I traditi di Corfù
I traditi di Cefalonia

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Corriere della Sera
Strage di Cefalonia, il comandante italiano sotto accusa

di Antonio Carioti

Progetto Babele
I traditi di Cefalonia

di Carlo Santulli

Culturalweb
Documenti inediti sulla strage di Cefalonia

di Maurizio Pizzuto

ASCA
Presentato 'I traditi di Cefalonia'

Il Lavoro
Corfù e Cefalonia, due volte traditi

Bari Sera
Corfù, settembre 1943
di Felice Laudadio

Il Giornale di Vicenza
Cefalonia: gravi responsabilità del Generale Gandin?

di Luca Valente

Italia-Iraq
I traditi di Cefalonia

Il Secolo XIX
Una lettera inedita accusa il generale Gandin

di Paolo Battifora

Italia-Iraq
I traditi di Corfù

Il Tempo
L' "eroe" di cui non c'era bisogno

di Marco Patricelli

La Nazione
Corfù e i soldati italiani potevano essere salvati
 


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dal Corriere della Sera del 25 gennaio 2005

Un ricercatore attribuisce al generale Gandin la responsabilità
della tragedia: troppo debole verso i nazisti. Che poi lo fucilarono

Strage di Cefalonia,
il comandante italiano sotto accusa
 

di Antonio Carioti

Cefalonia fa discutere da sempre. La retorica ufficiale considera il sacrificio della divisione Acqui un episodio glorioso, Sergio Romano l’ha invece definito una «pagina nera della storia militare italiana». Ma la tesi del ricercatore fiorentino Paolo Paoletti suona particolarmente polemica: a suo avviso il maggiore responsabile della tragedia fu il comandante della divisione, generale Antonio Gandin, insignito della medaglia d’oro alla memoria. Andiamo con ordine. Come tutti sanno, nelle isole greche di Cefalonia e Corfù la divisione Acqui, dopo l'8 settembre 1943, rifiutò di consegnare le armi e cercò di trattare un onorevole ritorno in patria, ma venne aggredita e sopraffatta. Seguì l'uccisione di buona parte dei prigionieri da parte dei tedeschi: circa duecento ufficiali, compreso Gandin, e quattromila soldati perirono nella strage.
L’attenzione di Paoletti si è concentrata sul negoziato condotto dal generale italiano con il tenente colonnello Hans Barge, che comandava le forze della Wehrmacht sull’isola dello Jonio. Dopo aver svolto accurate ricerche sui documenti disponibili, non solo nel nostro Paese, ma anche nell’archivio militare tedesco di Friburgo, lo studioso toscano ha scritto un libro, I traditi di Cefalonia (Fratelli Frilli, pp. 351, 19,50), che getta pesanti ombre sulla figura di Gandin. «Non a caso - dichiara - il manoscritto è stato rifiutato da Mursia, che aveva pubblicato due miei libri precedenti. E l’uscita del volume è stata seguita da un eloquente silenzio».
L’autore accusa il comandante di aver tenuto un atteggiamento debole nei confronti dei tedeschi, allo scopo di ottenere un rientro in patria che, nelle condizioni date, significava tornare nelle regioni italiane occupate dai nazisti. «Il primo ordine di Gandin - ricorda Paoletti - è il ritiro dal nodo strategico di Kardakata, che viene ceduto alla Wehrmacht il 9 settembre, senza colpo ferire, come segno di buona volontà nelle trattative di resa. Nel frattempo il generale si rifiuta di parlare con la missione militare alleata presente a Cefalonia».
Poi però, con i negoziati in corso, la situazione precipita: «Il 12 settembre i tedeschi s’impadroniscono con la forza di alcune batterie italiane. E Gandin ordina di non reagire. All’indomani i nazisti sbarcano uomini e mezzi sull’isola, in violazione dello status quo , e vengono presi di mira dall’artiglieria della Acqui. Ciò nonostante, lo stesso giorno 13, il comandante italiano raggiunge un accordo di resa, che comporta la cessione delle armi pesanti».
Siamo giunti al momento cruciale: «Nella notte fra il 13 e il 14 si tiene la famosa "consultazione" dei reparti. Il comandante della Acqui propone ai suoi uomini tre opzioni: combattere al fianco dei tedeschi; cedere le armi e arrendersi; affrontare la Wehrmacht. Quando la truppa risponde che intende battersi, Gandin invia a Barge un messaggio il cui contenuto - denuncia Paoletti - è stato a lungo mutilato della frase iniziale, la più significativa: "La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine di raccogliersi nella zona di Sami". In questo modo, definendo i suoi uomini degli ammutinati, il generale li espone all’atroce rappresaglia tedesca, che viene attuata nei giorni successivi su ordine di Hitler. Così si spiega l’unicità degli avvenimenti di Cefalonia e Corfù: solo in quelle isole i soldati italiani che avevano resistito dopo l’8 settembre vennero sterminati in massa dopo la resa».
La polemica ha un precedente di sessant’anni fa. I militari italiani risparmiati dai tedeschi e rimasti a Cefalonia dopo l’eccidio costituirono un gruppo partigiano e si conquistarono numerose benemerenze presso gli alleati. Al ritorno in patria però accusarono il defunto Gandin, considerato un eroe, di aver compromesso le possibilità di resistenza della divisione. In seguito l'accusa si rovesciò: alcuni dei sopravvissuti furono inquisiti per insubordinazione nei riguardi di Gandin, poiché nel settembre 1943 avevano sollecitato più fermezza verso i tedeschi. Gli imputati vennero prosciolti in fase istruttoria, ma il loro contributo alla lotta contro il Terzo Reich, sottolinea Paoletti, è stato quasi dimenticato: «Erano scomodi, un po’ come il mio libro, e per questo si è preferito cancellarli dalla memoria collettiva».
 

