Il profumo del fieno
 
di Flavio Paglia
 


Capitolo primo
Imparare a mangiare


Sogno, o forse il desiderio di continuare a sognare. Sperare che tutto sia un sogno, sperare di non svegliarsi. Il desiderio di vivere la vita come un sogno. Chiudere gli occhi, stringerli nel tentativo di ritornare indietro, di volare, di credere che tutto sia rimasto immobile.
Viaggiare in un tempo immobile, credere che tutto ciò che si sogna può ritornare.
Sapere che tutto ciò che sogno può ritornare perché tutto ciò che desidero ho già posseduto.
Assaporare il tempo immobile, il tempo già passato, il tempo che fu.
Godere di ciò che ormai è immobile, di ciò che nessuno può mutare. Viaggio in un tempo immobile, in un tempo ormai immutabile.
Un racconto, un piccolo racconto vissuto come una valigia piena di ricordi.
È come essere saliti in soffitta ed aver ritrovato un vecchio baule. All’improvviso mi siedo, apro il coperchio e quasi per magia sgorgano vecchie cose, abiti dimenticati, oggetti superati, magari rotti e sepolti nei ricordi. Escono profumi: profumo di vecchie cose, profumo conservato nelle pieghe delle maniche per anni e anni. La valigia è stracolma di oggetti, di idee, di risate, di pianti, di malinconia, di tristezza, di gioia, di rabbia, di tranquillità. Quarant’anni di ricordi, di perle cascate sul pavimento. Quarant’anni come perle che cascando rievocano i suoni e i movimenti di una fanciullezza che ormai è passata e sicuramente non tornerà. Aprire una valigia, ritrovare ciò che si era dimenticato, sorridere nel rivedere le immagini. Allungare le mani ad occhi chiusi, quasi a toccarle, riviverle nel loro attimo fuggente.
I lacci che trattengono il contenuto sono ormai rotti, saltati. Il contenuto urla, scalpita. Vuole tornare alla luce.
Giochi di fantasia, ricordando oggi ciò che ieri avevamo dimenticato.
Nessuno sfugge al proprio presente e nessuno, a maggior ragione, può cambiare il passato. Riappropriarsi del vissuto, di ciò che ci ha plasmato. Riappropriarsi del proprio essere, dimenticare l’avere e cavalcare, nuovamente, la fantasia. Rivivere le emozioni, ricordarsi di una cartolina, di un fiore reciso, morto, ma vivo nei nostri ricordi.
Aprire la valigia e ritrovare la piccola e vecchia armonica a bocca. Ricordare le note suonate alla rinfusa, inseguirle nel loro diffondersi nell’aria. Rivivere le emozioni di uno sguardo, di un sorriso. Rivivere l’emozione di chi ti ascoltava suonare e sorrideva per le stonature, per le gracchiate e per tutto il resto.
Rivivere ciò che abbiamo vissuto. Assaporare ciò che siamo stati. Centellinare ogni avvenimento, godere, oggi, di ciò che è fuggito allora.

Rivivere due volte. Ricordare è come rivivere due volte.
Inseguo una perla sul pavimento, mi accorgo che era un sorriso e sorrido anche oggi. Raccolgo un’altra perla: è un pianto e una lacrima mi si forma sulla guancia.
Rivivere per imparare, rivivere per non dimenticare.
Il disordine della valigia è immenso. Riordinare è quasi impossibile. I ricordi si accavallano, ogni immagine rincorre la precedente ed è inseguita dalla successiva. Aperta la valigia, si scopre che le perle sono come un fiume, un fiume impetuoso. Tutto torna alla mente: quello che si vuole ricordare e quello che si vorrebbe dimenticare.
È come viaggiare in una fantasia che si conosce. Rivivere un sogno già fatto. Viaggiare in compagnia di un equipaggio già noto.
Aprire la valigia e ritrovare chi, da tempo, corre nei verdi pascoli del cielo. Rivivere con lui attimi di commozione, di tenerezza.

