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La conquista della maggioranza
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Tuttolibri - La Stampa
La conquista della
maggioranza
di Giorgio Boatti
Bari Sera
Perché la Puglia votò
il fascismo nel 1924?
di Felice Laudadio
Giornale di Calabria
Quando De Gasperi votò la
fiducia a Mussolini
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Da Tuttolibri -
La Stampa
del 22 gennaio 2005
Le elezioni del 1924
di Giorgio Boatti
Non tutte le elezioni, né tutte le campagne elettorali, sono
uguali. Ce ne sono state alcune, che hanno imposto - ben più di altre - un
radicale cambiamento di rotta nel destino del nostro Paese. Ad esempio le
elezioni del 6 aprile 1924, condotte secondo la nuova legge elettorale
maggioritaria che porta la firma del sottosegretario Acerbo, sanciscono, con la
vittoria del «Listone» fascista, il consenso della maggioranza degli elettori
attorno al governo di Mussolini. Un consenso che va ben al di là delle più
ottimistiche previsioni della stessa leadership al potere, visto che supera il
60 per cento dei voti.
Si avvicina dunque proprio a quel 2/3 sul totale dei deputati che secondo la
legge Acerbo deve andare alla lista più votata in assoluto purché superi la
quota del 25 per cento. Il «Listone» - che sulla scheda ha come simbolo il
fascio, ma che aggrega anche esponenti di primo piano del liberalismo moderato,
quali Orlando, Salandra, De Nicola, e del conservatorismo cattolico - si porta a
casa 356 deputati a cui se ne aggiungono altri 29, inquadrati in liste
filofasciste di disturbo. Nell'insieme giunge alla Camera dei Deputati,
veicolata dalla composita formazione che stravince la consultazione, una falange
di ben 275 deputati iscritti al Partito Fascista. Mentre questi, nella
legislatura precedente, erano 35, vale a dire un ottavo rispetto al '24. Su
questa massiccia riuscita ha un peso tutt'altro che lieve, come rileverà un
commento a caldo del Corriere della Sera di quei giorni, e come dimostreranno
non poche ricostruzioni storiografiche, la violenza. Una violenza esercitata da
formazioni squadriste, forse in modo più selettivo e meno eclatante che negli
anni precedenti, contro ogni tipo di opposizione (prevalente militanti di
sinistra e cattolici ma anche liberali e, come insegna la solenne bastonatura
del ras dissidente Cesare Forni, anche interni allo stesso schieramento
fascista). Brutalità che inducono il Corriere della Sera del 10 aprile 1924 a
questa valutazione: «Questo illegalismo diffuso e autorizzato che consente ad
ogni fascista di erigersi a giudice e punitore di chi non la pensa come lui,
questo linguaggio eccitatore di ogni maggiore sopraffazione contro oppositori...
questa impunità concessa agli autori noti e facilmenti rintracciabili di veri
crimini, ripugnano alle nostre più sante idealità...». E tuttavia - sostiene il
giovane storico Alessandro Visani nel ben documentato saggio La
conquista della maggioranza. Mussolini, il Pnf e le elezioni del 1924 -
sarebbe errato interpretare il consenso estesissimo dato dagli elettori italiani
alla lista che porta il simbolo del fascio come conseguenza dell'intimidazione,
come timore delle manganellate (quelle manganellate che, come ricorda Giacomo
De Marzi nel bel libro I canti del fascismo appena pubblicato da
Frilli, i seguaci di Mussolini celebrano in un diffuso «Inno a San
Manganello» che propone questo ritornello «Manganello, Manganello/ che rischiari
ogni cervello/ sempre tu, sarai sol quello/ che il fascista adorerà»). Come
scrive Giovanni Sabbatucci nella prefazione al libro di Visani il brutale
assassinio di Matteotti nel giugno del 1924, dopo le sue denunce sulle violenze
elettorali, e gli eventi che ne derivano in drammatica concatenazione, hanno
fatto spesso sottovalutare «il quadro che si era determinato già PRIMA delle
elezioni, per effetto combinato della legge Acerbo e della manovra politica
condotta da Mussolini e dal Pnf in sede di preparazione e di compilazione della
lista nazionale». Visani infatti riprendendo l'ipotesi storiografica di
Sabbatucci sul «suicidio della classe dirigente liberale» (sviluppata in «Italia
contemporanea», n° 174, del marzo 1989), ricostruisce nel suo libro tutto l'iter
politico che porta alla redazione e all'approvazione, prima in commissione e poi
in aula, della Legge Acerbo. E giustamente sottolinea come il nuovo meccanismo
elettorale, che portava ad una sorta di «democrazia autoritaria di tipo
plebiscitario» venga incredibilmente votata da «una Camera composta nella sua
larghissima maggioranza da sostenitori inflessibili del proporzionale -
socialisti e popolari - e da nostalgici del sistema uninominale». Tra questi
