Professione: vigilante
 
di Enrico Superina
 

Primo capitolo

Piccoli assaggi di perle selezionate


Il sole sta picchiando alle persiane con l’arroganza di sempre.
Un altro giorno.
Problema è che non si tratta mai di un’altra vita. Quella è sempre la stessa.
Alle otto Anna Bensa si alza e fa un casino che mi sveglia pure a me. Ho fatto la notte, stronza, ogni volta è la stessa storia. Alla prossima col cazzo che ti faccio dormire qui per arrivare prima al lavoro. Ti scopo e poi ti riporto a casa tua dalle tue amiche lesbiche.
La devo smettere di dare le perle ai porci.
Ho sentito che ha acceso la luce in corridoio e si è fiondata in bagno dove ha fatto tutte le sue cosine. La so a memoria la scaletta: pisciata lunga da vecchia incontinente; poi il bidè, sempre, devo dire che Anna è pulita; dopo il bidè è passata allo specchio, dove ha iniziato a rifarsi la facciata: fard, fondotinta, rossetto, cipria, rimmel, eyeliner, profumo dozzinale che prende al supermercato in bocce da mezzo litro e che a me fa vomitare. Lei sostiene che si concia così solo per andare al lavoro. Capirai, è il look giusto per un centro estetico. Secondo me in quel posto tra una manicure e una maschera di fango ci scappa pure qualche pompino. Con tariffa a parte, naturalmente.
Dopo una buona mezz’ora Anna è uscita dal bagno urlando: “Ciao Vito! Alla prossima, e grazie”.
Stronza è stronza! Per fortuna ero nel dormiveglia. Rimango a letto fino alle tre, oggi ho la testa pesante, questi cazzo di turni a rotazione mi scombussolano i ritmi biologici: una settimana sì e una no facciamo la notte, è impossibile che il corpo si abitui in così poco tempo. A Dario gliel’abbiamo chiesto un sacco di volte di fare i periodi più lunghi, ma lui fa spallucce, al bastardo non gliene frega un beneamato cazzo se a noi ci saltano i neuroni. È il direttore generale, lui. Bisogna ammettere che ha giocato bene le sue carte: dopo trentanni in polizia se n’è andato in pensione col grado di maresciallo capo, ha preso una finta laurea per corrispondenza e senza colpo ferire Michele Drago l’ha piazzato in cima alla scala gerarchica, a tenergli in caldo la sua gallina dalle uova d’oro. Già. Così Drago può passare otto mesi all’anno a cazzeggiare in giro per il mondo, mentre noi siamo qui a fargli il lavoro sporco. La nostra è una merdosa azienda ‘al servizio del cittadino’, come ama dire le poche volte che fa vedere il suo culo negli uffici. Seee... al servizio del suo conto in banca, dovrebbe metterci sui biglietti da visita, e invece c’ha fatto scrivere il solito slogan del cazzo:
OCCHIO DI FALCO, IL TUO TERZO OCCHIO CHE VEDE DI GIORNO E DI NOTTE.
Al centro la figura di un falco in picchiata, scannerizzata alla benemeglio da qualche libro dell’istituto geografico. E in basso, piccolo: ‘Associazione vigilanti città di Genova’.
Giù in strada ci sono dei muratori che stanno riparando la facciata. Ormai da un paio di settimane sono loro a darmi la sveglia. Questi stronzi non fanno che urlare tutto il tempo, mi ricordano i sergenti dell’esercito, quando ho regalato un anno della mia vita allo stato. Rifletto sul fatto che i muratori e i sergenti hanno questa tendenza a alzare sempre la voce: forse perché così la gente crede che lavori sul serio.
E un vigilante cosa deve fare? Niente, il vigilante c’è ma la sua presenza non si deve sentire, come un falco del cazzo che atterra silenzioso sulla preda ignara. Seee... come no! All’Occhio di falco c’è una sola regola: imbòscati, dai un’occhiata in giro ma appena puoi imbòscati, sennò non ti passa più. Come a militare.
Vado in bagno e la prima cosa che vedo è lo specchio, il mio specchio imbrattato col rossetto:
GLI ASCIUGAMANI ERANO LERCI, LI HO MESSI NEL CESTO DELLA BIANCHERIA SPORCA. QUESTA CASA È UN CESSO, BISOGNA KE KIAMI QUALCUNO PER DARE UNA PULITA. CIAO.
Stronza al cubo e troia impestata! Questa poi! Mi ha smerdato tutto lo specchio che ora ci vuole l’olio di gomito per grattarlo via. Vienici tu a fare le pulizie, che usi casa mia come una fottuta pensione! Appena la vedo mi sente. In cucina pile di piatti e bicchieri sporchi cominciano a puzzare. Uno di questi giorni bisogna che faccio un po’ di pulizia. Carico la caffettiera e intanto mi sparo un bel doccione. Di solito mi piace tenermi addosso il sapore della broda di una bella passera, ma oggi Anna mi ha fatto proprio incazzare, ragion per cui me la lavo via tutta, non voglio niente di suo sulla mia pelle. Mentre sto armeggiando nei paesi bassi sento un dolore acuto alla cappella, stanotte la stronza mi ci ha tirato un morso mentre la incitavo a fare il suo dovere: non deve aver gradito alcuni aggettivi coloriti. Ma dico io, quando si è a letto il bello è anche lasciarsi andare con le parole, in questo modo c’è più gusto. Non che Anna sia una signora: è una troia, ma guai a ricordarglielo.
