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Que linda
Nicaragua!
Omaggio alla rivoluzione
fatta nel nome di Sandino,
ma con l'aiuto di Cristo e di Marx
di Associazione di amicizia e solidarietà Italia
Nicaragua
Introduzione
Nicaragua: geopolitica e cronologia dall’indipendenza
Ay
Nicaragua, nicaraguita,
la flor más linda de mi querer
Si è detto e
scritto molto sulla specificità del Nicaragua in Centroamerica.
Fin dai tempi della conquista spagnola nelle terre che oggi formano la Republica
de Nicaragua, forte fu la resistenza delle popolazioni indigene capeggiate dal
cacique Dirianguen.
Ed anche in tempi più recenti, la vittoriosa resistenza alle invasioni
nordamericane hanno forgiato una tipicità nicaraguense nonostante gli oltre
quarant’anni della crudele dittatura della famiglia Somoza.
Ma è solo nel 1979 che il piccolo paese si impone sul palcoscenico mondiale.
La Rivoluzione popolare sandinista, ispirata all’eroe nazionale César Augusto
Sandino, riesce, con un appoggio di massa mai visto prima, ad abbattere l’ultimo
dei Somoza: Anastasio Debayle.
È probabilmente la grande partecipazione popolare, l’unità di vari ceti sociali,
la caduta di barriere ideologiche tra cristiani e marxisti, a farne per tutte le
generazioni, post e pre sessantotto, la propria rivoluzione. Sotto ogni
latitudine e sopra ogni divisione culturale, filosofica e politica.
Anche la presa del potere poi ha le sue specificità.
L’abolizione della pena di morte, i torturatori del regime rieducati in campi di
lavoro, sacerdoti nel governo rivoluzionario, un ministero degli interni che si
definisce sentinella dell’allegria del popolo, poeti e pittori che diventano
ministri e generali, una crociata per alfabetizzare il 60 per cento della
popolazione, fanno scattare un entusiastico movimento di solidarietà a livello
internazionale che nemmeno la rivoluzione cubana negli anni sessanta era
riuscita a mettere in moto.
Movimento che cresce e si sviluppa facendo del Nicaragua il simbolo mondiale di
chi resiste alla voracità dell’impero nordamericano, soprattutto quando Reagan e
Bush padre commissionano al Pentagono e alla contra 10 anni di guerra cosiddetta
a bassa intensità.
Ma anche oggi, dopo la sconfitta elettorale di quelle utopie, permane in
Nicaragua un movimento di lotta e di resistenza allo smantellamento delle
conquiste della rivoluzione che continua a tenere testa ai nuovi governanti.
Governanti che sanno bene che una totale normalizzazione del Paese agli
interessi della Banca o del Fondo monetario internazionale è pressoché
impossibile.
Ma andiamo con ordine.
Molti anni fa, nel ’19 e ’20, conoscevo un giovane
operaio, molto ingenuo e molto simpatico. Ogni sabato sera, dopo l’uscita dal
lavoro, veniva al mio ufficio per essere dei primi a leggere la rivista che io
compilavo. Egli mi diceva spesso: “Non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero:
cosa farà il Giappone?” Proprio il Giappone lo ossessionava, perché nei giornali
italiani del Giappone si parla soltanto quando muore il Mikado o un terremoto
uccide almeno 10.000 persone. Il Giappone gli sfuggiva: non riusciva, perciò, ad
avere un quadro sistematico delle forze del mondo e, perciò, gli pareva di non
comprendere nulla di nulla.
Antonio Gramsci, Lettera a Giulia Schucht, 19 novembre 1928
Da vari anni, il Nicaragua è scomparso dalle cronache quotidiane e se ne parla
solo in occasione di catastrofi naturali, purtroppo alquanto frequenti. Il
Giappone, nel lontano “Biennio rosso” subiva la stessa sorte.
Per descrivere venticinque anni di storia del Nicaragua, paese dalla storia
tormentata e dall’equilibrio geologico instabile, occorrerebbe un libro intero.
