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I canti del fascismo
Corriere della Sera
Il Cittadino di Lodi
Il Giornale
La Padania
Corriere mercantile
Dal Corriere
della Sera
del 21 gennaio 2005 di Luca Orsenigo
«Salve, o Popolo d'Eroi/Salve, o Patria immortale!/Son rinati
i figli tuoi/con la fé nell'ideale./Il valor dei tuoi guerrieri la virtù dei
pionieri,/la visione dell'Alighieri/oggi brilla in tutti i cuor./ Giovinezza,
giovinezza/primavera di bellezza,/della vita nell'asprezza/il tuo canto esulta e
va!».
Da Il
Cittadino di Lodi
del 30 dicembre 2004 di Davide Maffi
«Cara mamma, sono richiamato, dammi un bacio senza lacrimar».
Chissà quanti lettori ricorderanno una delle tante marcette composte durante la
seconda guerra mondiale a scopo propagandistico dal regime fascista per
sottolineare le virtù marziali del popolo italiano, brani ora raccolti
integramente in una bella edizione curata da Giacomo De Marzi (I canti
del fascismo, Fratelli Frilli Editori, Genova, 2004, pp. 445, 24euro)
che ripercorre le vicende della canzonetta popolare, in particolare quelle di
chiaro riferimento ai dettami indicati dal governo. Si passa dalle più famose,
come “Giovinezza”, “Faccetta Nera”, o “Vincere e vinceremo”, alle meno note,
meno orecchiabili destinate a sparire ben presto in quel grande buco nero che è
la storia. Con questo lavoro paziente, sono centinaia i pezzi raccolti e
catalogati dall’autore nella ricca appendice, per cui per ogni canzone vengono
date tutte le varianti, anche quelle denigratorie frutto di quella tenace
opposizione che anche negli anni del trionfo di Mussolini continuava a non
demordere sperando di poter riscattare il paese. A questo riguardo
particolarmente interessanti, perché del tutto sconosciute, sono le marcette dei
miliziani antifranchisti nella Spagna della guerra civile, o tutte le arie
storpiate sul motivo di “Giovinezza”, e gli sberleffi rivolti agli uomini in
camicia nera. Attraverso una costante e ininterrotta pubblicazione di nuovi
motivi orecchiabili e dagli slogan facilmente riconducibili alle direttive del
partito, il governo fascista cercava di catturare sempre più nuovi adepti o di
difendere le scelte di politica estera italiana contro le «inique sanzioni» o
l’invidia delle «demoplutocrazie». Proprio per questo nell’ampio saggio che apre
il libro, De Marzi cerca di inquadrare il preciso contesto storico che
contrassegnò l’apparizione e il successo di alcune canzoni, e di leggere, tra le
righe, le direttive precise impartite agli autori dall’onnipresente macchina di
controllo. Dall’ardore guerriero della gioventù italica, alla vocazione
imperiale del paese, in cui il fascismo non deve mai apparire imperialistico,
ossia bramoso esclusivamente di predominio politico, bensì imperiale, ovvero
naturale rappresentante di una supremazia morale e diffusore di una nuova
civiltà, al ricondurre molti pezzi a correnti fortunate della musica italiana,
in primo luogo pensiamo alla tradizione della canzone popolare napoletana (già
del resto ampiamente sfruttata dai governi liberali post-unitari. Un modo
particolarmente interessante e innovativo per leggere la nostra storia recente.
Da Il Giornale
del 9 dicembre 2004 di Silvia Pedemonte
Certo, nella premessa lo scrive chiaro. “Ho seguito un
duplice filone: descrittivo l’uno, che ha teso a rappresentare l’aspetto
etico-politico fascista, scevro, però- per quanto possibile, da ogni intento
facilmente denigratorio; analitico l’altro, che ha percorso invece le evoluzioni
canore, poetiche e letterarie del regime, per scovare una realtà sociale, così
lontana da quella odierna. Laddove mi sono annoiato, stupito o interessato, mi
sono permesso il lusso del giudizio, anche se con voluta sommarietà”. Il
messaggio dell’autore è chiaro, la via per raccontare “I canti del fascismo”
di Giacomo De Marzi (2004, Fratelli Frilli editori), anche.
