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Primo
di Maria
Masella
Capitolo 1
Lunedì
La chiamata è per via Buranello, la vecchia “via del tram”: da una parte i
palazzi e dall’altra la massicciata della ferrovia.
Il cadavere, seminascosto dai cassonetti, è stato trovato dagli addetti dell’AMIU
in uno degli archivolti sotto la massicciata. Le pietre vecchie sono adorne di
manifesti: annunci funebri e proclami politici a strati; alcuni, recenti,
spiccano ancora bianchi, ma presto avranno, come gli altri, il colore grigionero
delle pietre. Lì sotto c’è odore di orina e spazzatura fermentata.
E di morte.
Il corpo è di un vecchio e non c’è bisogno di essere un medico per capire che è
stato colpito al corpo e alla nuca, probabilmente con una spranga.
– Documenti? – chiedo all’agente fermo accanto al corpo.
– Niente, commissario. Ho cercato nelle tasche, ma non ho trovato niente.
Mi chino per vedere in viso l’uomo disteso a terra su un fianco e faccio segno
all’agente di farmi luce, perché manca poco alle sette e in questa stagione è
ancora buio.
Mi chino e per poco non perdo l’equilibrio.
E ora come lo dico a mia madre? È questo il primo pensiero.
Il secondo è che proprio a me doveva capitare? Perché lui lo conosco bene.
Mi alzo cercando di assumere la giusta espressione di un commissario di polizia
impegnato in un’indagine. È il mio primo caso di omicidio a Genova: – Testimoni?
L’agente mi indica i due dipendenti dell’AMIU a pochi passi di distanza: uno sta
fumando una sigaretta, l’altro ha in mano un bicchierino di carta. Immagino che
sia caffè; ne ho una voglia pazza, come di una sigaretta.
Mi avvicino e mi qualifico: – Commissario Mariani Antonio.
– L’hanno ammazzato a sprangate? – Precede le mie domande quello con la
sigaretta; la tiene protetta nell’incavo della mano, come chi è abituato a
fumare all’aperto e non vuole farsela finire dal vento.
Anche lui faceva così… Scaccio il pensiero disturbante, perché deve essere un
caso come gli altri, e rispondo: – Sarà il medico legale a stabilirlo. Vorrei
sapere come e quando l’avete trovato.
È l’altro a rispondere: – Il mezzo qui non possiamo fermarlo, così ci si accosta
là.
Il là è ad una decina di metri, su un passo carrabile, perché il posto riservato
AMIU è stato occupato da un’auto. Forse coglie la mia occhiata e aggiunge: –
Succede sempre e ci si mette dove capita. Prendiamo i cassonetti e li portiamo
al mezzo. Ma prima dobbiamo togliere la rumenta sparsa. Tutti a metterla dove
capita. Così non l’abbiamo visto subito, ma soltanto dopo averlo smosso.
Se c’era qualche traccia sarà andata a farsi fottere: – A che ora?
– Le sei, minuto più, minuto meno.
La telefonata è arrivata in Questura alle sei e dieci, il tempo necessario per
riprendersi.
– Avete notato qualcosa di anomalo – mi correggo – di diverso dal solito?
Quello con il bicchierino mi lancia un’occhiataccia: – So cosa vuol dire
anomalo. Ho laurea in lettere, per quello che mi è servita. – Beve scolando fino
in fondo il bicchierino. – No, niente di diverso dal solito. Al lunedì ci sono
più bottiglie, più contenitori per pizza da asporto, soprattutto. Un lavoro da
schifo. – Indica l’altro marciapiede sempre sotto l’archivolto. – Pure colla
rovesciata. Per fare presto ne danno a spreco.
Vero, anche da qui si vede un foglio firmato da un gruppo maoista. È raggrinzito
come quando si usa troppa colla, è anche recente perché quasi bianco. Come un
manifesto funebre, molto tempestivo, per il morto ammazzato a pochi passi.
L’uomo dell’AMIU sta continuando: – Da quando l’abbiamo trovato non abbiamo più
toccato niente, per non distruggere eventuali prove. Per lo stesso motivo non
abbiamo tolto la spazzatura rimasta.
Sembra esperto, deciso. Più di me.