Non avendo a disposizione un simile spazio, ci limiteremo ad alcuni punti chiave
per dare un quadro il più possibile chiaro e completo degli avvenimenti.
La storia del Nicaragua è, da sempre, caratterizzata dall’instabilità e da
regimi dittatoriali che, di volta in volta, si succedono nel corso di vari
secoli. Ma è anche la storia di un paese che lotta per mantenere la propria
indipendenza nei confronti degli Stati Uniti.
Il 19 luglio 1979 entra a Managua la Giunta di ricostruzione nazionale,
costituitasi due settimane prima in Costa Rica. (Negli stessi giorni, in
Venezuela, il cardinale Miguel Obando y Bravo assieme ad altri, tenta di
negoziare una soluzione “politica” per arrivare ad un somozismo senza Somoza).
Dopo oltre quarantadue anni di dittatura dinastica sostenuta da Washington, il
paese è finalmente libero. Un intero popolo festeggia in quella che diventa
immediatamente la Plaza de la Revolución. Nasce il Nicaragua Libre.
La giunta governativa, costituita da tutte le forze che combattono la dinastia
Somoza, cerca di risollevare le sorti di un paese prostrato dai conflitti e da
una cronica povertà: eredita un paese devastato dalla povertà con innumerevoli
senzatetto e analfabeti e un’insufficiente assistenza sanitaria. La Rivoluzione
popolare sandinista procede subito alla nazionalizzazione delle terre e delle
industrie di proprietà della famiglia Somoza e dei suoi alleati (che controllano
oltre il 40% dell’economia nazionale); sostituisce la genocida Guardia Nazionale
con l’Esercito popolare sandinista; realizza una Campagna di alfabetizzazione su
scala nazionale e avvia un programma di ricostruzione economica e sociale.
Il nuovo governo nazionalizza le terre dei Somoza e vi costituisce cooperative
agricole. Con la massiccia campagna d’istruzione che riduce l’analfabetismo dal
50% al 13%. Si attua un programma di vaccinazione che debella la poliomielite e
riduce di un terzo il tasso di mortalità infantile.
Il Fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN) dichiara di voler portare a
termine la trasformazione del paese in senso rivoluzionario, basandosi su
quattro cardini fondamentali: non allineamento, economia mista, pluralismo
politico e religioso.
In ottobre, il generale Romero assume il potere in El Salvador con un golpe.
Nella primavera del 1980 si presenta la prima crisi politica del governo: i due
membri non sandinisti, Violeta Barrios e Alfonso Robelo, si dimettono. Sono
prontamente sostituiti da Rafael Córdoba e Arturo Cruz, due antisomozisti
moderati.
Negli stessi giorni, a San Salvador, gli squadroni della morte uccidono il
vescovo Oscar Arnulfo Romero. Nonostante le richieste popolari, Giovanni Paolo
II non si sogna neppure di santificarlo.
I primi diciotto mesi di vita del nuovo governo sono caratterizzati da
un’intensa attività, che permette di risollevare l’economia, attenuare la
disoccupazione, avviare la lotta all’analfabetismo con l’aiuto di numerose
organizzazioni internazionali.
Il 17 settembre, nella capitale del Paraguay, un commando argentino uccide
Anastasio Somoza Debayle, la cui presidenza (dal 1967) è caratterizzata dalla
sistematica violazione dei diritti umani e dall’assassinio politico.
Il governo statunitense, che appoggia la dinastia dei Somoza fino alla fine,
teme che i nicaraguensi possano dare un pericoloso esempio agli altri paesi
della regione: il successo di una rivoluzione popolare non corrisponde
esattamente agli auspici della Casa Bianca. Nel 1981 il nuovo presidente
statunitense, Ronald Reagan (con l’accusa al governo sandinista d’inviare armi
alla guerriglia di El Salvador), annuncia l’intenzione di eliminare dalla scena
politica il FSLN e, l’anno successivo, quasi tremila ex Guardie nazionali
invadono il paese, penetrando dall’Honduras. Inizia una guerra di logoramento (Low
Intensity Conflict) che costringe il Nicaragua a distogliere risorse economiche
e umane dalla ricostruzione e dalla produzione, per dedicarle alla difesa del
paese piuttosto che alle opere sociali.