Caffè, fette biscottate e marmellata, sigaretta e cacata. Oggi stranamente il frigo è in buona: era da un tot che non facevo una colazione decente. Do un’occhiata in giro, bisognerebbe proprio dare una pulita.
Invece mi butto sul divano e faccio una carrellata alla tele. Le solite stronzate: telegiornali, televendite, teletorture, autoumiliazioni pur di strappare i cinque minuti di celebrità. Un giornalista annuncia con solennità che la Russia anche lei è entrata nella NATO: ma brava, e a quando i pompini al presidente stelle e strisce? Mi sa che tra non molto sulla Casa Bianca ci atterrerà un aereo carico di splendide troie moscovite, che per ora è l’unico prodotto russo in grado di fare davvero concorrenza all’occidente. Quanto alla Russia nella NATO, il nostro Berlusconi ha parlato di svolta epocale: dopo la caduta del muro ogni occasione è buona per scomodare la storia, ma le svolte epocali sono soltanto le scorciatoie della storia, come i luoghi comuni sono le scorciatoie del pensiero.
Fanculo le notizie epocali!
Già penso alla riunione di stasera, una volta al mese ci tocca questo supplizio aziendale stile americano: il briefing. Dario Schenone ne va molto fiero.
Mi fiondo giù in strada nel tentativo di scacciare via i pensieri, ma quello di Carmen non mi lascia neanche per andare a pisciare. Aveva detto che andava a stare per un po’ da sua madre, ma la vecchia vive in campagna, Carmen non potrà certo resistere a lungo tra i grilli e le cicale.
“È una prova, Vito, soltanto una prova” mi ha detto prima di andarsene. “Non possiamo continuare così”.
“Che c’è di tanto terribile nel nostro rapporto, Carmen?”. Non volevo che se ne andasse, sentivo che non sarebbe più tornata. Certe storie hanno bisogno continuamente di ossigeno per andare avanti, se si fermano muoiono.
“Come che c’è, Vito?”. Mi guardava coi suoi occhi duri e taglienti e allo stesso tempo dolci, quella dolcezza che riservava a pochi. “Siamo andati oltre, non c’è niente di normale nel modo in cui viviamo. Io non ce la faccio più, Vito. Arriva un momento in cui bisogna pensare al futuro, e noi due... dove vuoi che andiamo?”.
Sono state parole pesanti.
“Resta con me, Carmen. Pensiamolo insieme, questo futuro”. Rimaneva sulla porta e i suoi occhi erano diventati i miei. Qualche volta me lo ritrovo addosso, quello sguardo, me lo porto in giro e in quei momenti siamo in due a camminare.
“Lo sai anche tu che è tardi. Avrai mie notizie, Vito. Ma non subito”.
“Quando?”.
“Non lo so. Quando arriverà il momento”. Mentre scendeva le scale ho sentito come una mutilazione, un’amputazione senza anestesia. Quel giorno mi sono dato malato e ho lavato via il dolore con tutto quello che ho trovato in casa, l’ho preso e l’ho sbattuto a terra come un asciugamano bagnato, ci sono saltato sopra ma lui ha continuato a grondare, un liquido denso che non voleva andare via. Ho portato a tre i giorni di malattia, e al quarto quel pezzo di merda di Dario ha minacciato di licenziarmi.
Dopo quasi un anno la prova di Carmen sta diventando una conferma, pare che nessuno l’ha più vista. Ma io lo so che sta solo giocando, tra non molto si rifarà viva e allora ci racconteremo ogni cosa, anche il dolore che ci siamo tenuti dentro per così tanto tempo.

tornerà tutto come prima...
tutto
esattamente
come prima...

Incontro Fiona Yikki fuori dalla pensione Parigi. “Ciao Fiona, come ti va oggi?”.
“Vito Vito Vito! Oggi non si batte chiodo. Ma forse è meglio” si dà un colpetto sulla fica. “Ieri ha lavorato troppo, è stanca”. I suoi capelli biondo fieno sembrano quasi dipinti: biondo naturale, sua madre era finlandese, da quello che so aveva sposato un marinaio genovese. A parte questo, Fiona non mi ha mai raccontato altro della sua vita privata. La sua pelle è di un bianco trasparente. C’è qualcosa di estraneo in Fiona, i suoi colori non c’entrano un cazzo con questa città, qui c’entra di più un marocchino o un ecu.
“Mi sembra giusto, Fiona. Bisogna pure lasciarla riposare, ogni tanto”. La squadro bene: nonostante l’età, è ancora una bella topa. Aggiungo uno spontaneo: “...e poi tu non hai bisogno di fare gli straordinari”.
Lei raccoglie, tutta contenta. “Quanto è vero il cazzo, Vito. Queste nuove ragazzine sudamericane non mi fanno né caldo né freddo, non sanno cosa sia la professionalità. Il vero cliente, quello che torna, lo sa bene. E infatti tornano tutti da me” conclude fiera.
