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Quarto
rapporto sull'immigrazione a Genova
a cura di
Maurizio Ambrosini | Andrea T. Torre
| Deborah Erminio
Centro Studi Medì - Migrazioni nel Mediterraneo
Introduzione
Cittadinanza nazionale, integrazione locale: i due livelli dell’inclusione
degli immigrati
di Maurizio Ambrosini
Il Rapporto sull’immigrazione
a Genova esce quest’anno in un momento in cui la discussione sulla
regolazione dell’immigrazione, sull’accesso alla cittadinanza e sulle politiche
di integrazione è tornata ad occupare un rango di rilievo nell’agenda politica:
fatti di cronaca, campagne mediatiche e iniziative governative di intervento
legislativo hanno contribuito a ravvivare il dibattito. Ancora una volta, l’alta
sensibilità del tema, con le conseguenti reazioni emotive e gli immancabili
calcoli politici, ha contribuito a sovraccaricare il dibattito di componenti
passionali e ideologiche che rischiano di impedire una valutazione ponderata
delle questioni in gioco.
Vorremmo qui contribuire a riflettere su due aspetti interrelati: il codice
della cittadinanza, che rappresenta una tipica prerogativa dello Stato, e le
politiche di integrazione, che si dispiegano di fatto in gran parte a livello
locale, coinvolgendo non solo le istituzioni pubbliche, bensì una molteplicità
di attori e di forze sociali.
1. Codice della cittadinanza
e identità nazionale
Il codice della cittadinanza ha
un elevato valore simbolico, giacché esprime la nostra visione della comunità
nazionale e il grado di apertura che intendiamo avere verso chi, straniero,
intende diventare italiano. Il disegno di legge governativo sulla concessione
della cittadinanza italiana agli immigrati dopo cinque anni di residenza, e
dalla nascita per i loro figli nati in Italia, non a caso ha sollevato ampie
discussioni e polemiche.
Una riflessione sull’argomento può prendere spunto dalle nostre convenzioni
linguistiche: noi definiamo come “immigrati” solo una parte degli stranieri che
risiedono stabilmente e lavorano nel nostro paese. È la componente prevalente,
ma il problema non sono i numeri bensì la “qualità” attribuita agli interessati.
Nessuno definisce “immigrati” gli americani, gli svizzeri o i giapponesi
residenti in Italia, anche allorquando ricadono nella definizione convenzionale
di immigrato adottata dall’ONU: “una persona che si è spostata in un paese
diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un
anno” (Kofman e Al., 2000). Ancora più curiosa appare la definizione di
extracomunitario, fra l’altro peculiare della lingua italiana e priva di
equivalenti nelle lingue straniere: non si applica mai agli stranieri
provenienti da paesi sviluppati, mentre molti continuano a impiegarla nei
confronti di cittadini rumeni e polacchi, ormai integrati nell’Unione Europea.
Se poi si discute di popolazioni Rom, l’idea che si tratti di cittadini europei
con pieni diritti di libera circolazione fatica ad essere anche soltanto presa
in considerazione. Immigrati (ed extracomunitari) sono dunque soltanto gli
stranieri provenienti da paesi poveri, mai quelli originari di paesi sviluppati,
alcuni dei quali hanno cambiato il proprio status nel volgere degli ultimi
decenni (giapponesi, coreani...), così come del resto è avvenuto agli italiani
all’estero. Ne deriva una differente accettabilità sotto il profilo della
con-cittadinanza, chiaramente espressa dalla legge del ’92: per poter chiedere
di diventare italiani, bastano quattro anni di residenza per gli stranieri
provenienti da alcuni paesi, ne occorrono dieci per gli altri.
La stessa legge, prevedendo una corsia molto facilitata di recupero della
cittadinanza per i discendenti degli emigranti italiani all’estero, definisce i
confini della nostra “nazione” in termini sostanzialmente etnici. Giovanna
Zincone (2006) ha parlato al riguardo di “familismo legale”: l’italianità sembra
essere essenzialmente una questione di sangue, tramandato per discendenza, o
tutt’al più può essere acquisita per matrimonio: dal 1992 al 2005, nel nostro
paese la percentuale di acquisizioni di cittadinanza per matrimonio sul totale è
stata dell’84%. Nello stesso tempo, tra il 1998 e il 2004 l’opportunità di
recupero della cittadinanza da parte di discendenti di antichi emigrati ha
prodotto silenziosamente oltre mezzo milione di nuovi cittadini, tra cui
spiccano gli italiani di ritorno provenienti dall’Argentina, con circa 236.000
acquisizioni, e dal Brasile, con 119.142.
Dobbiamo rammentare in proposito che le visioni consolidate della cittadinanza
la collegano all’appartenenza nazionale, tanto che nella nostra lingua come in
altre i concetti di “cittadinanza” e “nazionalità” tendono a coincidere. L’idea
di “nazione” come comunità spontanea, omogenea, solidale all’interno e separata
verso l’esterno, tende ad essere percepita come un dato naturale e indiscusso:
noi ci commuoviamo se un nostro connazionale sconosciuto viene rapito
all’estero, o rimane coinvolto in una calamità naturale, molto meno se la stessa
sorte tocca a degli stranieri; e tanto meno ce ne interessiamo, quanto più sono
considerati lontani e diversi da noi. Questa solidarietà “nazionale” affonda le
sue radici nell’età romantica, quando la maggior parte degli Stati-nazione si
sono formati o ridefiniti, e vede la nazione come unità di sangue (gli antenati
comuni), di territorio (definito da confini supposti come “naturali”), di lingua
(nazionale, contrapposta ai “dialetti” regionali e locali) e (per molti) di
religione. Ma più che un dato spontaneo, come i vari nazionalismi hanno sempre
cercato di sostenere, si tratta di una costruzione socio-politica, attivamente
perseguita dagli Stati-nazione moderni, che non hanno lesinato gli sforzi per
realizzare una coincidenza tra popolazione residente, territorio compreso entro
i confini e comunità nazionale (cfr. Anderson, 1996). Vari mezzi sono stati nel
tempo dispiegati a questo scopo: l’educazione pubblica, la coscrizione
obbligatoria, i rituali civili (bandiera, inno nazionale, altare della
patria...), il culto degli eroi e delle ricorrenze solenni della storia
nazionale, le istituzioni del welfare, le squadre nazionali nelle
competizioni sportive, senza dimenticare il ruolo dei mezzi di comunicazione di
massa. Come ha scritto Castles, “ogni cittadino è considerato appartenente ad un
solo Stato-nazione, e quello Stato-nazione è considerato capace di includere
come cittadini tutti gli individui che risiedono in maniera permanente sul suo
territorio. Ogni residente nel paese è inteso come appartenente, mentre il resto
del mondo è escluso: gli stranieri non possono appartenere” (2005: 204).