Ringrazio della collaborazione e li avviso che un agente si occuperà di prendere
le loro generalità.
Ritorno accanto al corpo e comunico all’agente cognome e nome del morto.
Se si stupisce che io le conosca non lo dimostra. Forse immagina che un
commissario come il sottoscritto sappia tutto. Genova, come sede, non l’avevo
chiesta, ma mi ci hanno mandato, quattro anni dopo aver superato l’esame per
diventare commissario: il tempo minimo. Forse per caso, forse per sottile ironia
burocratica. Sono commissario senza essere stato ispettore; sono genovese e
destinato subito a Genova… In Questura mi guardano come uno strano animale,
forse supponendomi ammanicato in alto loco.
Forse l’agente non si stupisce perché se ne frega, ancora più probabile.
Per rimuovere il corpo aspettiamo l’arrivo del medico legale, mi è già stato
comunicato che sarà il dottor Torrazzi. Non ricordo di averlo già incontrato, ma
sono stato destinato a Genova da poco e mi sono anche tenuto in disparte.
Dall’auto che accosta poco lontano, in divieto, scende un uomo, massiccio ma più
basso di me e più anziano; si avvicina senza fretta: – Sono Torrazzi.
Apprezzo che non porga la mano in un gesto di saluto ormai privo di senso. Mi
adeguo: – Mariani.
– Quello nuovo?
Annuisco: – Sì, quello nuovo. – Mi chino accanto al corpo. – Ho bisogno di
qualche indicazione, anche sommaria, per iniziare.
Tocca il corpo: – Sarò più preciso dopo l’autopsia, ma direi che la morte risale
alla nottata, diciamo da mezzanotte alle due, al massimo. Colpito con un corpo
contundente – indica la testa – probabile trauma cranico se non sono intervenuti
altri fattori. – Pausa. – Doveva avere già una certa età.
– Settantacinque – perché mi sono già fatto due conti in testa, confrontandolo
con mia madre.
– Ben portati… – ha commentato fra sé prima di aggiungere: – Trovato documenti?
Se si sa l’età…
– Niente documenti. – Mi alzo. – Quando può farmi avere i risultati
dell’autopsia?
– Faccio più presto che posso. Appena ho concluso la chiamo.
– Quando può farmi avere il referto?
Oscilla il corpo massiccio da un piede all’altro: – Preferirei telefonare, per
scrivere il referto ci vuole il suo tempo.
– Va bene.
Ho tagliato corto perché ho già la testa da un’altra parte.
Ora il cadavere viene rimosso, in fretta, per non impicciare ancora di più il
traffico che sta montando. Fra poco la vecchia via del tram sarà un serpentone
di auto in coda ferme, come ogni giorno lavorativo.
Ritorno verso la mia auto, perché quando sono stato chiamato ero a casa e ho
preferito arrivare direttamente.
Da Sampierdarena ritorno verso il centro e risalgo i Corsi fino alla casa di mia
madre: zona maledetta per trovare posto. Potrei piazzare l’auto dove capita, in
fondo sono quasi in servizio.
Il portone è chiuso; suono, lei risponde al citofono: – Chi è?
– Sono Antonio. Posso salire?
– Ti apro.
È stata peggio che fredda, indifferente.
Al pianerottolo la porta è aperta, lei si scosta per farmi entrare. Da tre mesi
non la vedo, mi sembra molto più vecchia, nonostante la solita tenuta che può
anche essere da ragazzina: jeans e maglia blu, capelli grigi tagliati corti.
Si chiude la porta alle spalle: – Che cosa c’è? Perché sei venuto?
– Devo parlarti.
– Dimmi – siamo nell’ingresso, come è d’uso quando si prevede una visita
brevissima.
– Posso entrare?
Come risposta mi gira le spalle e mi precede in cucina: è meglio che se mi
avesse fatto “accomodare” in salotto. Ma non si siede e non mi dice di sedermi.
– Allora, che cosa c’è di così importante?
– Ho preferito venire a dirtelo di persona, mi dispiaceva che tu lo sapessi da
estranei o dalla radio. O dai giornali. – Perché non guarda la TV.
– Che cosa non devo sapere da estranei? – la sua occhiata mi dice che sono un
estraneo anch’io.
