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Lezioni di
psicodiagnostica proiettiva
di
Franco Freilone | Barbara Fratianni
Introduzione alla
diagnosi testologica proiettiva
La diagnosi
è un preliminare necessario
per un valido programma terapeutico...
Ping-Nie Pao
Diagnosi
è un termine che deriva dal greco: dia-gnosis. Il suffisso “dia” indica
il passare attraverso, oppure mediante, indicando l’utilizzo di
qualche cosa; “gnosis” significa invece conoscenza. La diagnosi rimanda
pertanto a qualcosa che si deve conoscere e ad un modo per conoscere. Molte sono
le opinioni e le problematiche relative alla diagnosi psicologica e
psichiatrica.
Per certi versi è stata anche osteggiata, pensando che fosse un qualcosa che
etichettava solo il paziente, apportando ben poco al lavoro terapeutico con il
paziente e all’incontro interpersonale.
La diagnosi (o il processo diagnostico) è invece un fattore molto delicato e
importante. Essa rappresenta una mappa che il clinico ha a disposizione nella
cura (o, se vogliamo, nel prendersi cura del paziente).
La diagnosi, nell’ambito della psicologia clinica, si avvale del colloquio
clinico, della raccolta della biografia di vita e dell’utilizzo dei reattivi
mentali (test), il tutto per avere una maggiore idea della complessità
dell’incontro e una maggiore comprensione del paziente.
La diagnosi può anche essere definita come la raccolta di informazioni che
collocano un fenomeno clinico all’interno di un contesto teorico, al fine di
fornire l’indicazione per una strategia terapeutica e di favorire un
inquadramento evolutivo. Non rappresenta un esercizio stilistico, ma un
fondamento che si attua in funzione della terapia (dell’assessment – la
valutazione – della personalità e delle sue criticità nei contesti giuridici).
La diagnosi è un presupposto che ci orienta inizialmente e man mano che il
cammino con il paziente procede, ma che può essere in seguito ridefinita.
I punti di riferimento per la diagnosi possono quindi essere riassunti come
segue:
1. anamnesi del paziente: la raccolta di informazioni biografiche del paziente;
2. esame obiettivo clinico: quello che si riscontra nell’incontro col paziente,
nell’hic et nunc della relazione;
3. diagnosi testologica (somministrazione dei test psicodiagnostici).
Pertanto la diagnosi non è un formalismo, ma un’indagine svolta allo scopo di
comprendere le caratteristiche di un individuo, in funzione della terapia e
della prognosi.
L’utilità della diagnosi è infatti strettamente collegata al trattamento e alla
cura.
La diagnosi “non è un lusso per il clinico, né un’etichetta dispregiativa
attribuita al paziente” (Ping-Nie Pao, 1979; trad. it. 1984) e le parole di
Ping-Nie Pao sulla schizofrenia appaiono certamente non “sospette” da parte di
uno dei maggiori esponenti delle teorie e del trattamento psicoanalitico delle
psicosi schizofreniche.
La diagnosi psicologica e psicodinamica può essere articolata in vari modi, per
esempio con la diagnosi psichiatrica (o con la diagnosi fenomenologica, in
riferimento ai vissuti dei pazienti) e, per certi aspetti, embricarsi e
sovrapporsi alla diagnosi psicoanalitica.
La diagnosi psichiatrica si avvale del sistema del DSM-IV-TR (manuale
diagnostico e statistico dei disturbi mentali), un sistema di classificazione
che, seppur con numerose critiche, rappresenta attualmente il linguaggio comune
della diagnosi categoriale. Tale sistema permette infatti di fare una
descrizione obiettiva attraverso un elenco di sintomi, che abbiano una certa
durata e che producano certi cambiamenti nel funzionamento interpersonale,
lavorativo e sociale del paziente.
Si configurano così dei disturbi specifici, che vengono a collocarsi in
categorie più ampie (per esempio i disturbi dell’umore) oppure più ristrette
(per esempio, all’interno di Disturbi d’ansia, il Disturbo di Panico).
Altrimenti possono essere identificati dei tratti di personalità, ovvero delle
modalità di pensare, di sentire, di comportarsi, che quando divengano rigidi e
non adattativi, possono condurre a dei disturbi di personalità.
Passando ad una diagnosi psicodinamica ci prefissiamo di ascoltare e di
procedere per empatia, per immedesimazione. In questa situazione vengono
coinvolti i nostri stessi sentimenti.
