Le recensioni dei nostri lettori
Clicca sui titoli per visualizzare l'articolo corrispondente

Per inviare la tua recensione scrivi a: proposte@frillieditori.com
indicando nell'Oggetto del messaggio: Recensione da un lettore

"Un clone in valigia"
inviata da Anonimo

"Maccaia"
inviata da Pier Giorgio Daffara

"Un clone in valigia"
inviata da F. R
.

"Faximile"
inviata da Chiara Pastore

"Trittico del tempo"
inviata da Silvia Mollica

"Due cialtroni alla rovescia"
inviata da Ninni Radicini
www.newsletterkritik.cjb.net

"La lustraressa di Vicenza"
inviata da Matteo Caropreso

"L'imprevisto"
inviata da Luca
www.radiosonic.it

"Nero italiano"
inviata da Claudio Palmieri
http://it.geocities.com/claupalm/first_page.htm

"Ripensare la polizia"
inviata da Simone Falanca
(autore di "Banche armate alla guerra")
www.zaratustra.it

"La Mala-Ricetta"
inviata da Claudio Palmieri
http://it.geocities.com/claupalm/first_page.htm


Torna alla pagina principale

 

 


 

Recensione inviata da Anonimo il 8 febbraio 2005

Un clone in valigia

Ciao Adriana Sto leggendo il tuo libro "Un clone in valigia", ho completato bene la prima parte.
E’ veramente bello, la storia della tua vita da ricercatrice, contornata da simpatiche avventure descritte con umor e semplicità, fanno capire che anche il ricercatore diventando scienziato attraverso studi e ricerche, ha un cuore, ha le paure e le malinconie tipiche di tutti noi, che questo mestiere non sarebbe capace di farlo. A mio avviso questo libro dovrebbe essere distribuito nelle scuole e agli studenti di chimica e medicina. E’ il caso dirlo - sarebbe la medicina giusta - per dare coraggio e voglia di studiare . I ragazzi di oggi, un po’ confusi e demotivati da questo clima di incertezze hanno una crescente sfiducia nel futuro, la terapia giusta dovrebbe essere il tuo libro: Una pillola efficiente, ne sono convinto, molti dovrebbero guarire e forse cercare ci percorrere la tua strada. Scherzandoci su , da buon piemontese , dico sempre la verità.! Ora devo trovare delle insegnanti che accettano e hanno voglia di sviluppare la tua intenzione di fare delle conferenze nelle scuole, cosi parli anche di questo libro e ..... se si riesce a venderne qualche decina non e’ male.
 

Torna alla pagina principale


 

 


 

Recensione inviata da Pier Giorgio Daffara il 19 gennaio 2005

Maccaia

Ho letto "Maccaia", buono l'inizio,discreta la parte centrale, disastrosa quella finale. Alla ricerca continua di scrittori italiani che si cimentino nel "noir" mi sono imbattuto in questo libro, magnifica la collocazione del personaggio nella sua Genova,difficile farlo uscire dal luogo comune di investigatore quasi sfigato e solitario alla ricerca continua di una dimensione ottimale per vivere in pace con se stesso. Quasi scontata la trama con l'innesto di personaggi poco credibili. L'autore può arrivare a ben altre vette inserendo il suo investigatore in situazioni più complesse.
 

Torna alla pagina principale


 

 

 

 


 

Recensione inviata da F. R. il 29 dicembre 2004

Un clone in valigia

Gentile Adriana, sono una giovane epidemiologa napoletana, lavoro a  contratto nella Direzione sanitaria del Policlinico Federico II, con compiti di Epidemiologia valutativa, ho letto in un pomeriggio il suo ultimo libro sulle esperienze in America, non sa quanto mi ci sono ritrovata!!!!
Sono della generazione di medici per cui il DNA ricombinante è  all'ordine del giorno, quanti miei amici di corso hanno fatto gli studenti estivi all'NIH ....io ho fatto laboratorio ( a dire il vero in Finlandia) ...ma sono di quelle negate per questo genere di cose, di quelle distratte che ci mettono tre tentativi almeno per riuscire in
una cosa semplice, però ho imparato a standardizzare i protocolli ed il laboratorio è stata una tappa importante nella mia formazione di epidemiologa ( per non dire quante esperienze umane!!) , che ho poi perfezionato a Buffalo alla UB . Sono ormai 10 anni che lavoro sui dati, l'Epidemiologia dei Servizi non ha un metodo certo, va in progress come una sorta di Barone Rampante col massimo della flessibilità, col massimo del rigore scientifico.
Oggi aiuto un giovane Direttore Sanitario, come lei una donna piena di dubbi e di risorse, con l'entusiasmo e la forza dei miei quasi trenta anni, di un matrimonio riuscito e di una bimba felice di un anno... certo col lavoro precario, pochi sioldi, e non poche difficoltà relazionali Tuttavia amo questo lavoro: è la parte riuscita di un sogno.
 

