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Gli Italian Pioneer nella guerra di
liberazione
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La Stampa
Quel '44 sulla Linea
Gotica: la tristezza del soldato Spini
di Giorgio Boatti
Il Secolo XIX
Gli Italian Pioneer
genieri della libertà
di Paolo Battifora
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Da La
Stampa
del 27 novembre 2004
Quel '44 sulla Linea Gotica:
la tristezza del soldato Spini
nelle sue memorie fa i conti con le vicende
militari, i risvolti
politici e sociali, nonché le speranze deluse del dopo 8 settembre
di Giorgio Boatti
Esattamente sessant'anni fa, proprio in queste settimane
autunnali, l'avanzata degli alleati s'impantanava davanti alla Linea Gotica.
Nell'estate c'erano state le liberazioni di Roma, di Perugia e di Firenze. Poi
la V Armata sul fronte tirrenico e l'VIII armata sulla dorsale adriatica si
trovarono di fronte l'ultima linea di difesa tedesca: quella posta proprio sul
crinale dell'Appennino e presidiata da una ventina di divisioni tedesche
supportate da unità della Rsi.
Quando si dice che l'avanzata alleata s'impantanò si allude, in termini
generali, alla penosa sosta forzata - imposta anche dalla empre maggiore
rilevanza assegnata da Eisenhower al fronte francese rispetto a quello italiano
- che concesse ai nazifascisti ancora un inverno e uno scorcio di primavera. Una
sosta che a molti parve un indugio e che, comunque, costò parecchio a
combattenti e popolazioni. Per non parlare delle tremende difficoltà insorte per
le formazioni partigiane. Ma l'impantanarsi in quella guerra dell'VIII armata
britannica (che in realtà inglobava di tutto: australiani e neozelandesi,
brasiliani e polacchi e sudafricani e noi italiani, ovviamente) va preso anche
nel suo significato più letterale.
Almeno se si rivolge lo sguardo allo scacchiere romagnolo, proprio a cavallo dei
luoghi natali di Mussolini, dove l'Appennino digrada verso le ampie pianure del
Ravennate e del Forlivese. Lì - nell'autunno di sessant'anni fa - faceva «un
tempaccio da cani» e - racconta lo storico Giorgio Spini nelle belle pagine di
memorie uscite dalla Claudiana e curate dal figlio Valdo - si era «a guazzare
nella mota sul fronte della Romagna per conto di Sua Maestà Britannica. Però le
cose andavano da cane anche a Sua Maestà Britannica perché i suoi carri armati
restavano impantanati in tutto quel fango e non ce la facevano ad avanzare...».
Le vicende militari, i risvolti politici e sociali nonché le speranze deluse e
gli sforzi inauditi che alleati e italiani (presenti in forze con i soldati dei
Gruppi di Combattimento del rinato Esercito e con le formazioni partigiane
capitanate, tra l'altro, da Bulow, il mitico Arrigo Boldrini) sostennero in
quell'autunno-inverno del 1944 sulla Linea Gotica orientale sono al centro del
convegno «Parola d'ordine Teodote» che il 2 dicembre chiamerà a Ravenna storici
e ricercatori per uno scambio di opinioni che non sarà affatto rievocativo o
celebrativo. Ma, al contrario, riproporrà interrogativi brucianti e valutazioni
di ampio respiro. Con queste domande fanno i conti anche le note di diario,
tracciate al vivo di quegli eventi, dall'allora ventottenne Giorgio Spini e ora
affidate al suo libro di memorie. Un testo che ripercorre tutta la ricchissima
vicenda esistenziale di uno dei decani della storiografia italiana ma che, in un
certo senso, comincia effettivamente laddove si concludeva il suo romanzo
giovanile 1,9 per mille uscito nel 1938 e ripubblicato pochi mesi fa con la
dotta e intelligente introduzione di Antonio Di Grado. Il titolo del romanzo -
che si colloca nella biforcazione esistenziale di uno Spini, allievo di un
maestro come Giorgio Pasquali e sodale del gruppo di «Riforma letteraria» che lo
vede fianco a fianco degli amici Giacomo Noventa, Franco Fortini, Geno Pampaloni
- allude alla percentuale di protestanti (ottantacinquemila su quarantatré
milioni di italiani) che sarebbe stata accertata nel corso del censimento del
1931.