Si può anche piangere. Si può piangere per ciò che si è amato. Ricordare è anche asciugarsi quella piccola lacrima di commozione che ti scorre sul viso. Ricordare e commuoversi per un sorriso o un sussurro che hai conosciuto e oggi non c’è più.
Scrivere e ricordare luoghi e persone cambiate. Luoghi inghiottiti dal tempo, trasformati dalla modernità, dalla frenesia dei giorni nostri. Persone invecchiate, conosciute nel verde degli anni, ricordate nel pieno della vita. Vecchi dei quali abbiamo conosciuto le carezze e l’abbraccio.
Scrivere è commuoversi per quello che abbiamo conosciuto.

Archeologia di un tempo immobile, di posti stravolti, ormai irriconoscibili. Archeologia di immagini inconsuete, dimenticate. Archeologia di un passato diverso dal presente.
Viaggio in un mondo ancora libero dalla televisione. In un mondo libero dalla pubblicità. In un mondo ricco di rapporti umani, di persone che vivevano per vivere, dove l’unico stress era la fatica quotidiana e dove l’unico inquinamento erano gli avanzi del cibo.
Un mondo difficile da immaginare perché calpestato dagli stessi uomini. Un paese dove vivere era fatica, sudore, ma anche tranquillità, serenità e piacere di essere.
Nostalgia. Scrivere e provare una profonda nostalgia per quello che abbiamo conosciuto e vissuto. Capire il cambiamento del mondo, dell’umanità. Capire il nostro cambiamento. Capire di cosa viviamo oggi. Stupirsi per la leggerezza con cui trascuriamo i valori. Sorprendersi per come abbiamo dimenticato il nostro passato. Meravigliarsi per come vivevamo di poco, per come si giocava, per come eravamo contenti del niente.
Nostalgia per i profumi di una campagna ormai inesistente, per un orologio inesistente e per il sole a regolare il ritmo della giornata. Nostalgia per il vento che muove i fiori nel campo, per un ruscello che gorgheggia e fluisce lentamente a valle, per le urla dei contadini, per il lento incedere, per quattro case in croce, povere, prive di ogni comodità.

Poche pagine per raccontare la fanciullezza di un uomo, del suo mescolarsi con il paese, del suo crescere con il paese. Un racconto per fotografare la vita di pochi uomini. Uno spaccato di vita contadina. L’universo racchiuso negli occhi di un bambino e il racconto di un entroterra ancora burbero, ripiegato sui propri ritmi, sulle proprie usanze, sulle dicerie, sulla sapienza.
Una sapienza mescolata ai racconti dei vecchi, alle paure ereditate dal passato. Usanze ripetute senza motivazione, dicerie accolte come profonde verità e la realtà rifiutata per continuare a vivere nella propria nicchia.
Poche pagine per ricordare un paese ancora sensibile al richiamo delle campane, al mutare delle stagioni. Un mondo contadino capace di vestirsi a festa per la processione del Patrono e di tornare a bestemmiare poco dopo.
Poche pagine per raccontare un paese capace di raccogliersi attorno alle lacrime di una famiglia, capace di vivere i sentimenti più profondi.