– Pietro… Primo è morto.
– Primo?
– Sì. Se ricordo bene Pietro Gambaro un tempo si faceva chiamare Primo.
Si accosta al tavolo, sposta una sedia e si siede. Non piange, non è donna da
lacrime.
– Ne sei sicuro?
– L’ho riconosciuto.
Si passa una mano fra i capelli.
– Hai una sigaretta?
Le porgo pacchetto e accendino.
Li prende: – Avevo deciso di smettere.
Vecchia storia, almeno in questo non è cambiata.
Una boccata, due, poi chiede: – Come è stato?
– Penso che sia stato ucciso, mi hanno chiamato, non aveva documenti, ma l’ho
riconosciuto.
Mi fissa, di sotto in su, ma è come se mi squadrasse dall’alto. – Allora sei in
veste ufficiale, da questurino.
– No, almeno non qui, adesso. Non volevo che lo sapessi da altri.
– L’hai già detto.
Vero.
– Come è stato?
– Ancora non sappiamo, ma penso che sia stato ucciso con un colpo alla nuca.
– Arma da fuoco?
– No, perché?
Alza le spalle: – Così. Allora come è stato?
– Corpo contundente. Forse una spranga.
– Bastardi.
Perché al plurale? – Sai qualcosa?
– Me lo chiedi come figlio o come questurino?
Allora prendo la sedia e, a cavalcioni, mi piazzo davanti a lei. – Senti, sono
tuo figlio anche se ho deciso di diventare un commissario di polizia. Inutile
girarci attorno, fingere che non sia vero. Ognuno è libero di scegliere: l’hai
sempre detto.
– E non voglio questurini in casa mia, ognuno è libero di scegliere, io pure. –
Si alza. – Grazie di essere venuto. Hai fatto quello che ritenevi giusto, se hai
finito te ne puoi andare.
Così sono uscito da casa di mia madre che mi ha ben chiuso la porta alle spalle.
Come quando le ho detto di aver fatto domanda per diventare commissario di
polizia.
Ma perché mi hanno assegnato alla Questura di Genova? Perché hanno chiamato
proprio il sottoscritto per l’omicidio di Primo?
Perché ha parlato di bastardi al plurale? Mia madre Emma è così attenta alle
parole, mai le usa tanto per usarle…
Nessuna traccia sul luogo del delitto. O per perizia dell’assassino o per sua
fortuna. Chissà quanti ignari cittadini hanno lasciato i sacchetti di rumenta
poco lontano dal corpo senza vederlo o, pur vedendolo, hanno deciso che era
meglio non immischiarsi.
La vittima: devo pensarlo così, non Pietro Gambaro detto Primo.
Avrei preferito restare sul luogo del delitto, ma, verso mezzogiorno, una
chiamata di Serra, il vicequestore, mi riporta in Questura.
Vuole essere aggiornato sulle indagini: qualcuno si sarà premurato di avvertirlo
che Pietro Gambaro non è un anziano come tanti altri in una città sempre più
vecchia; lui è Primo.
– Così è stato lei, commissario, ad identificare la vittima.
– Era privo di documenti, ma lo conoscevo.
– Tanto da essere certo dell’identificazione?
Annuisco.
– Così lo conosceva…
Non è una domanda e così lascio che continui.
– Fotografie, immagini di repertorio. È così che l’ha identificato?
Alzo le spalle: – No. Conoscente della mia famiglia.
– Famiglia? Credevo fosse celibe, commissario.
– La mia famiglia d’origine, ormai soltanto mia madre.
– Vicino di casa di sua madre?
– No. Dal tempo della Resistenza.
Serra rimane per un po’ in silenzio, poi commenta: – Mi è stato segnalato che
Gambaro ha militato nella brigata Garibaldi con nome di battaglia Primo.
Non è una domanda, ma capisco che vorrebbe saperne di più. Se non dico altro è
perché quanto so non ha alcuna attinenza con le indagini.
– Spero che non sia un delitto politico – è ancora Serra.
– Dopo tanti anni?
