I canti del fascismo
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Corriere della Sera
Quando il fascismo cantava
di Luca Orsenigo

Il Cittadino di Lodi
Quando i balilla cantavano “Giovinezza”
di Davide Maffi

Il Giornale
I canti del fascismo
di Silvia Pedemonte

La Padania
I canti del fascismo

Corriere mercantile
Un libro sui canti fascisti
di Alberto Bruzzone
 


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Dal Corriere della Sera del 21 gennaio 2005

Quando il fascismo cantava

di Luca Orsenigo

«Salve, o Popolo d'Eroi/Salve, o Patria immortale!/Son rinati i figli tuoi/con la fé nell'ideale./Il valor dei tuoi guerrieri la virtù dei pionieri,/la visione dell'Alighieri/oggi brilla in tutti i cuor./ Giovinezza, giovinezza/primavera di bellezza,/della vita nell'asprezza/il tuo canto esulta e va!».
Così cominciava l'Inno trionfale del Partito nazionale fascista che compare tra le prime pagine della raccolta curata da Giacomo De Marzi. Testimonianza di un mondo scomparso? Proprio per nulla si direbbe, a cominciare dal mito della giovinezza, che se non può certo datarsi a partire dalla nascita del fascismo, ha però avuto e ha tuttora in Italia tanto credito, anche per il tramite di canzoni come questa, che hanno collaborato a creare e a lungo hanno sostenuto l'immaginario collettivo, dagli anni Sessanta egregiamente sostituite dal tubo catodico, assai più seduttivo e convincente.
Si tratta anzitutto della raccolta critica dei testi e talvolta delle note dei canti del fascismo, preceduti da un ampio ed esauriente saggio del curatore che spiega testo e contesto, genesi e fortuna, temi e motivi delle composizioni. In via generale comunque al centro di tutti i canti fascisti resta l'apologia del Capo, che si sa, aveva sempre ragione; l'innalzamento dell'onore, del singolo come della nazione, a valore assoluto; la venerazione della bandiera, emblema dell'identità e dell'appartenenza più acritiche e inossidabili. Sono tutte canzoni popolari che nascono talvolta da un sentimento diffuso, talaltra dall'esplicito intento di creare un sostrato mitologico e ideale che desse credito ai miti della patria e dell'eroe e presentandosi come l'ovvio e comune sentire del popolo italiano, contribuisse alla sua creazione e ne incarnasse effettivamente lo spirito. E se il libro non è mosso da alcuna motivazione nostalgica né da ancor più facili ragioni denigratorie e satiriche, resta in bella evidenza la forza e la vitalità che si nascondono dietro al ritmo e a i versi della canzone popolare «engagé», forza che la storia, da sempre, basti pensare ai carmina triumphalia in epoca romana o ai canti liturgici della Riforma, non ha mancato di rimarcare e che qui sono indagati proprio come documenti imprescindibili di un tempo e di un'atmosfera.
Leggerlo perché: Per chi ne ha l'età, per il piacere di riandare con la memoria uditiva al tempo della propria giovinezza e magari pensare a quello che orribilmente è stato, proprio con il concorso di quelle canzoni Per tutti gli altri per studiare due fenomeni indispensabili alla comprensione della nostra storia comune. Propaganda e musica popolare (e in questa raccolta sono anche riportate le parodie che dei canti fascisti faceva la parte avversa) sono infatti il termometro delle atmosfere, delle false credenze e dei sentimenti che imbevono una determinata epoca. Questo interessantissimo libro sembra contenerle tutte e presentarle alla riflessione del lettore, contestualmente alla speranza che la storia possa davvero essere magistra vitae.
 

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Da Il Cittadino di Lodi del 30 dicembre 2004