Contro l’idea di un indebolimento delle istituzioni nazionali, sotto la spinta
della globalizzazione, si può rilevare che l’importanza degli Stati e dei
confini politici non è diminuita in assoluto: se alcuni confini sono caduti o si
sono allentati, come quelli interni all’Unione Europea, altri sono diventati più
rigidi. Il numero degli Stati sovrani, d’altronde, è continuato ad aumentare dal
dopoguerra ad oggi. Giacché uno dei principali simboli della sovranità è il
controllo dei confini (cfr. Cella, 2006), la regolazione dell’ammissione sul
territorio degli stranieri è uno dei compiti che gli Stati perseguono con
maggiore impegno e con l’ausilio di tecniche sempre più sofisticate.
Vanno nello stesso senso i dibattiti sulla (pretesa) minaccia rappresentata
dall’immigrazione per l’identità culturale delle società in cui si insediano. Ha
notato in proposito Dal Lago:
I migranti non minacciano la nostra cultura perché visibilmente
appartenenti a un’altra, ma perché esercitano la pretesa di vivere al di fuori
della loro. Insomma, l’esistenza dei migranti è una confutazione del carattere
indispensabile della cultura per gli individui (...). Ma a ben vedere, più che
confutare l’idea di cultura, il migrante minaccia la pretesa che una cultura
coincida con un territorio (si può essere, con diversa intensità, islamici in
Europa, questo è lo scandalo religioso degli stranieri). E soprattutto, ecco lo
scandalo ancora più grande, l’individuo non è il microcosmo rappresentativo
della sua supposta cultura originaria, ma qualcuno che ha operato un
assemblaggio di culture diverse, insomma un ibrido, un meticcio. Il migrante
suscita sospetto, paura e ostilità, perché, che lo voglia o no, è un veicolo di
ibridazione (2005: 819).
Queste considerazioni rendono
conto dell’importanza simbolica della posta in gioco quando si tratta di
ridefinire i confini della cittadinanza. Si tratta, in definitiva, di accettare
che l’identità nazionale non sia un concetto chiuso, definito una volta per
sempre, bensì un compito da riscrivere ogni giorno, che il patto che ci lega
come con-cittadini sia parimenti aperto e proiettato verso il futuro, che
l’ordine sociale si realizzi includendo i nuovi residenti, dopo un ragionevole
tempo di attesa, anziché cristallizzando una separazione tra cittadini
“nazionali” e comunità “straniere”.
2. Una riforma auspicabile
Veniamo ora ad alcune
valutazioni di merito sul disegno di legge governativo di riforma. In primo
luogo, si può ritenere condivisibile l’idea di un accorciamento del tempo di
residenza necessario per richiedere la naturalizzazione. L’ipotesi della
cittadinanza dopo cinque anni (che riporterebbe la situazione allo stato
precedente alla riforma del ’92) non appare un’apertura eccessiva rispetto agli
standard internazionali. Vale lo stesso criterio in Francia, nel Regno Unito,
negli Stati Uniti, per non parlare dei tre anni del Canada e dei due
dell’Australia. Erano anomali, semmai, i dieci anni della normativa precedente,
a cui faceva seguito un’istruttoria, della durata media di quattro anni e una
risposta discrezionale (nella maggior parte dei casi, negativa) da parte delle
autorità italiane. Proprio su quest’ultimo punto occorrerà che le norme siano
chiare, e lascino poco spazio a quelle interpretazioni e applicazioni
discrezionali da parte delle burocrazie che tanta parte hanno avuto nei
procedimenti amministrativi riguardanti le istanze degli immigrati.
Quanto alla cittadinanza concessa alla nascita per le seconde generazioni,
esistono anche in questo caso importanti precedenti, come quelli degli Stati
Uniti e del Regno Unito: la norma consente di sanare un’anomalia, che faceva di
una parte dei figli di immigrati degli apolidi, rendeva incerto il loro diritto
a risiedere in Italia una volta raggiunta la maggiore età e contrastava con la
richiesta di piena e leale integrazione nel nostro paese. Per esempio,
l’insegnamento della storia e dell’educazione civica assume un significato e un
interesse diverso a seconda che sia destinato a cittadini, chiamati a votare, ed
eventualmente eleggibili, prima di aver terminato la scuola secondaria
superiore, e a stranieri dallo status incerto. Lo ius soli, pur con
alcune attenuazioni in paesi che lo applicavano in modo automatico, si sta
gradatamente imponendo come criterio per la concessione della cittadinanza nella
maggior parte dei paesi avanzati.
Anche per i minori nati all’estero e immigrati in seguito in Italia, che sono
attualmente quasi la metà tra i minori figli di immigrati e la netta maggioranza
tra i circa 500.000 alunni provenienti da famiglie di origine straniera iscritti
nelle scuole italiane, sono opportune norme che accelerino l’ingresso nella
condizione di cittadino. Trattandosi di ragazzi che studiano nel nostro paese,
in italiano, sono pochissime le probabilità che decidano un giorno di tornare
nel paese di origine. Meglio allora includerli nella comunità nazionale,
trattarli da concittadini come di fatto sono, educarli (al pari dei ragazzi
italiani) all’assunzione delle responsabilità civiche che derivano dallo status
di cittadino. È dunque condivisibile l’appello lanciato da Caritas italiana,
Fondazione Migrantes, ACLI e altre organizzazioni, in cui si auspica “Che al
positivo inserimento del minore nel nostro Paese, anche se nato all’estero,
corrispondano adeguate modalità di attribuzione della cittadinanza, già prima
del compimento della maggiore età; rendendo altresì disponibili procedure
facilitate di naturalizzazione nei primi anni dell’età adulta per coloro che
siano comunque giunti durante la minore età in Italia”.
Va peraltro osservato, nello stesso tempo, che la cittadinanza non è una
bacchetta magica che produce automaticamente l’integrazione. Se gli immigrati
saranno permanentemente discriminati nel lavoro, nel sistema educativo, nel
mercato abitativo, se – per fare un esempio – i loro titoli di studio
continueranno a incontrare difficoltà pressoché insuperabili all’atto del
riconoscimento, diventare cittadini non basterà. Servirà quindi un impegno serio
a combattere le discriminazioni e a costruire effettive opportunità di
integrazione.
