Le eruzioni dell'eros e del male
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Resine
La poesia erotica di Francesco Currà
di Stefano Verdino
 

mentelocale
Eruzioni poetiche
di Giorgio Boratto
 

Il Secolo XIX
Sorprese di erotica elegia
di Giorgio Bertone


Repubblica - Genova
Eros, sangue e poesia. Una calda stagione
di Stefano Bigazzi


L'Arena
Un poeta con una vita eruttiva come un vulcano
di Alessandra Milanese
 


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Da Resine, numero 102, dicembre 2004

La poesia erotica
di Francesco Currà


di Stefano Verdino

Fin dal titolo, con tutte le sue malizie, il libro dichiara centrale la sua materia erotica, ma l’aggiunta copulativa “e del male” oltre a una certa reminiscenza (e deformazione) da Baudelaire ci avvisa che non solo di eros si tratta.
L’eros è oltranzistico e presentato nella sua nuda e cruda genialità (“Cazzo che non accetti di restare / nel buio dei testicoli e dei peli”), né ci si vieta a precisazioni eloquenti o a metafore perentorie. Ad onore di questi testi ‘sfrontati’ va altresì detto che essi non sono il frutto dell’oggi, di un post-moderno dove tutto è possibile; essi non vengono dopo i medicamenta della Valduga, ma bensì prima. L’autore ha dichiarato che questi versi sono stati composti sui suoi vent’anni, tra il 1965 e ’68, tra la natia Calabria e la Palermo dove fu soldato, e che sono rimasti per oltre trent’anni inediti. Solo l’estate calda del 2003, in venti ore, sostiene l’autore, sono stati rivisti e ordinati nell’attuale sequenza. Quest’antichità va segnalata, perché francamente non appare, nella freschezza della lingua, pur di impianto classico. L’endecasillabo è infatti il verso ricorrente e sappiamo come ben si sposi con il materiale erotico. “Fammi adorare l’osso e l’intestino, / i seni e i nodi dalla nuca al coccige”. La forma nitida offre un primo straniamento dalla materia, una sfasatura essenziale per avviare il discorso, in cui la fragranza erotica si accampa come grande possibilità di metafora e di allusione, persino esistenziale, sub specie fallica: “Cazzo, quando sei duro / contrasti con la vita. // Sei in primo piano quando dietro a te / il mondo non scompare. Non offenderti! / Sei veramente tu quando sei floscio.” E d’altra parte (soprattutto dopo p. 60) la vena meditativa, di taglio epigrafico, asciutto e scorato, cresce man mano che il libro procede. Più spesso vi è un cumulo di sottrazioni, a partire da sé (“Sono una descrizione scalpellata / dall’avida costanza dello strazio. // Eppure qualche volta / mi sento più impedito che sconvolto / se i crampi mi percuotono”), ma con estensione anche al paesaggio: “Fiorisce la bellezza del mattino / e un pergolato d’oro, da levante, / raggiunge la mia fronte. // Dirlo / è un esercizio inutile / come / descrivere una musica”.
È evidente una matrice maledetta del dissidio (e una poesia come A una ragazza in motorino può essere considerata come moderna variante di A una passante di Baudelaire), ma lo scatto dell’endecasillabo e la declinazione dell’immagine in accensione barocca e arguta (come del resto il codice erotico), ci avvisano di una luce mediterranea, radente e calcinante, ben lontana da nebbie e piovosi umidori dello spleen.
La macroscopia dei dettagli (spesso anatomici) è indice di mancanza dello spazio e attitudine alla soffocazione, o comunque ad un circuito espressivo estremista e antitetico, come del resto il titolo illustra nell’abbinamento di eros e di male. Vitalità e funebrismo, varia cupezza, possono congiungersi, e spesso producono effetti sorprendenti e non trascurabili, come la caustica serie di Per chi sceglie di non procreare, di cui raccomando la sconfortante numero 2, degna di un barocco meridionale che abbia letto Trakl: “Dalle montagne al mare, / la terra è un cimitero. / Quanti uomini esistiti, tante tombe. // È necessaria un’orgia di egoismo / ornato dall’istinto e dall’amore, / per generare figli, / prima innocenti prede degli spiriti / bestiali e dopo, a caso, / salvati dalla morte / pietosa e tempestiva. // Nel mezzo queste vittime / inconsapevolmente / ripetono il delitto / dei loro genitori”.