La Casa Bianca annuncia la sospensione degli aiuti al Nicaragua promessi dal
precedente presidente Carter (quindici milioni di dollari) e decide uno
stanziamento di dieci milioni di dollari per le organizzazioni
controrivoluzionarie. I sandinisti rispondono impiegando gran parte delle
risorse nazionali per difendersi dalla “ribellione” finanziata dagli Stati
Uniti.
Gli Stati Uniti fanno pressione con il Bid (Banca interamericana di sviluppo)
affinché blocchi i prestiti al Nicaragua. Il governo nicaraguense confisca beni
di persone che si allontanano dal paese e hanno proprietà inutilizzate o
abbandonate.
A questa guerra non dichiarata, si aggiunge l’embargo economico, il quale ha
come obbiettivo un lungo logoramento della resistenza della popolazione
nicaraguense. La paura di Washington è l’“effetto domino”, ossia che l’esempio
di un Nicaragua libero e democratico possa estendersi al Centro America e al Sud
America. Reagan approva un piano di operazioni segrete contro il Nicaragua e un
fondo di diciannove milioni di dollari a favore della Cia (Central of
Intelligence Agency), da usare a questo fine. Nell’estate del 1982, la
situazione si aggrava; accanto ai contras, prende parte alle operazioni contro
il governo di Managua anche l’esercito honduregno su pressione degli Stati
Uniti.
Gli Stati Uniti proibiscono al Bid di concedere un prestito di cinquecentomila
dollari al Nicaragua. La Camera dei rappresentanti proibisce al Pentagono e alla
Cia di addestrare o di armare antisandinisti.
Per cercare di ovviare alla critica situazione economica e politica, dal 1982 il
Nicaragua allaccia sempre più strette relazioni con l’Urss e con Cuba. Anche se
la maggior parte degli aiuti giunge dall’Europa occidentale e da altri paesi non
legati al blocco sovietico.
Nel 1983, Reagan è costretto ad ammettere l’esistenza di finanziamenti occulti
alle operazioni segrete contro il Nicaragua, organizzate dalla Cia. Il Congresso
degli Stati Uniti approva uno stanziamento di ventiquattro milioni di dollari in
appoggio alla controrivoluzione.
In marzo, Giovanni Paolo II visita il Nicaragua. “Bienvenido a Nicaragua Libre,
gracias a Dios y a la Revolución”, recita lo striscione all’aeroporto. La
posizione del pontefice è chiara fin dall’inizio: Ernesto Cardenal, ministro
della cultura, s’inginocchia davanti a lui, ma lui risponde agitando una mano in
segno di condanna. Non può tollerare che dei religiosi facciano parte di un
governo di sinistra. Nella messa pubblica si rifiuta di benedire le salme di
alcuni militari morti in combattimento, come gli chiedono le madri. La
popolazione lo fischia e si ribella, ma lui, con gesto imperioso, fa segno di
tacere. Il papa, del resto, è infallibile. I suoi atti si rivelano politici e la
visita, preparata con gran cura dal governo sandinista, che costruisce persino
una piazza speciale per la messa papale, sfocia in una completa rottura.
Lo stesso anno, il 14 ottobre, è assassinato Maurice Bishop, presidente
socialista di Grenada. Undici giorni dopo, i marines sbarcano nell’isola per
“riportare la libertà”, con la costituzione di un governo filostatunitense.
La controrivoluzione (“contra”, nel gergo sandinista; “combattenti per la
libertà”, nel gergo della Casa Bianca) sabotano costantemente la produzione
agricola, sequestrando i contadini o uccidendoli, assassinando gli
alfabetizzatori o il personale medico. Il governo del Nicaragua è costretto a
rendere obbligatorio il servizio militare, per avere la possibilità di
controbattere efficacemente le costanti azioni terroristiche della
controrivoluzione.