Il problema, da varie parti sollevato, della lealtà nei confronti del nostro
paese da parte dei nuovi cittadini merita qualche altra riflessione. Va distinto
al riguardo il problema della conoscenza da quello degli atteggiamenti. Una
buona conoscenza della nostra lingua è un presupposto essenziale per ogni
progetto di con-cittadinanza e in definitiva di integrazione. Oltre alla lingua,
le principali norme costituzionali possono essere considerate parte del
pacchetto basilare di saperi che il cittadino dovrebbe possedere; possiamo
infine pensare ad alcuni elementi di storia, geografia, cultura come complemento
del pacchetto.
Si può immaginare dunque di dare maggiore rilievo, per esempio, oltre al test
linguistico, ad un test di conoscenza degli elementi basilari della nostra
storia, delle norme costituzionali, del funzionamento delle istituzioni
politiche, in base al presupposto che chi chiede di diventare cittadino deve
conoscere il sistema a cui intende partecipare. Servono però adeguati
investimenti formativi, per offrire a chi intende diventare cittadino italiano
gli strumenti per arrivare in maniera consapevole e preparata al traguardo. Si
potrebbe anzi stabilire una sequenza di stadi di verifica dell’apprendimento
della nostra lingua e di altri elementi che riteniamo rilevanti della cultura
nazionale, con l’istituzione di apposite certificazioni, spendibili nel sistema
educativo e nel mercato del lavoro: quanto meno, un primo pacchetto prima
dell’ingresso (coinvolgendo consolati e istituti italiani di cultura all’estero)
o poco dopo (con il concorso di scuole, enti di formazione, organizzazioni
solidaristiche); un altro quando siano maturate le condizioni per la
naturalizzazione.
Pretendere di valutare opinioni e atteggiamenti, in materia politica, religiosa,
morale, per poter giudicare se i candidati posseggano i giusti “valori” per
poter entrare a far parte della comunità nazionale, appare invece problematico
sotto il profilo realizzativo e anche pericoloso istituzionalmente: l’idea di
uno Stato che si arroga il diritto di scrutare i cuori e le menti di chi domanda
di diventare cittadino, suscita serie perplessità. Appare sensata, per contro,
la richiesta di giuramento di fedeltà alla Costituzione, già prevista dalle
norme vigenti, e semmai da ritualizzare in forme più solenni.
Non sembra invece opportuno imporre la rinuncia alla precedente cittadinanza,
per diversi motivi: a livello internazionale, si va nella direzione opposta, con
crescenti aperture verso la doppia cittadinanza (Bloemraad, 2004), vista come
una formula che meglio rispetta l’identità composita dei migranti; per alcuni
paesi, come il Marocco, la rinuncia è impossibile; in altri casi, come in
Argentina e altri paesi dell’America Latina, possono sussistere norme che
riconoscono tale facoltà agli italiani; ma soprattutto, rendendo i nuovi
italiani stranieri nella loro patria d’origine, si rende loro più difficile sia
il ritorno, sia la realizzazione di investimenti economici, sia il mantenimento
delle relazioni familiari ed eventualmente il matrimonio. Oggi varie istituzioni
e agenzie internazionali hanno incominciato a considerare gli immigrati, e
specialmente gli operatori economici provenienti dalle fila della popolazione
immigrata, come potenziali agenti di sviluppo nei loro luoghi di origine: è la
prospettiva del transnazionalismo economico, che può essere visto come una forma
di “globalizzazione dal basso”, complementare alle forme macro-economiche di
globalizzazione e prodotta dall’azione di individui e reti familiari (cfr.
Guarnizo, 2003). Per queste ragioni, obbligarli a recidere i legami politici di
cittadinanza con i paesi di provenienza sembra controproducente, e non
garantisce comunque l’allineamento su un più convinto senso di lealtà nei
confronti del nostro paese.
Semmai, la preoccupazione di evitare richieste strumentali di concessione della
cittadinanza, motivate dai benefici che questa potrebbe comportare, ma non da
una convinta adesione ai valori e all’identità nazionale, potrebbe essere
contrastata svincolando alcuni benefici dallo status di cittadino. È il caso per
esempio dell’accesso all’impiego pubblico, o ad alcune professioni: anche in
questo caso, non ha senso privarci dell’apporto di lavoratori immigrati
qualificati, restringendo il mercato, in nome del mantenimento di una riserva
privilegiata per i cittadini nazionali. Le auspicate liberalizzazioni dovrebbero
valere anche nel settore pubblico, dove già oggi, per esempio nell’ambito
infermieristico, il nostro paese risente della carenza di un’offerta di lavoro
adeguata.
Un altro caso in cui alcuni diritti potrebbero prescindere dalla
naturalizzazione è quello del voto locale. Un’apertura in questo senso darebbe
spazio all’aspirazione a partecipare alle scelte della comunità locale in cui
gli immigrati vivono, lavorano, fruiscono di servizi educativi, sanitari e
sociali, senza richiedere il passaggio della naturalizzazione.
Valorizzare lo status dell’immigrato lungoresidente (quello che con un antico
termine inglese è definito denizen), arricchendo le opportunità connesse
– nell’ordinamento italiano – al possesso della carta di soggiorno,
consentirebbe quindi indirettamente, fra l’altro, di contenere la possibile
domanda di naturalizzazioni “interessate”.
Vale la pena di proporre a questo proposito un confronto con l’immigrazione
interna degli anni ’50-’60. Uno storico sociale inglese, Foot (2003), nella sua
analisi di Milano “dopo il miracolo”, ha osservato che le analogie tra la nuova
immigrazione dall’estero e le vecchie migrazioni interne sono parecchie, e sono
state troppo trascurate dalle ricerche contemporanee, che hanno implicitamente
recepito una ricostruzione nostalgica e retorica della facile integrazione dei
vecchi immigrati “simili a noi” nella Milano “accogliente” di quegli anni. In
realtà, anche i migranti interni, e segnatamente quelli provenienti dal
Mezzogiorno, hanno dovuto affrontare pregiudizi e chiusure, difficoltà abitative
e cattivi lavori, ghettizzazione urbana e sospetti di commistioni con il
crimine. Erano insomma i “diversi”, necessari ma stigmatizzati, degli anni dello
sviluppo post-bellico, che hanno faticato non poco a “diventare bianchi”, al
pari degli italiani emigrati in America. La vera differenza nel trattamento loro
riservato è derivata dallo status di cittadini: “gli immigrati italiani del boom
avevano il diritto di voto e costituivano quindi un potente serbatoio di voti
per i partiti di massa degli anni Sessanta, oggi scomparsi, in cerca di
militanti e sostenitori; gli immigrati stranieri, invece, non possono votare e
non rappresentano, quindi, una categoria appetibile” (ibid: 53). Possiamo
aggiungere che il possesso della cittadinanza ha garantito, oltre al voto, la
possibilità di accedere all’impiego pubblico, alle pensioni, all’assistenza, a
vari altri benefici sociali.
