da parte dei
fedeli che “si recavano quotidianamente alla Chiesa della Gloriosa Vergine
Maria per lucrare l’indulgenza”. L’iniziativa fece registrare
l’interessamento del municipio, che costatò quanto pericoloso fosse per tutti
quelli che percorrevano la strada romana, l’andare e il ritornare. perciò
stanziò 10 fiorini d’oro per la costruzione di un ponte realizzato in mattoni e
con buona calcina.
La devozione a Maria, che fortemente si era radicata nell’animo degli Ingauni,
non venne mai meno anche in tempi aspri e duri che sempre volle onorare gli
episodi più importati della vita della Vergine; fu così che il Priore Domenico
Cassolini nel 1608 fondò a Pontelungo la “Compagnia dell’Assunta”. Nella lettera
inviata dal Priore al Vescovo per richiedere l’istituzione della pia unione si
coglie lo zelo pastorale e la sentita necessità di fornire un’adeguata
educazione religiosa ai numerosi giovani presenti e cosi esprime:
“Molto Il.re e R.mo Monsignore.
La Chiesa della Madonna di Pontelungo, per l’addietro aveva molto concorso da
ogni banda, quale pare da qualche tempo in qua si sia rallentato assai. Il
moderno priore di essa desideroso che segua innanzi e aumenti il culto di Nostro
Signore, desidera di erigere in detta Chiesa una compagnia d’uomini e di donne
sotto il titolo di Madonna dell’Assunzione. Poiché in essa mai, è stata eretta
compagnia che si sappia, la quale s’impegni nella devozione e nell’ossequio di
essa Madre di Iddio e insegnare la Dottrina cristiana a fanciulli e fanciulle, e
per accrescimento di detta opera devota vuol supplicare la Santità di N. S.re
Papa Paolo quinto che condoni grazie e indulgenze accreschi l’animo ai fratelli
e sorelle di detta compagnia. Ma perché l’indulgenze non si concedono a
compagnie che non siano erette canonicamente e a questo vi fa di mestieri
l’autorità dell’ord.o Gio Domenico Cassolini Priore su detto, supplica V.S. M.to
Illustre e R.ma sia servita per onore Iddio di approvare con la sua autorità il
desiderio suo e concederli facoltà di erigere la detta compagnia conforme alle
cose predette e narrate. Il che sperando di ottenere esso con tutti i fratelli e
sorelle di detta compagnia si obbligano pregare Iddio Signor nostro con la sua
santissima madre per la felicità di V.S. M.to Ill.re Il priore Gio. Domenico
Cassolini ”.
La risposta affermativa del vescovo Luca
Fieschi giunse l’otto giugno 1608.
Ci sembra di particolare interesse ricordare come la “Visitazione”, principale
solennità liturgica del Santuario, che cade il 2 luglio, divenne la festa
principale d’Albenga e di tutto il comprensorio Ingauno. L’archivio del Comune
conserva una supplica al Vescovo, del 5 gennaio 1618, nella quale si richiese al
vescovo che i giorni della “Presentazione” e della “Visitazione” fossero resi
festivi a tutti gli effetti, quindi non lavorativi, e invitati i parroci del
vicariato e dei paesi dipendenti a celebrarli liturgicamente, in modo solenne.
La festa della “Presentazione” con il tempo fu smessa, mentre quella della
“Visitazione” fu sempre celebrata, soprattutto a Pontelungo, dove è
particolarmente commemorata, dopo la memorabile notte del 2 luglio 1637, quando
Albenga fu risparmiata dalla distruzione da parte dei Corsari Barbareschi. Ecco
il proclama:
“Per ordine dei Molto Magnifici e
Prestatissimi consoli e consiglieri della Città e del Comune d’Albenga, si
notifica ad ogni singola persona, essere stato per SS. Signore Prestantissime
fatto pubblico decreto, per il quale hanno ordinato siano celebrati per feste
per l’avvenire i giorni della Presentazione e Visitazione dell’Eccelsa
Santissima Nostra Signora. In avvenire detti giorni dovranno essere considerati
come festivi e quindi tutti in detti due giorni si dovranno astenere dal lavoro
sotto la pena contenuta nello Statuto della Rubrica “de non laborando in festis
” e com’è meglio precisato negli atti della Cancelleria. Affinché nessun possa
di quanto sopra pretendere ignoranza, hanno ordinato le Sue Signorie
Prestantissime che il suddetto ordine sia pubblicato nella presente Città e
luoghi di questa giurisdizione e sia data notizia di modo che tutti possano
osservare quanto sopra, compiendo il tutto in onore della Madonna Santissima”.
Albenga dal Palazzo del Comune, lì 5 Gennaio 1618”.
Il Paneri, testimone oculare della sentita
devozione verso la Madonna del Ponte lungo, scrisse nel Sacro e vago
giardinello della “molta devozione, e massime nel tempo quaresimale, nel
quale molti cittadini e molti Popoli circonvicini sogliono fraquentarlo”.
Ricorda pure il testamento di Gio. Batta Rolando, in cui lasciò scritto anche
gli eredi, (tra cui Giacomo Rolando) “fussero tenuti far celebrare ogni sabato
in lei Chiesa una Messa”. Aggiunge come nel 1618 “…detto Rolando ottenne, che
non potendo per le piogge compiere a quell’obbligo, potesse far celebrar dette
Messe nella Cattedrale e dall’anno poi 1626 il 30 d’ottobre... stante li
presenti tumulti e calamità de tempi, fossero celebrate (le su dette Messe in
detto Oratorio del Ponte lungo)”.
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