Quando i balilla cantavano “Giovinezza”
De Marzi riesuma i canti della Dittatura

di Davide Maffi

«Cara mamma, sono richiamato, dammi un bacio senza lacrimar». Chissà quanti lettori ricorderanno una delle tante marcette composte durante la seconda guerra mondiale a scopo propagandistico dal regime fascista per sottolineare le virtù marziali del popolo italiano, brani ora raccolti integramente in una bella edizione curata da Giacomo De Marzi (I canti del fascismo, Fratelli Frilli Editori, Genova, 2004, pp. 445, 24euro) che ripercorre le vicende della canzonetta popolare, in particolare quelle di chiaro riferimento ai dettami indicati dal governo. Si passa dalle più famose, come “Giovinezza”, “Faccetta Nera”, o “Vincere e vinceremo”, alle meno note, meno orecchiabili destinate a sparire ben presto in quel grande buco nero che è la storia. Con questo lavoro paziente, sono centinaia i pezzi raccolti e catalogati dall’autore nella ricca appendice, per cui per ogni canzone vengono date tutte le varianti, anche quelle denigratorie frutto di quella tenace opposizione che anche negli anni del trionfo di Mussolini continuava a non demordere sperando di poter riscattare il paese. A questo riguardo particolarmente interessanti, perché del tutto sconosciute, sono le marcette dei miliziani antifranchisti nella Spagna della guerra civile, o tutte le arie storpiate sul motivo di “Giovinezza”, e gli sberleffi rivolti agli uomini in camicia nera. Attraverso una costante e ininterrotta pubblicazione di nuovi motivi orecchiabili e dagli slogan facilmente riconducibili alle direttive del partito, il governo fascista cercava di catturare sempre più nuovi adepti o di difendere le scelte di politica estera italiana contro le «inique sanzioni» o l’invidia delle «demoplutocrazie». Proprio per questo nell’ampio saggio che apre il libro, De Marzi cerca di inquadrare il preciso contesto storico che contrassegnò l’apparizione e il successo di alcune canzoni, e di leggere, tra le righe, le direttive precise impartite agli autori dall’onnipresente macchina di controllo. Dall’ardore guerriero della gioventù italica, alla vocazione imperiale del paese, in cui il fascismo non deve mai apparire imperialistico, ossia bramoso esclusivamente di predominio politico, bensì imperiale, ovvero naturale rappresentante di una supremazia morale e diffusore di una nuova civiltà, al ricondurre molti pezzi a correnti fortunate della musica italiana, in primo luogo pensiamo alla tradizione della canzone popolare napoletana (già del resto ampiamente sfruttata dai governi liberali post-unitari. Un modo particolarmente interessante e innovativo per leggere la nostra storia recente.
 

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Da Il Giornale del 9 dicembre 2004

I canti del fascismo
 

di Silvia Pedemonte

Certo, nella premessa lo scrive chiaro. “Ho seguito un duplice filone: descrittivo l’uno, che ha teso a rappresentare l’aspetto etico-politico fascista, scevro, però- per quanto possibile, da ogni intento facilmente denigratorio; analitico l’altro, che ha percorso invece le evoluzioni canore, poetiche e letterarie del regime, per scovare una realtà sociale, così lontana da quella odierna. Laddove mi sono annoiato, stupito o interessato, mi sono permesso il lusso del giudizio, anche se con voluta sommarietà”. Il messaggio dell’autore è chiaro, la via per raccontare “I canti del fascismo” di Giacomo De Marzi (2004, Fratelli Frilli editori), anche. Duplice filone, duplice via. Il ragionamento non fa una piega. Quelle tesi già dimostrate dalla Storia, sorta di enorme stufa a legna a cui De Marzi aggiunge nuova legna, a tratti, sì, di pieghe ne fanno tante, fra contraddizioni e giudizi così scontati da rasentare lo sbadiglio. Del lettore, naturalmente.Il trucco per rendere l’opera che tanto leggera non è (445 pagine, per i S. Tommaso di turno) in un testo piacevolissimo esiste: basta sfogliarla a partire da pagina 153. Marce, stornelli, canti dialettali che hanno fatto da sottofondo alla nascita del fascismo in quel 23 marzo 1919 e da vero e proprio indottrinamento poi si susseguono, in una completezza di testi e fonti certamente unica per l’argomento. Più di cinquanta le opere consultate da De Marzi e inserite nella nota bibliografica (prima fra tutte quel I Canti della Rivoluzione di Asvero Granelli, le cui prime due copie - di cinquanta, numerate su carta a mano da Fabriano - furono regalate a D’Annunzio e Mussolini); altrettante le cassette musicali e i dischi ascoltati e riascoltati dall’autore: il risultato è un’opera monumentale e magnifica, nella sua ricchezza. Si parte con l’ Inno Trionfale del Partito Nazionale Fascista, Giovinezza, che viene presentato da De Marzi nelle diverse versioni: come quella ufficiale di Salvator Gotta e di Giuseppe Blanc (“Salve, o popolo di eroi, / Salve, o Patria immortale/ Son rinati i figli tuoi/ Con la fé degli ideali…) o quella degli arditi (esordio: “Col pugnale e con la bomba/ nella vita del terrore…”), non trascurando nessuna delle numerose varianti, né, tantomeno le parodie (come Giovinezza pè ‘n tal cu: “Giovinezza pè ‘n tal cu, Giovinezza pè ‘n tal cu/ primavera di gaiezza, pè ‘n tal cu/ il fascismo è una schifezza, pè ‘n tal cu/ della nostra libertà, pè ‘n tal cu). Ed è solo l’inizio: scorrono uno dopo l’altro canti come Me ne frego! (che esordisce con quell’ “eja, eja, alalà” suggerito da D’Annunzio come valido sostituto del barbaro “hip hip hurrà” e contiene, al suo interno, un altro grido-standard fascista, ovvero “A noi!”); Bolsceschifi o, ancora, Faccetta nera con testo di Renato Micheli e Musica di Mario Ruccione (“Faccetta nera/bell’abissina/aspetta e spera/ che già l’ora si avvicina!/ Quando saremo/ insieme a te/noi ti daremo/ un’altra legge e un altro Re!”). Insomma, non c’è che dire: in trecento pagine si può leggere il Fascismo utilizzando una sola chiave di lettura, la musica. E capire, attraverso essa, ogni sfumatura del Regime, in un percorso che dall’analisi dei testi e delle parole riesce a risalire al contesto storico. De Marzi percorre questa strada solo a metà, però, nelle prime 150 pagine dell’opera: getta al lettore un amo fatto di spunti interessanti, poi si perde in un’abbondanza di giudizi che rischia di far chiudere il libro al lettore. Che si trova preso per mano dall’autore-sorta di bussola umana pronta a segnalare il “livello complessivamente mediocre” di uno stornello, “le rime dei disperati”, le “canzonacce”, “le rime elementari”, “l’approssimazione e la ripetitività”, “lo svolgimento prevedibile”, i “limiti modesti del contenuto” e così via dicendo per altre cento pagine. Sul meccanismo che, invece, durante la Preghiera del legionario, portava gli ascoltatori alle lacrime (pagina 81: “Giuseppe De Blanc riuscì ad ottenere, ancora una volta, gli effetti desiderati. Quel tipo di produzione un po’ tragica, drammatica e piagnona, piacque alla provinciale Italia; raccontano alcuni anziani legionari che era cosa normalissima piangere durante l’esecuzione di quella “preghiera”), non c’è neppure un’analisi. Anche se il passaggio non è scontato e, sicuramente, avrebbe detto tanto. Molto di più di commenti evitabili: perché dire che le canzoni popolari fasciste avevano rime scontate e valore artistico nullo, è come sostenere che oggi le play list della radio passano brani pop canticchiabili (“sole, cuore, amore” ricorda qualcosa?) e di livello intellettuale bassissimo. La tesi è ovvia, la “presa” sulle persone anche. Altrimenti le canzoni non sarebbero (pop)olari. Ma su questo meccanismo base della comunicazione di massa, De Marzi non spende neppure una parola: restano tanti perché, nella mente di ognuno. Irrisolti o, meglio, lasciati alla capacità critica del lettore. D’altronde, tutto si può dire, tranne che De Marzi non lo avesse avvisato. Già dalla premessa.
 

