Balbiquattro
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Balbiquattro: Genova anni Settanta
di Daniele Miggino
 

 


 


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Da mentelocale del 7 febbraio 2005

Balbiquattro:
Genova anni Settanta

 

di Daniele Miggino

Leggere Balbiquattro di Claudio Bo per uno che ha studiato proprio nella Facoltà di via Balbi a Genova, proprio Filosofia (quindi al 4), e conoscendo bene il mondo dei vicoli che circonda l'Università, è un po' come tornare a casa. Non perché la vicenda si svolge nelle aule o negli scaloni dell'Ateneo, ma per l'atmosfera che vive lo studente dentro la città, che è rimasta la stessa a distanza di anni.
Come dice Giovanni Tesio nella prefazione, Genova è la vera protagonista di questo romanzo. La storia è fatta da persone che abitano, si incrociano, si incontrano e scontrano nella città dei focosi anni Settanta. A ogni pié sospinto si incontra una via, un carruggio, una piazza che noi genovesi conosciamo bene, e forse vediamo tutti i giorni. Non è un libro autobiografico: l'io narratore – dice l'autore stesso – è più “una sorta di Zeno”, la coscienza di un'epoca. Il lettore viene portato subito ad immedesimarsi con questa voce fuori campo, mentre descrive i protagonisti della vicenda: il marinaresco Adriano, l'ipnotica Chiara, l'amico Franco, il compagno stronzo Gigi, il dandy borghese e dannato Cesare, la sua bellissima e altrettanto dannata Maria, e così via.
In un periodo storico di cui si riconoscono tracce sparse (le morti di Pinelli e del giudice Coco, per esempio), dominano i tumulti del cuore, le passioni forti, le passeggiate mattutine al termine di notti eterne. Troppo debole l'accenno ad un colpo di scena (un omicidio) per smuovere il filo narrativo da quello che sembra essere un monologo interiore.
L'altro vero protagonista del libro è il linguaggio. La tendenza accentuata al lirismo, alla metafora poetica (la casa come una barca sui grigi tetti della città...), lascia spazio alla ripetitività. A questo proposito, la parola dedalo, sintesi perfetta di un groviglio-tormento interiore oltre che esteriore (il famigerato “dedalo dei vicoli”) ben rappresenta lo spirito del libro. Lo fa così bene che forse l'autore ne abusa un po'...
Balbiquattro è un racconto che si legge in fretta (nonostante la medio-corposità del volume le pagine scorrono velocissime), l'Università alla fine c'entra poco. Il nostro Zeno ci accompagna attraverso le sue tribolazioni esistenziali, che trovano pace solo in una fuga a Mondovì. Lontano dal trambusto dei vicoli, tuttavia, fatica a smaltire le turbolenze del cuore...
Claudio Bo ha inventato tanto, ma non tutto. Alcuni personaggi sono veri, suoi amici di gioventù. Adriano, per esempio, marinaio tenebroso, gran conoscitore della vita e dei vicoli, è un uomo in carne ed ossa. Lo abbiamo raggiunto via telefono. Che effetto fa vedersi in un libro? «È un po' come sentire la propria voce alla radio - dice lui - all'inizio non ci si riconosce. Il mio alter ego, poi, sembra quasi un personaggio da fumetto ottocentesco. Ma alla fine (proprio come con la propria voce alla radio), ci si abitua e ci si riconosce». Adriano ha un ruolo chiave all'interno del racconto, una figura di riferimento quasi spirituale per il narratore, e anche nella realtà è stato una sorta di guida, ha introdotto Claudio nel mondo dei vicoli.
Vivevate in modo così poetico, come traspare dal libro? «Forse di più. A metà degli anni Settanta non c'erano locali nel centro storico, un paio al massimo», risponde Adriano. «Era una zona completamente diversa, piena di bagascie, di osterie anche malfamate, che ragazzi di periferia come Claudio scoprivano come un altro mondo. Io, invece, sono di Monterosso, e di Genova ho conosciuto prima l'angiporto, nel periodo in cui ero imbarcato».
Insomma, altri tempi. Oggi la parola angiporto non ispira più sensazioni di ignoto e tenebroso, e le case nel centro costano tanto oro quanto pesano...
 


 

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