Torna alla pagina principale


 

 

 

 


 

Recensione inviata da Chiara Pastore il 14 dicembre 2004

Faximile

vorrei segnalare il libro "Faximile, 49 riscritture di opere letterarie", Frilli Editori che è da poco in libreria. Un'antologia di riscritture di opere letterarie di ogni tempo e luogo che è tutta da assaporare! Riscritture dai toni  umoristici ad altre più serie per rivivere l'atmosfera di testi del passato rivisti con parole nuove. Interessante, originale e divertente come idea, anche perché non necessita di una conoscenza dell'opera originale poi riscritta, anzi può essere un invito a riprendere testi già letti e a scoprirne altri che non conosciamo ancora, spaziando da Kafka a Baudelaire, da un papiro egiziano ad un episodio della Bibbia, dal teorema di Pitagora ad Ungaretti, dalla costituzione italiana a Tristano e Isotta. L'autore? Gli autori! Ne sono ben 25, di tutte le età e professioni e si fanno chiamare Homo Scrivens. Hanno scritto e pubblicato il "Manifesto della riscrittura" e da anni anno
un sito di scrittura www.homoscrivens.it in cui offrono uno spazio per pubblicare on-line i propri testi. Insomma un'idea fresca e vitale che nasce da un gruppo di appassionati scrittori e lettori.
 

Torna alla pagina principale


 

 

 

 


 

Recensione inviata da Silvia Mollica il 4 novembre 2004

Trittico del tempo

Il passato inconscio - ancestrale - onirico, si dipana a costruire una trama logica e soprannaturale, reale e fantastica dove il linguaggio, limpido e filtrato, ben si modella alle necessità del racconto, sciogliendosi in dialoghi puntuali e descrizioni efficaci, che affondano nei classici topoi horror-noir.
Un giallo. Un bel giallo. Sintesi semplicistica e d'impatto per un romanzo in cui si sente tutto il lavoro di preparazione storico- artistica che fa da sostegno al libro.
La ricerca di un misterioso quadro di Pellegro Piola, riporta alla Genova del '600, tema iconico che fa da contrappunto alla città moderna, vista con gli occhi di un genovese che vive a Milano, e che si ritrova straniero nella propria città a svelarne i segreti e a ricomporre le tracce della propria infanzia. Una città d'arte d'arte vissuta da dentro e pure con un certo distacco, cela l'immagine di una verità rincorsa dal protagonista peri vicoli, le chiese, i musei.
Il mondo pittorico, la descrizione delle tele, i dialoghi eruditi sostanziano la trama in cui il tema psichico, vero filo ispiratore, emerge lentamente, a tratti, si stempera in una ricerca densa di suspence, si dipana in una coinvolgente e sensuale storia d'amore. E' la ricerca psicologica di segreti sepolti il vero tema che accompagna Lorenzo nella ricerca della verità: ma è inutile cercare lontano.
Il fulcro della vicenda sta dentro di lui, affiora alle soglie del cosciente per poi immergersi in lunghe pagine nel bagagliaio del non-detto, dell'intuito.
Affiora infine nella paura di perdersi, di scivolare nel mondo della follia, esperienza reale di disgregazione dell'io che si scioglie in un mondo ancestrale, antico, rarefatto, senza confini-spazio-tempo: la terra del non detto dove la parola non significa, e, proprio per questo....tace.