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da Progetto Babele del giugno 2004

I traditi di Cefalonia
 

di Carlo Santulli

La discussione storiografica sul fascismo, sviluppatasi in particolare sulla scorta degli studi che Renzo De Felice ha pubblicato dagli anni ‘60 in poi, ha portato ad un approfondimento della complessità di questo fenomeno, che nel bene o nel male ha caratterizzato la storia italiana per un ventennio. Alcuni recenti studi hanno cercato di far luce sull’origine, l’affermarsi e la caduta del fascismo: possiamo ricordare la “Storia delle origini del fascismo” di Roberto Vivarelli, o lo studio di Angelo d’Orsi sulla vita culturale a Torino negli anni ‘30. Un periodo cruciale per quest’analisi rimane quello della nostra partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale come alleati dei tedeschi, perché inevitabilmente coinvolge un ripensamento globale del fenomeno della Resistenza.
Indro Montanelli parlava di “due resistenze”, quella ufficiale, immortalata dalle celebrazioni del 25 aprile, e quella dimenticata di chi ugualmente soffrì e patì sotto l’occupazione tedesca, ma che per una serie di motivi non ha avuto diritto agli stessi onori ed allo stesso riguardo. Anche i tantissimi italiani che sono caduti nel periodo della cobelligeranza coi tedeschi hanno subito la stessa dimenticanza, alla quale gesti recenti, come quello della visita del ministro Tremaglia al sacrario dei caduti di El Alamein (2001), vogliono rimediare.
Non posso nascondere che si tratta di un discorso maledettamente difficile, quello che il libro accurato ed appassionato di Paolo Paoletti vuol riaprire. Maledettamente difficile, perché sono problematiche complesse e dolorose, ma d’altro canto l’analisi del passaggio dalla guerra voluta dal fascismo alla Resistenza non si può evitare, se si vuole parlare della nostra storia recente. Allo storico spetta, e Paoletti cerca di farlo, il compito di cercare di attribuire responsabilità a chi le ebbe, e di offrire, ove necessario, riparazione per i torti subiti. Come vale forse la pena di ricordare, la storia della Resistenza parte dall’otto settembre 1943, per effetto dell’armistizio concessoci dagli Angloamericani, con la conseguente invasione tedesca del nostro paese. Da subito, gruppi di soldati e di semplici cittadini prendono le armi contro l’invasore: tuttavia la maggior parte del nostro esercito si sfascia, e questo è all’origine dell’invasione tedesca di buona parte del nostro paese e di oltre un anno e mezzo di guerra civile. La Resistenza è stata sempre rappresentata come una scelta coraggiosa: difficile immaginarlo nel caso specifico di quei militari italiani che si erano trovati dopo l’armistizio su un’isola, come Cefalonia (ma lo stesso accadde a Corfù ed in altre isole greche) in “compagnia” dell’ex alleato tedesco.
Eppure, anche a Cefalonia la scelta, e ugualmente coraggiosa, ci fu: l’autore mostra come ci fosse un ventaglio di opzioni possibili, compresa quella di schierarsi coi tedeschi, disobbedendo alla scelta di campo del re e di Badoglio, che dovevano assicurare che ogni ostilità cessasse nei confronti degli angloamericani. Oppure ci si poteva arrendere, sperando in una soluzione pacifica del confronto coi tedeschi, o più ragionevolmente che i nostri nuovi alleati ci tirassero fuori dall’isola, rimpatriando i nostri soldati, come le clausole dell’armistizio prevedevano.
Le cose andarono diversamente: e dopo lunghe trattative gli Italiani furono attaccati e sopraffatti, in particolare per l’apporto determinante dell’aviazione tedesca; alla sconfitta seguì un insensato massacro, solo parzialmente spiegabile col delirante ordine di Hitler di non fare prigionieri, nel senso di uccidere chi cadeva in mano tedesca. L’analisi storica di Paoletti si concentra con estremo puntiglio sui due elementi chiave del dramma di Cefalonia: i motivi del massacro della Divisione Acqui, ed il comportamento del generale Antonio Gandin, che la comandava. Lo storico ritiene che il comandante non sia esente da responsabilità per quello che accadde. Non è una tesi facile da sostenere, perché Gandin, oltre a perdere egli stesso la vita a Cefalonia, è stato insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Ci vogliono elementi nuovi, e Paoletti ne porta un gran numero, dopo ricerche accurate in archivi italiani e tedeschi. Il documento più “pesante” è una lettera di Gandin al comandante tedesco Lanz, che definiva “ribelle” la divisione che egli stesso comandava. Sarebbe questa lettera, e non altro, che avrebbe indotto Hitler ad emanare il Sonderbefehl (“trattamento speciale”: uno di quei terribili eufemismi della follia nazista) che originò il massacro.
