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Martiri per l'Irlanda
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Le Monde Diplomatique
Le ragioni dell'Ira
di Orsola Casagrande
La Padania
L'IRA dell'Ulster in lotta
per la libertà
di Alberto Lombardo
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Da
Le Monde Diplomatique
del Giugno 2004
Irlanda del Nord
Le ragioni dell'Ira
di Orsola Casagrande
Il 5 maggio 1981, dopo sessantasei giorni di sciopero della
fame, moriva nel carcere di Long Kesh a Belfast Bobby Sands. Alla morte del
militante repubblicano ne sarebbero seguite altre nove. Nel suo libro Martiri
per l'Irlanda. Bobby Sands e gli scioperi della fame (Fratelli Frilli,
15.50 euro), Manuele Ruzzu cerca di rispondere ad alcuni degli
interrogativi che la lunga lotta (lo sciopero della fame durò sette mesi) dei
detenuti politici irlandesi suscitarono nel 1981. Quando improvvisamente e nel
modo più tragico il nord d'Irlanda e la lotta di liberazione dell'Ira fecero
irruzione nella vita dell'Europa che finora si era dimenticata di quella guerra
in casa, molte furono le manifestazioni di solidarietà (da parte di chi invece
il conflitto anglo-irlandese non l'aveva mai dimenticato) e forte fu il senso di
smarrimento provocato dal metodo scelto dai detenuti repubblicani per
rivendicare sostanzialmente i loro diritti di prigionieri politici.
Infatti Bobby Sands e gli altri chiedevano principalmente cinque cose: il
diritto a non indossare l'uniforme carceraria; il diritto a non svolgere lavori
all'interno del carcere; il diritto di associarsi con altri detenuti; il diritto
ad una visita, una lettera e un pacco settimanali e all'organizzazione di
attività educative e ricreative; ripristino del condono perso in seguito alla
dirty protest (la protesta della sporcizia). Lo status di prigioniero politico
era stato infatti revocato dal governo inglese nel 1976. Fino al 1980 i detenuti
avevano organizzato una serie di proteste tra cui la dirty protest (imbrattando
i muri della cella con i propri escrementi, rifiutando di lavarsi e radersi), la
blanket protest (rifiutando di indossare l'uniforme tenendo addosso solo una
coperta). Ma visto che nulla aveva smosso il governo britannico, i detenuti
decisero di avviare lo sciopero della fame. L'opposizione di Margaret Thatcher
(eletta premier nel 1979) di fronte alle richieste dei prigionieri fu totale.
Con il cinismo che le guadagnò il soprannome di Lady di Ferro, Thatcher disse
dei detenuti che digiunavano che «gli uomini della violenza hanno giocato la
loro ultima carta. Se vogliono morire che muoiano».
Il libro di Ruzzu è interessante perché oltre a ricostruire il background
storico e politico che portò agli scioperi della fame del 1981, analizza anche
l'utilizzo del digiuno (e quindi del proprio corpo) come arma nella società
celtica. Non c'era infatti sgarbo maggiore per chi avesse commesso un torto che
ritrovarsi la vittima sulla soglia di casa a digiunare per chiedere giustizia.
Lo sciopero della fame infatti risale all'era pre-cristiana quando l'Irlanda era
assoggettata alle leggi e ai codici orali, le cosiddette leggi di Brehon. Il
Troscad (digiuno per o contro una persona) o Cealachan (ottenere giustizia
attraverso il lasciarsi morire di fame) facevano parte del codice civile,
Senchus Mor. Ruzzu poi racconta in modo preciso (attingendo a comunicati,
scritti e analisi spesso redatti dagli stessi detenuti repubblicani) il
passaggio (e le scelte, anche sofferte) da una forma di protesta ad un'altra.
Nella sua ricostruzione delle motivazioni politiche dei detenuti Ruzzu inserisce
anche le opinioni e il tormento dei familiari dei giovani guerriglieri dell'Ira
e dell'Inla che stavano per intraprendere lo sciopero della fame. L'autore entra
nel dilemma di molte famiglie, strette tra la promessa fatta ai figli di non
autorizzare l'alimentazione forzata e l'angoscia e il rifiuto di vedere morire
tra terribili sofferenze quei giovani uomini. C'è poi un capitolo dedicato a
Bobby Sands, al suo percorso politico fino alla scelta della lotta armata.
