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Le recensioni dei nostri
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"Un clone in valigia"
"Maccaia"
"Un clone in valigia"
"Faximile"
"Trittico del tempo"
"Due cialtroni alla
rovescia"
"La lustraressa di
Vicenza"
"L'imprevisto"
"Nero italiano"
"Ripensare la polizia"
"La Mala-Ricetta"
Recensione inviata da Anonimo il 8 febbraio 2005 Un clone in valigia
Ciao Adriana Sto leggendo il tuo libro "Un clone in valigia",
ho completato bene la prima parte.
Recensione inviata da Pier Giorgio Daffara il 19 gennaio 2005 Maccaia
Ho letto "Maccaia", buono l'inizio,discreta la parte
centrale, disastrosa quella finale. Alla ricerca continua di scrittori italiani
che si cimentino nel "noir" mi sono imbattuto in questo libro, magnifica la
collocazione del personaggio nella sua Genova,difficile farlo uscire dal luogo
comune di investigatore quasi sfigato e solitario alla ricerca continua di una
dimensione ottimale per vivere in pace con se stesso. Quasi scontata la trama
con l'innesto di personaggi poco credibili. L'autore può arrivare a ben altre
vette inserendo il suo investigatore in situazioni più complesse.
Recensione inviata da F. R. il 29 dicembre 2004 Un clone in valigia
Gentile Adriana, sono una giovane epidemiologa napoletana,
lavoro a contratto nella Direzione sanitaria del Policlinico Federico II,
con compiti di Epidemiologia valutativa, ho letto in un pomeriggio il suo ultimo
libro sulle esperienze in America, non sa quanto mi ci sono ritrovata!!!!
Recensione inviata da Chiara Pastore il 14 dicembre 2004 Faximile
vorrei segnalare il libro "Faximile, 49 riscritture di opere
letterarie", Frilli Editori che è da poco in libreria. Un'antologia di
riscritture di opere letterarie di ogni tempo e luogo che è tutta da assaporare!
Riscritture dai toni umoristici ad altre più serie per rivivere
l'atmosfera di testi del passato rivisti con parole nuove. Interessante,
originale e divertente come idea, anche perché non necessita di una conoscenza
dell'opera originale poi riscritta, anzi può essere un invito a riprendere testi
già letti e a scoprirne altri che non conosciamo ancora, spaziando da Kafka a
Baudelaire, da un papiro egiziano ad un episodio della Bibbia, dal teorema di
Pitagora ad Ungaretti, dalla costituzione italiana a Tristano e Isotta.
L'autore? Gli autori! Ne sono ben 25, di tutte le età e professioni e si fanno
chiamare Homo Scrivens. Hanno scritto e pubblicato il "Manifesto della
riscrittura" e da anni anno
Recensione inviata da Silvia Mollica il 4 novembre 2004 Trittico del tempo
Il passato inconscio - ancestrale - onirico, si dipana a
costruire una trama logica e soprannaturale, reale e fantastica dove il
linguaggio, limpido e filtrato, ben si modella alle necessità del racconto,
sciogliendosi in dialoghi puntuali e descrizioni efficaci, che affondano nei
classici topoi horror-noir.
Recensione inviata da Ninni Radicini il 13 ottobre 2004 Due cialtroni alla rovescia
Forse dopo "Come inguaiammo il cinema italiano", film diretto
da Daniele Cipri' e Franco Maresco, documentario- sceneggiato su Franco
Franchi e Ciccio Ingrassia, comincera' la valanga editoriale. Ma fino a oggi i
libri sui due siciliani si contano nell'ordine di poche unita'. Uno e'
dell'inizio degli anni Ottanta, oggi introvabile; un altro e' quello di Marco
Bertolino ed Ettore Ridola, "Franco Franchi & Ciccio Ingrassia", edito da
Gremese nel 2003. L'ultima pubblicazione in ordine di tempo e' il libro di
Fabio Piccione, "Due cialtroni alla rovescia. Studio sulla
comicita' di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia", ed. Frilli, con prefazione
di Giampiero Ingrassia che poi l'autore intervista insieme a Giuseppe Benenato
(fratello di Franco Franchi), Pipolo (con Castellano, autore di alcuni soggetti
e sceneggiature dei primi film di Franco e Ciccio) e Franco Maresco.