“Però adesso ci sono anche le negre, Fiona”. Gli faccio notare che con quei fisici si stanno facendo strada.
“Sì, buone quelle” fa lei con un piglio di superiorità. “Buone per i vecchi catarrosi e senza soldi. Che se li prendano loro, gli avanzi”.
Questo è vero, Fiona è una troia con una spanna in più. Distribuisce le sue perle a porci selezionati. Capirai, dopo ventanni di onorato servizio il cazzo lo sa maneggiare come dio comanda. Anche se l’ultima volta ha un po’ esagerato, ricordo che sono venuto come un ragazzino dopo appena due minuti di bocca.
“Quand’è che mi fai una visitina, Vito?”.
“Sto un po’ al verde, in questi tempi. Un’altra volta, Fiona”. Oggi proprio non ne ho voglia, e con la cappella mozza che mi ritrovo non me la gusterei nemmeno.
Lei si accende una sigaretta. “Beh, posso farti credito, Vito... tra noi...”.
Mi avvicino e gli do un bacio sulla bocca. “Facciamo così” dico. “Stasera ho una riunione di lavoro. Se quando torno sei ancora alzata vengo a darti la buonanotte”.
“Come no. Ti aspetto, allora”.
Il briefing di stasera. Due palle! Dario sbrodolerà con nuove iniziative di ampliamento e copertura del territorio. Vuole farsi strada, lo stronzo. L’azienda in effetti cresce, la paura dei negri e immigrati dell’ultima ora ha messo tutti sul chi vive. Dario si sta facendo un sacco di soldi, e altrettanti ne fa fare a Michele Drago. Non mi fa piacere per niente. L’altro giorno in ufficio ho sentito una sua telefonata, parlava a proposito di un deputato e una nuova legge, ma non sono riuscito a capire; a un certo punto mi è sembrato di sentire anche il nome del ministro degli interni.
È tutta la settimana che Dario la mena sul briefing di stasera, che bisognerà essere puntuali e soprattutto svegli, e che ci saranno ospiti importanti.
Ma dove siamo, al Maurizio Costanzo show?!
Ci sarà anche quella leccaculo di Olga Poggi a dare manforte a Dario. Olga come segretaria non è male, quello che non mi va giù sono le sue arrampicate sociali sul collo dell’utero.
La cappella sta continuando a farmi male. Decisamente Anna mi deve stare alla larga per un po’. E poi questa settimana era già la seconda volta che si fermava a dormire da me. D’accordo, ogni volta me la darà anche, però è anche vero che dopo un po’, se non c’è amore, ti sembra di fottere con tua sorella.
A questo punto preferisco le troie, è un rapporto più chiaro.
L’odore di piscio e le zaffate che ti avvolgono quando entri in certi vicoli mi fanno stare bene, è il segno che lascia l’umanità al suo passaggio. Quest’aria satura e stagnante è aria di casa, ci si affeziona anche alla propria merda. Ora la novità è che vogliono fare di Genova una città turistica, e qualche politicante pensa che per riuscirci basta ripulire il centro storico da puttane, tossici ed extracomunitari: in pratica vorrebbero desertificarla, questa cazzo di città. Seee... non ci riusciranno mai. Per attirare qua i turisti non bastano il mare e i palazzi nobiliari, città come Firenze e Venezia ci fanno un culo così in quanto a opere d’arte. Se volete il mio stronzo parere qua bisognerebbe diventare la Amsterdam del Mediterraneo: puttane e droga a gogò, che tanto ce n’è già in abbondanza. Basta dichiarare Genova porto franco del vizio. Diventerebbe una miniera d’oro, cazzo! Migliaia di ragazzi da tutta Europa, stanchi della vecchia mecca olandese, si sposterebbero qui e allora sì che le cose cambierebbero in meglio, e il lavoro non mancherebbe di certo. Che ce ne frega a noi di quattro turisti che vengono a vedere l’acquario più grande d’Europa o la solita mostra a Palazzo Ducale?
Ma tanto non succederà mai. Col Vaticano di mezzo, in Italia è già tanto se le troie non le mandano più al rogo.
Dopo un po’ m’è venuta fame, entro nella kebab house di specialità marocchine in via Lomellini. La tipa dietro al banco mi propina cous cous e pollo al curry. Non c’è nessuno a quest’ora del pomeriggio, mi metto a osservare la marocca mentre prepara carne e verdure per la sera. Probabile che ’sta qua suo marito l’ha sempre chiavata facendo un buco nel lenzuolo e senza guardarla in faccia. Finisco il piatto e lo mando giù con un birrone da tre quarti. Mentre pago ammicco con uno sguardo languido, gli faccio anche l’occhiolino ma non ottengo nessuna reazione.
Le solite perle alle solite vacche.
Appena sono fuori becco Gigi che sta passeggiando solo come un cane. Quando mi vede mi viene subito incontro.
“Vito! Anche tu qui? Stavo facendo un giro, sono dovuto uscire di casa sennò questa volta Sara l’accoltellavo. La vita coniugale sta diventando un inferno, caro Vito”. Mi guarda come mi stesse impartendo una lezione. “Ma tu... tu ne sei fuori, non lo sai cosa vuol dire”.