 

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Da mentelocale del 28 settembre 2004

Eruzioni poetiche


di Giorgio Boratto

Il libro Le eruzioni dell'eros e del male, di Francesco Currà, presentato da Edoardo Guglielmino alla Fnac (via venti settembre), lunedì 27 settembre, per la Fratelli Frilli Editori è la prima esperienza di pubblicazione poetica ed è una scommessa importante. Per non sbagliare si è pensato al sottotitolo: Poesie più godibili di un romanzo. Quanto ci sia di godibile lo dirà forse il singolo lettore, intanto possiamo dire, con le parole di Guglielmino, che questa opera di poesia ha una trama, una tessitura di stati d'animo, che si snoda veramente come un romanzo.
Guglielmino introduce il poeta annotando la difficoltà, già presente nel titolo, ad inserirlo in un ambito di facile letteratura: la parola, per natura sempre ambigua, in queste poesie acquista una collocazione precisa, schietta che può destare imbarazzo o rifiuto ma fa avvertire subito un percorso psicoanalitico. Un viaggio dove l'io si perde in una "zuppa di cereali e di zizzania" (l'ultima poesia del libro), come un suggeritore tra l'alluce e il bernoccolo. Nella poesia di Francesco Currà c'è una forza magmatica e il suo "Orgasmo" - poesia a pag.9 - la menziona; c'è qualcosa di già visto e sentito in Catullo, Apollinaire e Baffo - come ricorda Guglielmino. Ho l'impressione di aver letto qualcosa forse in qualche cesso urbano... ma è solo per un momento poiché scopro che chi dà forza alla parola è il sesso richiamato, gridato, mostrato e avvolto; poi incartato, ripensato tanto da farne un luogo, una "riva", come sosterrà l'autore, dove si parte per attraversare un mare e Guglielmino, ci dirà Currà, con la sua attenta lettura, l'ha fatto.
All'inizio le poesie di Francesco Currà sono un monologo, meglio dire un dialogo poiché l'altro è lui, quello moraviano, che si prende la scena e smaschera l'altra faccia del "logo", della ragione: «Cazzo, quando sei duro contrasti con la vita. Sei in primo piano quando dietro a te il mondo non scompare. Non offenderti! Sei veramente tu quando sei floscio».
Sarà vero? Quel cazzo non è solo un rafforzativo di una arrabbiatura, di uno stato d'animo o un'esclamazione, è proprio un lui ed in un tempo dell'intercalare "voglio dire", beh, lui dice. Dice molto. Quel cazzo erutta parole che grazie ad una metrica, la cui cadenza dei nomi ricorda i classici greci, diventano poesia.
Il libro di Currà, con il suo linguaggio di rottura e forza senza scandalo, per Guglielmino comunica nella prima parte una realtà cruda e violenta per poi raggiungere una seconda e terza parte dove il ritmo è più disteso e gli stati d'animo – poiché la trama racconta di questi - diventano sentimenti intimi d'amore e di morte. Ecco l'impressione di un dramma affiorare ed ecco la riflessione sulla vita e sulla morte che ogni orgasmo muove. Ecco allora che la poesia poi accade; succede per infinite strade, per le vie della crescita, della perdita di innocenza, per un dolore o un ricordo d'infanzia che la consapevolezza dell'eros pare abbia cancellato.
Guglielmino consiglia di leggere il libro lentamente, di leggerlo di notte; di leggerlo soprattutto e non da dire, da non parlarne. Per Francesco Currà questo libro si propone come una conquista dall'ovvio e dal banale: «La differenza è nelle parole, nell'espressione; lo stesso dolore del pastore solo nella steppa e di Leopardi viene reso pregnante dall'uso del linguaggio, della comunicazione che diventa arte vera».
Rimangono dopo le eruzioni dell'eros quelle del male e l'autore, il poeta Francesco Currà, mostra con queste di avere molti volti; gli stessi che poi ognuno scopre di avere anch'esso. Allora ancora un richiamo agli studi di psicologia svolti in questo caso dal ‘medico' Guglielmino e ancora un invito alla lettura.
 