 

Torna alla pagina principale


 

 

 


 

Recensione inviata da Ninni Radicini il 13 ottobre 2004

Due cialtroni alla rovescia

Forse dopo "Come inguaiammo il cinema italiano", film diretto da Daniele Cipri' e Franco Maresco, documentario- sceneggiato su  Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, comincera' la valanga editoriale. Ma fino a oggi i libri sui due siciliani si contano nell'ordine di  poche unita'. Uno e' dell'inizio degli anni Ottanta, oggi introvabile; un altro e' quello di Marco Bertolino ed Ettore Ridola, "Franco  Franchi & Ciccio Ingrassia", edito da Gremese nel 2003. L'ultima pubblicazione in ordine di tempo e' il libro di Fabio Piccione, "Due  cialtroni alla rovescia. Studio sulla comicita' di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia", ed. Frilli, con prefazione di Giampiero Ingrassia che poi l'autore intervista insieme a Giuseppe Benenato (fratello di Franco Franchi), Pipolo (con Castellano, autore di alcuni soggetti  e sceneggiature dei primi film di Franco e Ciccio) e Franco Maresco.

Il centro e' una analisi del tipo di recitazione di Franco e Ciccio, che l'autore, attraverso una ricerca storica, dimostra avere una origine differente dalla commedia dell'arte. La mimica, la tipologia delle battute superficialmente etichettate volgari, il modo di  considerare l'interlocutore, e ogni altra caratteristica derivano dalla "vastasata", che era un modo tutto siciliano, e palermitano in particolare, di mettere in scena una rappresentazione in cui il povero, senza nascondere la miseria e la vita disgraziata che conduceva,  provava con ironia spesso pesante a rivalersi sul potere. Questo modo di essere, prima ancora che di recitare, deriva dalle tante culture che si sono sintetizzate in Sicilia a seguito degli altrettanti popoli con cui e' stata a contatto.

Ma Franco e Ciccio sapevano di queste origini? No, non lo sapevano. E questo rende ancora piu' genuina la loro comicita' perche' e'  la dimostrazione che non c'era nulla di artificiale, ammesso che la comicita' si possa costruire in laboratorio. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, attraverso le loro maschere Franco e Ciccio, recitavano con assoluta naturalezza utilizzando delle modalita' che erano connaturate alla cultura da cui provenivano, tanto da non avere nemmeno la necessita' di affermarne o cercarne l'origine - la "vastasata" - perche' gia' presente e ancorata nel loro Dna. In fondo quando si sottolinea, o si pretende, di essere eredi di qualcosa vuol dire che si e' ancora alla ricerca di una identita' e si cerca di ottenere dagli altri una "patente" di appartenenza.

Per Franco e Ciccio questo problema non e' esistito: il loro modo di essere era immediato perche' fisiologico. Ognuno ha sviluppato  questo patrimonio con modalita' differenti, da cui le due caratterizzazioni. Franco comincio' a recitare nelle strade, facendo imitazioni e cantando. Ciccio invece inizia sul palcoscenico, che seppure sgangherato, lo predispose a un metodo piu' sistematico. Cosi' mentre Franco tendeva sempre a dare massima liberta' alla recitazione (assecondato da copioni spesso ridotti al minimo), Ciccio, quando gli era data possibilita', cercava di attenersi a quanto gli sceneggiatori avevano previsto per il suo personaggio. Franco Maresco, durante la presentazione del libro a Palermo, ha ricordato che Ciccio agli inizi di carriera era detto "u superbu", perche' aveva avuto esperienze teatrali, che seppure di non alto livello, lo ponevano "socialmente" al di sopra di Franco che invece era un puro artista di strada. Ha ricordato quando, durante la lavorazione di "Pinocchio", il regista, Luigi Comencini, ad un certo punto disse a Franco che non doveva improvvisare ma attenersi a quanto previsto dal copione.