L’idiota sono anni che va avanti così, Sara lo sta facendo uscire pazzo, e lui a lei. Le solite violenze domestiche. Adesso proprio non lo reggo un pomeriggio con Gigi, sto per mandarlo a fanculo ma mi viene in mente che potrebbe starci un bell’aperitivo, il curry mi ha messo sete. Aperitivo naturalmente offerto dal qui presente Gigi Arpaia, che non vede l’ora di scaricare la sua merda su un amico in bolletta. Il bello degli amici sposati è che diventano risparmiatori, una moglie come si deve ti fa i conti in tasca e prima o poi devi darti una regolata.
La butto lì. “Ti direi di prenderti un aperitivo con me, Gigi, ma mi sa che me lo devo fare a casa, ho i soldi contati”.
“Oh, ma scherzi? Offro io, Vito. Non si discute” fa lui cogliendo al balzo la palla che lo farà sentire meno solo. “Al Cave canem?”.
“Al Cave canem” annuisco. Quando è regalato, un posto vale l’altro.
Nel locale dopo due vodka & ananas Gigi mi ha raccontato tutto, anche quello che già sapevo. Sara non la manda giù che lui è rimasto un vigilante del cazzo, pensava che prima o poi avrebbe fatto il grande salto, pensava che fosse il Dario della situazione, ma dopo diecianni di matrimonio ha capito che suo marito sarà sempre e solo un fottuto vigilante. Lei invece dopo diecianni è riuscita a comprarsi il negozietto di biancheria intima dove ha sempre lavorato, e inizia anche a comportarsi da gran figa, è sempre in tiro.
“Anche riguardo alla storia del bambino” mi fa a un certo punto, con la bocca già impastata. Regge poco, Gigi. “Niente. Non ne vuole sapere. Io lo vorrei tanto, un figlio. Sai, sono convinto che farebbe molto bene anche al nostro rapporto”. Coglione. Ora che Sara gli sta scappando di mano lui non trova di meglio che ingravidarla. Ma naturalmente lei non ci pensa neanche. Quelli come Gigi dalle donne se lo prenderanno sempre nel culo.
“È così, Gigi” dico, dandogli una pacca sulla spalla con partecipazione. “Tu ti fai il culo in quattro, lavori come un bastardo e queste stronze ti ripagano sputando nel piatto dove mangiano. Al palo, le legherei. Con una fila di veri maschi che le inculano a turno a ricordargli chi porta i pantaloni. Eh, Gigi?”.
“Vabbé” fa lui mentre gli viene su la vodka. “Ora non esageriamo. Però Sara una bella raddrizzata se la merita, un giorno o l’altro”. Sissì, tua moglie sta diventando una zoccola, amico mio, e tu non puoi farci un cazzo di niente. La sola cosa che ti resta da fare è darle un calcio in culo, o altrimenti accettare lo status quo. Decido di assecondarlo, dopo tutto mi sta offrendo da bere. E intanto continuo a indagare, Sara è parecchio che non la vedo.
“Quando la situazione è così bisogna dare un colpo d’accetta, caro Gigi. Piuttosto, dimmi una cosa: con gli orari Sara è regolare o ballerina?” gli chiedo a bruciapelo.
“Che vuoi dire?” fa lui aggrottando le sopracciglia.
“Andiamo, Gigi... va a prendere l’aperitivo con l’amica? Si ferma fino a tardi per fare l’inventario? Non dirmi che non ci stai attento, a queste cose”. Le sopracciglia da aggrottate gli diventano cupe. Faccio segno alla cameriera di portarci un terzo vodka & ananas.
“Beh... che vuoi che ti dica. Sì, qualche volta succede”. Si sta calando in pensieri bui, Gigi. In questo momento il suo cervello è tutto concentrato alla ricerca di un indizio, una frase sospetta, un ritardo non giustificato, una sera in cui lei ha detto di avere mal di testa.
Rincaro la dose. “Non voglio allarmarti, Gigi, ma devi stare attento. Una donna ci mette niente a cambiare rotta. Per noi è diverso, lo sappiamo tutti e due. Anche se tu ti scopi un’altra per una sera questo non vuol dire che tua moglie non la ami più, anzi. Per una donna invece è il contrario, se iniziano a scopare con terzi vuol dire che non c’è più storia”.
Arriva la cameriera coi beveroni.
“Ma perché, Vito, tu sai qualcosa che io non so?” mi chiede adesso. Beccato! Gigi non ha il minimo controllo su Sara, questo significa che lei starà sbagasciando allegramente, e chissà da quanto tempo. Bisogna che gli faccio una visitina al negozio, un giorno di questi. La sola idea di cornificare Gigi per conto terzi mi fa venire lo stimolo. Si deve svegliare, l’amico, deve imparare a prendere il toro per le corna.
“Ti pare che se sapessi qualcosa non verrei a dirtelo subito?” lo tranquillizzo. Poi lascio cadere il discorso, ormai so già abbastanza della vita coniugale di Gigi Arpaia. “Ma parliamo un po’ di cose serie. Che ne dici del briefing di stasera? Secondo me all’Occhio di falco sta succedendo qualcosa, in giro c’è aria di novità”. Gigi però non mi sta prestando la dovuta attenzione, il pensiero di Sara gli sta segando il cervello in due. “Gigi, tu non mi stai seguendo!” urlo con aria risentita.