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Da Il Secolo XIX del 27 settembre 2004

Le poesie di Currà

Sorprese di erotica elegia


di Giorgio Bertone

Almeno due le sorprese per il lettore di poesia di fronte a Le eruzioni dell’eros e del male. Poesie più godibili di un romanzo di Francesco Currà (Fratelli Frilli Editori, 184 pagg, 10 €. Il volume sarà presentato oggi alle 18 alla libreria fnac di via XX Settembre a Genova da Edoardo Guglielmino alla presenza dell’autore). La prima riguarda il genere. Come il cane di Pavlov ad ogni accendersi di lampadina sovviene l’osso, così al lettore di versi ad ogni apertura di libro poetico s’illumina la visione dell’io lirico, dell’io che sonda in forme oscure e vaghi tremiti il mistero fascinoso del mondo e delle parole. Currà, invece, adotta un linguaggio immediato e chiaro fino alla crudezza e rasente la pseudopornografia per gettare i suoi flash crudeli sull’erotismo, o meglio, sul sesso e su ciò che ne consegue.
Seconda sorpresa: in tempi in cui la lirica s’ingegna di tenere l’io in penombra, a decentrarlo, in tempi insomma di devolution dell’antico io che ora tenta - con un sospiro di sollievo - di evitare la condanna all’eterno ruolo di protagonista, Currà (calabrese di nascita, genovese di adozione) lo centralizza, lo pone di nuovo al centro del cerchio di luce della ribalta e gli fa assumere, sul palcoscenico, tutte le movenze e i contorcimenti tragico-grotteschi che il contratto sociale e naturale impone a duro prezzo (“Mostrami tutti i visi che possiedi”, o ancora “Divoro il frutto che mi rende pazzo… Io resto qui al servizio del piacere / anche sudando freddi sfinimenti”: l’endecasillabo fuoriesce dal verseggiare più breve e franto a tratti, perfetto in toni e ritmi).
Ne scaturisce non un inno al vitalismo (dolo la pubblicità può ingannare fino al punto di far coincidere sesso e consumo della vita) ma quasi un’invettiva contro gli effetti collaterali: noia, senso del nulla, rabbia (“di nuovo maledico il seme attonito”), la tristezza più classica (post coitum). Le controindicazioni restano quelle di sempre, già catalogate dal barocco: nel sesso si specchia il teschio, lo scheletro, l’uomo disossato (“uomini disossati che vaghiamo / nel nulla”). Anzi, nell’assenza in un riscatto in una fede sia pure soltanto biologica (“Per chi sceglie di non procreare”), ci sono due conseguenze supplementari: l’autointenerimento quasi sentimentale, nonostante il tono e la bravura nel fare lo sgambetto all’idillio (“Furore”: “Di notte, camminando, / scaccio le stelle come / se fossero zanzare”). E, in seconda battuta, la nostalgia di una impossibile innocenza originaria, di una natura come pura wilderness sessuale senza pensieri retroattivi, senza presagi di morte e di vecchiaia, senza complessi di colpa (“Dipende anche da me / se la natura è un grembo / o un antro che supplizia”).
Così la rabbia, il grido, la protesta, la maledizione con cui Currà vuole intessere la via crucis dell’essere sessuato, condannato al rapporto servo/padrone con il proprio membro (il “lui” moraviano) sentito come il culmine dell’estraneità, si fa piuttosto lamento, implorazione, preghiera. Sotto il vulcano del poeta neomaledetto c’è un elegiaco che non sonnecchia.
 