Il rischio di un’estensione del conflitto all’intera aera centroamericana
(sottoposta a feroci dittature sostenute economicamente e militarmente da
Washington), è fonte di preoccupazione di alcuni paesi latinoamericani: Messico,
Colombia, Panamá e Venezuela, pertanto, danno vita al Gruppo di Contadora, con
l’obbiettivo di giungere ad una soluzione negoziata del conflitto. L’attività
diplomatica messa in atto riesce a bloccare i piani d’invasione militare già
preparati dalla Casa Bianca.
Nel 1984, commandos della Cia minano i principali porti nicaraguensi. Il
Nicaragua presenta reclamo davanti alla Corte internazionale dell’Aia. Questa
ordina agli Stati Uniti di sospendere i sabotaggi dei porti e gli aiuti ai
contras.
Nel mese di novembre, nonostante la nera situazione bellica ed economica, si
svolgono le prime elezioni libere, alle quali partecipano vari partiti di varie
tendenze politiche. Il FSLN ottiene il 67% dei consensi. Ronald Reagan è
riconfermato presidente USA per un altro mandato.
Non casualmente, Giovanni Paolo II nomina cardinale Miguel Obando y Bravo, su
posizioni reazionarie e antisandiniste. Contemporaneamente, Washington decreta
il blocco commerciale totale contro il Nicaragua. L’ONU condanna, ma gli USA
pongono il veto.
Nel 1985, il Congresso statunitense approva altri venti mila dollari a favore
dei contras.
Nel 1986, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti approva cento milioni
di dollari a favore dei contras e autorizza la Cia a dirigere operazioni contro
il Nicaragua. La Corte internazionale dell’Aia condanna l’aggressione degli
Stati Uniti e li obbliga ad indennizzare il Nicaragua per i danni subiti, ma
Reagan si rifiuta di accettare il verdetto.
Lo stesso anno, dopo un’ampia consultazione popolare, l’Assemblea Nazionale
approva la nuova Costituzione, che entra in vigore il 1° gennaio dell’anno
successivo.
La popolazione nicaraguense patisce seri razionamenti di prodotti di prima
necessità e del petrolio; si raziona l’energia elettrica in seguito al
sabotaggio dei tralicci dell’alta tensione da parte dei contras. Nel corso di
questi anni muoiono centinaia di giovani. Il governo sandinista si dà una
struttura sempre più verticistica e militarizza ulteriormente il paese.
Nell’estate del 1987 i governi centroamericani s’incontrano ad Esquipulas
(Guatemala), per discutere un piano di pace per il Nicaragua e di
democratizzazione per i restanti paesi dell’area: cessazione di qualunque
appoggio ai gruppi armati, avvio di negoziati tra le varie forze politiche con
la mediazione della Chiesa cattolica (Obando), amnistia per chi depone
volonariamente le armi (con annessa garanzia di diritti civili e politici).
L’appoggio statunitense alla controrivoluzione prosegue segretamente, finché lo
scandalo noto come Irangate rivela che la Cia vende illegalmente missili
all’Iran a prezzi gonfiati, impiegando i profitti che ne derivano per sostenere
i contras.
In ottobre, il presidente costaricano Oscar Arias, “inventore” di Esquipulas,
riceve il Nobel per la pace.
All’inizio del 1988, il governo vara una manovra di stampo fondomonetarista, per
tentare ancora una volta di risanare l’economia del paese. Le pressioni
statunitensi e i disastri dell’uragano “Juana” (in settembre), ne provocano,
però, il fallimento totale. L’inflazione è fuori da qualsiasi controllo (alcuni
parlano del 40.000%).
La controrivoluzione non riesce mai a minacciare seriamente il paese, venendo,
anzi, gradualmente indebolita dall’inizio del 1988 per il taglio dei
finanziamenti statunitensi, fino ad esser costretta ad arretrare e ad arroccarsi
oltre frontiera.