Era estate
Era estate, con distaccato interesse avevo ritirato il pezzo di carta che a distanza di più di un anno certificava, su pergamena, il mio sforzo intellettuale. La gioia del giorno della tesi si era ormai sbiadita con le prime delusioni concorsuali. Raggiunto il titolo, il percorso continuava in salita ricco di tornanti, patimenti ed ulteriori sforzi.
La cerimonia, benché sviluppata secondo precisi canoni e ricca di atmosfera collegiale, lasciava in bocca, credo a tutti, un principio di insoddisfazione. Purtroppo viviamo in un paese dove la cultura, spesso, viene premiata dopo lunghissimi ed interminabili anni di gavetta. Tra i tanti, in posizione assai privilegiata, mi presentavo al rendiconto con un buon lavoro in tasca e molte speranze di carriera.
Mai e poi mai avrei creduto di terminare la giornata con la notizia che più di tutte avrebbe cambiato la mia vita.
Una frase di pochi attimi, due parole sussurrate, il lieve respiro di un istante e presto sarò padre.
Credetemi, si tratta di una notizia folgorante. Il mondo corre nello stesso modo da milioni di anni, miliardi di creature si sono alternate, con pazienza, ad ogni angolo della terra. Si nasce e si cresce per mettere al mondo dei figli. Tutti noi, per chi lo desidera, siamo già mentalmente predisposti alla notizia.
Detto questo, lo ripeto, si tratta di una notizia folgorante.
Di fronte a tale immensa novità ogni problema si ridicolizza. Laurea, concorsi, lavoro, soldi, viaggi: tutto diventa minuscolo, impalpabile, frivolo.
Per una madre aspettare un figlio è senz’altro difficile ma, in un certo senso, anche facile. Lui è lì, nel pancione, si muove, vive attimo per attimo con lei, cresce in armonia con il comportamento della madre. Si muove e muovendosi instaura con la mamma un rapporto unico e indissolubile.
Io appartengo all’altra metà del mondo, alla categoria dei padri: per lo più, siamo sempre in ritardo. Quando la mia categoria accosta l’orecchio al pancione tutto tace.
Se la madre si abitua a contare i movimenti nell’arco della giornata, il padre si deve limitare a chiedere, con estrema cautela, se si è mosso.
Se la madre avverte i primi disturbi, il padre avverte la propria impotenza, la propria incapacità a gestire l’evento.
I mesi di attesa passano assai in fretta. La scienza ci fornisce immagini incredibili. Oggi possiamo innamorarci di nostro figlio da quando misura pochi millimetri. I suoi movimenti possono essere registrati su una videocassetta per contemplarli, sera dopo sera, in attesa del lieto evento.
Ricordo il giorno in cui abbiamo scelto il nome del mio primo figlio e il giorno in cui lo abbiamo comunicato ai nonni.
Ricordo le serate passate a chiamarlo nel pancione, ad ascoltare ed aspettare ogni più piccolo movimento.
Ricordo la corsa in ospedale, le ore di attesa, un dolore che avrei voluto sopportare anch’io con tutto il cuore, gli ultimi sforzi ed infine il suo primo pianto.

Sembra solo ieri, se ci penso, mi sembra di rivivere le scene… eppure sono passati già nove anni e assieme a Lorenzo, oggi, c’è Matteo.
Già: dopo Lorenzo, è nato anche il piccolo Matteo.

Padre per il primo giorno e per tutta la vita. Nella mente si susseguono mille immagini, mille apprensioni, mille gioie e mille preoccupazioni.
Per quanto possa sembrare irragionevole, ogni padre vede nei propri figli il proprio futuro, il proprio cordone ombelicale con i secoli a venire. Siamo fatti per amare, per credere che qualcosa possa sopravvivere al nostro passaggio; crediamo negli occhi di un figlio che vedrà il mondo dopo la nostra morte.
Sono padre, il futuro giudicherà se sarò stato un buon padre. Detto questo vedo nei miei figli una parte di me stesso: lo stesso padre dopo il padre.
Un qualcosa di indecifrabile, di sorprendente ma che comunque esiste, che mi commuove ed intenerisce e che avverto costantemente nel cuore.

Per scrivere un racconto esistono mille motivazioni. Per raccontare la propria vita ne esiste una sola: la paura di non esserci.
Avevo un nonno, mi sopportava per l’intera estate, il suo più grande desiderio era quello di vedermi a militare e di essere al mio matrimonio.
Oggi capisco la sua apprensione e i suoi desideri sono diventati i miei.
La vita, a volte, ci regala strane sorprese. Mio nonno ha campato ben oltre la media nazionale. Se buon sangue non mente, spero di aver ereditato la sua “ghirba”. Ciò nonostante, il dubbio mi attanaglia e con il dubbio cresce il desiderio di raccontarsi.