Torniamo infine al punto iniziale. Le emozioni che il tema suscita hanno a che
fare con un presupposto implicito della nostra solidarietà tra connazionali. Noi
siamo abituati a “naturalizzare” l’appartenenza alla comunità nazionale, a dare
per scontato che essere italiani significhi far parte di una popolazione
omogenea al proprio interno e differenziata verso l’esterno, composta da persone
che condividono un identico retaggio storico e culturale. Ci sentiamo simili tra
noi, e perciò solidali. Aprire le porte della cittadinanza ad altri che in modo
evidente non condividono questi elementi, significa mettere in discussione
questa idea “naturalizzata”, o se si vuole “etnica”, di italianità. Pensare che
si possa diventare italiani per scelta, anche se si viene da un paese
classificato come povero, o arretrato, o meno sviluppato, se si ha una pelle di
colore diverso o si professa una religione differente da quella storicamente
prevalente, significa dover ripensare in che cosa consista l’essere italiani,
uscendo da una concezione chiusa e irrigidita di identità nazionale.
Quanto al chiedere ai nuovi italiani di condividere un certo insieme di valori,
comporta l’averlo definito e accettato. Ma se cominciassimo a discutere su quali
sono i nostri valori irrinunciabili, ci accorgeremmo che un pluralismo sempre
più accentuato di orientamenti rende tale operazione alquanto aleatoria per la
stessa popolazione italiana per nascita.
3. Le politiche di
integrazione a livello locale
La cittadinanza, abbiamo visto,
ha un grande valore simbolico e civile, ma non si traduce automaticamente in
integrazione sociale. Servono al riguardo politiche e investimenti adeguati.
In questo ambito, le politiche locali si stanno affermando come un aspetto
almeno parzialmente autonomo delle politiche più complesse di integrazione degli
immigrati (Ambrosini, 2005). Lo scambio quotidiano in cui si ridefinisce
l’identità delle persone deve molto alle interazioni e ai contatti che si
producono a livello locale, alle condizioni concrete di vita e alle opportunità
di conseguire un’esistenza migliore, così come varie misure di politica sociale
dipendono dalle istituzioni operanti a livello locale. Un territorio, con le sue
istituzioni e le sue scelte politiche, può dunque esercitare un ruolo attivo nel
configurare forme più avanzate di inclusione dei migranti nella comunità locale
e nel promuovere rapporti pacifici e reciprocamente benefici tra vecchi e nuovi
residenti (cfr. Castles, 2002). Anche il tema delle differenze culturali,
difficilmente accolto a livello di legislazioni nazionali, può trovare a livello
locale maggiori possibilità di ricezione. È qui in ogni caso che si prendono
decisioni rilevanti, come quelle relative al rilascio delle concessioni edilizie
per l’edificazione di luoghi di culto o le autorizzazioni necessarie per aprire
scuole o centri sociali. Si riscontra dunque, anche a livello internazionale,
una crescente consapevolezza della dimensione locale dell’appartenenza sociale e
della cittadinanza.
Se quindi, come scrive Massey, “la formulazione di politiche per regolare
l’ingresso, la residenza e la partenza degli stranieri costituirà un problema
rilevante del prossimo secolo” (2002: 27), si può estendere la portata
dell’affermazione sostenendo che anche le politiche locali contribuiranno in
modo significativo a plasmare le condizioni di vita degli immigrati, i loro
rapporti con i contesti di insediamento, le relazioni con le popolazioni
autoctone con cui condivideranno gli spazi sociali della vita quotidiana.
Nella sua analisi delle politiche locali per gli immigrati in Europa, M.
Alexander (2003), sulla base di materiali di ricerca relativi a 25 contesti
urbani, osserva che le politiche locali non seguono in modo meccanico le
impostazioni nazionali, riconducibili ai canonici modelli (transitorio, del
lavoratore-ospite, assimilazionista, pluralista), ma sovente se ne discostano,
dovendo fronteggiare a livello periferico i fallimenti delle politiche
nazionali. In altri casi sono le politiche nazionali a spingere amministrazioni
locali riluttanti verso l’attuazione di misure di inclusione. Non è quindi
detto, per rifarci ai modelli di scuola, che le città francesi si collochino
necessariamente nel modello assimilazionista, o che quelle tedesche seguano
l’approccio del lavoratore-ospite.
Alexander distingue inoltre quattro ambiti di azione politica, in ognuno dei
quali si riscontrano approcci e misure diverse a seconda dei modelli di
riferimento:
– giuridico-politico, in cui trovano luogo istituzioni come i comitati
consultivi degli immigrati e le relazioni con le associazioni rappresentative;
– socio-economico, dove si collocano le misure relative all’inclusione
nel mercato del lavoro, nei servizi scolastici ed educativi, nei servizi
sociali, nonché la gestione dell’immigrazione (ed eventualmente del razzismo)
come problema di ordine pubblico;
– culturale-religioso, riferito ai rapporti con le istituzioni religiose
delle minoranze etniche e alla consapevolezza pubblica della diversità etnica;
– spaziale, relativo alle politiche abitative, al trattamento delle
enclave etniche, all’uso simbolico dello spazio (per esempio, visibilità dei
luoghi di culto, istituzione di musei e monumenti delle minoranze).
I modelli canonici richiamati possono essere visti anche come fasi di evoluzione
delle politiche locali per gli immigrati, per cui si passerebbe nel tempo dal
modello transitorio a quello pluralista; ma il passaggio dall’uno all’altro non
è lineare né scontato: spesso anzi si riscontrano nei fatti combinazioni di
misure riconducibili a modelli teorici diversi. Assume rilievo in proposito
anche un aspetto importante quanto trascurato: governi e amministrazioni locali,
come quelli nazionali, non sono affatto blocchi monolitici ma hanno al loro
interno settori, uffici e funzionari che possono seguire visioni diverse del
fenomeno migratorio. Potremmo infatti domandarci, per citare un nodo cruciale,
se gli operatori (pubblici e privato-sociali) che si occupano di servizi per gli
immigrati hanno un ruolo di semplice applicazione delle impostazioni politiche
delle amministrazioni da cui dipendono, oppure godono di spazi di autonomia e di
rielaborazione del mandato ricevuto. Riprenderemo questo aspetto più avanti.