“Scusa, Vito. Forse il terzo colpo non ci voleva, mi sa che sono un po’ sbronzo”. Seee...
Gli prendo il bicchiere. “Questo non te lo finisci, non voglio che stasera rischi una figura di merda presentandoti con la bocca impastata e l’occhio vitreo. L’hai sentito, Dario, stasera ci saranno ospiti importanti”. Faccio per versare il contenuto nel mio bicchiere.
“Grazie, Vito. È la prima volta che ti preoccupi per me”. Non andrai da nessuna parte se dici sempre grazie ogni volta che qualcuno ti rivolge la parola, mi viene da dirgli. Ma non lo dico.
Basta con le fottute perle... andate a guadagnarvele.
“È che da qualche tempo ti trovo sofferente. Se vuoi ci parlo io, con Sara, potrei andare a farci due chiacchiere così, alla buona, senza destare sospetti. Sono un maestro io, nel far sbottonare le donne. Solo se sei d’accordo, però” aggiungo per non sembrare troppo interessato. “Non voglio certo intromettermi nella tua vita privata”.
A lui non sembra vero di aver trovato un alleato. “Te ne sarei davvero grato. E poi mi è parso che voi due andavate d’accordo, magari con te si lascia andare e scopri qualcosa. Sei proprio un amico, Vito”. Mi dà un’occhiata soddisfatta, di chi non si sente più solo a affrontare una situazione che sta andando in vacca. Cazzone di un Gigi! Se riesco a trombarmela, la tua mogliettina, la prossima volta sarò io a offrirti da bere. “Cosa dicevi del briefing di stasera?” mi chiede ora. Ma io non ho più voglia di parlarne. Ho voglia invece di farmi un giro, l’alcool è al livello giusto per godermi una passeggiata da cazzeggio. Gli dico che non è niente d’importante, che saranno le solite stronzate di Dario che si vomita addosso.
“Io me ne torno a casa, Gigi. Mangio qualcosa e mi faccio qualche ora di sonno. Tu che fai?”.
Lui dà un occhio rapido all’orologio. “Mmhhh... Sara a quest’ora è già al negozio, mi sa che me ne torno anch’io. Mi guarderò un po’ di tele, oggi su La7 danno il basket americano: mi piace un sacco vedere quegli scimmioni arrampicarsi sul cesto”. Già. Come no. Gigi è prigioniero in casa sua, e neanche se ne accorge.
“A stasera, allora”. Arrivo in piazza Banchi e mi metto a ciondolare tra video e cidì usati, a volte c’è roba buona. Ogni tanto riesco anche a portarmi via qualcosa infilata nella giacca o dentro i calzoni. Il bello delle bancarelle è che non ci sono sistemi antifurto, e perciò l’arte del grattare si gioca ancora sulle abilità pratiche, sul mestiere. Oggi come oggi, con questi cazzo di antifurto di ultima generazione, per rubare qualcosa in un negozio devi essere minimo un ingegnere elettronico. Mi soffermo su un Chet Baker d’annata: lui mi ha sempre impressionato per il modo in cui usa la sua dannata tromba, mi fa diventare sentimentale. Chet suonava col cuore, bisogna riconoscerlo, e perciò ti arriva al cuore. Lo ascoltavamo spesso, con Carmen, nei nostri pomeriggi passati sotto le coperte.
Quanti ricordi mi legano a Carmen! Credo che l’importanza che una persona ha avuto nella tua vita si può misurare sulla quantità di ricordi che ti lascia, quelli che ti rimangono dentro e saltano fuori alla prima occasione, al minimo dettaglio. Se di qualcuno non conservi abbastanza ricordi vuol dire che questo qualcuno non ha contato un cazzo per te.
Ci sono momenti in cui penso che non tornerà più, ma poi mi dico che è solo questione di tempo, bisogna solo che passi un po’ di tempo.
Prendo il cidì e passo ai video. Zona video negativa, non vedo titoli che mi solleticano. Giuda schifo, la cappella continua a farmi male, a casa dovrò darci una controllata. Dopo un po’ mi trovo tra le mani un vecchio film di Totò: a me Totò piace un casino, mi mette di buonumore, le volte che sono a terra mi guardo uno dei suoi vecchi film e sto subito meglio. Lo prendo. Però almeno Chet vorrei infilarmelo, dentro i calzoni. Mi guardo intorno e noto che il titolare di questa florida azienda è molto vigile. Tutti e due Totò e Chet fanno trenta sacchi, non mi va adesso di darglieli a ’sto qua che fa affari d’oro standosene seduto all’aria aperta tutto il giorno. Resto un po’ a riflettere sul da farsi, quando mi viene in mente che il tipo qui da qualche mese è diventato un cliente del Falco... mmhhh... potrei giocare la carta della rapina, in passato ha sempre funzionato. È da un tot che non faccio questo numero, e sono pure dell’umore giusto, dal momento che l’alcool mi sta tenendo abbastanza su senza iniziare a buttarmi giù, è un buon equilibrio che non durerà a lungo. Per rendere il colpo più fruttuoso prendo altri due cidì che avevo tralasciato e altri tre video. Col bottino in mano mi dirigo verso il titolare esibendo il distintivo.
