Racconti di fari
e altre storie di mare
 
di Annamaria "Lilla" Mariotti
 

La lanterna di Genova tra storia e leggenda

Il Medioevo è stato definito l’epoca dei secoli bui in quanto una specie di oscurantismo temporale ottenebrava le menti, spaventate dalla profezia del “Mille e non più Mille”. Tutti, ricchi e poveri, laici e uomini di chiesa aspettavano che si avverasse quella terribile profezia e che tutto finisse, allo scadere dell’anno mille, in un baratro infinito dove angeli e arcangeli, armati di spade fiammeggiati, avrebbero precipitato le anime dei peccatori in un luogo abitato da demoni immondi dove sarebbero rimasti per l’eternità. Anche alla fine del secondo millennio un brivido di paura ha scosso l’umanità; questa volta non era il terrore della fine del mondo o delle fiamme dell’infermo, ma il timore che un baco informatico potesse infettare i nostri preziosi mezzi di comunicazione. Ogni millennio ha le sue paure.
Il Medioevo continuò bel oltre quel fatidico anno Mille, il mondo non finì, passato il primo millennio l’uomo rialzò la testa, il traguardo successivo era lontano e anche se il Medioevo termina ufficialmente nel 1492, anno del viaggio di Cristoforo Colombo verso Occidente che segna l’inizio del Rinascimento, la ripresa fu lenta. Ma la letteratura e le arti conobbero un nuovo sviluppo, basti pensare a Dante Alighieri e a Giotto, per ricordare solo due dei grandi. Fu un epoca di santi, grandi movimenti religiosi e politici, si cominciava ad intravedere la gestazione di un mondo nuovo, che coinvolgeva tutta l’Europa. Anche l’architettura ha avuto un grande sviluppo in questo tempo, le grandi chiese romaniche e gotiche ne sono l’esempio. A Genova, in particolare, si trovano due esempi di chiese romaniche che già hanno un’impronta gotica: San Lorenzo, edificata, pare, in tempi antecedenti all’anno Mille, ma consacrata nel 1118 e completata in tempi successivi; e San Matteo, costruita nel 1125 come cappella gentilizia della famiglia Doria, misto di romanico e gotico, che contiene un chiostro, un gioiello di architettura del 1308.
Ma non sono solo le chiese a sorgere in questo primo millennio. La navigazione aveva già avuto un grande sviluppo e Genova era già un centro commerciale molto importante, dal 950 è una comune autonomo, è una delle quattro Repubbliche Marinare, dal 1200 si alternano al potere i podestà, rappresentati dalle due potenti famiglie ghibelline, i Doria e gli Spinola a cui poi seguirono i Dogi, e anche il suo porto era già troppo frequentato per non essere provvisto di un qualsiasi segnale che facilitasse l’avvicinamento dei vascelli che arrivavano da tutto il mondo conosciuto, carichi delle loro preziose ed esotiche mercanzie. Ci voleva una luce che nella notte potesse guidare queste navi all’ingresso del porto.
Le origini della Lanterna sono molto incerte e avvolte nella leggenda. Alcune fonti dicono che fu innalzata dopo la vittoria sui pisani alle secche della Meloria nel 1284, altre fanno risalire la sua costruzione al 1303, subito dopo il crollo definitivo del Faro di Alessandria, ma pare quasi certo che intorno al 1129, in una località chiamata “Ca’ de Fà” (Capo di Faro), verso il ponente genovese, sull’estremità della collina di San Benigno, sia stata eretta una torre, forse la prima e forse no, la cui cura, con un decreto detto “delle prestazioni”, venne affidata a quelli che oggi sono gli abitanti di Sampierdarena. “Habent facere guardiam ad turrem capiti fari”, questo il loro compito insieme a quello di rifornire costantemente la torre con fasci di “brugo” (erica secca) e “brisca” (ginestra secca) che servivano per alimentare il fuoco sulla torre. Questo combustibile era facilmente reperibile su tutte le alture che circondano la città, erba caratteristica delle nostre colline e di tutto il bacino del Mediterraneo. Nonostante la torre, si continuava a tenere accesi dei fuochi sulle alture intorno alla città, che venivano alimentati con erica scoparia e ginestra.