Muove altri fogli: – Mi risulta che qualche mese fa, alla fine di aprile, per la
precisione, Gambaro abbia sporto denuncia contro un gruppo di giovinastri che
avevano imbrattato una lapide… Si dirà che qualcuno ha voluto vendicarsi, per la
denuncia.
Non ne sapevo niente, ma sono tornato a Genova da tre mesi. – Controllerò,
dottor Serra.
– Faccia un buon lavoro, accurato, mi raccomando. Se scoprisse implicazioni
politiche, mi avverta, al più presto. Non vogliamo di certo immischiarci in cose
che non ci riguardano.
Se non fossi l’ultimo arrivato gli risponderei per le rime, invece mi limito a
chiedere: – C’è altro?
Fa segno di no, ma mentre sto uscendo aggiunge: – Vista la delicatezza del caso
ho ritenuto opportuno assegnarle l’agente Anselmi come aiuto. È esperto, le sarà
utile.
Lo conosco di vista, questo Anselmi, avrò scambiato al massimo una decina di
parole con lui. Assegnato temporaneamente alla Questura di Genova, perché gli
organici erano all’osso e subito dirottato a muover carte in archivio. Uno
molto, ma molto, calmo, imboscato da ufficio.
Di certo non uno che vuol pestare piedi delicati: riferirà a Serra ogni mio
passo? Probabile.
Il colloquio con mia madre mi ha depresso e quello con Serra mi ha irritato.
Ritorno dove è stato ritrovato il cadavere. A pochi passi abbiamo individuato
tracce di sangue, che confronteremo con quelle della vittima; è un punto buio,
perfetto per un agguato. Altre tracce, semicancellate dall’assassino o da ignari
passanti, lasciano immaginare che il corpo sia stato trasportato fino ad essere
nascosto dai cassonetti.
La Scientifica sta ancora setacciando la zona, alla ricerca dell’arma del
delitto.
È il mio primo caso di omicidio a Genova: da dove partire se non dalla vittima?
Dovrò ricostruire i suoi spostamenti. Cosa ci faceva un uomo della sua età fuori
in piena notte, a novembre?
Dovrò scoprire se aveva nemici… Perché quanto preoccupa Serra non è poi assurdo.
L’arma del delitto è probabilmente una spranga, arma abbastanza amata da chi non
è solito affrontare un nemico a viso aperto.
Qui non posso fare altro, dovrò aspettare i risultati dell’autopsia e della
Scientifica. Ritorno in Questura; sono appena entrato nel mio ufficio che
bussano alla porta.
Quando dico di entrare mi trovo davanti l’agente Anselmi. È molto formale in
tutto, non soltanto per la divisa. – Agente Anselmi, commissario. Comandi.
È rimasto immobile, peggio che sull’attenti, devo dirgli di sedersi, un gesto
non basta. – Il vicequestore Serra mi ha comunicato che mi avrebbe affiancato
nelle indagini per l’omicidio Gambaro.
– Sì, commissario, sarò ai suoi ordini.
Ordini? Questo lavoro mi piace sempre meno…
– Le riferisco la situazione delle indagini e mi dice cosa ne pensa. Le va bene?
– Come comanda, commissario.
Ingoio una risposta pungente e gli riferisco il poco che so. Non prende appunti
anche se ha un notes in mano. – Cosa ne pensa, Anselmi?
Invece di rispondere alla mia domanda ha aperto il notes. – Mi sono permesso di
iniziare un po’ di lavoro d’ufficio, commissario.
Mi guarda e per la prima volta noto un guizzo, forse divertito, nel suo viso
impassibile.
– Inseguimenti, scontri a fuoco, pedinamenti non sono il mio forte, commissario,
ma nel lavoro d’ufficio me la cavo discretamente.
– Bene.
Ritorna impassibile: – La vittima viveva solo. Vedovo.
– Lo so.
Mi lancia un’occhiata perplessa. – Non vorrei aver effettuato una ricerca già
fatta…
– No, nessuna ricerca. Lo conosco, anzi lo conoscevo da sempre. Era un amico di
famiglia. Non gliel’ho detto perché non lo ritenevo importante.
– Sì, certo. Scusi l’indelicatezza, commissario.