Le differenze tra politiche nazionali e politiche locali, e la relativa
autonomia di queste ultime, sono state colte anche da un contributo di Tognetti
(2005), secondo cui le politiche nazionali sono più orientate a plasmare i
flussi migratori, mentre quelle locali sono rivolte verso l’inclusione: un
dualismo destinato, secondo l’autrice, ad accentuarsi, in quanto le politiche
nazionali si collocano necessariamente in un quadro europeo. Le politiche,
inoltre, non si applicano ad un’immigrazione già data e autonoma da esse, ma
strutturano la concezione dell’immigrato, a cominciare dalle distinzioni tra
regolari e irregolari, tra meritevoli e immeritevoli di sostegno e misure di
accompagnamento.
Ma gli immigrati non sono soltanto destinatari passivi di politiche pensate e
attuate da altri. Secondo Tognetti rappresentano una nuova occasione, che può
obbligare i sistemi di welfare ad aprirsi, a tenere conto delle
diversità, a comunicare meglio con il pubblico a cui si rivolgono, ad ascoltarne
le istanze. Gli immigrati possono quindi essere uno stimolo per il superamento
di una visione standardizzata e omogenea dei beneficiari dei vari servizi
sociali ed educativi di cui un territorio dispone.
Decentramento e autonomie dei poteri locali tendono altresì a istituire
sensibili differenze nei dispositivi di integrazione all’interno dello stesso
paese, sicché regioni e città si configurano come distinte unità di analisi nel
campo delle politiche per gli immigrati. Le misure di accoglienza, di
riconoscimento di diritti, di contrasto nei confronti dei problemi di
discriminazione o esclusione sociale che essi potranno trovare, possono non
dipendere dalla numerosità, dall’anzianità di insediamento, dal ruolo svolto nel
sistema economico-produttivo, bensì dalle impostazioni e dalle scelte politiche
delle amministrazioni locali. Si può parlare in questo senso di un “localismo
dei diritti” (Zincone, 1994), tanto in positivo, quanto in negativo: si
verifica, specialmente nel Nord Italia, il caso di territori in cui gli
immigrati sono diventati una componente molto cospicua della forza-lavoro e
quindi una risorsa imprescindibile per l’economia del territorio, mentre gli
esponenti delle amministrazioni locali si producono in pubbliche dichiarazioni
di inimicizia nei loro confronti.
La responsabilità degli attori politici locali nel nostro paese tende ad
accentuarsi anche per effetto delle scelte politiche nazionali. Il fatto che gli
immigrati non dispongano ancora del diritto di voto a livello locale e non vi
siano neppure obblighi di legge circa l’istituzione di uffici o servizi per i
cittadini stranieri a carico degli enti locali, rende discrezionale ogni
investimento in politiche per gli immigrati in ambito comunale.
Un aspetto saliente dell’autonomia delle politiche locali riguarda poi le
strategie adottate dalle autorità locali sul fronte della rappresentanza degli
interessi. In proposito, una ricerca di Ethnobarometer (2003) distingue tre
modelli principali:
– il primo è quello pluralista, classico modello della competizione
politica: qui i poteri pubblici rimangono neutrali e si limitano a presidiare il
rispetto delle regole, lasciando che i diversi gruppi di interesse si
confrontino nella società civile, cercando di far prevalere il proprio punto di
vista;
– il secondo modello è quello corporatista, che assume la divisione in
classi sociali come la fondamentale linea di demarcazione tra i gruppi
all’interno della società. I problemi politici sono definiti prevalentemente in
termini economici e i poteri pubblici assumono un ruolo attivo nella mediazione
degli interessi. La negoziazione tripartita fra Stato, organizzazioni
imprenditoriali e sindacati diviene un aspetto centrale nella definizione delle
scelte politiche;
– il terzo modello, apparentemente simile, è quello consociativista, che
pure istituzionalizza la partecipazione di attori esterni alle decisioni
politiche e gli assetti di partnership. Qui però viene privilegiata l’identità
etnica in luogo della divisione in classi: sono i leader delle minoranze etniche
a prendere parte al processo di articolazione degli interessi. L’obiettivo, come
nel modello corporatista, è quello di costruire un ampio consenso sociale nel
processo di mediazione tra i diversi interessi in gioco.
Tradotta in termini di politiche urbane, questa tipologia mette a fuoco il grado
di istituzionalizzazione delle rappresentanze delle minoranze etniche nel
processo di definizione delle politiche sociali per gli immigrati. Nella ricerca
su sei città europee, Manchester, Tolosa, Bruxelles e Murcìa vengono inquadrate
come esempi del modello pluralista; Stoccolma rappresenta invece un classico
caso di modello corporatista, a motivo dell’insistenza sull’eguaglianza
socio-economica e politica; un po’ a sorpresa l’unica città italiana, Torino,
viene vista come un caso di modello consociativista, benché spurio, a motivo
dell’impegno del governo locale nell’istituzionalizzazione del conflitto etnico
e dell’enfasi posta sulla mediazione interculturale. Al di là della validità di
questa proposta interpretativa, l’approccio ha comunque il merito aver posto in
luce gli spazi che a livello locale si aprono per definire differenti modalità
di integrazione degli immigrati.
Uno dei punti caldi delle strategie di integrazione a livello locale riguarda
l’apertura verso le domande delle minoranze religiose, specialmente quando
riguardano le concessioni relative all’edificazione di luoghi di culto e centri
comunitari. Qui invero, alcune ricerche empiriche (Cesari, 2005) hanno notato
che, nei paesi con una lunga storia di immigrazione, come la Francia, il Regno
Unito e il Belgio, le resistenze locali verso l’erezione di moschee stanno
gradualmente perdendo forza, mentre l’opposizione appare più vigorosa in Spagna
e in Italia, entrate da pochi anni nel novero dei paesi interessanti al
fenomeno. Pure in Germania, tuttavia, nonostante decenni di convivenza con
l’immigrazione turca, i progetti relativi alle moschee incontrano numerosi
ostacoli. Da questo punto di vista, il nostro paese appare quindi meno aperto
alla diversità culturale di quanto il caso torinese analizzato da Ethnobarometer
facesse immaginare, ma ancora una volta è il livello locale ad essere decisivo
su materie di questo tipo, nonostante la loro alta risonanza simbolica.
4. Politiche dichiarate e
politiche in uso: quando i fatti si discostano dalle retoriche
In Italia le ricerche su
approcci, modelli, tipi di politiche locali per gli immigrati sono ancora
scarse, e raramente superano un livello descrittivo. Possiamo ricordare per la
sua estensione la ricerca condotta dall’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni
Italiani) nel 2002, che ha inteso fotografare il complesso degli interventi a
favore degli immigrati condotti dai comuni con oltre 15.000 abitanti. Nonostante
i limiti di tipo metodologico, la ricerca ha colto alcuni aspetti degni di nota.