“Buongiorno, guardia scelta Zarri” faccio lo sciolto. “Sono dell’Occhio di falco. Possiamo parlare due minuti, se non è troppo impegnato?”.
Il cagone si allarma immediatamente. “Perché, è successo qualcosa?” chiede senza neanche presentarsi.
“Lei è il signor...” lo freno subito. Sono io che faccio la guardia al tuo tesoro, le domande qui le faccio io.
“Macalini, sono Macalini...” risponde apprensivo.
“È lei il titolare qui, giusto?” chiedo per rallentare ancora e renderlo più ansioso.
“Ma sì, sì, sono io. Che è successo?”.
“Ecco, vede, signor Macalini”. Prendo la sedia accanto alla sua e mi siedo, lasciando bene in vista i video e i cidì. “Che lei sappia ha qualche nemico, qui nell’ambiente?”. Macalini si sta facendo bianco in faccia, la parola nemico da queste parti significa che prima o poi devi chiudere bottega.
“Io?!” dice portandosi le mani al petto, come a giustificarsi. “Io c’ho ottimi rapporti con tutti, qui. Ma perché, mi dice cos’è successo?”. Sta implorando, Macalini.
“Il fatto è, ma non posso affermarlo con esattezza...” tentenno. “Ecco, nelle ultime settimane... la notte... di notte abbiamo notato alcuni tipi sospetti che gironzolavano intorno al suo...” non so come chiamarlo. “...negozio”.
“Banchi” mi corregge Macalini. “Si chiamano banchi”.
“Ah... come la piazza, allora” dico io. Macalini ci dev’essere affezionato, ai suoi banchi. “Insomma, da qualche giorno mi sto chiedendo se sia una cosa seria oppure no, e visto che oggi mi trovavo qui ho pensato di parlargliene direttamente”.
“Ma chi è ’sta gente?” domanda lui, quasi urlando. “Si sa chi sono?”.
“Questo me lo può dire lei, signor Macalini” gli faccio io con aria sgamata, alla ‘elementare Watson’. “Ha per caso ricevuto pressioni di qualche genere da qualcuno?”. La tattica, in questi casi, è far credere al cliente di essere in pericolo, reale o fantasma non importa. È il dubbio la peggior paura. Alla fine, quando te ne vai, il cliente fiducioso non esiterà a omaggiarti di quello che gli stai portando via alla luce del sole. Non sempre riesce, ma quando riesce è una bella soddisfazione.
Macalini qui non si capacita, si sta facendo venire l’ulcera per capire chi può volere il suo male.
“Signor Macalini, mi dia retta. Non è la prima volta che è capitato qualcosa del genere, qui nel centro storico. Il classico negoziante di strada che viene preso di mira, e a un certo punto arriva la proposta di protezione...” lo guardo negli occhi. “La mafia non c’è solo in Sicilia, ma questo lei lo sa meglio di me. Insomma, dalla protezione poi si arriva al denaro, e se non si paga si può arrivare anche al cimitero” taglio corto. Macalini appare pensieroso. “Naturalmente...” aggiungo, per dare un tono di serietà professionale. “Naturalmente non possiamo affermare niente di certo, bisognerebbe approfondire, magari facendo delle fotografie, analizzarle, metterle a confronto, procedere con appostamenti”. A questo punto la scaletta prevede la proposta di un’indagine privata con pagamento cash: non vorrei sbagliare ma Macalini, qui, è nel momento in cui potrebbe accettare. “Noi guardie dell’Occhio di falco lo facciamo spesso, questo tipo di servizio... a livello privato, però” e lascio seguire un colpetto di tosse.
“In che senso?” fa lui.
“Nel senso che questo tipo di servizi, cioè indagini mirate e circostanziate, non rientrerebbe nei nostri compiti all’Occhio di falco. Lo facciamo solo a titolo personale, quando un cliente nei guai ce lo richiede espressamente... voglio dire, a parte”. La parola guai lo scuote.
“Come nei guai?! Ma... scusi, in questi casi non si dovrebbe chiamare la polizia? Sono loro che dovrebbero occuparsi di queste cose”. Svicola, Macalini, la sola ipotesi di mettere mano al portafogli gli sta annebbiando il cervello.
“Faccia come crede, signor Macalini. Il negozio, pardon, i banchi sono i suoi”. Mi gioco l’ultima carta. “Però lei sa meglio di me che ormai la polizia non ha più tempo per seguire queste cose. C’è il terrorismo internazionale, adesso. Cosa crede, che la polizia si metterà a fare la posta a qualche bastardo... scusi il termine, che gira intorno ai suoi banchi? Lei farà la denuncia, e ogni morte di papa qualche volante passerà di qui con i lampeggianti accesi, che così li vedono tutti... quando poi succede qualcosa loro diranno che erano passati di lì cinque minuti prima e che era tutto tranquillo”. Glielo dico come se fosse un film già visto. “Negli ultimi anni ne ho visti almeno una decina saltare in questo modo, e qui nel centro storico chissà perché ma i colpevoli non si trovano mai. Negli altri quartieri forse, ma qui è diventato quasi impossibile”. Macalini sta cedendo.