Perché ribelli? Si tratta di capire che cosa accadde a Cefalonia tra l’otto ed il quindici settembre 1943, quando gli Italiani (e non i Tedeschi, come comunemente si riteneva) vennero attaccati. Fu quella la settimana cruciale, in cui l’esercito italiano si sbandò, secondo quanto si è sempre pensato, per mancanza di ordini precisi ed anche per stanchezza, dopo una guerra di oltre tre anni. E’ il “dramma dell’otto settembre” come venne vissuto da molti italiani: il re in fuga verso Pescara, poi verso Brindisi, la capitale lasciata in balia dei tedeschi, nell’attesa di uno sbarco angloamericano, poi rivelatosi irrealizzabile in quel momento. Tuttavia, Paoletti dimostra che l’ordine preciso nel caso di Cefalonia ci fu, e fu di combattere contro i tedeschi, ma Gandin decise di ignorarlo, perché voleva trattare con gli ex-alleati (Gandin, oltre a parlare un ottimo tedesco, era molto stimato negli ambienti della Wehrmacht, al punto da aver ricevuto un’onorificenza militare tedesca, la croce di ferro di prima classe).
Perse dunque alcuni giorni preziosi, anzi compì delle mosse inspiegabili dal punto di vista militare, come far ritirare le artiglierie, fin dal nove settembre, dal nodo cruciale di Kardakata, più in generale consentendo alle truppe tedesche di riorganizzarsi (bisogna considerare che il rapporto tra militari italiani e tedeschi a Cefalonia era all’otto settembre 1943 qualcosa come 6:1). Cosa Gandin volesse fare, non appare totalmente chiaro. Cedere la sua divisione ai tedeschi? Trattare la resa con l’onore delle armi? Combattere al loro fianco, da buon simpatizzante nazista? Di fatto, il generale indisse un referendum tra le sue truppe, che si schierarono in modo abbastanza compatto per la lotta contro i tedeschi. Quel che accadde in seguito, è purtroppo noto: non mancarono atti di eroismo personale, ed anche casi di tedeschi che sfidarono l’ordine di Hitler, salvando degli italiani, ma Cefalonia rimane una delle pagine più dolorose della nostra storia recente.
Fin qui il libro di Paoletti. Rimangono da fare alcune osservazioni su quanto affermato: innanzitutto, è significativo rilevare che la mole di dati presentata è impressionante, in un libro voluminoso, ma non di dimensioni eccessive, e senz’altro leggibile. Inoltre, su Cefalonia, che rimane una pagina orrenda del militarismo di ogni tempo, è scesa col tempo un’aura nostalgica e quasi romantica inadatta e un po’ agghiacciante: ricordo “Il mandolino di Capitan Corelli” di Louis de Bernières, con i suoi tipici stereotipi hollywoodiani dell’Italiano strimpellatore. Questo libro riporta le cose nelle loro giuste proporzioni.
Detto questo, non tutto nella ricostruzione dell’autore convince. Mi riesce un po’ difficile pensare che gli anglo-americani fossero disposti ad accettare una battaglia aperta con i tedeschi su un fronte marginale come quello dello Ionio, dove oltretutto la preponderante presenza italiana suggeriva altre soluzioni. In questo, non faccio che ripetere quel che diceva Churchill nella sua “Storia della Seconda guerra mondiale”, che ancora dopo aver letto questo libro mi sembra plausibile. E’ certo che pesava anche una diffidenza dei nuovi alleati nei nostri confronti, sulla quale pure non ho dubbi, ma d’altro canto è difficile pensare che pochi giorni dopo l’armistizio gli angloamericani fossero disposti a veder ripartire tutta la marina italiana - una delle più forti del mondo, peraltro - per altri teatri di guerra, senza sospettare inganni o tradimenti. E’ forse illogico anche pensare che per incanto non ci fossero più fascisti o filo-tedeschi nelle forze armate italiane: Paoletti anzi ritiene che Gandin fosse una pedina chiave per riformare un esercito italiano alleato dei tedeschi nell’Italia occupata. Un fascista rimasto tale, dunque. Un traditore? Forse, ma Gandin è comunque nella lista dei caduti a Cefalonia.
Come classificare allora un re ed un governo che, dopo aver firmato l’armistizio, non ebbero il coraggio di affrontarne le conseguenze, e lasciarono la capitale per fuggire a Brindisi? Quel che appare certo è che le vittime di questo multiplo tradimento sono le migliaia di nostri connazionali morti a Cefalonia, di cui questo libro ha senz’altro il merito di perpetuare il ricordo, ed ai quali va il nostro commosso pensiero, perché se oggi viviamo liberi in una democrazia, lo dobbiamo anche a quel lontano referendum su un’isola greca.
 