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Da Il Lavoro - Repubblica del 13 giugno 2004

Il viaggio iniziatico di Francesco Currà

Eros, sangue e poesia una calda stagione


di Stefano Bigliazzi

L’effervescenza della stagione dell’eros per così dire alla genovese si declina in un vario repertorio di titoli. Detto del guru di Licalzi, è il genere noir a tenore banco, come dimostrano Caino Lanferti. Una storia di Marsiglia di Clemente Tafuri (Einaudi) e Bacci Pagano. Una storia da carruggi di Bruno Morchio (Fratelli Frilli). Investigatori entrambi, evidentemente da angiporto, che alternano l’arte di amare (ma Fromm non c’entra) a quella di impugnare la pistola.
Capitolo a parte per una raccolta di poesie, Le eruzioni dell’eros e del male di Francesco Currà (prima escursione nel genere per Frilli). “Poesie più godibili di un romanzo”, nel sottotitolo. Citazione appropriata, perché i circa duecento componimenti di Currà sono a modo loro un unico complesso racconto. Erotico.
“Mi sono arrampicato/ sugli alberi non per la contentezza/ e il vanto di raggiungere le cime,/ ma per nutrirti con i loro frutti./ Imprevedibilmente, qualche volta/ i rami/ si sono/ spezzati,/ e a me, nella caduta,/ si sono rotte le ossa./ Aggiungo che da giovane,/ per incoscienza e per inesperienza,/ quei rami li ho sfidati a caro prezzo./ Chiedi agli occhi e alle mani di tua madre/ quante volte hanno visto/e curato/ le mie carni/ lacerate./ Invecchio. Le mie forze diminuiscono./ Adesso tocca a te/ raccogliere la frutta./ Cadrai, ti ferirai…/ Ma guarirai, perché la carne cresce”.
La fine dell’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta come l’annuncio del dolore: Le eruzioni dell’eros e del male sono un lungo percorso iniziatico nell’umanità del poeta. Currà non usa perifrasi né edulcorate analogie. E’ crudo, nel linguaggio, dal ritmo elevato, intensamente poetico, sino alla fine, momentaneo approdo del viaggio: “Sono un contenitore./ Dentro di me, tra l’alluce e il bernoccolo,/ erra il suggeritore/ di ritmi e di parole./ Sgravandomi di tutto/ per svago, per fastidio/ e per curiosità,/ con il raccolto ho preparato questa/ zuppa di cereali e di zizzania”. In fondo, amaro.
Currà viene da lontano, letterariamente.
Nel 1976 aveva inciso un Lp, Rapsodia meccanica, lasciando la musica per la scrittura. E avviando il processo che lo ha portato a questa raccolta. Sarà presentata a giorni da Stefano Verdino, docente di Letteratura italiana all’Università di Verona. A Genova l’attende un comitato di interessati lettori, dallo scrittore Vincenzo Guerrazzi allo psichiatra e poeta Angelo Guarnieri. Entusiasti. E fanno bene.
 

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Da Repubblica - Genova del 13 giugno 2004

Il viaggio iniziatico di Francesco Currà

Eros, sangue e poesia una calda stagione


di Stefano Bigliazzi

L’effervescenza della stagione dell’eros per così dire alla genovese si declina in un vario repertorio di titoli. Detto del guru di Licalzi, è il genere noir a tenore banco, come dimostrano Caino Lanferti. Una storia di Marsiglia di Clemente Tafuri (Einaudi) e Bacci Pagano. Una storia da carruggi di Bruno Morchio (Fratelli Frilli). Investigatori entrambi, evidentemente da angiporto, che alternano l’arte di amare (ma Fromm non c’entra) a quella di impugnare la pistola.
Capitolo a parte per una raccolta di poesie, Le eruzioni dell’eros e del male di Francesco Currà (prima escursione nel genere per Frilli). “Poesie più godibili di un romanzo”, nel sottotitolo. Citazione appropriata, perché i circa duecento componimenti di Currà sono a modo loro un unico complesso racconto. Erotico.
“Mi sono arrampicato/ sugli alberi non per la contentezza/ e il vanto di raggiungere le cime,/ ma per nutrirti con i loro frutti./ Imprevedibilmente, qualche volta/ i rami/ si sono/ spezzati,/ e a me, nella caduta,/ si sono rotte le ossa./ Aggiungo che da giovane,/ per incoscienza e per inesperienza,/ quei rami li ho sfidati a caro prezzo./ Chiedi agli occhi e alle mani di tua madre/ quante volte hanno visto/e curato/ le mie carni/ lacerate./ Invecchio. Le mie forze diminuiscono./ Adesso tocca a te/ raccogliere la frutta./ Cadrai, ti ferirai…/ Ma guarirai, perché la carne cresce”.
La fine dell’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta come l’annuncio del dolore: Le eruzioni dell’eros e del male sono un lungo percorso iniziatico nell’umanità del poeta. Currà non usa perifrasi né edulcorate analogie. E’ crudo, nel linguaggio, dal ritmo elevato, intensamente poetico, sino alla fine, momentaneo approdo del viaggio: “Sono un contenitore./ Dentro di me, tra l’alluce e il bernoccolo,/ erra il suggeritore/ di ritmi e di parole./ Sgravandomi di tutto/ per svago, per fastidio/ e per curiosità,/ con il raccolto ho preparato questa/ zuppa di cereali e di zizzania”. In fondo, amaro.
Currà viene da lontano, letterariamente.
Nel 1976 aveva inciso un Lp, Rapsodia meccanica, lasciando la musica per la scrittura. E avviando il processo che lo ha portato a questa raccolta. Sarà presentata a giorni da Stefano Verdino, docente di Letteratura italiana all’Università di Verona. A Genova l’attende un comitato di interessati lettori, dallo scrittore Vincenzo Guerrazzi allo psichiatra e poeta Angelo Guarnieri. Entusiasti. E fanno bene.
 