Franco e Ciccio sfuggono alle classificazioni e sono prototipo di comicita' originale e non riproducibile. E' sbagliato trascinarli nella categoria del cinema "Trash". A parte che il "Trash" e' una invenzione che nasconde soltanto il piacere di essere alternativi perche' - ha ricordato Goffredo Fofi citando Pasolini - e' la solita voglia della piccola borghesia di sporcarsi. Le maschere di Franco e Ciccio erano tali per le origini di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, nati negli anni Venti in famiglie povere, e vissuti in quartieri dove il modo di vivere era caratterizzato da riti secolari e dove i vecchi raccontavano storie che avevano per protagonisti personaggi, maschere, che erano simboli della cultura popolare. Quindi chi in Sicilia, o in genere a Sud, andava a vedere i film con Franco e Ciccio era in grado di sintonizzarsi subito con la loro comicita' perche' attore e spettatore avevano in comune la stessa cultura popolare o culture popolari sostanzialmente simili. Come ha evidenziato Goffredo Fofi, presentando il libro, negli anni Sessanta i film piu' visti gli emigrati siciliani e piu' in genere meridionali nel nord Italia erano quelli di Franco e Ciccio e quelli di Maciste. Mentre per il secondo - l'eroe che contando soltanto sulla forza fisica sconfigge i cattivi - avveniva una traslazione nella figura dell'operaio, per quando riguarda Franco e Ciccio, il dramma dell'abbandono della propria terra diventa motivo in piu' per apprezzare la loro comicita' e il loro successo che diventava in un certo senso motivo di "orgoglio".
 

Torna alla pagina principale


 

 

 

 


 

Recensione inviata da Matteo Caropreso il 17 settembre 2004

La lustraressa di Vicenza

Ho recentemente letto La donna alla fermata di Antonio Caron. L'ho letto d'un fiato, e questo potrebbe sembrare un complimento, ma sono un lettore particolare, un divoratore di libri e se un testo non mi disgusta devo leggerlo in un baleno, ho letto anche Il Rombo di Grass nello stesso modo e non si può certo dire sia uno scritto semplice e di veloce digestione. La donna alla fermata si presta comunque ad una lettura veloce, il semplice fatto di essere un giallo ed avere una logica architettura lo rende veloce, tanto da farci dimenticare o non notare alcuni errori presenti nel testo, forse piccole sviste e forse neologiche formule espressive. Peccato l’intreccio sia deboluccio e l’evoluzione dei fatti narrati piuttosto scontata, sino alla conclusione, “le pagine migliori di questo nuovo giallo” recita una recensione del Secolo XIX, che invece delude e si prolunga ben oltre il suo logico spazio. La donna alla fermata non convince: forse perché all’autore sono sfuggite alcune lunghe ripetizioni, di cui non si comprende la finalità, che affaticano un po’ l’impianto e forse perché non a tutti piace leggere narrazioni che trovano ispirazione in fatti di cronaca. Il testo di Caron potrebbe però essere un giallo godibile, è architettato in modo classico e la costruzione del profilo di alcuni personaggi è indubbiamente riuscita, forse dopo la stesura preliminare un po’ di labor limae sarebbe bastato per renderlo un lavoro più che piacevole. Nonostante avessi deciso, non appena chiuso il libro, di non leggere più nulla di Antonio Caron mi costringerò a ritentare, forse avrò più fortuna!

 

Torna alla pagina principale


 

 

 


 

Recensione inviata da Luca il 20 gennaio 2004

L'imprevisto

Un libro decisamente stravagante e fuori dall'ordinario.
I racconti fuorvianti di un millantatore si mescolano in una trama decisamente surreale, ci illudiamo di avere tra le mani un libro giallo e ci rendiamo conto di leggere qualcosa intriso di romanticismo e follia.

Siamo a Genova, ma nessuno ce lo dice chiaramente, troviamo piccoli messaggi che solo il lettore "zeneise" recepisce in toto, poi improvvisamente si viene catapultati in costa azzurra, la trama purtroppo soffre un po', e l'unico filo conduttore sono le vicende dei protagonisti raccontati in prima persona dai diversi autori del libro.

Del giallo resta poco e niente, non c'è traccia di indagini, solo una breve ricostruzione di alcuni fatti, per il resto questo libro non è un poliziesco, ma in fondo lo dicono anche gli autori qui non si racconta un giallo qui si raccontano vicende unite tra loro da una serie di imprevisti.

Soluzione? Lasciarsi trasportare dalla scorrevole vicenda!