La diagnosi psicoanalitica è una diagnosi strutturale (come è organizzata la
personalità), dove l’ascolto del paziente predispone a due aspetti fondamentali
dell’incontro con l’altro (Granieri, 1998, 2004) e della cura: il transfert e il
controtransfert.
Riassumendo, esistono quindi due possibili modelli, diversi fra loro, ma
sinergici e comunicanti:
1. il modello descrittivo, quello della Psichiatria contemporanea, che utilizza
il DSM-IV-TR e che permette la formulazione di una diagnosi categoriale
(descrizione di sintomi e comportamenti), con l’intento di uniformare un
linguaggio al di là della cultura di riferimento;
2. il modello psicodinamico, comprensivo della valutazione della modalità
relazionale paziente/psicologo clinico. Questo tipo di modello va oltre i
sintomi manifesti e cerca di capire questi come frutto di conflitti o di
mancanza. La diagnosi è di tipo inferenziale e l’intento è quello di valutare i
meccanismi psichici difensivi, l’identità del paziente e il suo esame di realtà.
Attraverso questo modello è possibile fare inferenze sui meccanismi di difesa
del paziente e sulle strutture intrapsichiche, sulla forza o debolezza dell’Io
ecc.
La psicodiagnosi attraverso i test dovrà avere in mente la diagnosi descrittiva,
ma dovrà anche andare oltre questa per capire la struttura, l’assessment
della personalità, in modo da avvicinarsi di più al livello diagnostico
dinamico.
Ricordiamo sempre che la diagnosi dinamica presuppone un coinvolgimento e
disvelamento emotivo con il paziente e la possibilità di risuonare empaticamente
con questo. In base anche a come noi ci sentiamo rispetto a ciò che il paziente
porta, possiamo intuire e poi analizzare e chiarire cognitivamente.
Pertanto in generale possiamo dire che la diagnosi non si limita ad un
riconoscimento e ad un’identificazione di sintomi (osservazione di comportamenti
e decodificazione di disturbi), ma comporta consapevolezza relazionale
attraverso l’empatia e l’introspezione.
La pensabilità di una diagnosi a più livelli è funzionale. Il superamento
dell’artificiosa dicotomia fra diagnosi psicologica e diagnosi psichiatrica può
rappresentare un buon presupposto (o meglio un fondamento) per la capacità di
utilizzare propriamente linguaggi assai diversi fra di loro.
Diagnosi strutturale o psicodinamica e diagnosi sintomatologica-descrittiva, che
ha come codice di riferimento il DSM-IV-TR, devono accostarsi e fra di loro
articolarsi in modo congruo ed armonico, senza tuttavia confondersi.
Il senso della diagnosi psicologica e psicopatologica è prima di tutto etico e
qualunque sia il paradigma, forte o debole, a cui si faccia riferimento,
richiede comunque rispetto profondo per chi ci rende partecipi delle proprie
sofferenze.
La
psicodiagnosi proiettiva
La Psicologia dell’Io, riassumendo gli aspetti peculiari della
tradizione psicodiagnostica, di cui fa parte il lavoro pioneristico di David
Rapaport sui reattivi mentali e il pensiero esplicativo di Robert Holt sulla
diagnosi e sul processo primario al Rorschach, mette in luce alcuni punti che
rimangono di estrema attualità e importanza.
La diagnosi non va intesa solo come classificazione in senso restrittivo, ma
come un “modello verbale”. In ogni caso il processo diagnostico rimanda ad una
personalità che ha “difficoltà di adattamento” o che comunque soffre di qualche
forma di disagio.
Il modello verbale di riferimento deve permettere un confronto interpersonale. È
quindi necessario un linguaggio diagnostico comunicabile e comprensibile. Le
variabili usate dovranno essere quantificabili e organizzabili gerarchicamente.
L’articolazione diagnostica fra diversi livelli di interpretazione e di
comprensione del paziente e della sua esperienza vissuta ed il problema della
portata – pragmatica – dei linguaggi adoperati, è ancora più evidente quando
all’interno del processo diagnostico si operi con i reattivi psicologici: test
di livello o di intelligenza, test di personalità o test proiettivi (strutturali
e tematici).
Clinici ad orientamento psicodinamico sottolineano come prima di iniziare una
psicoterapia espressiva sia necessario condurre un accurato studio diagnostico
sia attraverso una valutazione approfondita dello stato mentale attuale sia
attraverso la ricostruzione della storia del paziente: inoltre per riconoscere
le organizzazioni psichiche i test di personalità saranno di grande aiuto.