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Da La Padania del 9 novembre 2004

I canti del fascismo
 

Per il regime fascista, il canto “etico” fu quello teso a mostrare al mondo sia il nuovo cittadino italico ormai trasformatosi, al tempo del duce, in fiero guerriero, sia l’intima unione della grandezza dell’antica Roma con il fascismo rinnovato e rinnovatore. Nel canzoniere fascista ci fu un po’ di tutto: camicie nere e balilla, manganellatori e manganellati, eroi e martiri, posti al sole e mari nostri, soldati e studenti, madri e sorelle, operai e legionari, sommergibili e carri armati; il regime volle canti eroici, perché in essi vide – come nel cinema – «l’arma più forte». “I canti del fascismo” di Giacomo De Marzi (Fratelli Frilli Editori) non è (per fortuna) una summa nostalgica, ma un testo che, attraverso le canzoni e i loro autori - Blanc, Ruccione, Spetrino, Pellegrino, Arconi, Filippini - evidenzia l'intento “propedeutico” da parte del regime nei confronti del popolo italiano, visto come un’entità da plasmare. Un capitolo della nostra storia da conoscere.
 

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Dal Corriere mercantile del 31 ottobre 2004

Un libro sui canti fascisti
 

di Alberto Bruzzone

Un libro sui canti fascisti “Faccetta nera”, “Marcia reale”, “Mussolini salvatore”, “Viva il Duce”: marcette, inni e stornelli del ventennio fascista sono diventati di recente un canzoniere completo. A farsi carico della raccolta è stato uno storico, Giacomo De Marzi, professore universitario di Storia Moderna, che per i tipi della Fratelli Frilli di Genova ha pubblicato il volume “I canti del fascismo”. Quattrocentocinquanta pagine, in edizione cartonata e rilegatura, disponibili in tutte le librerie, genovesi e non, al prezzo di 24 euro. Si tratta di uno studio accurato, svolto con attenzione filologica sui singoli testi, e con introduzione e commenti. Un’opera realizzata non con intenti nostalgici, come tiene a puntualizzare lo stesso autore, ma con un preciso obiettivo di documentazione storica. Nel canzoniere ecco emergere di tutto: camicie nere e balilla, manganellatori e manganellati, eroi e martiri, quarte
sponde e colli fatali: una grande messe di canti che illustrarono, di volta in volta, le prodezze dei “marciatori” della prima ora, la gloria del riconquistato “impero” e la necessità e la bellezza della “battaglia”. Il libro fa parte della collana storica, una delle sezioni di punta della Fratelli Frilli Editori.
 


 

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