 

Torna alla pagina principale


 

 


 

Recensione inviata da Claudio Palmieri il 14 ottobre 2003

Nero italiano

Pensate all'Italia fascista, però non cercate l'immagine nei ricordi delle vostre letture di storia, ma pensate ad un'Italia diversa, che non è entrata al fianco della Germania nazista nel Secondo Conflitto Mondiale, ma che, al pari della vicina Svizzera, ha evitato quella guerra giocando la carta della neutralità. Benito Mussolini non è stato ucciso a colpi di arma da fuoco, ma è morto per un'attacco cardiaco il 25 Aprile 1944 e il suo posto da condottiero del regime fascista è stato preso dal genero Galeazzo Ciano. Al momento in cui vi parlo, ci troviamo nel 1976 e la dittatura fascista, a 54 anni dal suo avvento, è affannata e agonizzante. L'Italia è un paese soggetto ad un austerity permanente a causa delle ristrettezze energetiche indotte dal ferreo isolamento politico-economico che lo schiaccia tra le potenze occidentali ed il blocco Sovietico. Neanche i possedimenti coloniali sono in grado di lenire questa condizione cronica, essendo essi, per il nostro Paese, fonte di problemi più che di risorse. Difatti, il liso impero coloniale italiano è scosso da sanguinose rivolte che costringono il governo centrale a dislocare annualmente decine di migliaia di militari italiani per garantire l'ordine nelle terre di confine.

Vi prego, non prendetemi per pazzo, non sono fuori di me; vi sto solo anticipando come Giampietro Stocco, nel suo romanzo "Nero Italiano" edito dalla Fratelli Frilli Editori (2003, prezzo 8,50 Euro), si immagina sarebbe andata la nostra storia se l'Italia non fosse entrata al fianco dei Nazisti nella Seconda Guerra Mondiale.
Le vicende narrate nel romanzo di Stocco si svolgono a cavallo tra il 1976 ed il 1977 in un'Italia fascista guidata da un oramai vecchio e stanco Galeazzo Ciano a cui il ruolo e la carica di Duce pesano più che mai. E proprio una svolta politica che lo tiri fuori da questa oramai obsoleta e scomoda posizione di potere quella a cui sta pensando il vecchio Ciano quando appoggia la strategia proposta da un giovane politico deciso ed intraprendente, Maria De Carli. La De Carli, una volta nominata ministro degli esteri, attua un avvicinamento strategico-economico all'Unione Sovietica guidata da Breznev e, sul fronte interno, spinge per ottenere un'apertura del regime al confronto con le altre forze politiche.

Grazie alle importazioni dall'Unione Sovietica le ristrettezze energetiche terminano e, seguendo il programma proposto dalla De Carli, l'Italia sembra muoversi verso libere elezioni. Anche il sostegno del Re Umberto II di Savoia non si fa attendere, tanto che il Re d'Italia investe la De Carli della carica di Presidente del Consiglio dei Ministri di un Governo in cui, finalmente, rientrano alcuni dei partiti banditi dal regime fascista. Il meccanismo dell'uscita dal regime totalitario sembra oramai avviato, gli Italiani intravedono la fine di un regime durato troppo a lungo e guardano apparire all'orizzonte il ritorno delle libertà che 54 anni di dittatura avevano loro negato. Tutto sembra andare per il meglio, ma anche in questa Italia alternativa, in questo nostro Paese che in un'altra dimensione spazio-temporale ha avuto un'evoluzione storica diversa, la politica non è limpida e i suoi giochi sono meno che mai lineari.

Giampietro Stocco, attingendo dalla nostra storia, imbastisce una trama fanta-politica intrigante, piena di azione e suspance, degna dei thriller che ci arrivano da oltreoceano. Dopo una partenza lenta, che deve la sua pesantezza al carattere eccessivamente descrittivo della narrazione, il suo romanzo si sviluppa ed accelera conducendoci attraverso un travolgente dipanarsi di vicende ed avvenimenti, punteggiati da numerosi colpi di scena.

Lo stile della scrittura ha un taglio giornalistico, coerente con il background dell'autore che è giornalista della Rai attualmente attivo nel TG regionale della Liguria. La prosa è diretta, senza fronzoli, adatta ad un romanzo di azione. La struttura della storia si avvale di una buona integrazione tra le vicende fantastiche create dalla mente dell'autore e alcune verità storiche. Così anche in questa Italia fantastica troviamo il movimento studentesco, i movimenti di estrema sinistra, le bande armate e poi personaggi quali Papa Paolo VI e altri ispirati a politici realmente esistiti.

