Qualcuno vuol darcela a bere
Acqua minerale: uno scandalo sommerso
 

un libro di Giuseppe Altamore


Le pagine dedicate allo scandalo
dal settimanale "Panorama"
venerdì 26 marzo 2004

di Sandro Mangiaterra e Chiara Palmerini
 

Acque minerali. Quelle che fanno bene, quelle di cui diffidare
Abbiamo più marche al mondo e il record di litri consumati. Eppure, ci danno da bere di tutto. Che cosa c'è da sapere per scegliere la bottiglia giusta.

Nei corsi che Franco Ricci, principe dei sommelier, tiene all'Hilton di Roma le serate clou sono riservate all'acqua. Paradosso, ma non troppo: in fondo, è giusto che chi si occupa del buon bere conosca tutte le facce della medaglia. A la guerre comme à la guerre. Perché di questo si tratta, con i cugini francesi. Loro ci battono 76,4 litri
di rosso e di bianco contro 61,1. Ma noi li distruggiamo sull'altro fronte, quello delle acque minerali: 182 litri a testa all'anno contro 141. Così, prima che anche nei comuni ristoranti arrivi in pompa magna l'esperto di bollicine e di proprietà oligominerali, meglio attrezzarsi: che i sommelier studino, e tanto, pure le chiare, fresche e dolci acque.
È il mercato, bellezza. E che mercato: un autentico boom. La produzione, in questo particolare settore industriale, cresce ininterrottamente dal 1990, anno in cui abbiamo conquistato il primato mondiale di consumo. Liscia, più o meno gassata, effervescente all'origine, fa lo stesso: gli italiani vanno letteralmente matti per il prodotto delle loro sorgenti (ben 700 censite, da Bolzano a Palermo). Sarà pure una risorsa scarsa e uno dei maggiori problemi dell'umanità (l'Onu le dedica tutti gli anni una giornata mondiale di sensibilizzazione, per il 2004 si è appena svolta, lunedì 22 marzo), fatto sta che da noi la questione viene vissuta in modo diametralmente opposto: l'acqua è di gran moda.
Si potrebbe parafrasare un antico motto: «Dimmi che acqua bevi e ti dirò chi sei». Non si va tanto lontano dal vero. C'è chi ostenta la marca chic come uno status symbol e chi va fiero della bottiglia sconosciuta acquistata al discount. Ormai non sono originali nemmeno quelli che la depurano da soli, con il filtro casalingo. E c'è chi non ha mai abbandonato il rubinetto, o vi ha fatto ritorno in polemica con le water company. Insomma, sembra proprio che gli italiani abbiano riscoperto le virtù del più semplice degli elementi. Merito del bisogno di sentirsi in forma, del tamtam, dei luoghi comuni secondo i quali parrebbe esistere un'acqua miracolosa per ogni male.
Negli uffici campeggiano i boccioni all'americana (già 17 marche in commercio) che erogano «il prodotto» fresco e depurato. Gli sportivi si legano la bottiglia da mezzo litro con un moschettone alla cintura. I ragazzi e le ragazze se la portano in giro tenendola penzoloni tra le dita. Alla Ac Nielsen, che monitorizza i comportamenti d'acquisto degli italiani, strabuzzano gli occhi: il 98,2 per cento dei consumatori almeno una volta all'anno va al supermercato o da qualsiasi altra parte per comprarne qualche litro.