ultimi lo stesso Giolitti, che presiede la «commissione dei diciotto» e il cui
comportamento, scrive Visani, finirà col «pesare non poco sull'esito finale di
tutta la vicenda». Lo statista di Dronero, infatti, convinto oppositore del
sistema proporzionale in atto, afferma in una lettera che voterà il sistema
maggioritario anche se è convinto che questo sia solo un male minore in vista di
un ritorno all'uninominale. Di fatto nella «Commissione dei diciotto», di cui
fanno parte ben quattro ex presidenti del Consiglio (oltre a Giolitti, Orlando,
Salandra e Bonomi), la legge Acerbo è avversata dalle sinistre e dai popolari
(questi ultimi però rilanciano ipotesi di compromesso) e, alla fine, è approvata
- dieci voti a favore contro otto - dai tre commissari fascisti e dai sette
appartenenti ai gruppi democratico-liberali e conservatori. Ma ancora più
interessante è l'articolato esame con cui Visani riscostruisce la spregiudicata
e intelligente politica mussoliniana di formazione del «Listone», cooptando con
duttile intelligenza notabili di lungo corso e rampanti che hanno annusato dove
spira il vento della vittoria.
Fondamentale poi, nell'acquisizione di un consenso che solo in due regioni (la
Lombardia e il Piemonte) viaggia sotto il 50 per cento dei voti, è la capacità
dei fascisti, non solo nel corso della campagna elettorale, ma nei lunghissimi
diciotto mesi che vanno dalla Marcia su Roma alle elezioni dell'aprile 1924, di
sovrapporre - attraverso un'impressionante serie di mobilitazioni, trovate
propagandistiche, adunate, feste nazionali, simboli - l'immagine del loro
partito a quella del governo «nazionale» retto da Mussolini.
Non a caso il simbolo del fascio ben prima di connotare il «Listone» viene
impresso nel 1923 sulle monete da una e due lire, e, poco dopo, viene riportato
sui francobolli emessi per l'anniversario dell'«ascesa del governo nazionale».
Monete e francobolli: una valenza comunicativa immensa che, attraverso i soldi e
la comunicazione postale, raggiunge, con un ossessivo martellamento, tutti.
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Da
Bari Sera
del 17 novembre 2004
In alcuni volumi le ragioni della Storia
Perché la Puglia votò
il fascismo nel 1924?
di Felice Laudadio
6 aprile 1924, la Puglia in massa alle urne per le prime
elezioni dopo la marcia su Roma. 81,6 per cento gli aventi diritto al voto
pugliesi che si recarono nei seggi, facendo registrare la maggiore affluenza nel
Paese, contro il minimo del 54,3 in Molise. 85,9 per cento gli elettori (non
c’era suffragio universale, le donne non votavano) che indicarono il listone
fascista. In 232.586 regalarono alla lista mussoliniana 27 seggi sui 32 della
Puglia. Ottennero rappresentanti in Parlamento (quattro, per 63.737 voti, pari
al 12,1) solo i liberali, pur lontani in voti e percentuali. L’ultimo seggio
andò ai comunisti: 8.847 voti, 1,7 per cento. I socialisti, divisi, dovettero
accontentarsi di uno sterile 0,8 (poco più di 4mila schede per i massimalisti;
2.010 per gli unitari, 0,4 per cento). I repubblicani, infine, riportarono 3.486
voti, lo 0,6. Tutto qui, e pensare che solo una settimana prima la Prefettura
accreditava il listone di regime solo del 51 per cento. Perché quel successo in
una terra di braccianti ed esponenti socialisti di spicco, come Giuseppe Di
Vagno, il parlamentare conversanese vittima dello squadrismo nel 1921? Ragioni e
tempi della scalata fascista al potere sono nel volume del ricercatore
Alessandro Visani (La conquista della maggioranza. Mussolini, il PNF e le
elezioni del 1924 202 pag., 16,50 euro), pubblicato dai Fratelli Frilli
nella collana storica e basato su documenti, mai prima approfonditi,
dell’Archivio Centrale di Roma. Occasione è l’ottantesimo anniversario di quelle
elezioni politiche, punto di svolta per la storia nazionale e momento decisivo
della parabola mussoliniana. Il Duce ottenne in Italia 374 seggi su 535. Il 69,9
di tutte le schede recava un segno in corrispondenza del fascio littorio. Il
favore elettorale gli consentì di fare e disfare a suo agio, in Camere più
comode di quanto non lo fossero nei primi mesi di governo, dopo il 28 ottobre
1922. Gli italiani si accorsero presto di quanto pesasse il benestare bene o
male espresso dal Paese: superata la crisi del delitto Matteotti, cominciò la
dittatura. Sì, il meccanismo elettorale (la legge Acerbo) era pretestuoso,
incombeva un clima di paura, le autorità non ostacolavano l’intimidazione
squadrista, la campagna elettorale si svolse a senso unico o giù botte, ma va
cercato anche altro in una consultazione che vide in ogni modo consolidarsi un
consenso a favore di quello che veniva considerato un uomo della provvidenza.