Dai registri della locale autorità marittima dell’XII secolo risulta che niente veniva tralasciato per la cura e la manutenzione della torre, e risale al 1161 una disposizione che obbliga ogni nave in arrivo a pagare una tassa che contribuiva a coprire le spese per tenere acceso il fuoco. Non doveva essere un’impresa facile alimentare ogni notte quella torre, che oggi non possiamo immaginare come fosse, né come gli uomini potessero accedere alla sua sommità. Sembra più probabile che una “coffa” o cesta, sicuramente di ferro, venisse riempita e poi sollevata fino alla cima, ma dobbiamo affidarci ai se e ai ma, perché è solo nel 1371 che troviamo una prima immagine della lanterna riprodotta a penna sulla copertina di un manuale dei “Salvatori del Porto”, gestori del porto dal 1290 e che, dal 1340, erano anche i custodi del faro. In questo manuale si trovano anche registrate le spese sostenute per l’illuminazione del faro e le nomine dei guardiani. Nel frattempo però la torre aveva già affrontato molte traversie.
Quello di Genova viene definito un faro “ghibellino” per la caratteristica forma che avevano i suoi merli a coda di rondine, diversi da quelli definiti “guelfi”, che erano a profilo perpendicolare. A Genova le due fazioni sono state in lotta per parecchi anni e questa guerra civile rischiava di indebolire la sua potenza. Nel 1318, in particolare, questi contrasti si intrecciarono con la storia della Lanterna. I guelfi si erano chiusi nella torre, assediati dalla fazione opposta che li bombardava con pesanti massi e pietre usando una rudimentale catapulta. I guelfi riuscivano a resistere grazie agli aiuti che ricevevano da una nave ancorata nel porto, tramite una specie di teleferica che dal faro arrivava all’albero maestro della galea. I ghibellini, vista l’inutilità dell’assedio, cominciarono a scavare le fondamenta della torre, rischiando di farla crollare, e riuscirono così a stanare i loro nemici per i quali non ebbero nessuna pietà. Fu solo nel 1321, dopo un’altro assedio, che le fondamenta della Lanterna furono consolidate. Naturalmente da allora la Lanterna ha subito molti cambiamenti nei secoli seguenti, non era ancora quella che noi vediamo oggi. È del 1326, come ci dice lo storico Giustiniani, l’installazione della prima lanterna, chiusa da vetri ed alimentata con olio d’oliva, sulla cima della torre. Il vetro non era ancora perfezionato: il primo vetro, entrato in uso proprio nel Medioevo, era spesso e poroso e si anneriva facilmente per via della fuliggine, così il combustibile veniva variato, a seconda delle condizioni atmosferiche, proprio per ovviare a questo inconveniente. Un’altra innovazione: nel 1340 lo stemma di Genova, una croce rossa in campo bianco, è stato dipinto sulla facciata nord. Questo stemma si deve essere perso nel tempo perché quello che vediamo oggi risulta progettato e dipinto dall’architetto Pettondi nel 1785 e restaurato, nel corso di lavori alla torre, nel 1991.
Nel Quattrocento la Lanterna venne usata anche come prigione. Per 10 anni vi furono rinchiusi gli ostaggi del re di Cipro, Jacopo Lusignani con la moglie Eloisa, che in una piccola stanzetta diede alla luce il figlio Giano. Queste persone furono più tardi liberate dal doge Leonardo Montaldo, ma viene da pensare a come può essere cresciuto quel bambino, sospeso tra mare e cielo, cullato dalla musica delle onde e terrorizzato dall’infuriare delle tempeste che squassavano il faro, tra quelle mura umide e fredde. Tra storia e leggenda, la Lanterna continua a sfidare il tempo. Si sa che nel 1405 i guardiani del faro erano sacerdoti e che per questo sulla sua sommità vennero innalzati un pesce ed una croce, simboli cristiani; nel 1413 un decreto dei “Consoli del Mare” stanziò “36 lire genovine” per la gestione del faro, ormai considerato indispensabile per il porto di una Genova marinara, includendo anche le paghe dei guardiani e stabilendo le multe per quelli che non avessero portato a termine il loro compito con diligenza.
La Lanterna si trovava, e si trova, in una posizione molto esposta, arrivando dal mare la si vede svettare sul porto, e si può immaginare com’era quando si trovava a picco su una roccia. Durante le tempeste veniva spesso colpita dai fulmini ed esistono registrazioni di questi avvenimenti e dei danni subiti dalla torre e dagli uomini che vi si trovavano. La Lanterna fu colpita dalle saette nel 1596 e nel 1602, con danni alla sommità ed il ferimento di alcuni uomini. Siccome non esisteva alcun tipo di prevenzione per questi eventi naturali, l’unico rimedio adottato fu quello di murare su ciascun lato della torre della targhe di marmo con incise delle preghiere. Ma altri fulmini caddero nel 1675 e nel 1778, finché, poco dopo, grazie alla recente invenzione di Benjamin Franklin e all’intermediazione di Padre Glicerio Sanxais, un fisico dell’Università di Genova, sulla cima della torre fu installato un parafulmine.