È L'ACQUA PER ME, FATTA APPOSTA PER ME
Certo, non è facile capire se sia nata prima la domanda e l'offerta si sia limitata ad assecondarla, o viceversa, se questi po' po' di record siano stati costruiti a colpi di marketing. Alla Mineracqua (l'associazione delle imprese del settore aderente alla Confindustria) sprizzano comunque orgoglio. «Abbiamo saputo innovare in un ramo dove apparentemente sembrava impossibile: l'acqua, appunto» sorride il presidente Ettore Fortuna. «Prima gli investimenti tecnologici, per aumentare le capacità produttive e garantire la qualità. Poi il packaging, con la funzionalità dei piccoli formati. Infine l'attenzione al bello, le bottiglie firmate da grandi artisti e designer». Sullo sfondo c'è pure una battaglia commerciale asperrima contro chi offre «finta minerale fatta con i filtri». Ne sa qualcosa la Coca-Cola, costretta a ritirare dal mercato inglese la sua Dasani. Motivo: era banale acqua di rubinetto trattata, come del resto lo sono anche in Italia alcuni marchi regolarmente sul mercato, e secondo alcuni conteneva sostanze inquinanti.
Guerre a nove zeri a parte, cosa sta cambiando sul versante del consumatore? «Il cliente sceglie, o pensa di scegliere, un'acqua su misura» spiega Daniele Tirelli, vicepresidente della Ac Nielsen. «L'intento non è più solo quello di dissetarsi, ma di assumere un alimento essenziale per la dieta e di conseguenza per il proprio benessere: l'anziano la vorrà diuretica, la donna sognerà che la snellisca, lo sportivo sarà attento ai contenuti integratori, e via di questo passo. Alla fine, in una famiglia si arriverà ad avere tre o quattro acque in tavola».

CHI LA DISTINGUE È BRAVO
Tutto vero, in teoria. In pratica, prima di avere addestrato i palati alla degustazione, ce ne vorrà. La conferma arriva da una prova d'assaggio organizzata da Legambiente in cinque città.
Bene, appena due italiani su dieci sono in grado di capire al primo colpo se stanno sorseggiando semplice acqua di rubinetto o minerale. La convinzione che il liquido offerto dall'acquedotto sia assai peggiore, almeno come sapore, di quello imbottigliato si rivela, secondo Legambiente, per quello che è: un pregiudizio. A seconda di come la si voglia vedere, è un punto a favore dell'acquedotto o uno a sfavore della minerale. La cui immagine, peraltro, negli ultimi tempi ha subito numerosi attentati.
Fortuna si mostra categorico: «Le nostre acque sono tra le migliori al mondo e tra le più controllate». Tuttavia, le polemiche da tempo infuriano. La principale accusa alle minerali è riassunta da Giuseppe Altamore, giornalista di Famiglia cristiana, in Qualcuno vuol darcela a bere (Fratelli Frilli editori): in pratica, possono contenere sostanze tossiche ed elementi salini in concentrazioni così elevate che, sottoposte alle stesse analisi dell'acqua di rubinetto, potrebbero risultare «non potabili». O, più precisamente, «non destinate al consumo umano».
Possibile? La differenza di trattamento si giustifica anzitutto con la storia della legislazione: le minerali erano acque curative, da bere alle terme poche volte l'anno. Naturale che contenessero pure sostanze dannose, o almeno controindicate, se assunte tutti i giorni: arsenico, sali di magnesio, manganese, ma anche sodio in quantità elevate. Il problema è nato da quando per gli italiani la minerale è diventata «l'acqua». Le associazioni dei consumatori hanno cominciato a strillare (e a rivolgersi alla magistratura): «Che almeno si sappia che cosa uno versa nel bicchiere». Già, che cosa finisce nel bicchiere? «Il 75 per cento delle acque minerali in bottiglia rientra nei parametri stabiliti per quelle potabili; il 25 ne è fuori» osserva Alessandro Zanasi, medico specializzato in idrologia e autore di una guida alle minerali.
In assoluto, dunque, nessuna lista delle buone e delle cattive: ogni acqua ha caratteristiche uniche. Per il 64 per cento quelle reperibili sul mercato sono oligominerali. «Ideali da pasto, nel senso che, grazie alla composizione equilibrata, possono essere consumate senza temere controindicazioni» dice Giorgio Temporelli, progettista di impianti di depurazione e autore del libro L'acqua che beviamo (Franco Muzzio editore). Mentre quelle molto ricche o molto povere di minerali hanno proprietà specifiche. «Bisognerebbe imparare a leggere l'etichetta e a distinguere» conclude Zanasi. Giusto: ma chi si mette a studiare le etichette?
Nel frattempo, la legislazione è cambiata: i limiti sono stati abbassati per la maggior parte delle sostanze tossiche, tra cui i famigerati nitrati, anche se non c'è alcun obbligo di dichiarare la quantità presente. A partire dal luglio 2004, però, dovranno comparire sulle confezioni alcune controindicazioni. Esempio: per il fluoro, se la concentrazione supera 1,5 milligrammi per litro, sarà obbligatoria la dicitura «non è opportuno il consumo regolare da parte dei lattanti e dei bambini di età inferiore a 7 anni».
In definitiva, gli italiani hanno ancora tanta strada da percorrere. In barba all'acqua su misura, sono ben pochi, fino a oggi, quelli in grado di andare a cercare e selezionare il prodotto che fa davvero per loro. I più si limitano a scegliere una bottiglia solo perché pensano che in qualche modo faccia bene. «Alla fine» consiglia Zanasi «chi non ha particolari problemi può tranquillamente decidere in base al gusto, o al prezzo».

