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Proverbi genovesi
con i corrispondenti in latino
di Marcello Staglieno
Premessa
di
Gofferdo Feretto
Marcello Staglieno
(1829-1909) s’occupò per tutta la vita della storia di Genova, pubblicando, tra
l’altro, Notizie sulla nobiltà genovese; Memorie sull’Accademia Ligustica; La
donna nell’antica società genovese.
La sua opera più nota è questa Proverbi genovesi, che vide la luce per la prima
volta nel 1869.
Nel suo Avvertimento iniziale, l’autore precisa che la sua raccolta, pur
contenendo ben 665 proverbi, non può pretendere d’essere completa. Di
particolare interesse è l’inserimento dei corrispondenti in latino e in molti
dialetti italiani.
La presente edizione segue l’originale (pur non riportando i corrispondenti in
altri dialetti italiani), con l’aggiunta di nostri commenti e osservazioni che
speriamo risultino graditi al pubblico e che, in ogni modo, tendono ad
“alleggerire” quello che potrebbe altrimenti apparire un puro elenco in ordine
alfabetico. Di molte battute forse poco felici o che potrebbero risultare
moleste a qualcuno ci scusiamo fin d’ora.
Abbiamo anche rispettato la grafia dell’autore, non sempre ortodossa e spesso
molto discutibile: in alcuni casi, per esempio, Staglieno si è limitato a
“genovesizzare” termini italiani (come osservava anche Aidano Schmuckher in una
edizione da lui curata nel 1979).
Concludiamo questa breve premessa con tre citazioni che ci sembrano adatte:
Il proverbio è un avanzo dell’antica filosofia, conservatosi fra molte rovine
per la sua brevità ed opportunità (Aristotele).
Un proverbio per te non sarà mai tale finché la vita non te lo avrà
illustrato (John Keats).
Il proverbio è l’ingegno di un uomo e la saggezza di tutti (Bertrand
Russell).
Avvertimento
di Marcello
Staglieno
Chi volgesse questo
piccolo volume coll’intendimento di trovarvi registrato ogni e qualunque
proverbio Genovese, correrebbe probabilmente rischio di restare deluso.
Imperciocché, nonostante le lunghe ricerche e la non poca pazienza adoperatavi
intorno, purtroppo avverrà che di molti ne saranno sfuggiti, e forse dei più
comuni, di quelli appunto che s’odono ogni giorno. Lo stesso dicasi de’
corrispondenti, i quali poi non tutti saranno opportunamente collocati a
riscontro, onde il lettore dovrà spesso supplir lui col suo senno.
Inoltre è da avvertirsi che si ebbe intenzione di notare soltanto i veri
proverbi, cioè quei detti che racchiudono una massima, escludendo perciò ogni
frase, o modo di dire proverbiale, de’ quali è pur ricchissimo il nostro
dialetto, e fra quelli, i correnti a Genova e ne dintorni, onde fu usato il
dialetto parlato dalla cittadinanza, il quale è alquanto più colto di quello
della plebe e de’ contadini, dicendo “parolla” e non “paôla”, “andæto” e non “anæto”,
“guadagnâ” e non “guâgna”, e simili, e se qualche voce o antiquata, o
contadinesca, o non usata civilmente, come “cà” per casa, “Dênâ” per “Natale” vi
si trova, è solo perché il proverbio stesso o per la rima, o per non esser detto
diversamente, lo richiedeva.
Trattandosi poi d’una piccola raccolta, invece dell’ordine per materie, che
sarebbe stato più logico, fu adottato l’ordine alfabetico, il quale però non è
sempre rigorosamente per sillaba, a causa o di qualche mutazione improvvisa
nella dicitura fatta durante la stampa, o di qualche proverbio allor allora
registrato, che non si è potuto meglio collocare.
Ad ogni proverbio segue la letterale traduzione in italiano, onde farlo
intelligibile a’ meno pratici del nostro dialetto; ma questa fu lasciata quando
il dialetto era, o chiaro abbastanza, o spiegato da alcuno degli altri posti a
riscontro, e ciò onde non impinguare inutilmente il volume. E per lo stesso
motivo, quando non offrivano alcuna varietà che potesse interessare, ed erano la
traduzione gli uni degli altri, furono talora ammessi i corrispondenti di alcuni
dialetti, che però sempre vennero indicati. Né si è creduto mal fatto porvi i
riscontri del latino, quantunque al dì d’oggi sia poco coltivato, perché fu già
lingua della nostra patria, e per mostrare come molti dettati che si potrebbero
creder fattura moderna del volgo, sono invece vecchi principii della sapienza
de’ nostri antenati.
Di tutto questo si fa cenno al cortese lettore, per sua norma, e di ogni pecca o
mancanza che potrà rinvenire nel presente lavoro, spera l’autore facile
indulgenza, in considerazione delle non poche difficoltà del medesimo, e della
novità che presenta, coll’aver posto a confronto buona parte dei dialetti della
nostra penisola.
Genova, agosto 1869.
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