In modo particolare, ha documentato la rilevante distanza tra i comuni del
Centro-Nord e quelli del Mezzogiorno, quanto ad attivazione di risorse e
interventi sul tema: solo il 23% dei comuni del Sud dispone di posti letto,
contro il 46% del Nord; il meridione ha attivato sportelli informativi (30%) e
mediatori culturali (28%), contro valori rispettivamente del 79% e del 52% per
il Centro e del 66% e 56% per il Nord (Caponio e Colombo, 2005).
Prima degli interventi, vengono però le visioni del fenomeno. Uno dei primi
tentativi di elaborare una tipologia dei frame cognitivi con i quali i
decisori locali inquadrano i fenomeni migratori è stato proposto da Colasanto e
Ambrosini (1993). In quell’analisi si distinguevano tre diverse visioni
dell’immigrato, a cui si collegavano tre impostazioni delle politiche sociali:
– la prima visione è quella dell’immigrato come potenziale deviante, da
cui discende una politica “custodialistica”, volta a difendere la società, che
ha come principali attori i tutori dell’ordine e costruisce un rapporto tra
società ricevente e nuovi residenti basato sull’esclusione, in termini di
“rifiuto e ghettizzazione”;
– la seconda visione è invece quella dell’immigrato come povero, che dà
origine ad una politica assistenziale, orientata alla rimozione
dell’emarginazione, che allestisce servizi sociali specializzati ma comporta il
rischio della segregazione di fatto degli immigrati entro i luoghi deputati ad
assisterli (il referente empirico era quello dei grandi centri di prima
accoglienza dell’epoca);
– la terza visione è quella invece dell’immigrato come produttore, che
tende a sviluppare politiche promozionali, orientate all’emancipazione dei
destinatari, richiede interventi coordinati di politica sociale e concepisce
l’integrazione come inserimento nel mercato del lavoro competitivo e accesso
universalistico ai servizi destinati alla collettività.
A distanza di alcuni anni, possiamo tentare di individuare un’altra tipologia di
visioni dell’immigrazione, che in vario modo, consapevolmente o meno, tendono a
costruire la figura dell’immigrato come soggetto estraneo e separato dalla
“comunità nazionale”:
– la prima può essere definita come assimilazionismo difensivo, e vede
l’immigrato come straniero che deve dar prova di aderire ai nostri valori
e alla nostra cultura, chiedendogli prove di lealtà politica e rispetto delle
regole;
– una seconda visione, più radicale, richiama il differenzialismo
analizzato da Taguieff (1999): vede l’immigrato come invasore culturale,
che ha il torto irredimibile di trovarsi al di fuori del suo spazio naturale,
minacciando quindi le nostre consuetudini e il nostro modello di società. L’idea
sottesa è che ogni cultura debba salvaguardare la propria identità rimanendo ben
distinta dalle altre, e rifuggendo quindi dal rischio del meticciato;
– una terza visione può essere etichettata come miserabilismo, in quanto
vede l’immigrato come altro da accogliere con compassione: è uno schema
cognitivo che può mobilitare energie altruistiche e sforzi sinceri di
accoglienza, ma, enfatizzando insieme alterità e povertà, rischia di irrigidire
le distanze sociali tra i donatori di aiuti e i beneficiari passivi della
solidarietà. Se manca l’elemento dinamico della promozione, nonché la
convinzione dell’eguaglianza, l’immigrato corre il pericolo di rimanere un
povero assistito;
– da ultima, va ricordata quella visione multiculturale che inclina verso l’estetismo,
in cui l’immigrato è inquadrato come il diverso che ci emoziona e arricchisce
culturalmente, ci consente di fare esperienze inusuali ed esotiche senza
muoverci da casa. Per svolgere questa funzione però il diverso deve
rimanere tale, coltivando e magari enfatizzando la sua differenza, inventando e
riproducendo vere o presunte identità culturali, mettendo in scena spettacoli di
etnicizzazione ad uso di consumatori sofisticati e curiosi.
L’argomento è stato ripreso e approfondito da Campomori (2005a e 2005b) in un
saggio di taglio politologico. L’autrice sottolinea anzitutto, al seguito di
Schön e Rein (1994), l’importanza delle modalità di rappresentazione e
definizione dell’oggetto delle politiche da parte dei decisori pubblici. I
processi di naming e di framing, selezionando e attribuendo un
nome ad alcuni elementi caratteristici del fenomeno da gestire, rimuovendone
altri, enfatizzando gli aspetti individuati come salienti, elaborano lo schema
cognitivo, di lettura e interpretazione della realtà, che predispone il terreno
per le scelte propriamente politiche: “Questi processi, in definitiva, svolgono
la funzione di definire il problema, così da renderlo disponibile all’azione di
policy. Il framing dunque è sempre collegato all’azione: riguarda
il modo in cui il problema viene compreso e posto per agire su di esso” (Campomori,
2005a: 237). Questi schemi interpretativi non sono però disancorati dagli
ambienti in cui vengono prodotti, si trovano a dover fare i conti con il
contesto istituzionale, con le scelte politiche attuate in precedenza e con gli
assetti organizzativi consolidati.
Tra altre conseguenze, questa dipendenza dal percorso precedente si traduce in
uno scarto tra la dimensione delle politiche dichiarate, con il loro apparato
retorico, e quella delle politiche in uso, che si riferisce ai comportamenti
effettivi. Può dunque accadere che a determinati pronunciamenti politici non
seguano scelte congruenti, oppure che a cambiamenti di maggioranza al governo
delle città, malgrado le dichiarazioni, non corrispondano innovazioni profonde
nelle politiche destinate agli immigrati, giacché la dimensione organizzativa e
la dipendenza dai modelli di intervento ormai consolidati vincolano le politiche
in uso.
Campomori pone poi in risalto altri due aspetti. Il primo si riferisce al ruolo
degli esperti, alla loro estrazione (intellettuale-accademica, oppure
sociale-operativa) e al rapporto che si instaura con essi, che può spaziare
dalla pura delega per rimandare la presa in carico del problema, allo scambio di
informazioni e conoscenze per generare un aumento della capacità di problem
solving da parte dell’amministrazione locale.
L’altro aspetto, che riteniamo di particolare rilievo nel caso italiano, attiene
invece alle relazioni instaurate con il terzo settore. Se in termini generali
emerge sulla scena politica un tendenziale passaggio dai modelli di governo
imperniati sul protagonismo dell’amministrazione pubblica a stili di
governance, intesa come negoziazione e cooperazione tra sistema pubblico e
società civile, la questione dell’immigrazione ha rappresentato nel contempo un
campo di tensioni e un banco di prova per la sperimentazione di nuovi rapporti
tra amministrazioni locali ed espressioni della solidarietà organizzata. Deleghe
più o meno ampie ed esplicite, ricorso all’expertise accumulata dai
soggetti solidaristici, tentativi di decentrare verso il privato-sociale la
gestione di questioni ingombranti (come l’assistenza sanitaria per gli immigrati
irregolari), sono tratti ricorrenti nelle politiche locali per gli immigrati.