RISALIAMO ALLA FONTE
Acque che costano un occhio della testa, altre quasi gratuite: il mercato è bello (e grande) perché è vario. A tal punto che, per moda o ideologia, si assiste persino al ritorno del vecchio, caro rubinetto. «Certo, dipende dalla qualità dell'acqua in ingresso» osserva Temporelli. «Quanto peggiore è la sua condizione, tanto più pesante deve essere il trattamento per renderla potabile». «Ma nonostante tutto» sostiene Francesco Mantelli, dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, «in molti casi l'offerta dell'acquedotto non è inferiore alla minerale».
Poi, si può sempre ricorrere alla via del depuratore fai da te. Parecchi ristoranti servono una «superminerale» in caraffe. In realtà è preparata filtrando l'acqua del rubinetto, magari con l'aggiunta di un pizzico di anidride carbonica. Adesso i produttori dei filtri stanno attaccando il mercato domestico: stesso sistema ma applicato nei singoli appartamenti. «Se usati correttamente, i depuratori casalinghi non danno problemi» assicura Temporelli. «In caso contrario, possono danneggiare la qualità».
E allora? Per chi non si fida né della minerale né dell'acquedotto? Basta risalire alla fonte. Ecco la moda prossima ventura: abbeverarsi direttamente alla sorgente. Una via di mezzo tra il rubinetto e la minerale. Con tanto di legge che ne definisce le proprietà.
Non c'è nemmeno la scomodità di prendere una tanica e di mettersi in coda alla fontanella. Te la portano giusto a casa. Bella contraddizione, ma tant'è: l'acqua di sorgente imbottigliata e messa in commercio. Proprio vero: business is business.



Come leggere l'etichetta
Tutto quello che occorre sapere e controllare prima dell'acquisto

Per prima cosa, occhio al cosiddetto residuo fisso: più è basso, più l'acqua è povera di sali minerali. Per le oligominerali, le classiche acque da pasto, i valori vanno da 51 a 500 mg/l. Le acque con residuo minimo sono maggiormente diuretiche. Mentre quelle molto ricche di sali minerali (residuo sopra i 1.500 mg/l) andrebbero bevute sotto controllo medico per scopi terapeutici precisi.
Altro fattore cui prestare attenzione è il sodio. Non esiste una soglia massima per le acque minerali, al contrario di quelle del rubinetto, e un terzo delle marche ne contiene quantitativi elevati. Se il valore supera i 200 mg/l è sconsigliabile per chi soffre di ipertensione.
C'è infine la questione dei nitrati, presenti in tutte le acque e, in concentrazioni elevate, indizio di inquinamento. I limiti per le minerali sono di 45 mg/l, 10 mg/l per quelle destinate all'infanzia. Quasi mai, però, se i limiti sono superiori a 10 mg/l, appare la controindicazione: «Non adatta ai bambini».


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