Franco e Ciccio sfuggono alle classificazioni e sono
prototipo di comicita' originale e non riproducibile. E' sbagliato trascinarli
nella categoria del cinema "Trash". A parte che il "Trash" e' una invenzione che
nasconde soltanto il piacere di essere alternativi perche' - ha ricordato
Goffredo Fofi citando Pasolini - e' la solita voglia della piccola borghesia di
sporcarsi. Le maschere di Franco e Ciccio erano tali per le origini di Franco
Franchi e Ciccio Ingrassia, nati negli anni Venti in famiglie povere, e vissuti
in quartieri dove il modo di vivere era caratterizzato da riti secolari e dove i
vecchi raccontavano storie che avevano per protagonisti personaggi, maschere,
che erano simboli della cultura popolare. Quindi chi in Sicilia, o in genere a
Sud, andava a vedere i film con Franco e Ciccio era in grado di sintonizzarsi
subito con la loro comicita' perche' attore e spettatore avevano in comune la
stessa cultura popolare o culture popolari sostanzialmente simili. Come ha
evidenziato Goffredo Fofi, presentando il libro, negli anni Sessanta i film piu'
visti gli emigrati siciliani e piu' in genere meridionali nel nord Italia erano
quelli di Franco e Ciccio e quelli di Maciste. Mentre per il secondo - l'eroe
che contando soltanto sulla forza fisica sconfigge i cattivi - avveniva una
traslazione nella figura dell'operaio, per quando riguarda Franco e Ciccio, il
dramma dell'abbandono della propria terra diventa motivo in piu' per apprezzare
la loro comicita' e il loro successo che diventava in un certo senso motivo di
"orgoglio".
Recensione inviata da Matteo Caropreso il 17 settembre 2004 La lustraressa di Vicenza
Ho recentemente letto La donna alla fermata di Antonio
Caron. L'ho letto d'un fiato, e questo potrebbe sembrare un complimento, ma sono
un lettore particolare, un divoratore di libri e se un testo non mi disgusta
devo leggerlo in un baleno, ho letto anche Il Rombo di Grass nello stesso
modo e non si può certo dire sia uno scritto semplice e di veloce digestione.
La donna alla fermata si presta comunque ad una lettura veloce, il semplice
fatto di essere un giallo ed avere una logica architettura lo rende veloce,
tanto da farci dimenticare o non notare alcuni errori presenti nel testo, forse
piccole sviste e forse neologiche formule espressive. Peccato l’intreccio sia
deboluccio e l’evoluzione dei fatti narrati piuttosto scontata, sino alla
conclusione, “le pagine migliori di questo nuovo giallo” recita una recensione
del Secolo XIX, che invece delude e si prolunga ben oltre il suo logico spazio.
La donna alla fermata non convince: forse perché all’autore sono sfuggite
alcune lunghe ripetizioni, di cui non si comprende la finalità, che affaticano
un po’ l’impianto e forse perché non a tutti piace leggere narrazioni che
trovano ispirazione in fatti di cronaca. Il testo di Caron potrebbe però essere
un giallo godibile, è architettato in modo classico e la costruzione del profilo
di alcuni personaggi è indubbiamente riuscita, forse dopo la stesura preliminare
un po’ di labor limae sarebbe bastato per renderlo un lavoro più che
piacevole. Nonostante avessi deciso, non appena chiuso il libro, di non leggere
più nulla di Antonio Caron mi costringerò a ritentare, forse avrò più fortuna!
Recensione inviata da Luca il 20 gennaio 2004 L'imprevisto
Un libro decisamente stravagante e fuori dall'ordinario.
Recensione inviata da Claudio Palmieri il 14 ottobre 2003 Nero italiano Pensate all'Italia fascista, però non cercate l'immagine nei ricordi delle vostre letture di storia, ma pensate ad un'Italia diversa, che non è entrata al fianco della Germania nazista nel Secondo Conflitto Mondiale, ma che, al pari della vicina Svizzera, ha evitato quella guerra giocando la carta della neutralità. Benito Mussolini non è stato ucciso a colpi di arma da fuoco, ma è morto per un'attacco cardiaco il 25 Aprile 1944 e il suo posto da condottiero del regime fascista è stato preso dal genero Galeazzo Ciano. Al momento in cui vi parlo, ci troviamo nel 1976 e la dittatura fascista, a 54 anni dal suo avvento, è affannata e agonizzante. L'Italia è un paese soggetto ad un austerity permanente a causa delle ristrettezze energetiche indotte dal ferreo isolamento politico-economico che lo schiaccia tra le potenze occidentali ed il blocco Sovietico. Neanche i possedimenti coloniali sono in grado di lenire questa condizione cronica, essendo essi, per il nostro Paese, fonte di problemi più che di risorse. Difatti, il liso impero coloniale italiano è scosso da sanguinose rivolte che costringono il governo centrale a dislocare annualmente decine di migliaia di militari italiani per garantire l'ordine nelle terre di confine.