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Da L'Arena del 28 giugno 2004

Francesco Currà ha parlato alla Fnac del suo
libro di liriche «Le eruzioni dell’eros e del male»
 

Un poeta con una vita
eruttiva come un vulcano


di Alessandra Milanese

Gestire il corpo per gestire la vita. Alla Fnac Francesco Currà, con il docente universitario Stefano Verdino, presenta il suo libro di liriche "Le eruzioni dell'eros e del male" (Fratelli Frilli Editori) una raccolta erotica ad oltranza. "Mostrami tutti i visi che possiedi,/ fammi leccare i calorosi strati/ della tua pelle e le infinite labbra/...
Verdino puntualizza subito che il verso usato è quello classico della poesia italiana, l'endecasillabo. Difficile scrivere versi erotici, finora c'era riuscita solo la Valduga, difficilissimo declinarli in endecasillabi esatti.
Come ha fatto Currà? "Io ero (e adopera il passato perché le poesie sono state scritte trent'anni fa, ndr) l'intrattenitore di me stesso quindi esigentissimo". Currà racconta ancora che si è trovato a scrivere liriche perché era un ragazzino dai desideri infiniti. Desiderava correre in bicicletta, nuotare, arrampicarsi sugli alberi come uno scoiattolo, ma soprattutto suonare e cantare. Quando, però, si è trovato a tu per tu con uno strumento musicale ha sentito tutta la sua inadeguatezza. Specialmente la matematica che richiede la musica lo sconfortava. Dalle sue inettitudini, accorgendosi che ci sapeva fare solo con le parole, è nata la poesia.
Il prof. Stefano Verdino annota ancora che "Le eruzioni dell'eros e del male" è un libro compatto, che si legge con lo stesso piacere di un romanzo. A una metrica impeccabile si coniugano metafore indovinate che danno l'idea di come l'autore sia vitale e desideri una vita eruttiva come un vulcano, ma anche di come sia, talvolta, imprigionato dal male di vivere. "Inciampo tra le stelle e i buchi neri,/confondo con la cenere/ il polline fecondo.../" E ancora "Non mi conosco, non mi definisco.../Non trovo in me pepite/ da trasformare in oro.../.
C'è posto per la vitalità della ragazza in motorino: "Sulle ali fastidiose del rumore/ contratta tra il sellino e il manubrio/ vai zigzagando nell'infetto traffico/ e assalti la tua meta/..." e il poeta che resta "imbottigliato nella nausea".
Eppure, dice Currà, è impossibile scrivere "con il muso" perché la scrittura è, prima di tutto, divertimento. Secondo lui anche il poeta più cupo e disperato quando scrive una lirica trova un momento di sollievo e deve essere proprio così se è vero ( come è stato più volte dimostrato) che depressione fa rima con creatività.
Quanto alla vena erotica ad oltranza Currà la spiega con gli ormoni dei suoi diciotto anni, quando sono state scritte le poesie, ma a noi sembra molto di più: una chiave, a suo modo, saggia ed antica per gestire la vita ed il mondo che la circonda.


 

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