Una situazione che gli italiani hanno ripetuto circa settant'anni dopo,
fidandosi del carisma e del successo personale di un altro oratore, che molto ha
promesso…
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Da Il
Giornale di Calabria
del 14 settembre 2004
Il futuro leader della Dc nel 1922 era convinto
della “costituzionalizzazione del fascismo”
Quando De Gasperi votò
la fiducia a Mussolini
Liliana Cavani ha opposto un triplice no ad un cronista che
le voleva rivolgere qualche domanda nel Transatlantico di Montecitorio, che nei
giorni scorsi è stato trasformato in un set dove decine di comparse e l’attore
che interpreta lo statista trentino hanno simulato sedute cruciali. Una in
particolare: quella della Camera del giugno del
1924, quando Giacomo Matteotti denunciò i brogli commessi nel corso delle
elezioni politiche di quell’anno. Le prime con la legge elettorale Acerbo. Quel
discorso costò la vita al parlamentare dell’opposizione. In quel periodo De
Gasperi era segretario del Partito popolare (eletto nel gennaio del 1925). Non
si sa invece se la regista abbia
inserito nel film altre scene fondamentali che riescano a inquadrare quel
periodo complesso. Nel periodo precedente all’assassinio di Matteotti, infatti,
Alcide De Gasperi, in qualità di capogruppo del Partito popolare, votò nel
novembre del 1922 la fiducia al governo Mussolini nel dibattito che seguì la
marcia su Roma. Il futuro leader della Dc nel 1922 era convinto della cosiddetta
“costituzionalizzazione del fascismo”.
Infatti, quando il futuro duce spiegò in aula che avrebbe potuto trasformare la
Camera in un’aula sorda e grigia come un bivacco per i nostri manipoli, il
capogruppo del Ppi, nel dare la fiducia a Mussolini, rispose: “A noi non fa
impressione la frase detta dal presidente del Consiglio, di una Camera passibile
di scioglimento fra due giorni o fra due anni... Fra due giorni o fra due anni,
il gruppo Popolare sarà pronto alla sua civile battaglia”. Il 19 maggio del 1923
il presidente del Consiglio Benito Mussolini incontra Alcide De Gasperi. Quell’incontro
è preceduto da una scia di violenze e sopraffazioni da parte dei fascisti. Il 2
febbraio era stato arrestato Piero Gobetti, il 3 febbraio è la volta di Amedeo
Bordiga e poi è la volta di tanti altri. Il leader del gruppo parlamentare
popolare, nonostante questi atti, non oppone (come fa invece don Sturzo) un
rifiuto a priori ai progetti fascisti di riforma elettorale e la legge viene
votata grazie al consenso del partito popolare guidato alla Camera da De Gasperi.
Il 21 luglio del 1923 la Camera approva la legge elettorale Acerbo (dal nome del
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo) che adotta il
sistema maggioritario, ripristina il collegio uninominale e introduce il premio
di maggioranza assegnando i due terzi dei seggi alla lista che ottiene il
maggior numero di voti. Servirà al partito fascista per monopolizzare il potere
giocando sulla paura dell’instabilità.
A fornire il pretesto per queste citazioni è anche un libro uscito in questi
giorni dal titolo La conquista della maggioranza. Mussolini, il Pnf e le
elezioni del 1924 di Alessandro Visani con prefazione di Giovanni
Sabbatucci (Fratelli Frilli Editori). Il libro è interessantissimo perché
si avvale di molti documenti inediti a sostegno della tesi degli storici
impegnati a dimostrare che il fascismo non portò alla dittatura il nostro paese
solo con la violenza. Se ne sarà accorta la Cavani?
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