Vi prego, non prendetemi per pazzo, non sono fuori di me; vi
sto solo anticipando come Giampietro Stocco, nel suo romanzo "Nero
Italiano" edito dalla Fratelli Frilli Editori (2003, prezzo 8,50
Euro), si immagina sarebbe andata la nostra storia se l'Italia non fosse entrata
al fianco dei Nazisti nella Seconda Guerra Mondiale. Grazie alle importazioni dall'Unione Sovietica le ristrettezze energetiche terminano e, seguendo il programma proposto dalla De Carli, l'Italia sembra muoversi verso libere elezioni. Anche il sostegno del Re Umberto II di Savoia non si fa attendere, tanto che il Re d'Italia investe la De Carli della carica di Presidente del Consiglio dei Ministri di un Governo in cui, finalmente, rientrano alcuni dei partiti banditi dal regime fascista. Il meccanismo dell'uscita dal regime totalitario sembra oramai avviato, gli Italiani intravedono la fine di un regime durato troppo a lungo e guardano apparire all'orizzonte il ritorno delle libertà che 54 anni di dittatura avevano loro negato. Tutto sembra andare per il meglio, ma anche in questa Italia alternativa, in questo nostro Paese che in un'altra dimensione spazio-temporale ha avuto un'evoluzione storica diversa, la politica non è limpida e i suoi giochi sono meno che mai lineari. Giampietro Stocco, attingendo dalla nostra storia, imbastisce una trama fanta-politica intrigante, piena di azione e suspance, degna dei thriller che ci arrivano da oltreoceano. Dopo una partenza lenta, che deve la sua pesantezza al carattere eccessivamente descrittivo della narrazione, il suo romanzo si sviluppa ed accelera conducendoci attraverso un travolgente dipanarsi di vicende ed avvenimenti, punteggiati da numerosi colpi di scena. Lo stile della scrittura ha un taglio giornalistico, coerente con il background dell'autore che è giornalista della Rai attualmente attivo nel TG regionale della Liguria. La prosa è diretta, senza fronzoli, adatta ad un romanzo di azione. La struttura della storia si avvale di una buona integrazione tra le vicende fantastiche create dalla mente dell'autore e alcune verità storiche. Così anche in questa Italia fantastica troviamo il movimento studentesco, i movimenti di estrema sinistra, le bande armate e poi personaggi quali Papa Paolo VI e altri ispirati a politici realmente esistiti. Tra l'altro, Giampietro Stocco ha ambientato il suo romanzo a Roma. Il lettore si troverà così a muoversi tra Città Universitaria, Stazione Termini e Piazza Venezia, seguendo i cortei studenteschi, o a nascondersi nelle stradine secondarie che si dipartono da via del Corso per sfuggire a pericolose situazioni di guerriglia urbana. Per alcuni episodi, la narrazione, così strettamente legata ai luoghi della capitale, si rivela particolarmente efficace per chi ha dimestichezza con quella città. I personaggi, dal protagonista, il giornalista televisivo Marco Diletti, passando al politico Maria De Carli, fino ad arrivare a Galeazzo Ciano, sono delineati con tratto sicuro e caratterizzati con uno spessore psicologico adatto ad un romanzo d'azione. Alcune vicende sono al limite del credibile, ma risultano accettabili nel complesso della visione fanta-politica del romanzo. Il finale è aperto a diverse considerazioni e questa è una buona cosa.
Concludo con un appunto che va fatto alla casa editrice
Fratelli Frilli: non ho infatti digerito la scelta tipografica che vede la
mancanza dell'"a capo" quando, nel discorso diretto, la parola passa da un
interlocutore ad un altro e quando, nella narrazione, si presenta un cambiamento
di scena. Questa scelta, forse legata allo scopo di limitare il numero di pagine
complessivo del libro, all'inizio induce il lettore in confusione e, nel
seguito, una volta che egli abbia preso confidenza questa scelta stilistica, lo
affatica in maniera ingiustificata. Una pecca auspicabilmente eliminabile in una
seconda edizione.
