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C'era una volta al Ferraris...
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La Stampa
C'era una volta al Ferraris...
di Andrea Parodi
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Da La Stampa
del 22 giugno 2004
C'era una volta al Ferraris...
di Andrea Parodi
Pino Flamigni ci offre, con «C’era una volta al
Ferraris», un ritratto colorito quanto romantico della Genova dell’immediato
dopoguerra. Protagonisti sono un gruppo di amici legati per sempre da una fede
incrollabile: l’amore per il Genoa. Il loro punto d’incontro è un locale fumoso
e popolare nei pressi di Marassi, la «Vini e Liquori Chiapparino». La Superba,
come tutte le grandi città del Nord Italia, si accorge di essere sopravvissuta
agli orrori e alle paure della guerra e, vestita solo di povertà, si preparava
al gran ballo del futuro. Calcinacci e frantumazioni ovunque, ma libera
circolazione di idee: rinascono simboli di partiti e sigle di sindacati, un
giardino di speranza dopo l’unica voce del Duce.
Genova è assetata di trasformazioni: prendono vigore le acciaierie; al di là di
Porta Soprana, gli emarginati del mondo danno vita ad un dedalo impressionante
di traffici di ogni sorta. Sono in pieno fermento le case di tolleranza, con
straordinari percorsi di iniziazione al sesso. Si fuma moltissimo, americano e
nazionale senza filtro; la bibita più gettonata è la mitica gazzosa con la
pallina. Genova vede nascere una nuova squadra, pronta ad adombrare il blasone
stinto del Genoa.
Nasce dalla fusione dell’Andrea Doria e della Sampierdarenese, con un collage di
nome e colori. I cugini dei grifoni prendono il nome di Sampdoria ed adottano
una originale casacca a strisce orizzontali con diverse tinte, fra cui predomina
il blu. Le nuove maglie assomigliano a quelle che indossano i ciclisti, e con
questo come vengono ironicamente etichettati. La nuova squadra dà subito filo da
torcere ai rossoblu. Nel primo derby i «ciclisti» vincono addirittura per 3 a 0.
I tifosi genoani, deposte le speranze per la conquista del decimo scudetto,
legati col cuore ad un passato davvero luminoso ma ormai sbiadito nel tempo (il
«figlio di Dio», il mitico De Vecchi, aveva abbandonato le scarpe bullonate da
un quarto di secolo, dall’epoca del primo Fascismo e del delitto Matteotti) si
vedono ora oscurare il primato cittadino dai doriani.
Arriva dalla lontana Patagonia un artista del pallone di fondate speranze. Juan
Carlos Verdeal, diventa l’«angelo bello», il raffinato organizzatore di gioco e
discreto realizzatore con i suoi tiri felpati. Illude, ma non incide. La squadra
va incontro alla «sindrome dell’ascensore». Passaggi frequenti dalla massima –
dove non brilla mai – alla seconda serie. Ci riprova con Mario Zoyè, fantasista
del Boca Juniors, appassionato ballerino di tango e innamoratissimo delle
fedifraga Elsa Dolores Vasquez. Questa volta l’apporto del melanconico hombre
della pampa è ancora più evanescente. Il Genoa precipita in Serie B, nonostante
l’apporto in una trasferta delicata dell’allegra banda dei protagonisti del
libro. A dire il vero, il battesimo con i propri idoli lontani dalla Lanterna è
beffardamente atroce, nonostante la vittoria contro i desolati colleghi delle
ultime fila, i romanisti.
Lasciamo al lettore divertirsi con un intreccio degno di Ionesco. Del resto il
racconto si snoda attraverso vicende boccaccesche come i traffici di Carubba in
quel di Staglieno o grottesche come gli strani intrugli di una bottiglia della
Centrale del Latte dal collo largo. I nostri eroi, dal siculo Alfonso Tripodi al
socialista Berto Parodi, dal commerciante Enrico Olivieri all’intellettuale
Maggiolo, superata l’età leopardianamente più bella, non accettano l’amara
dimensione della realtà. Il verosimile cede il posto all’immaginazione.
Genova non avrà mai una metropolitana, non solo, ma il boom economico con una
proliferante speculazione edilizia toglierà la vista del mare rassicurante… Non
ci sarà mai un centravanti spelacchiato che riuscirà a matare
la spocchiosa fortissima Inter del mago Herrera. I ciclisti vinceranno
addirittura uno scudetto. Il Grifone non riuscirà, al termine di un combattuto
derby all’ultima giornata, a regolare con un duello continuo e incandescente la
Sampdoria e ad aggiudicarsi il tricolore, sulla falsariga dell’annata magica
della Juventus di Trapattoni e del Torino di Radice nell’anno di grazia
1976/1977. Il decimo scudetto non arriverà mai. Non ci sarà una stella nel
firmamento rossoblu, immobile all’alba radiosa del portierone De Prà e di Mister
Garbutt.
Pino Flamigni, classe 1934, genovese, cultore della storia di
Genova e del Genoa, appassionato delle tradizioni, ha scritto in collaborazione
con Mauro Montarese varie commedie in dialetto vincendo, nel 1998, il premio
«Anna Caroli». Nel 1995 ha pubblicato per la Erga edizioni «Genoa-Sampdoria. Il
derby delle parole».
Il suo libro, centrato sull’immediato dopoguerra, verte sul periodo del
Grande Torino. Perché non cita lo squadrone granata?
Non è stata una dimenticanza voluta, ho voluto piuttosto concentrami sulla
tifoseria Genoa – Sampdoria di quegli anni in modo umoristico. Ho voluto fare,
insomma, un discorso solo genovese. Del resto noi siamo dei provincialotti,
aggrappati a delle diatribe locali: ciclisti contro lebbrosi…
Quali sono le cause del crollo genoano?
Diciamo che la società non ha avuto, a suo tempo, una struttura societaria
ben precisa. Sono stati un po’ pressappochisti… Quando poi il calcio si è
modernizzato c’è stato il tracollo…
Com’è oggi il clima tra tifosi doriani e genoani?
Oggi il clima si è incattivito. Prima era legato agli sfottò. Racconto un
aneddoto. Siamo ad un Genoa – Catanzaro di qualche anno fa… Mezz’ora prima della
partita comincia a piovere. Nessuno è preparato per la pioggia e tutti, piano
piano, abbandonano lo stadio per non bagnarsi… Tra i pochi a non lasciare gli
spalti c’è in signore di una certa età che prende un fazzoletto, fa quattro nodi
agli angoli e se lo mette in testa per ripararsi… C’è un primo gol del Genoa e
non dice niente… al 30’ del secondo tempo c’è il raddoppio genoano… Continua a
piovere, in realtà non ha mai smesso. Solo al raddoppio si volta e dice al
signore dietro di lui: «Finalmente una domenica che si quieta!». Questo
episodio, realmente accaduto, lo trovo meraviglioso per raccontare quale sia il
clima del tifoso genoano… Da questo spunto è nata l’idea del mio libro.
Come hanno vissuto i genoani lo scudetto doriano?
Il Genoa quell’anno arrivò quarto in classifica, conquistando la Coppa Uefa.
C’era da gioire, ma contemporaneamente i cugini doriani erano Campioni d’Italia.
Le lascio immaginare come è stato vissuto…
Ci faccia un identikit del tifoso genoano modello…
Il tifoso modello si interessa solo del Genoa.
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