Non sempre tuttavia si costituisce una rete coordinata di attori pubblici e
privati (un policy network) che si ripartisce i compiti e attiva degli
scambi espliciti, intorno all’obiettivo di rispondere alle questioni connesse
all’insediamento sul territorio di popolazioni immigrate. Si verificano però
forme di apprendimento e di riposizionamento degli attori della società civile
negli spazi definiti dalle politiche locali: “la modalità di azione della
società civile (...), attraverso le associazioni a favore degli immigrati, ha
imparato a rimodellarsi su quella dell’istituzione politica locale: poiché il
comune non offriva interventi di promozione, le associazioni, anche quelle
tradizionalmente ‘di cura’, hanno imparato ad attivare linee di azione più
promozionali” (Campomori, 2005b: 57).
La dimensione dei rapporti, spesso anche informali, tra sistema pubblico e terzo
settore, era già stata colta da una ricerca dell’IRER (Istituto Regionale di
Ricerca della Lombardia) degli inizi degli anni ’90, in cui si notava:
“L’intreccio tra pubblico e privato-sociale è peraltro più fitto di quanto
normalmente si supponga. Non di rado, le rigidità delle strutture formali, e i
conseguenti blocchi delle possibilità di intervento rispetto a situazioni di
grave disagio, vengono superati mediante una sorta di circolo virtuoso
dell’informalità, che mette in rapporto operatori pubblici sensibili ai problemi
che trattano e forze del volontariato” (Ambrosini e Zandrini, 1992: 65).
La contiguità e la comunicazione tra settore pubblico e servizi privato-sociali
era inoltre alimentata dal fatto che all’interno delle strutture pubbliche non
pochi operatori, denunciando le difficoltà di azione nell’ambito delle procedure
a cui erano tenuti e la conseguente demotivazione professionale, al di fuori
dell’orario di lavoro si dedicavano a forme di volontariato presso varie
associazioni. Snellezza organizzativa, immediatezza dell’intervento,
flessibilità operativa, sistemi efficaci di scambio delle informazioni, reti di
collaborazione tra strutture diverse, erano gli elementi che attraevano il
consenso degli stessi operatori pubblici.
La ricerca riferiva come, in campo sanitario, un’associazione di diritto privato
tuttora esistente, il Naga, non soltanto svolgesse alcuni servizi complementari
a quelli pubblici, ma fosse il terminale dell’invio sistematico di pazienti da
parte dei servizi pubblici, e ancor più, un luogo in cui si coagulavano
competenze e sensibilità e si affrontava il problema anche sotto il profilo
dell’elaborazione culturale e della formazione. Lì diversi operatori pubblici
erano poi impegnati come volontari, fatto che agevolava l’attivazione dei
circoli virtuosi dell’informalità già richiamati. Circoli che peraltro
funzionano anche in senso inverso: l’associazione a sua volta inviava gli
immigrati a strutture pubbliche, come i consultori familiari e pediatrici. Oltre
ad una delega nei confronti del volontariato, si parlava quindi di una “delega
implicita del problema agli operatori più motivati e disponibili” (ibid: 57).
Un altro tema è messo a fuoco da una ricostruzione delle politiche sociali per
gli immigrati in due metropoli come Milano e Napoli (Caponio, 2002), diverse non
solo per condizioni socio-economiche, ma anche per gli indirizzi politici dei
governi locali, in cui viene colta la relativa autonomia della struttura
tecnico-amministrativa dal livello politico. Per il caso milanese, la ricerca
rileva “una sostanziale continuità degli interventi nel periodo 1993-2001” (ibid:
269), nonché “una sorta di doppio binario, con le dichiarazioni dei politici che
vanno in una direzione e le attività di funzionari e operatori in un’altra” (ibid:
270). C’è però una differenza significativa tra Milano e Napoli: se il caso
milanese segnala la continuità di un policy network strutturato, composto
da attori interni allo stesso apparato amministrativo, quello di Napoli, segnato
da una destrutturazione iniziale, si mostra più disponibile ad innovare
integrando competenze dall’esterno, dal mondo accademico e dal privato-sociale,
al fine di costituire un network e un bagaglio di expertise che
all’interno della macchina comunale non sussisteva. Tuttavia anche a Napoli, la
fase successiva, di consolidamento, segna l’avanzata dei tecnici, che assumono
rilievo nei confronti del livello politico. In entrambi i casi, le politiche per
gli immigrati sono sensibili all’influenza di diversi attori, tra cui spiccano
ancora una volta quelli del terzo settore, laico e cattolico, con ruoli che
vanno dall’attuazione di interventi consolidati all’ideazione di progetti
innovativi.
Va quindi ribadita l’importanza che hanno in Italia i vari soggetti sociali che,
in un contesto politico-normativo spesso confuso, agiscono per allargare le
opportunità di inclusione – e specificamente, di accesso ai diritti – per i
cittadini immigrati, formando nel complesso quella che Zincone (2006) ha
chiamato advocacy coalition. Zincone fa riferimento alle organizzazioni
sindacali, antirazziste, solidaristiche ed ecclesiali, che stabiliscono
convergenze e operano come una sorta di lobby per ottenere a livello centrale
disposizioni normative più aperte nei confronti degli immigrati e procedure
amministrative più semplici, mentre a livello periferico producono innovazioni
dal basso, spesso in collegamento con operatori dei servizi pubblici,
introducendo interpretazioni delle normative e prassi effettive più favorevoli
agli immigrati. Ne è un esempio l’ammissione dei figli di immigrati irregolari
nella scuola dell’obbligo: introdotta dapprima di fatto, a livello locale, sulla
base di concessioni dei dirigenti scolastici, poi delle direzioni provinciali e
regionali, quindi del Ministero, per divenire infine una norma di legge
obbligatoria. La discrezionalità della “burocrazia di strada”, incontrandosi con
le pressioni benintenzionate dell’advocacy coalition, può quindi produrre
effetti di allargamento delle opportunità per gli immigrati, anziché di
restrizione indebita dei diritti loro spettanti.