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da Culturalweb del 4 febbraio 2004

Documenti inediti sulla strage di Cefalonia
Presentato a Firenze 'I traditi di Cefalonia' di Paoletti - ''Le vicende di Corfu'
e di Cefalonia sono un argomento vergognosamente trascurato dall'Italia.

 

di Maurizio Pizzuto

"Ecco perche' il mio libro si chiama 'I traditi di Cefalonia'." Ed ecco perche' Paolo Paoletti, ricercatore, ha deciso di ricostruire attraverso un puntiglioso lavoro negli archivi di mezza Europa la tragica vicende di Cefalonia e della Divisione Acqui. ''Io sono un ricercatore, non uno storico - ha spiegato Paoletti - faccio i conti con i documenti e non offro spiegazioni di grande respiro. Per questo ho posto una domanda agli storici. Perche' i tedeschi sterminarono i soldati italiani solo a Cefalonia, e non in altri posti, dove pure ci furono sacche di resistenza? Nessuno mi ha fornito ancora una risposta convincente''. Di fatto la ricostruzione operata da Paoletti nel volume 'I traditi di Cefalonia', edito nella collana storica dei Fratelli Frilli editori e presentato questo pomeriggio in Consiglio regionale a Firenze, ha portato alla scoperta di documenti nuovi e a una parziale rivisitazione della dinamica dell'accaduto, come ha anche spiegato, tracciando la storia di quelle settimane, il docente Luigi Lotti intervenuto alla presentazione del volume. Il libro e' frutto di ricerche archivistiche presso l'ufficio storico dello stato maggiore dell'Esercito e della Marina militare, l'archivio militare tedesco di Friburgo e della lettura degli atti del processo di Norimberga contro l'ufficiale comandante del XXII Corpo d'armatagermanico.
La scoperta dei nuovi documenti inediti, nel dettaglio, ha imposto una rilettura generale di tutti i fatti che precedettero l'inizio delle ostilita', 'in primis' una lettera consegnata dal generale Antonio Gandin, comandante della divisione Acqui, al comandante del presidio tedesco di Cefalonia, in cui il nostro ufficiale accusava la divisione di non aver ubbidito al suo ordine di deporre le armi. Nel libro di Paoletti si ripropone quella lettura, insieme ad altri documenti tedeschi dove si accusano i soldati italiani di atti di ribellione contro gli ufficiali favorevoli alla resa, come unica spiegazione al fatto che Hitler ordino' solo a Cefalonia l'esecuzione di massa dei soldati prigionieri di guerra. Paolo Paoletti, gia' docente di lingua e letteratura tedesca e inglese, oggi ricercatore negli archivi militari, ha pubblicato oltre una decina di saggi, sei dei quali sui crimini di guerra tedeschi in Italia.
 