Il governo sandinista firma il cessate il fuoco con il direttivo della
controrivoluzione. Il Congresso nordamericano delibera di elargire aiuti
economici occulti ai partiti politici nicaraguensi vicini alla politica degli
Stati Uniti e approva nove milioni di dollari per finanziare la campagna
elettorale della coalizione d’opposizione UNO. Cambiando cavallo, la Casa Bianca
gioca la carta dell’opposizione interna e nel luglio dello stesso anno, alcuni
diplomatici statunitensi dirigono una manifestazione dell’opposizione a Nandaime
e sono espulsi dal paese, assieme all’ambasciatore Richard Melton. L’ingerenza
statunitense negli affari interni di uno Stato sovrano non ha limiti.
Dopo il fallimento dell’iniziativa del Gruppo di Contadora (Messico, Colombia,
Venezuela e Panamá) e i limitati progressi stimolati dal “Piano Arias”, sotto la
sollecitazione del processo di distensione tra le superpotenze, nell’agosto 1989
si svolge il vertice centroamericano di Tela (Honduras). Si abbandona il
principio della specularità con la situazione honduregna, si avvia nel quadro
della pacificazione regionale la soluzione del problema della controrivoluzione
nicaraguense chiedendo la smilitarizzazione sotto il controllo internazionale
dei campi della contra. Alla fine dell’anno il vicepresidente statunitense
George Bush (ex capo della Cia), vince le elezioni.
Gli accordi di Esquipulas rischiano di saltare, ma il presidente Daniel Ortega
riesce a riunire nuovamente i paesi dell’area e propone, ai rispettivi
presidenti, di anticipare le elezioni al febbraio 1990, in cambio del rapido
smantellamento delle basi controrivoluzionarie in Honduras. La Casa Bianca, dal
canto suo, continua la politica guerrafondaia, ottenendo dal Congresso quaranta
milioni di dollari per gli aiuti alla controrivoluzione.
Nel frattempo, l’ambasciata USA a Managua riesce a mettere d’accordo i rissosi
partiti dell’opposizione e a formare una alleanza che va dai conservatori ai
comunisti, passando per i liberali, i democristiani e i socialisti: quattordici
partiti formano la coalizione UNO (Unione nazionale di opposizione).
Si organizzano con cura le elezioni per il 1990, anticipate di nove mesi, con
una vasta supervisione internazionale.
Il candidato del FSLN è ancora Daniel Ortega, mentre la UNO presenta Violeta
Barrios. Tutti i sondaggi prevedono una vittoria sandinista con ampio margine.
Ma, un mese prima delle elezioni, Washington entra pesantemente in campo: con la
scusa della cattura di Manuel Antonio Noriega, a fine dicembre 1989 invade
militarmente Panamá. Il deposito in dollari del governo nicaraguense è bloccato
immediatamente.
Inoltre, nelle stesse settimane, con effetto domino, crollano i regimi
pseudosocialisti dell’Est europeo.
Il 16 febbraio, al processo per l’Iran-contras-gate, Ronald Reagan (nonostante
le “difficoltà nel ricordare”), ammette gli aiuti illegali ai
controrivoluzionari dal 1984 al 1986.
La situazione geopolitica muta rapidamente e le elezioni del 25 febbraio vedono
il trionfo di Violeta Barrios, con il 55% dei consensi. Le cause della sconfitta
elettorale sandinista sono varie, ma la più evidente, oltre alla mutata
situazione geopolitica internazionale, è senza dubbio la stanchezza della
popolazione: dopo tanti anni di guerra e infiniti lutti, la vittoria del FSLN
non garantisce la fine dell’aggressione statunitense (anche se la contra è,
ormai, agli sgoccioli).
I due mesi di transizione (il nuovo governo entra in carica il 25 aprile) non
sono facili: Violeta Barrios si impegna al rispetto della Costituzione, delle
istituzioni e delle conquiste sociali, oltre a procedere nel disarmo della
controrivoluzione. Inutile dire che alle parole non seguono i fatti. Non viene
mantenuta la stabilità lavorativa, non si rispetta la riforma agraria, scuola e
sanità cessano di essere totalmente gratuite...