Duplice filone, duplice via. Il ragionamento non fa una piega. Quelle tesi già
dimostrate dalla Storia, sorta di enorme stufa a legna a cui De Marzi aggiunge
nuova legna, a tratti, sì, di pieghe ne fanno tante, fra contraddizioni e
giudizi così scontati da rasentare lo sbadiglio. Del lettore, naturalmente.Il
trucco per rendere l’opera che tanto leggera non è (445 pagine, per i S. Tommaso
di turno) in un testo piacevolissimo esiste: basta sfogliarla a partire da
pagina 153. Marce, stornelli, canti dialettali che hanno fatto da sottofondo
alla nascita del fascismo in quel 23 marzo 1919 e da vero e proprio
indottrinamento poi si susseguono, in una completezza di testi e fonti
certamente unica per l’argomento. Più di cinquanta le opere consultate da De
Marzi e inserite nella nota bibliografica (prima fra tutte quel I Canti della
Rivoluzione di Asvero Granelli, le cui prime due copie - di cinquanta,
numerate su carta a mano da Fabriano - furono regalate a D’Annunzio e Mussolini);
altrettante le cassette musicali e i dischi ascoltati e riascoltati dall’autore:
il risultato è un’opera monumentale e magnifica, nella sua ricchezza. Si parte
con l’ Inno Trionfale del Partito Nazionale Fascista, Giovinezza,
che viene presentato da De Marzi nelle diverse versioni: come quella ufficiale
di Salvator Gotta e di Giuseppe Blanc (“Salve, o popolo di eroi, / Salve, o
Patria immortale/ Son rinati i figli tuoi/ Con la fé degli ideali…) o quella
degli arditi (esordio: “Col pugnale e con la bomba/ nella vita del
terrore…”), non trascurando nessuna delle numerose varianti, né, tantomeno le
parodie (come Giovinezza pè ‘n tal cu: “Giovinezza pè ‘n tal cu,
Giovinezza pè ‘n tal cu/ primavera di gaiezza, pè ‘n tal cu/ il fascismo è una
schifezza, pè ‘n tal cu/ della nostra libertà, pè ‘n tal cu). Ed è solo
l’inizio: scorrono uno dopo l’altro canti come Me ne frego! (che
esordisce con quell’ “eja, eja, alalà” suggerito da D’Annunzio come
valido sostituto del barbaro “hip hip hurrà” e contiene, al suo interno, un
altro grido-standard fascista, ovvero “A noi!”); Bolsceschifi o,
ancora, Faccetta nera con testo di Renato Micheli e Musica di Mario
Ruccione (“Faccetta nera/bell’abissina/aspetta e spera/ che già l’ora si
avvicina!/ Quando saremo/ insieme a te/noi ti daremo/ un’altra legge e un altro
Re!”). Insomma, non c’è che dire: in trecento pagine si può leggere il Fascismo
utilizzando una sola chiave di lettura, la musica. E capire, attraverso essa,
ogni sfumatura del Regime, in un percorso che dall’analisi dei testi e delle
parole riesce a risalire al contesto storico. De Marzi percorre questa strada
solo a metà, però, nelle prime 150 pagine dell’opera: getta al lettore un amo
fatto di spunti interessanti, poi si perde in un’abbondanza di giudizi che
rischia di far chiudere il libro al lettore. Che si trova preso per mano
dall’autore-sorta di bussola umana pronta a segnalare il “livello
complessivamente mediocre” di uno stornello, “le rime dei disperati”, le
“canzonacce”, “le rime elementari”, “l’approssimazione e la ripetitività”, “lo
svolgimento prevedibile”, i “limiti modesti del contenuto” e così via dicendo
per altre cento pagine. Sul meccanismo che, invece, durante la Preghiera del
legionario, portava gli ascoltatori alle lacrime (pagina 81: “Giuseppe De
Blanc riuscì ad ottenere, ancora una volta, gli effetti desiderati. Quel tipo di
produzione un po’ tragica, drammatica e piagnona, piacque alla provinciale
Italia; raccontano alcuni anziani legionari che era cosa normalissima piangere
durante l’esecuzione di quella “preghiera”), non c’è neppure un’analisi. Anche
se il passaggio non è scontato e, sicuramente, avrebbe detto tanto. Molto di più
di commenti evitabili: perché dire che le canzoni popolari fasciste avevano rime
scontate e valore artistico nullo, è come sostenere che oggi le play list della
radio passano brani pop canticchiabili (“sole, cuore, amore” ricorda qualcosa?)
e di livello intellettuale bassissimo. La tesi è ovvia, la “presa” sulle persone
anche. Altrimenti le canzoni non sarebbero (pop)olari. Ma su questo meccanismo
base della comunicazione di massa, De Marzi non spende neppure una parola:
restano tanti perché, nella mente di ognuno. Irrisolti o, meglio, lasciati alla
capacità critica del lettore. D’altronde, tutto si può dire, tranne che De Marzi
non lo avesse avvisato. Già dalla premessa.
Da La Padania
del 9 novembre 2004
Per il regime fascista, il canto “etico” fu quello teso a
mostrare al mondo sia il nuovo cittadino italico ormai trasformatosi, al tempo
del duce, in fiero guerriero, sia l’intima unione della grandezza dell’antica
Roma con il fascismo rinnovato e rinnovatore. Nel canzoniere fascista ci fu un
po’ di tutto: camicie nere e balilla, manganellatori e manganellati, eroi e
martiri, posti al sole e mari nostri, soldati e studenti, madri e sorelle,
operai e legionari, sommergibili e carri armati; il regime volle canti eroici,
perché in essi vide – come nel cinema – «l’arma più forte». “I canti del
fascismo” di Giacomo De Marzi (Fratelli Frilli Editori) non è
(per fortuna) una summa nostalgica, ma un testo che, attraverso le canzoni e i
loro autori - Blanc, Ruccione, Spetrino, Pellegrino, Arconi, Filippini -
evidenzia l'intento “propedeutico” da parte del regime nei confronti del popolo
italiano, visto come un’entità da plasmare. Un capitolo della nostra storia da
conoscere.
Dal Corriere mercantile
del 31 ottobre 2004 di Alberto Bruzzone
Un libro sui canti fascisti “Faccetta nera”, “Marcia reale”,
“Mussolini salvatore”, “Viva il Duce”: marcette, inni e stornelli del ventennio
fascista sono diventati di recente un canzoniere completo. A farsi carico della
raccolta è stato uno storico, Giacomo De Marzi, professore universitario
di Storia Moderna, che per i tipi della Fratelli Frilli di Genova ha
pubblicato il volume “I canti del fascismo”. Quattrocentocinquanta
pagine, in edizione cartonata e rilegatura, disponibili in tutte le librerie,
genovesi e non, al prezzo di 24 euro. Si tratta di uno studio accurato, svolto
con attenzione filologica sui singoli testi, e con introduzione e commenti.
Un’opera realizzata non con intenti nostalgici, come tiene a puntualizzare lo
stesso autore, ma con un preciso obiettivo di documentazione storica. Nel
canzoniere ecco emergere di tutto: camicie nere e balilla, manganellatori e
manganellati, eroi e martiri, quarte |