La diagnosi descrittiva, basata sui criteri del DSM-IV-TR, e la diagnosi
psicodinamica, basata sulla comprensione del paziente, guidano il trattamento (Gabbard
2005, trad. it. 2007), ma i test proiettivi, principalmente il test di Rorschach,
possono confermare la comprensione diagnostica psicodinamica.
Gabbard (2005, trad. it. 2007) sottolinea per la verità come molti pazienti
diranno talmente tanto nel corso di colloqui clinici da non rendere necessario
l’uso dei test psicologici. Si possono inoltre rilevare situazioni in cui la
somministrabilità di un reattivo o meglio di una batteria di test, secondo una
consolidata metodologia psicodiagnostica, a partire dal contributo originale di
D. Rapaport (1968; trad. it. 1981), possa non essere agevole.
Tuttavia, come scrive Chabert (1998; trad. it. 2006) lo scopo delle prove
proiettive è di consentire lo studio delle caratteristiche del funzionamento
psichico in una prospettiva dinamica.
Per fare ciò occorre avere pensabilità delle operazioni mentali sottese alle
modalità di funzionamento.
Più in generale, la psicodiagnosi o diagnosi testologica viene effettuata
attraverso la somministrazione di particolari strumenti di cui è stata appurata
l’attendibilità e la validità (test psicodiagnostici). È un momento, una parte
all’interno del processo diagnostico, ma non si può fare diagnosi esclusivamente
con i test.
Si parla quindi di assessment quando facciamo riferimento allo studio
delle caratteristiche e del “funzionamento” dell’individuo, al fine di orientare
l’intervento.
Nel processo diagnostico assume particolare importanza l’utilizzo di una
batteria di test, la quale permette un assessment globale del paziente.
La batteria classica comprende tre test di diverso tipo, nel seguente ordine:
– un test intellettivo (per es. la WAIS-R);
– un test proiettivo profondo o un test di personalità (per es. il Rorschach o
il MMPI);
– un test tematico (per es. il T.A.T.).
In ogni caso, nel processo diagnostico assumono una particolare importanza i
test proiettivi e non solo quando nel colloquio è presente una situazione di
incertezza. In questo caso i test possono dirci qualcosa o farci conoscere in
poco tempo la struttura della personalità del paziente di fronte a noi, darci
informazioni sulla specificità del suo funzionamento psichico ed anche
interpersonale.
Il materiale (il test o le macchie del Rorschach) è concreto e ambiguo, evoca
associazioni verbali (risposte) e allo stesso tempo crea un campo relazionale (transizionale)
ad alta densità emotiva.
Inoltre un test proiettivo può essere anche un modo per andare incontro a quei
pazienti che, specie durante il primo contatto, hanno difficoltà ad aprirsi e a
parlare liberamente. Porre domande dirette può risultare intrusivo, il test può
aggirare questo ostacolo.
Un test proiettivo permette di farsi un’idea dei punti di forza e di debolezza
del paziente.
Le informazioni che possiamo ottenere riguardano in generale:
– Le qualità relazionali: possiamo fare inferenze di tipo diretto,
derivanti dal materiale del test, e indiretto, osservando ciò che capita
durante la somministrazione.
– L’organizzazione del pensiero o il funzionamento cognitivo.
– La presenza di un esame di realtà conservato o meno.
– L’affettività e la sfera emotiva, nonché la presenza, la qualità e la gravità
dell’angoscia.
– La qualità dell’immagine di sé e dell’oggetto (l’Altro).
– I meccanismi di difesa, che ci danno informazioni sul funzionamento dell’Io.
Il setting proiettivo è tale per cui il soggetto è invitato a parlare
liberamente, ma con una costrizione rappresentata dalla necessità di vincolarsi
al materiale del test e al tempo di somministrazione, che in sé è unico – tutto
sommato ristretto – e non dilazionabile.
Il materiale proiettivo è in sé ambiguo, ma contemporaneamente richiede
un’adesione ricca di pregnanza emotiva. Allo stesso tempo la restituzione
provocherà un rapido distanziamento.
La sollecitazione è doppia, immaginaria e percettiva (Chabert, 1998; trad. it.
2006), e la risultante dovrà rappresentare una sorta di equilibrio fra la
richiesta del mondo interno e le esigenze della realtà esterna.
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