Peccato che, come nota il grande storico evangelico, questi dati fossero falsati
da una domanda che connota fortemente quegli anni immediatamente
post-concordatari e brutalmente liquidatori verso ogni rottura del conformismo
religioso imperante. Infatti quel censimento «non si chiedeva quale fosse la
religione di ogni italiano ma “in quale religione siete stato battezzato?”.
L'Italia fu schedata tutta come cattolica, salvo infime, quasi ridicole
minoranze. Quella protestante era ridotta ad appena l'1,9 per mille degli
italiani, e che fosse un cifra piuttosto bugiarda non importava». Quello che
accade dopo al giovane professor Spini è storia comune a molti italiani.
Arruolato nell'Esercito, quando giunge l'8 settembre 1943 attraversa le linee
del fronte e, proprio come tanti altri suoi più giovani coetanei toscani (Carlo
Azeglio Ciampi era tra questi), giunge nella Puglia liberata. Approda a Bari
dove ha sede provvisoria il Regno del Sud e dove comincia la paziente e niente
affatto scontata ricostruzione di un nuovo Esercito Italiano. Quello che, prima
con il Corpo Italiano di Liberazione e poi con i Gruppi di Combattimento che via
via si vanno a strutturare, parteciperà alla risalita della penisola, assieme
alle armate alleate. Uno sforzo che coinvolge migliaia di combattenti di cui
buona parte sono partigiani toscani e umbri arruolatisi volontari nell'esercito
regolare. E che accomuna anche altri duecentomila italiani inquadrati nelle
Italian Pioneer Company (o Coys). Una presenza, quella dei Coys, di decisivo
supporto per le truppe combattenti sia italiane che alleate e che tuttavia, sino
ad oggi, era rimasta per decenni sullo sfondo, pressoché invisibile.
Una rimozione che finalmente ha avuto fine con la recentissima pubblicazione
presso gli editori Frilli del bel libro di Marco Ruzzi, Gli
italiani Pioneer nella Guerra di Liberazione. Giorgio Spini però non era né
in queste unità né nei gruppi di combattimento. Sin da Bari viene incorporato in
un Combat Team della Pwb (vale a dire Psychological Warfare Branch). E con i
suoi commilitoni inglesi ripercorre a ritroso la penisola con incontri e momenti
che - fissati a caldo - fanno di queste sue pagine un gioiellino della memoria.
In un serrato succedersi Spini narra la liberazione di Firenze, l'ingresso a
Cortona, l'avanzata su Forlì (ineguagliabile l'arrivo del Combat Team nella casa
natale di Mussolini, alla Rocca di Caminate: «Mai nella mia vita - scrive Spini
- avevo visto qualcosa di altrettanto cafone, squallido, beota, non capivo come
Mussolini potesse vivere circondato da fasci di proprie fotografie come
un'attricetta del variété») Poi giunge quell'ultimo autunno-inverno sulla Linea
Gotica orientale: «di una tristezza indicibile» per l'impressione «di essere
stati lasciati a patire disagi per nulla su un fronte secondario, dimenticato da
Dio e dagli uomini». La primavera era ancora lontana.
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dei libri
Da Il
Secolo XIX
del 18 novembre 2004
Il saggio storico di Ruzzi presentato
da Feltrinelli
Gli Italian Pioneer
genieri della libertà
L’epopea, a lungo dimenticata, dei militari italiani
che operarono
al fianco degli Alleati ricostruendo strade, ponti e ferrovie.
di Paolo Battifora
Carneade, chi era costui. Italian Pioneer, chi erano costoro.