La scelta è quella di narrare la propria vita partendo dai primi anni, dagli anni del divertimento ma anche dagli anni in cui si impara a “navigare”.
Ogni genitore che si rispetti, nel suo cuore, possiede la ricetta per far crescere, nel migliore dei modi, i propri figli. I giorni trascorreranno in fretta e, in un lampo, i cuccioli che oggi mi sorridono in braccio saranno già lontano.
Un racconto è forse il miglior modo per descrivere le proprie esperienze, le proprie impressioni. In poche pagine si possono riunire tutti gli episodi che, nel bene o nel male, ci hanno plasmato.
Più semplicemente, questo racconto nasce anche dal desiderio di non dimenticare.
La mia è stata un’infanzia felice e il desiderio è quello di farlo sapere ai miei figli.
La speranza più grande è quella di leggere, assieme a loro, queste pagine tra trent’anni.

Da quando ho aperto gli occhi ho conosciuto mondi e persone che oggi non ci sono più. Scrivere qualche pagina, scriverla con il migliore dei sentimenti aiuta ad esprimere il profondo senso di gratitudine.
Se oggi mi posso considerare un uomo onesto lo devo a tutti coloro che hanno speso un attimo del loro tempo per farmi una carezza, un sorriso, a volte un rimprovero oppure per darmi un consiglio.

Raccontare la propria giovinezza significa descrivere ciò che di meglio è rimasto nel cuore. Questo può anche significare una più amorevole interpretazione di qualche episodio. Non sempre, nella vita, tutto è rosa e fiori. Spesso il tempo contribuisce ad annacquare le storie rendendole più dolci, forse più smussate, senz’altro più calde. Si dice che il tempo trasformi gli spigoli in curve.

Amo la campagna. Queste pagine spiegano, per quanto possibile, il mio amore verso il verde. Un segnale per giustificare il mio malumore nei confronti della città, del caldo e del mare. Le sensazioni che ho vissuto mi sono dentro ed hanno impregnato ogni molecola del mio corpo. Periodicamente devo tornare all’ovile, periodicamente devo tornare ad annusare gli odori che hanno segnato la mia infanzia.
Le mie storie riempiono queste pagine, le riempiono in disordine, seguendo il ritmo dettato dall’amore verso quanti mi hanno conosciuto. Il desiderio era quello di raccontare la vita di un intero paese, ricordarne le storie, i personaggi e l’avvicendarsi delle stagioni.
In fondo al cuore, il massimo desiderio era quello di raccontare tutto il mio mondo visto con gli occhi di un bambino.

Ai miei bimbi
Passeranno gli anni, diventerete ragazzi e più tardi uomini. La vita è una favola dall’incerta conclusione. Ogni giorno si aggiunge un tassello ad un mosaico fino ad oggi meraviglioso, ma che domani potrebbe incrinarsi sotto un duro vento e magari spezzarsi.
La mia barca naviga nel mare della vita da quarant’anni; giorno dopo giorno ho superato tempeste e burrasche di ogni tipo. Con il tempo si impara a navigare, si apprendono i segreti, si evitano gli scogli e faticosamente si conduce la nave in porto.

Oggi la vostra nave solca ancora acque tranquille, ma presto dovrete imparare a cavarvela da soli. Con la mamma guideremo i vostri primi viaggi, le vostre prime avventure e le vostre prime esperienze.
Oggi sogniamo di vedervi grandi, alti e robusti, capaci di affrontare ogni situazione, capaci di risolvere ogni problema.
Speriamo con tutto il cuore di esservi vicino in ogni istante della vostra vita, di poter continuare a navigare accanto al vostro vascello ancora per moltissimi anni.
Oggi non posso sapere se ci sarò, se vedrò i vostri diciotto anni o meglio i vostri trent’anni. Oggi ammiro due bambini stupendi dai quali non vorrei staccarmi per nessuna cosa al mondo. Oggi nei vostri occhi vedo la stessa essenza della mia vita e un pizzico del mio cuore sopravvivrà per sempre nel vostro.
Queste poche pagine raccontano la strada che ho percorso per mettere la mia barca nel mare del vivere. Il vento che oggi mi sospinge proviene dal mio passato ed è alimentato costantemente dai miei ricordi.

Ogni sorriso di oggi servirà domani per non sentirvi soli. Ricordatevi dell’amore che proviamo per voi e di quello che ci dimostrate in ogni attimo.
Imparate ad ascoltare il fondo del vostro cuore e, nel silenzio, sentirete la voce di chi vi ha amato.


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