A volte, un esempio vale più di mille parole: Plaza de la Revolución torna a
chiamarsi Plaza de la República, come ai tempi dei Somoza. Il paese subisce una
trasformazione anche per ciò che riguarda la memoria storica e la cancellazione
dei simboli è il primo passo in questa direzione.
Iniziano le privatizzazioni selvagge richieste dal Fondo Monetario
Internazionale (Fmi) e dalla Banca Mondiale (Bm), ma la dura lotta dei
lavoratori di alcuni settori riesce a ottenere la concessione di almeno il 25%
delle azioni in favore dei dipendenti pubblici. Gli investimenti nelle attività
produttive sono ridotti drasticamente, come pure le spese per l’istruzione e la
sanità. La disoccupazione raggiunge il 60% ufficiale.
Dopo pochi mesi, il nuovo governo deve affrontare un’ondata di mobilitazioni,
che culmina in tre settimane di sciopero generale dei dipendenti pubblici. Tutto
il periodo tra il 1990 e il ’93 è caratterizzato dal fenomeno dei recompas (ex
membri dell’esercito sandinista) e dei recontras (ex contras). Il governo è
assolutamente incapace di dare un futuro a questi ex combattenti, così essi
cominciano ad attuare clamorose azioni di protesta, arrivando a creare una
situazione quasi di guerra civile in diverse parti del paese.
Con la situazione economica che continua ad aggravarsi, nel 1991 la Chamorro
rompe con i settori più reazionari della UNO e accetta l’appoggio del FSLN, in
un governo di “riconciliazione nazionale”.
Nelle presidenziali USA del novembre 1992, vince Bill Clinton: i democratici
tornano alla Casa Bianca, ma la musica per il Nicaragua non è molto diversa.
Nel frattempo si acutizza la crisi economica, anche a causa di un lungo periodo
di siccità che danneggia irrimediabilmente ottanta mila ettari di coltivazioni e
lascia senza alimenti oltre duecentomila contadini. La denutrizione infantile
colpisce oltre trecento mila bambini e parecchi perdono la vita a causa di
carenza di vitamina A.
Nel 1994 il governo firma un accordo con il Fmi per la rinegoziazione del debito
pubblico.
Daniel Ortega dopo aver sostenuto a lungo una tale posizione moderata comincia,
nel 1994 a criticare l’esecutivo, per poi rompere definitivamente con esso.
Questa politica del FSLN porta alla formazione di un’opposizione che, all’inizio
del 1995, forma un proprio partito, il Movimento per il rinnovamento sandinista
(Mrs), capeggiato dall’ex vicepresidente Sergio Ramírez. Il quale, inoltre, pone
vari problemi in discussione: dalla concezione verticista del partito alla
questione etica (dopo la sconfitta elettorale, si parla della piñata,
accaparramento di beni da parte di dirigenti sandinisti; fatto solo parzialmente
vero e comunque non generalizzabile, poiché si trattava di legalizzare terreni,
abitazioni, ecc… assegnati dalla Rivoluzione alle fasce più povere della
popolazione).
A livello macroeconomico, oltre il 50% delle entrate dello Stato è destinata a
pagare l’interesse sul debito estero.
Nel frattempo, dopo un paio di anni di discussioni, rotture e riaccorpamenti
politici, nel 1995 si modifica la Costituzione (nonostante nel 1990 Violeta
patteggi la sua intoccabilità).
In un paese ancora lacerato dalle divisioni politiche e dalla violenza (nelle
campagne operano gruppi formati da ex contra, che non trovano un inserimento
nella vita sociale, e da ex militari sandinisti, “licenziati” dall’esercito
riformato durante la presidenza Chamorro), si tengono le elezioni, vinte da una
coalizione di estrema destra guidata da Arnoldo Alemán, l’ex sindaco di Managua
(con numerosi brogli e la promessa di creare mezzo milione di nuovi posti di
lavoro), il cui primo proposito è quello di cancellare ogni traccia del
passaggio sandinista al governo del paese.