Tra l'altro, Giampietro Stocco ha ambientato il suo romanzo a Roma. Il lettore si troverà così a muoversi tra Città Universitaria, Stazione Termini e Piazza Venezia, seguendo i cortei studenteschi, o a nascondersi nelle stradine secondarie che si dipartono da via del Corso per sfuggire a pericolose situazioni di guerriglia urbana. Per alcuni episodi, la narrazione, così strettamente legata ai luoghi della capitale, si rivela particolarmente efficace per chi ha dimestichezza con quella città.

I personaggi, dal protagonista, il giornalista televisivo Marco Diletti, passando al politico Maria De Carli, fino ad arrivare a Galeazzo Ciano, sono delineati con tratto sicuro e caratterizzati con uno spessore psicologico adatto ad un romanzo d'azione. Alcune vicende sono al limite del credibile, ma risultano accettabili nel complesso della visione fanta-politica del romanzo. Il finale è aperto a diverse considerazioni e questa è una buona cosa.

Concludo con un appunto che va fatto alla casa editrice Fratelli Frilli: non ho infatti digerito la scelta tipografica che vede la mancanza dell'"a capo" quando, nel discorso diretto, la parola passa da un interlocutore ad un altro e quando, nella narrazione, si presenta un cambiamento di scena. Questa scelta, forse legata allo scopo di limitare il numero di pagine complessivo del libro, all'inizio induce il lettore in confusione e, nel seguito, una volta che egli abbia preso confidenza questa scelta stilistica, lo affatica in maniera ingiustificata. Una pecca auspicabilmente eliminabile in una seconda edizione.
 

Torna alla pagina principale


 

 

 
 

Recensione inviata da Simone Falanca il 29 marzo 2003

Ripensare la polizia

“Ci siamo scoperti diversi da quello che pensavamo di essere”. Così l’ex vicequestore Ps Angela Burlando analizza, a distanza di un anno e mezzo, il G8 di Genova vissuto dalla polizia. Il lucido commento della Burlando è riportato all’interno di un libro-documento basato sulle testimonianze di anche altri appartenenti alle forze dell’ordine che avevano preso parte al G8. Queste preziose testimonianze sono state raccolte da Marcello Zinola, giornalista del Secolo XIX di Genova, nel volume Ripensare la Polizia (Fratelli Frilli Editori). Il libro pone ai lettori importanti interrogativi. La polizia durante i giorni infuocati del luglio 2001 fu usata come strumento inconsapevole della repressione? Ci fu una strategia preventiva precisa e razionale? Oppure come afferma Zinola “sulla gestione dell’ordine pubblico ha influito soprattutto la necessità, per i vertici della Polizia, di rendersi credibili e affidabili con il nuovo governo di centrodestra?” L’autore attraverso interviste ai protagonisti degli eventi, compreso Canterini, il comandante del celebre reparto mobile romano che fece irruzione alla Diaz, ricostruisce con estrema efficacia e immediatezza il quadro dei fatti. Quello che ne esce è uno spaccato non solo sulle forze di polizia e la loro formazione, ma soprattutto sul rapporto tra le forze dell’ordine e i basilari principi della legalità democratica. Genova 2001 ha rappresentato uno spartiacque doloroso, come afferma Nando Dalla Chiesa nella prefazione del libro, nel dibattito sullo Stato di diritto, sulla sicurezza, sull’uso della forza nei sistemi democratici. Temi cruciali quando si vuole tastare la serietà di ogni progetto di governo, o quando si vuole vedere alla prova dei fatti la cultura riformatrice e democratica di un Esecutivo. Uno dei capitoli più interessanti del libro è quello che riporta l’intervista di Zinola a Salvatore Palidda, studioso specializzatosi da tempo nella sociologia della sicurezza: “È del tutto fantasioso pensare che a Genova ci sia stata una regia o una precisa razionalità in quello che è successo. C’erano diversi attori che, ognuno per conto suo, hanno perseguito un loro disegno che si riassume nell’obiettivo di mostrare i muscoli (…) È assai probabile che una parte dei carabinieri avesse la chiara intenzione di mettere in scacco la gerarchia di De Gennaro. La loro modalità operativa è, infatti, singolare: come mai lasciano un furgone isolato in mezzo ai manifestanti che possono distruggerlo (vedi riprese televisive)?”, emerge quindi in maniera evidente “la rottura della gestione negoziata e pacifica delle regole del disordine”. Si mescolano così nelle pagine di questo insolito libro-documento, punti di vista contrastanti, aperture alla riflessione e chiusure corporative, ammissioni di verità e pregiudizi ideologici. L'autocritica è solo parziale, la solidarietà è spesso malintesa e, comunque, non scarica i colleghi inquisiti, ma attacca i pochi appartenenti alle forze dell'ordine che hanno testimoniato di fronte alla magistratura: “non siamo stati cileni, vogliono farci passare da vittime a boia dopo che a Genova in migliaia hanno condiviso la violenza dei Black bloc”. Uno dei più importanti interrogativi che pone l’autore, prima di tutto a se stesso, e poi ai suoi interlocutori è se quello che è accaduto a Genova fosse stato davvero inevitabile. Le risposte sono state varie. Zinola per rispondere fa giustamente più volte il paragone con quanto è accaduto nel novembre del 2002 a Firenze in occasione del Social Forum Europeo. Un milione di manifestanti proveniente da tutta europa, eppure nessuno scontro, nessun ferito, nessuna carica della polizia. Nell’occasione fu fondamentale il cambiamento di approccio da parte del ministero dell’Interno, nel frattempo preso in carica da un altro ministro. No, la mattanza di Genova non fu affatto inevitabile.
 