“Mmmhh... ma mi dica, questa cosa quanto mi costerebbe?” mi chiede alla fine, con sofferenza. Qualunque venditore sa che quando un cliente ti chiede il prezzo vuol dire che ha già comprato.
“Questo dopo, signor Macalini. Prima mi dica se le sta bene il servizio che le offro”. Gli espongo il piano per acciuffare i delinquenti, che è quello ipercollaudato anni fa da me insieme a Gigi Arpaia e Auri Noseda: due di noi, opportunamente camuffati, si fanno fotografare mentre tentano di forzare la saracinesca di turno; le foto poi le mostriamo al cliente, che a quel punto, roso dall’impotenza, darebbe il culo per beccarli. Dopo una settimana lo andiamo a trovare dicendogli che siamo riusciti a coglierli sul fatto e che ora i bastardi sono in carcere in attesa di giudizio. Lui contentissimo pagherà, e quando poi torniamo a comprare dalle sue parti spesso finisce che ci regala sempre qualcosa.
Dopo che gli ho spiegato la cosa Macalini accetta la cifra.
“Non si preoccupi, signor Macalini. Vedrà che andrà tutto bene, lasci fare a noi”. Faccio per mostrargli la mercanzia. “Quanto le devo per questa roba?”.
Lui a quel punto alza la mano e esclama: “Non sia mai! Questo lo consideri un mio piccolo omaggio”.
“Ma figuriamoci!” replico io. “No davvero, non posso accettare”.
“Insisto!” ripete Macalini con tono di chi non ammette repliche.
“Quand’è così... allora grazie, e a presto”.
“Mi tenga informato, signor Zarri”.
Puoi starne certo. Vado via prima di scoppiargli a ridere in faccia. Mi congratulo con me stesso, l’ho giocata di fino. Tornando a casa calcolo il bottino: quasi cento sacchi di materiale, più una tromba da dividere con Gigi e Auri. Non è male, anche se i veri extra li facciamo... mi correggo, li facevamo coi marocchini e tutta la fauna che infesta la zona. Ogni volta che ripenso a questa storia mi sento sempre salire un attacco d’ulcera. Perché il nostro è un lavoro che se lo gestisci bene e non ti fai beccare ti può fruttare alla grande. Ma devi essere in gamba, non come quel coglione di Corrado Canepa che due anni fa s’è fatto prendere come un pesce d’acqua dolce. Avevamo messo su una bella organizzazione, qui nei vicoli: era diventata una miniera d’oro. Marocchini, senegalesi, i locali di copertura per la prostituzione, tutti pagavano regolarmente e noi ci stavamo facendo un discreto gruzzolo. Però Corrado Canepa dopo qualche tempo ha rotto il patto di discrezione, che consisteva nel non sbulaccare con le spese. Ha cominciato a comprare vestiti nelle migliori boutique del centro: mica un paio, l’idiota s’era rifatto l’intero guardaroba; girava con scarpe da trecento sacchi, portava quasi tutte le sere gli amici a mangiare nei ristoranti di lusso dalle parti del Porto antico. Finché qualcuno non ha fiutato la puzza, anche perché l’ultima sua mossa era stata di farsi la macchina nuova. Questo qualcuno non abbiamo mai scoperto chi era: forse uno stronzo di collega geloso che negli altri quartieri non era così fortunato, o una di quelle persone che si fanno sempre i cazzi degli altri. Fatto sta che a Corrado nostro un bel giorno gli è arrivata la verifica fiscale, e col cazzo che è riuscito a dimostrare la provenienza di tutti quei soldi: messo alle strette, aveva pure tirato fuori un fantomatico zio d’America che era morto lasciandogli una cospicua eredità, ma al momento di esibire le prove dichiarò che nell’euforia, dopo l’incasso, aveva buttato via tutti gli incartamenti. Seee... Girava brutta aria, all’Occhio di falco, anche perché la notizia scivolò per qualche tempo sui giornali, e noi che operavamo nel centro storico eravamo tenuti sotto osservazione. Dopo qualche tempo abbiamo anche scoperto che Dario Schenone aveva assoldato alcuni investigatori privati per controllarci. Da non crederci! Fortuna che Corrado non ci ha tirato in ballo, a noialtri. Ma più che la fortuna fu il mio avvertimento: in cella gli avevo fatto arrivare una bella letterina, dicendogli che se solo avesse fatto qualche nome non avrei esitato a far fuori lui e quel fiore di campo di sua figlia, che allora aveva quattro anni: devo essere stato abbastanza convincente, perché dalla boccuccia di Corrado non è uscita una parola una.
Ora l’idiota è già uscito, ma mi sta alla larga, lo sa che sono ancora incazzato nero: il terreno era ormai minato, così per un paio d’anni abbiamo dovuto sospendere tutte le attività, girare i conti correnti a dei prestanome per evitare i controlli e insomma, è stata una battuta d’arresto, senza contare il rischio che abbiamo corso anche noialtri. Adesso è qualche mese che abbiamo ripreso, ma a basso regime, perché non ci fidiamo più di nessuno. Da quella volta non è più come prima.
