Qualcuno vuol darcela a bere
Acqua minerale: uno scandalo sommerso
 

un libro di Giuseppe Altamore

Intervista al dietologo Giorgio Calabrese


intervista a cura di di Lara Reale
per gentile concessione del settimanale "Il Nostro Tempo" - domenica 2 novembre 2003
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Giorgio Calabrese, docente di Dietetica, alimentazione e nutrizione umana a Piacenza e Torino, nonché visiting professor alla Boston University, è il referente italiano dell’Autority europea per la sicurezza alimentare, l’agenzia nata lo scorso anno con l’obiettivo di uniformare e regolamentare la legislazione dei singoli Stati membri.

Professor Calabrese, le denunce di Giuseppe Altamore sono fondate? La normativa italiana, insomma, è davvero deficitaria rispetto a quanto stabilito a livello internazionale?
Sì. E in maniera palesemente iniqua, perché prevede solo 49 parametri di controllo per le acque minerali contro i 62 delle acque di sorgente. Anche il semplice buon senso suggerisce che i valori di riferimento per la potabilità di un’acqua dovrebbero essere sempre gli stessi. Allo stato attuale, inoltre, il consumatore italiano non è in grado di conoscere l’esatto contenuto di una bottiglia di acqua minerale, perché la legge non impone al produttore di indicare la composizione analitica completa. Questo non implica, tuttavia, che tutte le acque minerali italiane violino le raccomandazioni internazionali.

Se non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, è pur vero che le indagini condotte dalle procure di Bari e Torino, poi estese al territorio nazionale, hanno accertato che 112 su 149 marche controllate sono contaminate da veleni vari...
La situazione è allarmante, ma fortunatamente sta venendo a galla. Il lavoro delle procure di Bari e Torino, in questo senso, è stato determinante. Ciò non toglie che le verifiche sarebbero dovute partire dalle autorità sanitarie e non dalla magistratura: l’Autority europea ha dettato regole precise anche in tal senso. Purtroppo i prodotti da controllare sono talmente tanti che le verifiche spesso sono solo “relative”.

Secondo la procura di Torino le irregolarità sono connesse anche ai laboratori d’analisi pubblici, che non sarebbero in grado di rilevare la presenza di alcune sostanze tossiche. È vero?
In effetti alcuni laboratori non sono nelle condizioni di fare tutte le verifiche, ma non per incompetenza o malafede, quanto per mancanza di fondi e attrezzature. Lo scandalo delle acque minerali è l’ennesima dimostrazione di quanto sia importante garantire che l’attività degli organi di controllo pubblici torni ai massimi livelli.

Dal 1985 a oggi la quota delle bottiglie in vetro è scesa dal 92 al 42 per cento, mentre quella in plastica è  cresciuta dal 6,5 al 55 per cento. Ma i contenitori in Pet (cloruro di polivinile) e Pvc (polietilene) sono sicuri?
Il vetro ha innegabili virtù per la conservazione degli alimenti perché è neutro, non rilascia residui ed è impermeabile all’inquinamento esterno, ma è pesante e fragile, quindi scomodo da maneggiare. In confronto le bottiglie di plastica sono molto più pratiche ed economiche, ma possono rilasciare sostanze nocive. Il Pvc è stato ritirato dal mercato proprio perché cancerogeno. Il Pet è abbastanza sicuro, purché non venga esposto alle fonti di calore e non sia immagazzinato a contatto di muffe e polveri.

Una famiglia italiana su due ritiene l’acqua in bottiglia più sicura di quella del rubinetto. È una convinzione fondata?
Solo in parte. Oggi l’acqua di rubinetto è mediamente di buona qualità: quasi dappertutto ha un basso contenuto di sali (500 mg/l) e un livello di nitrati sotto i 10 mg/l. Il problema è che tra l’azienda municipale che eroga l’acqua e l’utente finale ci sono di mezzo chilometri di tubature pubbliche e private, e nessuno è in grado di garantirne l’efficienza. Il prodotto che sgorga dal rubinetto di casa può, quindi, avere caratteristiche organolettiche diverse da quelle che aveva alla partenza dall’acquedotto.

Un’ultima indicazione di carattere più generale: quanto e come si deve bere?
L’ottimo sarebbe bere un bicchiere di acqua all’ora, tra le 8 e le 18, vale a dire 2 litri nell’arco delle dieci ore centrali della giornata. In questo modo si aiutano i reni a smaltire correttamente i residui metabolici (es. proteine). Il rene è, infatti, come una zanzariera: se è pulita lascia passare l’aria e trattiene gli insetti, ma se ha i buchi intasati si lacera, creando un varco attraverso il quale passa di tutto. Per chi ha più di 70 anni, tuttavia, la dose ottimale è un litro di acqua al giorno, perché il drenaggio renale è fisiologicamente limitato e l’acqua in eccesso entrerebbe in circolo sovraccaricando il cuore.

 


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