Torna alla pagina principale


 

 

 
 

Recensione inviata da Claudio Palmieri il 29 marzo 2003

La Mala-Ricetta

ISF: una sigla che non dice niente all'uomo comune eppure ciascuno di noi avrà avuto a che fare, almeno una volta, con un Informatore Scientifico del Farmaco, appunto un ISF. Ma certo, proprio uno di quei "rappresentanti di medicinali" che, armati di borsa di pelle e di un sorriso minaccioso, nella fila dal medico di famiglia ti soffiano il posto e s'infilano nello studio sibilando che "ogni tre pazienti tocca a loro". Così facendo gli ISF si guadagnano simpatia e famigerata fama tra i milioni di pazienti che frequentano le sale d'attesa dei medici di famiglia italiani.
E proprio di ISF parla "La Mala-Ricetta", il libro firmato da Informatore Anonimo, illuminandoci sul lavoro che questa categoria svolge basandosi sul mercato plurimiliardario dei medicinali e sulla strana forma di marketing che vi sta dietro. Il libro in questione in 11 capitoli, sei rilassanti stacchetti, due appendici, una lettera aperta e un glossario ci apre gli occhi su di un universo che ha dell'incredibile. Credetemi!
Partiamo dalle cifre che ci fanno subito aprire gli occhi sulla caratura del mercato di cui il libro parla. Nel 1998 il mercato del farmaco in Italia valeva 25.402 miliardi (venticinquemilaquattrocentodue miliardi = 25.402.000.000.000) di Lire di cui 13.199 miliardi erano a spese dello stato (cioè a spese nostre!). Viene subito da dire, come fa lo stesso autore di questo libro denuncia, citando Totò: "alla faccia del bicarbonato di sodio". E' vero, queste sono cifre che fanno girare la testa, ma il concetto che l'industria farmaceutica faccia girare enormi capitali forse è già noto a molti. Ciò che però non è così noto è che, se negli altri paesi del mondo l'industria farmaceutica oltre che vendere farmaci, li fabbrica e soprattutto fa ricerca per studiarne di nuovi, in Italia invece, il 79% del fatturato dell'industria farmaceutica (notate quasi i quattro quinti!) è costituito da confezionamento. Che significa questo? Che quasi l'80% del fatturato farmaceutico italiano è risultato di aziende farmaceutiche che non fanno altro che inscatolare prodotti preparati da altri. In alcuni casi non fanno altro che stampigliare i loro marchi su prodotti già confezionati. Ora cosa potete aspettarvi da aziende che praticano questa attività e che magari si trovano su un "mercato" in cui lo stesso farmaco, o meglio lo stesso principio attivo, ha 29 diversi marchi? Bene, esse "usano" gli ISF per "spingere" il più possibile il loro prodotto. E come si fa? Qui La Mala-Ricetta ci spiega tutti i trucchi del mestiere dai mediamente puliti ai più sporchi.
Per un dentifricio o per uno shampoo basta la pubblicità, ma per le medicine come si può fare? I più ingenui di noi penseranno che per ottenere "la promozione" di un dato farmaco basti fornire i medici di un certo numero di "gadget"; magari una bella penna con il marchio della casa farmaceutica ed il nome del prodotto, o magari un bel convertitore lire-euro con i tasti grandi e colorati. E che ne direste se tra i gadget ci fossero anche telefoni cellulari, televisori, computer e, magari, automobili? Proprio così, altro che blocchetti di Post-it, questi ultimi sono i "veri gadget" che l'Informatore Anonimo ha visto circolare durante la sua carriera da ISF.
Siete sorpresi? Bene, riprendetevi un attimo perché non è ancora finita. Questo libro ci spiega come il comparaggio, così si chiama l'atto di dare qualcosa al medico per avere in cambio la prescrizione di un farmaco di una data casa farmaceutica, in Italia (e pare che altrove sia attuato così ampiamente solo in Giappone) ha assunto dimensioni incredibili e oltre che coprire i medici di oggetti di valore e di denaro sonante, ha adottato la scandalosa politica del "congresso balneare". Le case farmaceutiche offrivano ai medici (e credo offrano ancora) dei congressi all'estero durante i quali, nominalmente si faceva attività di divulgazione e di aggiornamento scientifici, mentre, in realtà, ai sanitari veniva garantita una settimana di vacanza "tutto compreso" su una qualche spiaggia esotica.
Al loro ritorno in Italia i medici, riposati e ben abbronzati, avevano l'unico "obbligo" di essere particolarmente benevoli con la casa farmaceutica che si era premurata di pagare il loro "congresso balneare" e così, ai loro pazienti, avrebbero propinato il farmaco o i farmaci di una ben precisa marca.
La politica del comparaggio si complica se pensate a quante sono le case farmaceutiche in Italia e quante, quindi, possono essere le tentazioni per un medico di famiglia. Così, tra gli innumerevoli professionisti seri, e ce ne sono, c'è stato (e forse c'è ancora) chi ha cavalcato alla grande l'onda di questo malcostume meritandosi, nel gergo degli ISF, la nomea di "mandibolone". Alla faccia del Giramento di Ippocrate!
A questo punto viene spontaneo chiedersi: tutto questo comparaggio doveva costare una tombola alle industrie farmaceutiche; ma i soldi da dove venivano? Buona domanda! La risposta la troviamo comparando (che bel gioco di parole!) le spese per la ricerca scientifica delle industrie farmaceutiche di alcuni paesi europei in percentuale al loro fatturato:
Italia 2.32 %
Francia 7.39 %
Germania 8.18 %
Gran Bretagna 10.31 %