Alcune delle storie che circondano la Lanterna raccontano che nel 1449 uno dei guardiani del faro era Antonio Colombo, zio paterno del più celebre Cristoforo che per un incarico di due mesi ottenne una paga di “21 lire genovine”. Un’altra truce leggenda narra che nel 1543, quando la Lanterna raggiunse la sua forma definitiva, l’architetto che l’aveva progettata fu gettato dalla cima della torre per ordine del Doge perché non potesse mai più eguagliare una simile costruzione. I malpensanti sostengono che forse l’ordine era stato dato per non pagare la parcella!
È facile raccontare la storia della Lanterna perché le sue “avventure” sono state registrate dalle varie autorità marittime che si sono succedute nei secoli: i “Consoli del Mare”, i “Salvatori del Porto”, i “Padri del Comune e Salvatori del Porto” ed i “Conservatori del Mare”.
Bisogna però arrivare al Cinquecento perché la Lanterna raggiunga la sua forma definitiva, e questo avvenne in seguito a tragici avvenimenti. Sembra che la storia di questo faro sia legata indissolubilmente a fatti di guerra, a cospirazioni e lotte intestine.
Il 26 agosto 1502 Luigi XII, re di Francia, arrivò a Genova, chiamato dalle famiglie patrizie. All’inizio fu accolto con grandi festeggiamenti, ma in seguito il popolo si ribellò e Luigi XII, che da ospite era diventato occupante, fece costruire ai piedi della torre il forte “Briglia”, così chiamato perché l’onere e la fatica della costruzione toccò tutto ai cittadini di Genova e furono proprio i genovesi, capitanati da Andrea Doria, che assalirono la città dal mare nel 1512 per liberarla dai francesi e con una cannonata tranciarono a metà la torre. Su questo troncone nel 1543 fu edificato il nuovo faro come lo conosciamo oggi, su commissione del doge Andrea Centurione e finanziato dal Banco di San Giorgio. Furono impiegati molti materiali, come riportato dagli storici: 120.000 mattoni, 2.600 palmi di pietra lavorata a scalpello, 160 metri quadrati di pietre provenienti dalla cava di Carignano. Anche il nome del suo costruttore rimane misterioso: c’è chi dice che fu Francesco da Gundria, altri fanno il nome di Gio Maria Olgiati. Chissà quale dei due fece il famoso volo dalla cima della torre? Comunque in questa fase la primitiva merlatura ghibellina venne sostituita con un muro in pietra, ed all’interno fu costruita una scala in pietra per sostituire quelle precedenti in legno che potevano essere rimosse in caso di attacco alla torre. Una lapide, ancora visibile all’interno, celebra l’avvenuta costruzione del Faro di Genova.
Dunque, nel 1543 la Lanterna ha finalmente raggiunto la sua forma definitiva e sulla sua sommità viene posta una nuova cupola che subirà diverse modifiche e riparazioni nel corso dei secoli successivi, anche per i danni subiti a seguito di eventi bellici. Un portolano manoscritto del XVI secolo riporta: “A miglia 14 da Peggi (Pegli, pochi chilometri a ponente di Genova), città con buonissimo porto e alla parte di ponente, vi è una lanterna altissima e dà segni alli vascelli che vengono a piè di detta lanterna”.
A quell’epoca la luce della Lanterna si poteva già vedere da molto lontano, anche se non si trova specificata la portata, perché la sua nuova cupola era stata ricoperta con cristalli nuovi particolarmente lavorati e curati da maestri vetrai liguri, provenienti da Altare o da Masone, e alla fine non mancarono anche i vetrai veneziani, chiamati per migliorare ulteriormente la luminosità della Lanterna. I custodi del faro, chiamati “turrexani della torre”, dovevano porre una cura particolare nella manutenzione e nella pulizia di questi cristalli e per compiere bene il loro lavoro ricevevano bacinelle, spugne di mare e panni di cotone; tutto dipendeva da questo affinché la luce potesse diffondersi il più lontano possibile.
Tra il 1711 ed il 1791 si ha notizia di altri interventi sulla torre: vi furono posti tiranti e chiavarde per irrobustire la costruzione e vennero consolidate le fondamenta.