Scriveva Sands (che quando morì aveva appena 27 anni) «ciascuno ha un contributo
da dare, grande o piccolo che sia, alla lotta di liberazione irlandese». Sono le
parole umili non di chi aspira a diventare un martire o un eroe ma di chi è
consapevole che la lotta di liberazione di un popolo, la sua aspirazione di
libertà passa anche attraverso scelte difficili, a volte attraverso la morte. Ma
non per desiderio di martirio come sottolinea in un altro libro Tommy Gorman ex
detenuto politico. È Richard English nel suo La vera storia dell'Ira (Newton &
Compton, 2004, 17,90 euro) a citare Gorman: «Nessuno amava la vita come Joe
McDonnell», dice il repubblicano a proposito di uno dei dieci detenuti che
persero la vita nel 1981. Il libro di English (giovane docente di dottrine
politiche alla Queen's University di Belfast) ha un preciso obiettivo che
l'autore esplicita nella sua prefazione: scoprire le ragioni nascoste, e le
relative conseguenze, che hanno spinto l'Ira a compiere determinate azioni e
scelte cercando di comprendere l'organizzazione nei molteplici contesti
sovrapposti, quello nordirlandese, quello della Repubblica, quello inglese, ma
anche quello intellettuale, storico, sociale, pubblico e privato.
Obiettivo alto che English raggiunge solo in minima parte, preoccupato com'è di
apparire imparziale (o comunque mai sbilanciato dalla parte del movimento
repubblicano).
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Da La Padania
del 4 maggio 2004
Il libro della settimana
L'IRA dell'Ulster in lotta per la libertà
di Alberto Lombardo
Negli ultimi anni la politica internazionale ha preso a
monopolizzare quasi quotidianamente gli spazi principali nei giornali cartacei,
televisivi e radiofonici; e il copione che si ripete in forme varie è quello
della strenua lotta fra civiltà e religioni. In varie aree del mondo si assiste
al feroce scontro tra varietà del monoteismo (ebraico, cristiano, musulmano), i
cui seguaci più accesi spesso si macchiano di azioni indegne. Tali scenari
drammatici distolgono oggi l'attenzione dei media da un'altra situazione di
strisciante guerriglia urbana, che vede ancora una volta per protagonista la
protervia "atlantica", e che è ben più vicina a noi: quella delle sei contee
dell'Irlanda del Nord. Una terra nella quale, nonostante un tanto celebrato
trattato di pace, è ancora presente una massiccia presenza militare britannica,
muri dividono le città, vi sono quartieri di fatto inaccessibili per metà della
popolazione, il filo spinato fa da contorno agli edifici e lo scontro fisico è
all'ordine del giorno.
Per comprendere la realtà odierna dell'Ulster e dell'intera nazione irlandese è
necessario conoscerne la storia travagliata, fatta di una lotta secolare e
impari contro il potente impero dell'isola vicina. Oltre a "La vera storia dell'I.R.A."
di Richard English (Newton & Compton), una buona guida è "La storia segreta
dell'I.R.A." di Ed Moloney (Baldini Castoldi Dalai ed.), un testo con grossi
pregi, tra cui certamente quello di fornire una quantità impressionante di
informazioni poco note, e non meno difetti: tra questi ultimi spicca l'eccessiva
devozione dell'autore verso la "nuova generazione" di dirigenti dell'esercito
repubblicano. Si tratta di quella dirigenza, infatti, che ha voluto e promosso
lo scivolamento ideologico dell'I.R.A. verso il partitismo, il marxismo e il
terzomondismo e che per un periodo ha avuto anche un intenso flirt con la Libia
di Gheddafi (ormai i veri "modelli culturali" cui fa riferimento il Sinn Féin,
partito ufficiale di riferimento del nazionalismo nordirlandese, sono Nelson
Mandela e Che Guevara, piuttosto che Padraig Pearse: e questo forse spiega anche
il fallimento dei progetti più ambiziosi e autenticamente rivoluzionari).
Per la popolazione cattolica di Belfast un modello "eroico" di riferimento resta
invece Bobby Sands, membro dell'I.R.A. caduto dopo 66 giorni di sciopero della
fame nei "Blocchi H" del carcere di Long Kesh, dopo avere subito una serie di
torture inimmaginabile: un simbolo di lotta e di resistenza caratteriale
indomita che ancora oggi, a ventitré anni dalla morte, è oggetto di studio in
due libri molto interessanti, di recente pubblicazione. "Martiri per
l'Irlanda. Bobby Sands e gli scioperi della fame" di Manuele Ruzzu (Fratelli
Frilli Editori) e "Bobby Sands. Il combattente per la libertà" di Pierluigi
Spagnolo (Editrice L'arco e la corte) ricostruiscono la travagliata vicenda
umana e politica di Sands, entrambi vibrando di una sincera passione e
compartecipazione per la tragedia narrata. Testi che rivelano come gli uomini
capaci di scegliere la morte per servire un grande ideale possano esercitare
fascino anche in tempi confusi e rinunciatari come i nostri: e che l'idea
dell'autonomia e della sovranità non può essere vinta completamente neppure con
decenni o secoli di ingiusta occupazione.
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