L'Informatore Anonimo a questo punto ci illumina; facendo riferimento a chi dopo di noi investe di meno, cioè la Francia, abbiamo:
differenza percentuale investimenti in ricerca
Italia - Francia = 7.39% - 2.32% = 5.07%

Come già detto nel 1998 in Italia il fatturato dell'industria farmaceutica è stato di 25.402 miliardi di Lire per cui il 5.07% di questa cifra è pari a 1287.88 miliardi di Lire. Bene, questi soldi invece che andare a finanziare la ricerca scientifica come in Francia e negli altri paesi citati, sono probabilmente stati utilizzati per degli "investimenti" dove l'investimento, che nelle industrie normali indica i soldi spesi per migliorare i prodotti ed i servizi, nelle aziende farmaceutiche italiane (o almeno in molte di esse) rappresenta quanto viene speso per viaggi, cene, premi in denaro e gadget per foraggiare i medici usi al comparaggio.
Impressionante, scandaloso, incredibile, ma è tutto vero? La cronaca di qualche mese fa ha portato alla luce qualcosa di questa sporca vicenda, ma la testimonianza di prima mano de "La Mala-Ricetta" ci fa intendere che ciò che abbiamo sino ad ora letto sui giornali è solo la punta di un iceberg. Quindi, se su questo malcostume Italiano volete saperne di più, vale la pena leggiate questo libro in cui l'Informatore Anonimo, con una certa dose di umorismo e una scrittura fluida, ci documenta accuratamente regalandoci anche una piacevole lettura.
 


Torna alla pagina principale