Recensione inviata da Simone Falanca il 29 marzo 2003 Ripensare la polizia
“Ci siamo scoperti diversi da quello che pensavamo di
essere”. Così l’ex vicequestore Ps Angela Burlando analizza, a distanza di un
anno e mezzo, il G8 di Genova vissuto dalla polizia. Il lucido commento della
Burlando è riportato all’interno di un libro-documento basato sulle
testimonianze di anche altri appartenenti alle forze dell’ordine che avevano
preso parte al G8. Queste preziose testimonianze sono state raccolte da Marcello
Zinola, giornalista del Secolo XIX di Genova, nel volume Ripensare la Polizia
(Fratelli Frilli Editori). Il libro pone ai lettori importanti interrogativi. La
polizia durante i giorni infuocati del luglio 2001 fu usata come strumento
inconsapevole della repressione? Ci fu una strategia preventiva precisa e
razionale? Oppure come afferma Zinola “sulla gestione dell’ordine pubblico ha
influito soprattutto la necessità, per i vertici della Polizia, di
rendersi credibili e affidabili con il nuovo governo di centrodestra?” L’autore
attraverso interviste ai protagonisti degli eventi, compreso Canterini, il
comandante del celebre reparto mobile romano che fece irruzione alla Diaz,
ricostruisce con estrema efficacia e immediatezza il quadro dei fatti. Quello
che ne esce è uno spaccato non solo sulle forze di polizia e la loro formazione,
ma soprattutto sul rapporto tra le forze dell’ordine e i basilari principi della
legalità democratica. Genova 2001 ha rappresentato uno spartiacque doloroso,
come afferma Nando Dalla Chiesa nella prefazione del libro, nel dibattito sullo
Stato di diritto, sulla sicurezza, sull’uso della forza nei sistemi democratici.
Temi cruciali quando si vuole tastare la serietà di ogni progetto di governo, o
quando si vuole vedere alla prova dei fatti la cultura riformatrice e
democratica di un Esecutivo. Uno dei capitoli più interessanti del libro è
quello che riporta l’intervista di Zinola a Salvatore Palidda, studioso
specializzatosi da tempo nella sociologia della sicurezza: “È del tutto
fantasioso pensare che a Genova ci sia stata una regia o una precisa razionalità
in quello che è successo. C’erano diversi attori che, ognuno per conto suo,
hanno perseguito un loro disegno che si riassume nell’obiettivo di mostrare i
muscoli (…) È assai probabile che una parte dei carabinieri avesse la chiara
intenzione di mettere in scacco la gerarchia di De Gennaro. La loro modalità
operativa è, infatti, singolare: come mai lasciano un furgone isolato in mezzo
ai manifestanti che possono distruggerlo (vedi riprese televisive)?”, emerge
quindi in maniera evidente “la rottura della gestione negoziata e pacifica delle
regole del disordine”. Si mescolano così nelle pagine di questo insolito
libro-documento, punti di vista contrastanti, aperture alla riflessione e
chiusure corporative, ammissioni di verità e pregiudizi ideologici.
L'autocritica è solo parziale, la solidarietà è spesso malintesa e, comunque,
non scarica i colleghi inquisiti, ma attacca i pochi appartenenti alle forze
dell'ordine che hanno testimoniato di fronte alla magistratura: “non siamo stati
cileni, vogliono farci passare da vittime a boia dopo che a Genova in migliaia
hanno condiviso la violenza dei Black bloc”. Uno dei più importanti
interrogativi che pone l’autore, prima di tutto a se stesso, e poi ai suoi
interlocutori è se quello che è accaduto a Genova fosse stato davvero
inevitabile. Le risposte sono state varie. Zinola per rispondere fa giustamente
più volte il paragone con quanto è accaduto nel novembre del 2002 a Firenze in
occasione del Social Forum Europeo. Un milione di manifestanti proveniente da
tutta europa, eppure nessuno scontro, nessun ferito, nessuna carica della
polizia. Nell’occasione fu fondamentale il cambiamento di approccio da parte del
ministero dell’Interno, nel frattempo preso in carica da un altro ministro. No,
la mattanza di Genova non fu affatto inevitabile.
Recensione inviata da Claudio Palmieri il 29 marzo 2003 La Mala-Ricetta
ISF: una sigla che non dice niente all'uomo comune eppure
ciascuno di noi avrà avuto a che fare, almeno una volta, con un Informatore
Scientifico del Farmaco, appunto un ISF. Ma certo, proprio uno di quei
"rappresentanti di medicinali" che, armati di borsa di pelle e di un sorriso
minaccioso, nella fila dal medico di famiglia ti soffiano il posto e s'infilano
nello studio sibilando che "ogni tre pazienti tocca a loro". Così facendo gli
ISF si guadagnano simpatia e famigerata fama tra i milioni di pazienti che
frequentano le sale d'attesa dei medici di famiglia italiani. |