Continua a starmi alla larga, Corrado Canepa, o stavolta le perle te le infilo a una a una su per il culo!
A casa infilo subito Chet nel lettore cidì, e dopo pochi minuti mi addormento sul divano. Dopo un po’ ci pensa il telefono a svegliarmi di soprassalto: il problema è che mi dimentico sempre di staccarlo.
“Pronto?!” ringhio.
“Vito! Pensavo non ci fossi. Ma dov’eri, nell’ala ovest del palazzo?” È la stronza. Appena riconosco la voce sento una fitta alla cappella.
“Quand’è che vieni a pulire lo specchio con la lingua, Anna?”.
“Perché, è ancora lì la scritta? Che romantico che sei, Vito”. Fa la spiritosa. “Se vuoi vengo a pulirla stasera”.
“Niente da fare, Anna. Con me hai chiuso. Ne ho abbastanza, e poi stanotte mi hai fatto male all’arnese con quei tuoi denti da coniglio”.
“Ma se ti ho dato un morso leggerissimo, figurati!”.
“Addio, Anna”. Riattacco. Tanto tra una settimana si rifarà viva. A lei io faccio comodo, e anche a me ogni tanto la sua passerina fa piacere. Ma solo ogni tanto, non voglio che ci prende l’abitudine: queste stronzette appena le fai entrare in casa una volta di troppo accampano subito diritti.
Fanculo a tutte quante! E comunque dopo Carmen c’è il deserto.
Vado in bagno a controllare: dannata cannibale! Sulla punta c’è una grossa macchia violacea che sembra un’escoriazione, mi durerà diversi giorni a giudicare dalla profondità. Se Anna ci riprova un’altra volta giuro che glielo spingo fin dentro all’esofago, e non lo tiro fuori finché non rimane soffocata con gli occhi pallati e strabuzzati, a domandare perché. Dopo lo saprà, il perché.
È quasi ora di cena, tra poco ci sarà quel fottuto briefing. Zero fame, i tre colpi al Cave canem mi hanno messo il tappo. Alla scrivania recupero il pezzo di hascisc che mi ha dato Mustafà la settimana scorsa: la qualità è ottima, dopo non ti dà la solita botta di down. Questo è autentico polline di marocchino, come dire l’essenza di un profumo. Il concentrato puro.
Con questo reggerò senz’altro meglio le stronzate di Dario e dei suoi graditi ospiti.
Faccio la canna e intanto azzardo uno zapping veloce alla tele: in uno di quei canali regionali becco un cartomante che ha una specie di papalina in testa, tutta tappezzata di pietrine luccicanti. Porta dei calzoni da mercante arabo e sta parlando al telefono con una donna. Sopra a un tavolo coperto con un panno di velluto rosso ci sono un tot di grosse carte.
“Allora, Gianna. Vedo una donna... Gianna, mi senti?” domanda il culomante portandosi una mano all’orecchio.
“Sì, sì, Sharazan... ti sento bene. Dimmi un po’ meglio questa cosa della donna”. La voce di lei è interrotta da grossi sospiri: tiene la bocca incollata alla cornetta per paura che non si senta.
“Gianna, Gianna... non ti allarmare. Ora vediamo meglio”. Sharazan scruta le carte, quindi con fare ispirato dice: “Non credo che dovresti preoccuparti troppo, questa donna potrebbe essere solo un’amica, oppure una collega di lavoro con la quale tuo marito si confida”.
Gianna dall’altra parte appare perplessa. “Veramente mio marito è in pensione”.
“Allora è di sicuro un’amica” la interrompe prontamente Sharazan. Un bravo culomante non deve mai dare l’impressione di non averlo previsto. Lui va avanti per un po’ con questa storia dell’amica, lasciando intendere che però è un rapporto ambiguo. Gianna, casalinga cinquantenne dell’entroterra, si sta innervosendo, non voleva essere buttata giù con quella telefonata. Lei cercava solo un po’ di solidarietà.
Sharazan se ne accorge. “Ancora un momento, Gianna...” tira su un’altra carta e la poggia sul tavolo in modo solenne. “...come pensavo! Eccola qua, questa è la suora vestita di bianco: ora posso dirti con assoluta certezza che stiamo parlando di un’amica, e ti dirò di più... è una persona che tu conosci, e credo proprio che si sia avvicinata a tuo marito per fare del bene anche a te. È tutto a posto, Gianna. Non devi preoccuparti”. Alle sue parole la donna si tranquillizza esplodendo in ringraziamenti che neanche le lodi alla madonna. Saluta tutti di cuore, comprese le telefoniste, che sono state così gentili.
“Grazie ancora, Sharazan. Ti seguo sempre, lo sai?”.
“Richiama tra due settimane, Gianna. Mi raccomando, non farmi stare in ansia. Ciao! Un grosso bacio”. Sharazan stringe la bocca a buco di culo e chiude.
Il fumo mi ha cotto un bel po’, lascio Sharazan al suo lavoro e preparo una caffettiera per tenermi su.


Torna indietro