La parafrasi del celebre motto manzoniano ben si addice alla misconosciuta
vicenda di questi militari italiani che, nel corso della Seconda Guerra
Mondiale, diedero un valido contributo allo sforzo bellico degli alleati.
Se, fino ad anni recenti, la storiografia ha colpevolmente trascurato la
tragedia degli Imi, i militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi e
internati, in spregio ad ogni convenzione internazionale, nei campi di
concentramento, un’assenza pressoché totale di studi ha riguardato sinora la
storia degli Italian Pioneer, le cui otto divisioni arrivarono a contare, nel
maggio 1945, circa duecentomila uomini. Vicissitudini, morti, sofferenze su cui
è calato da subito un pervicace silenzio – delle fonti, degli storici, degli
stessi protagonisti – indice di una collettiva volontà di rimozione. Ma chi
erano questi Italian Pioneer? Quali le loro funzioni? Perché questo tenace e
generalizzato oblio? Perché questo pudore memorialistico?
Complesse domande cui ha cercato di dare una risposta Mario Ruzzi,
ricercatore-archivista presso l’Istituto storico della Resistenza e della
società contemporanea in provincia di Cuneo, in un saggio dal titolo “Gli
Italian Pioneer nella guerra di liberazione” (Fratelli Frilli Editori,
pag.231, euro 19,50) che oggi pomeriggio (ore 18) sarà presente alla libreria
Feltrinelli di via XX Settembre.
Frutto di un lavoro durato quattro anni e di una ricera documentaria presso gli
archivi di Roma, Napoli e Londra, il libro di Ruzzi ricostruisce la parabola dei
cosiddetti “ausiliari”, militari italiani del Regno del Sud che dalla Puglia
alla Venezia Giulia operarono al fianco degli Alleati. “Ausiliari”: una
definizione gravida di preconcetti e squalificanti giudizi, i cui effetti non
avrebbero tardato a farsi sentire su una memoria oscurata dalle gesta delle
unità combattenti badogliane (Corpo italiano di liberazione, Gruppi di
combattimento). Equiparati, infatti, a pura manovalanza, impegnata dapprima
nello scarico delle navi e dei treni e poi nella ricostruzione di strade, ponti,
ferrovie e nei rifornimenti delle truppe al fronte, gli Italian Pioneer vennero
associati più a facchini e sterratori militarizzati che a veri e propri soldati.
Figli di un dio minore, a dispetto delle perdite subite e delle durissime
condizioni di vita, le divisioni ausiliarie furono ben presto dimenticate,
persino dalla stessa storiografia istituzionale dell’Ufficio storico della Stato
Maggiore dell’esercito “quasi fossero – sottolinea l’autore – un peccato
originale”. Una percezione sociale di segno negativo in grado di ingenerare,
negli stessi protagonisti, dinamiche auto-colpevolizzanti: significativa
l’assenza di produzione memorialistica e il palesarsi, ad oltre mezzo secolo di
distanza, di una ritrosia rievocativa.
Un silenzio che Marco Ruzzi ha iniziato a squarciare con questo libro,
apprezzabile per la mole documentaria consultata (e citata), per il tono scevro
da intenti agiografici e per una puntuale contestualizzazione storica, grazie
alla quale acquista rilievo, senso e “leggibilità” una vicenda di per sé
marginale nel contesto della Seconda Guerra Mondiale e della lotta al
nazifascismo.
Una lacuna storiografica la cui stessa persistenza fa dire all’autore: “Mi ha
lasciato senza parole comprendere come, nella nostra Repubblica nata dalla
Resistenza e dalla Guerra di Liberazione, si ricerchi e si dibatta di più in
merito ai ‘Ragazzi di Salò’ che ai militari delle divisioni ausiliarie”.
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