Ho lavorato il sabato e pure la domenica, perché non ho famiglia e sono l’ultimo
arrivato. La telefonata mi ha buttato giù dal letto e da ieri sera non ho preso
neppure un caffè.
Ho visto morto ammazzato un uomo che stimavo. Ho incontrato mia madre dopo molti
mesi che non la vedevo.
Ho subito il discorsetto del vicequestore…
Sbotto: – Allora, Anselmi! Se dobbiamo lavorare insieme cerchiamo di essere meno
delicati e riguardosi. Si dice quello che si pensa e si fa quello che si ritiene
giusto. Senza tanti giri di parole.
Silenzio. Forse l’ho offeso. Sto cercando un modo accettabile per scusarmi
quando dice: – Senza tanti giri di parole, come dice lei, commissario, cosa fa
di solito quando è nervoso? Tanto per saperlo e regolarmi di conseguenza. Ad
alcuni fa bene gridare un po’. Basta saperlo.
Ha ragione.
– Un caffè.
– Lo prenda, per favore.
La macchina distributrice è in corridoio, in una rientranza. Torno in ufficio
con il mio bicchierino e Anselmi è ancora lì dove l’ho lasciato. Ha rifiutato la
mia offerta di prenderlo insieme, perché soffre di stomaco.
Il caffè è orrendo ma mi fa bene.
Tolgo dalla tasca dei pantaloni un pacchetto cincischiato e mi blocco.
– Per me fumi pure.
La accendo e comincio. – Alla fine della guerra mia madre ha conosciuto Primo –
subito mi correggo – Pietro Gambaro, partigiano. Lei aiutava come poteva, era
ragazzina e portava messaggi, provviste…
– Rischioso.
– Immagino che fosse piuttosto decisa, come adesso. Hanno continuato a
frequentarsi anche dopo il ’45. Poi, con gli anni, i rapporti si sono diradati,
ma mai troncati del tutto. Lo ricordo al funerale di mio padre e ho accompagnato
mia madre a quello della moglie e, saranno cinque anni, a quello di Giacomo,
l’unico figlio.
Resta in silenzio.
– Non deve essere stato facile neppure per lei, commissario, scoprire che il
morto era un amico.
– Sì. Ho i nervi un po’ tesi; di solito non alzo la voce.
– Così si dice in corridoio. Nessuno che l’abbia mai sentito gridare.
Forse perché, in questi mesi, ho sempre cercato di essere invisibile? È un
pensiero molesto.
– Mi diceva che ha fatto un po’ di lavoro d’ufficio…
Anche lui sembra sollevato di poter tornare alla consueta impassibilità. –
Vedovo, viveva solo in un alloggio di proprietà in via Balbi Piovera, poco
lontano dall’ospedale di Villa Scassi.
Lo lascio continuare, anche se ho vissuto per anni a Sampierdarena e la conosco.
– Dove prima di ritirarsi era medico chirurgo. – Mi guarda. – Ma lei lo sa
meglio di me.
– Continui, senza problemi. – Ed è vero, sentirne parlare da un estraneo mi
aiuta a far uscire la morte di Primo dalla mia vita privata e a farla diventare
un lavoro.
– Alla fine di aprile di quest’anno, esattamente il 26, ha sporto denuncia
contro alcuni giovani. Li ha visti mentre deturpavano con svastiche e croci
celtiche la lapide alla memoria del partigiano Pieragostini.
È a questo che alludeva Serra.
– Si stanno ancora raccogliendo elementi per il processo. – Continua a tenere lo
sguardo fisso sul suo blocchetto di appunti. – Ma Gambaro era l’unico testimone
oculare dei fatti.
Con la sua morte, il processo finirà in niente. – Cosa ne pensa, Anselmi?
Mi guarda, aspetta qualche minuto prima di parlare. – La probabile arma, il tipo
di aggressione, i precedenti… Tutto farebbe pensare ad un delitto di matrice
politica. O ad una vendetta. – Abbozza un mezzo sorriso sghembo. – O ad un modo
collaudato per togliere amici dai guai. Anche se più che uno scappellotto non
avrebbero preso.
– Di sicuro in quel suo notes ha anche i nomi dei giovani accusati da Gambaro.