Due anni dopo, gli USA tornano ad essere il maggior partner commerciale del
Nicaragua: le esportazioni verso gli USA raggiungono i 375 milioni di dollari,
con un incremento del 30% rispetto al 1996.
Giovanni Paolo II torna in Nicaragua nel 1996, accolto festosamente.
Il liberale Alemán, da molti considerato un epigono dei Somoza, fa ben poco per
favorire la riconciliazione del paese o per migliorare le condizioni della
popolazione: dopo un decennio di politica neoliberalista, la mortalità infantile
è in aumento e l’analfabetismo, di nuovo, supera il 30%.
L’uragano “Mitch”, nel novembre 1998, causa oltre tremila morti e migliaia di
senzatetto. A questa catastrofe naturale si aggiunge la corruzione, è all’ordine
del giorno. Nel suo momento di maggior violenza “Mitch” raggiunge la classe 5,
attraversando Costa Rica, Guatemala, El Salvador, Honduras, Giamaica, Messico,
Nicaragua e Panama causa valanghe di fango e inondazioni e trascina con sé
intere strade e ponti in tutta la regione. In Nicaragua le intense piogge che
fanno seguito all’uragano scatenano una valanga di fango che seppellisce diversi
villaggi sulle pendici del vulcano Casita (Chinandega). L’uragano, uno dei più
violenti e devastanti del secolo, miete oltre diecimila vittime.
L’elezione dei sindaci nel 2000 vedono i sandinisti acquisire il controllo di
undici dei diciassette capoluoghi dipartimentali, compresa Managua.
Nel 2001 è eletto presidente della Repubblica il vice di Alemán, Enrique Bolaños
(un industriale di successo, come egli stesso ama definirsi). Il suo programma
prevede: lotta alla povertà e alla disoccupazione, miglioramento della sanità e
dell’istruzione, incentivi per gli investimenti esteri nel paese.
Spinto da Washington (che fornisce anche le prove materiali), Bolaños mette in
stato di accusa l’ex presidente, alcuni ministri e vari funzionari. Per
corruzione, naturalmente. La lotta alla corruzione, però, serve egregiamente per
distogliere l’attenzione sia nazionale che internazionale dai problemi concreti
della popolazione.
Bolaños non riesce, però, ad avere una maggioranza stabile e risente
dell’influenza dell’ex presidente Alemán, del Partito liberal constitucionalista
(Plc), benché lo stesso Alemán sia accusato e condannato per corruzione, per
aver procurato al proprio partito numerosi finanziamenti illeciti.
Gli Stati Uniti continuano ad essere il maggior referente del Nicaragua,
fornendo aiuti economici e investimenti. Inoltre, in base agli accordi con gli
USA, il Nicaragua promette di distruggere parte dei suoi missili antiaerei
sovietici Sam-7. Gli USA in più mantengono la loro influenza sulla politica
interna del Nicaragua, contrastando un ritorno al potere del Frente sandinista e
cercando di trasformare sempre più il governo Bolaños in un governo fantoccio.
Il Nicaragua è, oggi, il secondo paese più povero del continente (sorpassato
solo da Haitì). In compenso, lo “stipendio” del presidente della Repubblica è
alquanto più elevato di quello statunitense e, grazie alla firma dell’accordo di
libero commercio tra USA e Centroamerica (Cafta), l’economia nazionale (nei
prossimi anni) vedrà la distruzione completa dell’agricoltura. Per un paese
senza industria, è il risultato più brillante ottenuto dal governo neoliberale
gestito da un impresario di successo.
La distribuzione del reddito procapite è una delle più diseguali nel mondo. Il
paese progredisce per quanto riguarda la stabilità macroeconomica, ma l’economia
nel suo complesso continua a dipendere dagli aiuti internazionali e dalle
iniziative dell’Hipc (Heavily Indebted Poor Countries).
P.S. Nell’ottobre 2004 il successo sandinista alle amministrative è
considerevole. Preludio di un cambio anche politico alle elezioni del 2006?
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