Agli inizi dell’Ottocento un ingegnere francese, Augustin Fresnel, aveva messo a punto un’ottica rivoluzionaria destinata ai fari che stavano prendendo campo perché considerati di grande ausilio alla navigazione a vela. Si trattava di speciali lenti diottriche assemblate in modo da far convergere la luce in un punto al centro e fare uscire i raggi luminosi parallelamente all’asse, aumentando così il loro potenziale e spingendoli lontano moltiplicati ed ingranditi. Queste lenti di Fresnel furono installate nel 1841 nel faro di Genova, che allora funzionava con una lampada a petrolio, insieme ad un’ottica girevole, cambiandone definitivamente la fisionomia e aumentandone la portata a 15 miglia. Più tardi, nel 1881, la Lanterna rischiò di essere declassata perché era stato deciso di costruire un nuovo faro sul promontorio di Portofino, ma, superato questo pericolo, fu invece deciso di potenziarlo, e nel 1898 l’olio d’oliva fu sostituito dal gas di acetilene che, a sua volta, fu ancora sostituito nel 1904 con petrolio pressurizzato. Nel 1936 la Lanterna venne finalmente elettrificata. Negli anni successivi nella cupola avvennero altri cambiamenti, dovuti all’avanzare della tecnologia: l’antico impianto di rotazione ad orologeria che veniva manovrato a mano fu sostituito nel tempo con un impianto di rotazione elettrico e il vecchio apparato rotante a bagno di mercurio fu sostituito con uno nuovo montato su cuscinetti a sfera; fu inoltre installato un faro elettrico indipendente di riserva.
La sua storia non finisce qui, la maestosa signora da sette secoli domina il porto e la città dall’alto dei suoi 117 metri, ma la sua base non si bagna più nell’acqua, come nei tempi antichi. Ormai da tempo il porto è stato ampliato, nuovi moli sono stati costruiti ed un moderno aeroporto le fa da sfondo, ma lei è sempre lì, come una gran dama altera e immutabile, e ogni notte lancia sul mare il suo fascio luminoso che può essere visto a 26 miglia di distanza. Se qualcuno vuole avventurarsi a salire i suoi 365 gradini si trova davanti una vista mozzafiato a 360° su Genova, sulla Riviera e sui monti che circondano la città.
C’è chi dice che oggi i fari non sono più necessari perché le navi moderne sono dotate di mezzi e tecnologie di ausilio alla navigazione che rendono superato qualsiasi tipo di segnalazione a vista, ma è bello pensare che anche i marinai di oggi, rientrando nel porto di Genova, sulle più moderne e sofisticate navi da crociera o mercantili vedendo brillare in lontananza la luce della Lanterna sentano di tornare a casa, come accadeva ai loro antenati.
Oggi il faro è curato da Angelo De Caro, da anni suo custode ed amico. Come gli antichi turrexani, Angelo sale ogni giorno fino alla cupola usando un piccolo montacarichi che vi è stato installato diversi anni fa e si prende cura delle lenti di Fresnel, tenendole lucide e brillanti, così come della lampadina da 1000 Watt. Angelo De Caro è rimasto solo sulla Lanterna, ormai completamente automatizzata, ed suo compito principale è solo controllare che tutto funzioni a dovere. Ma Angelo è anche un personaggio.
La Lanterna è considerata un faro un po’ “civettuolo” e “cittadino”, sia per la sua forma piuttosto insolita, sia perché è il simbolo stesso della città di Genova, e Angelo riceve spesso richieste di informazioni sulla “sua” Lanterna, informazioni che lui fornisce di buon grado raccontando di come si senta tutt’uno con lei, di come ne sia geloso ed orgoglioso. Angelo de Caro ha 50 anni e fa il farista da 20, ha girato tutta l’Italia, ha anche salvato la vita a dei naufraghi quando si trovava al faro di Capo Rossello in Sicilia, e questa sua vita di romitaggio la si sente tutta nel suo parlare, lento, cadenzato, che ricorda il rotare della lanterna.
Angelo si definisce un romantico eremita e dice che anche in un faro grande si sente la solitudine, che se uno strano non è, strano diventa, un po’ orso anche, ma Angelo De Caro è un uomo grande, questo lo ha reso lo stare tutto il giorno a contatto con la grande, antica signora, il vivere in simbiosi con lei, il prendersi cura della sua bellezza, fare in modo che la sua luce brilli il più lontano possibile perché chi la vede lampeggiare durante la notte possa dire: “Guarda, la Lanterna!”.


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