– Solo lavoro d’ufficio. Routine. Nassi Italo, Schifano Beniamino. Entrambi di
anni ventitré. E una ragazza di ventisei, Cernaia Vittoria. Tutti incensurati.
Se servissero ho gli indirizzi.
– Benissimo, Anselmi. Se sarà il caso, andrò a sentirli – mi alzo e lui mi
imita.
– Vado a dare un’occhiata all’appartamento della vittima.
– Mi sono procurato le chiavi. – Mi porge una busta di plastica. – Ho telefonato
alla Scientifica, mi hanno comunicato di averle trovate; mi sono permesso di
disporre che fossero repertate per prime. Le hanno consegnate poco prima del suo
arrivo.
Con i suoi modi flemmatici è davvero veloce…
– Devo venire con lei, commissario?
La sua presenza renderà tutto più ufficiale.
– Sì. È meglio.
Palazzo d’epoca, secondo piano. Nonostante la presenza di Anselmi mi sento un
intruso. E un incapace perché non so cosa cercare.
Nel soggiorno un divano, due poltrone e una libreria a tutta parete, impianto
stereo… Sì, ricordo che era appassionato di jazz.
Nella camera, con mobili antiquati, il letto è stato rifatto con cura; la cucina
ha ancora l’acquaio di marmo, alla genovese, e i mobili di formica. Solo il
bagno è più recente.
Per essere la casa di un uomo anziano è pulita e ben tenuta. Ma non sono esposte
fotografie o altri oggetti personali; niente soprammobili, niente tappeti,
niente quadri.
Nessun ricordo di una vita.
Ora dovrei cominciare a cercare davvero. Mi giro verso Anselmi: – Cosa ne pensa?
Lei che non lo conosceva.
– Ordinato, metodico.
Annuisco. Sembra la casa di una persona fredda, ma lui non era così. Genovese,
sì, di quelli che mostrano i sentimenti solo di rado e soltanto agli intimi.
Dovrei chiedere a chi lo conosceva per saperne di più. A mia madre, per esempio.
È per non pensare a quel passo inevitabile che comincio.
La cucina. Apro le ante della credenza: pasta, zucchero… Pane integrale. Le
solite cose. Sotto il lavello la pattumiera, con un cartoccio di latte ben
pressato, fondi di caffè...
Su una mensola c’è il telefono, un altro è sul comodino accanto al letto con la
rubrica. Potrà rivelarmi qualcosa di utile?
Apro i cassetti ritrovando lo stesso ordine e la stessa mancanza di lusso.
Eppure con la pensione di medico chirurgo avrebbe potuto permettersi qualcosa di
più. Ma forse non lo desiderava.
Dovrò controllare la sua situazione finanziaria.
Il soggiorno è più prevedibile: numerosi testi di medicina, anche recenti, libri
di storia, di economia politica, una guida e tre libri sul Cile, tutti recenti;
soltanto un romanzo, La casa degli spiriti di Isabel Allende. In un ripiano ci
sono però alcuni libri di poesia, piuttosto consunti.
Siamo venuti con un’auto di servizio, ma ora dico ad Anselmi di tornare da solo
in Questura e di chiedere alla Scientifica di spicciarsi e al medico legale se
ha concluso l’autopsia.
– È il dottor Torrazzi? – mi chiede aprendo la portiera.
– Sì. Perché?
Non risponde, entra ed avvia.
Scendo a piedi verso via Cantore. Fra una cosa e l’altra sono ormai le sei di
pomeriggio. Coda, perché ci sono lavori in corso. Sotto i portici, il passeggio
avanti e indietro: le vasche.
La vittima aveva i suoi anni, chissà dove andava in piena notte? Forse da
conoscenti. Un paziente? Non risulta che esercitasse ancora.
I negozi sono chiusi a quell’ora. Nella zona ci sono dei bar e un cinema a luci
rosse. Forse era quella la sua meta o ne stava tornando.
Allora questo è un punto da chiarire: cosa faceva in una zona non lontana da
casa sua ma neppure così vicina.
Secondo passo da fare: interrogare i tre giovani.
Terzo: l’autopsia. E quarto: ritrovare l’arma del delitto.
Il quinto sarà sentire chi lo conosceva. Fra gli altri anche mia madre.
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