5. L’integrazione dal basso:
il ruolo degli operatori
Risalta dunque nuovamente il
ruolo decisivo degli operatori, in termini di attivazione di iniziative,
connessione con altri servizi e istituzioni, interpretazione di norme e
regolamenti, facilitazione dell’accesso. Possiamo osservare che in un contesto
in cui l’attivazione di misure per l’integrazione della popolazione immigrata è
di fatto una scelta volontaristica e discrezionale, anche quando si inserisce
nelle politiche delle amministrazioni locali, si aprono spazi rilevanti per
l’azione degli operatori chiamati, sul versante pubblico come su quello
privato-sociale, a “inventare” sul territorio interventi che non suscitino
reazioni oppositive da parte della popolazione autoctona e incontrino almeno
alcune delle esigenze dei cittadini stranieri.
In primo luogo, gli operatori si trovano a dover mediare tra le disposizioni
istituzionali e i bisogni multiformi degli individui immigrati nella loro
specificità. La loro funzione interpretativa è cruciale e dà luogo di fatto a
molteplici sforzi di mediazione tra le regole che discendono dall’alto e le
situazioni concrete a cui trovare risposta. Si tratta in diversi casi di
individuare possibilità interpretative e spazi di indeterminatezza delle norme,
in cui potersi inserire per poter concedere agli immigrati il servizio o
l’intervento di cui hanno bisogno, per poter sfamare persone prive di risorse,
facilitare un ricongiungimento familiare, oppure disporre accertamenti e cure
mediche. Si arriva al limite a “ingannare onestamente” (Zincone, 1999) il
legislatore per riuscire ad aggirare le norme e accordare agli immigrati alcune
prestazioni e servizi. La ricerca di soluzioni praticabili, talvolta anche
forzando i margini interpretativi delle norme, dà luogo alla formazione di reti
di interscambio e mutua collaborazione tra operatori di vari servizi pubblici e
anche tra operatori pubblici e fornitori privato-sociali. In concreto, la
risposta al bisogno di un immigrato che necessita per esempio di cure mediche,
passa attraverso l’attivazione di una rete informale di contatti tra operatori
che scavalcano i confini tra pubblico e privato-sociale, così come tra settori
diversi della pubblica amministrazione.
La discrezionalità interpretativa delle street level burocracies, che in
altri frangenti ha un impatto restrittivo e peggiorativo delle disposizioni
legislative attraverso l’uso di un potere discrezionale di classificazione,
inquadramento dei casi, scelte applicative di norme generali e astratte rispetto
alle situazioni concrete e individuali, qui tende invece ad assumere il
significato di uno sforzo di apertura e di allargamento delle opportunità di
inclusione.
La stabilità almeno relativa degli operatori, benché molti fra loro lavorino con
contratti di collaborazione o di consulenza, o nell’ambito di affidamenti
esterni di servizi pubblici, rappresenta un elemento di legame e di relativa
continuità delle politiche in uso, nonostante i cambi di maggioranza politica e
la retorica delle politiche dichiarate. In altri termini, possiamo ritenere che
una funzione essenziale degli operatori sia quella di rappresentare un
patrimonio di expertise a disposizione della politica, e insieme di
sollecitare l’azione politica a tenere conto della complessità dei fenomeni
sociali, resistendo alla tentazione di imboccare scorciatoie ideologiche. Data
l’alta sensibilità politica delle questioni legate all’immigrazione e il rischio
sempre incombente di una loro semplificazione propagandistica, non è di poco
conto il contributo che gli operatori possono fornire in termini di aderenza
alla realtà, di continuità negli approcci, di costruzione di reti cooperative
con altri servizi pubblici e con soggetti della solidarietà organizzata.
Alla costruzione delle reti collaborative tra soggetti appartenenti a
istituzioni diverse non è estraneo il fatto che molti operatori provengano da
itinerari formativi e contesti sociali abbastanza simili. Lavorare con gli
immigrati è una scelta, anche all’interno del sistema pubblico. Molti operatori
ci arrivano professionalizzando un precedente impegno volontaristico,
associativo, sindacale o politico. Molti continuano, come abbiamo visto, a
intrattenere rapporti con circuiti di impegno sociale, e non di rado sommano
impegno professionale e forme di volontariato.
La contrapposizione tra settore pubblico e terzo settore è quindi inadeguata e
persino fuorviante. Potremmo dire che attraverso la mediazione degli operatori,
elementi di solidarietà volontaria entrano nei processi di erogazione dei
servizi pubblici, così come la fornitura di servizi che corrispondono a diritti
basilari passa attraverso il legame con il mondo del volontariato. Questa
saldatura è rafforzata dal fatto che molti servizi delle amministrazioni locali
sono affidati in gestione, come abbiamo già ricordato, a soggetti del terzo
settore, cooperative sociali o associazioni. Di conseguenza il dipendente o il
socio-lavoratore di una cooperativa formalmente appartenente al terzo settore,
si trova investito di una responsabilità pubblica in quanto impiegato in un
servizio comunale.
Un altro elemento di rilievo concerne i segnali di superamento dello schema che
vede gli italiani nel ruolo di fornitori di aiuto (sia esso professionale o
volontario, pubblico o privato-sociale) e gli immigrati stranieri nel ruolo di
destinatari. Nei servizi locali per gli immigrati entrano in maniera sempre più
cospicua operatori che provengono dalle fila delle popolazioni immigrate,
generalmente in possesso di un’istruzione elevata e formati in appositi corsi
(anche se di durata e livello variabile) per assumere ruoli di mediazione
culturale o facilitazione dell’accesso. Spesso si tratta poi di persone con una
certa anzianità di residenza e con buone competenze linguistiche, impegnate
nell’associazionismo immigrato; talvolta l’incarico professionale di operatore
rappresenta la formalizzazione di ruoli di leadership già di fatto svolti a
beneficio dei connazionali e di altri immigrati. In tal modo, i servizi per gli
immigrati comportano un’innovazione per il sistema complessivo dei servizi
pubblici, attribuendo a persone di nazionalità straniera (“extracomunitari”)
ruoli di responsabilità nei confronti delle comunità locali, sebbene limitati,
per ora, al segmento della popolazione straniera.
Per concludere, ci potremmo domandare: quando un immigrato, o una collettività
di immigrati, può essere definita integrata? Credo si possa rispondere in modo
paradossale: una collettività immigrata può considerarsi integrata nella società
ricevente quando non ci si pone più il problema della sua integrazione. Nessuno
si domanda se gli svizzeri, gli americani, ma neppure i giapponesi o i libanesi
e gli iraniani di religione ebraica residenti in Italia, siano “integrati”;
forse pochi ornai, a torto o a ragione, si pongono il problema nei confronti
degli emigranti italiani all’estero. Il giorno dell’integrazione sarà quello in
cui gli attuali “immigrati” non saranno più definiti tali, e la domanda circa la
loro integrazione svanirà da sola, senza neppure il bisogno di una risposta.
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