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Agenzia ASCA - 2 febbraio 2004

Guerra liberazione: presentato
libro "I traditi di Cefalonia"
 

(ASCA) - Firenze, 2 feb - ''Le vicende di Corfù e di Cefalonia sono un argomento vergognosamente trascurato dall'Italia. Ecco perché il mio libro si chiama 'I traditi di Cefalonia''. Lo ha detto questa sera Paolo Paoletti, ricercatore, che ha deciso di ricostruire, attraverso un puntiglioso lavoro negli archivi di mezza Europa, le tragiche vicende di Cefalonia e della Divisione Acqui. ''Io sono un ricercatore, non uno storico - ha spiegato ancora Paoletti -; faccio i conti con i documenti e non offro spiegazioni di grande respiro. Per questo ho posto una domanda agli storici: perché i tedeschi sterminarono i soldati italiani solo a Cefalonia, e non in altri posti, dove pure ci furono sacche di resistenza? Nessuno mi ha fornito ancora una risposta convincente''. Di fatto la ricostruzione operata da Paoletti nel volume 'I traditi di Cefalonia', edito nella collana storica dei Fratelli Frilli Editori e presentato questo pomeriggio al Consiglio regionale della Toscana, ha portato alla scoperta di documenti nuovi e a una parziale rivisitazione della dinamica dell'accaduto. Paoletti avrebbe scoperto nuovi documenti inediti che imporrebbero una rilettura generale di tutti i fatti che precedettero l'inizio delle ostilità. In particolare una lettera consegnata dal generale Antonio Gandin, comandante della divisione Acqui, al comandante del presidio tedesco di Cefalonia, in cui l'ufficiale italiano accusava la divisione di non aver ubbidito al suo ordine di deporre le armi. Nel libro di Paoletti si ripropone quella lettura, insieme ad altri documenti tedeschi dove si accusano i soldati italiani di atti di ribellione contro gli ufficiali favorevoli alla resa, come unica spiegazione al fatto che Hitler ordinò solo a Cefalonia l'esecuzione di massa dei soldati prigionieri di guerra.
 

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da Il Lavoro del 9 dicembre 2003

I saggi di Paolo Paoletti sull'8 settembre nei Balcani

Corfù e Cefalonia
due volte traditi
 

La storia della seconda guerra mondiale tiene banco anche in libreria. Fratelli Frilli Editori propone al proposito due titoli dedicati ad altrettanti episodi che seguirono l’8 settembre: “I traditi di Corfù” e “I traditi di Cefalonia”, entrambi di Paolo Paoletti.
Due casi emblematici del nuovo corso della guerra attraverso i documenti degli archivi militari: nel 60° dei due eccidi, Paoletti ricostruisce gli eventi nel teatro di guerra dello Ionio, le isole di Corfù e Cefalonia, appunto.
Nel primo caso il colonnello Lusignani, comandante del 18° reggimento fanteria, non ebbe tentennamenti, diversamente dal suo superiore, il generale Gandin, a Cefalonia.
Corfù respinse il primo tentativo di sbarco tedesco ma dovette cedere sotto il secondo: il 20 settembre gli alleati decisero di intervenire in soccorso. Ma la decisione fu tardiva. A Cefalonia, tutt’altra situazione e, secondo Paoletti, un fatto mai successo nella storia militare di tutti gli esrciti: che un generale, comandante di divisione, dichiarasse al nemico e non ai suoi superiori l’ammutinamento dei propri soldati. Dell’eccidio di Cefalonia è in libreria anche “L’Ulivo di Argostòli. Lettere da Cefalonia di un marinaio di collina” (De Ferrari editore): le tragiche vicende della divisione Acqui nel racconto del giornalista Carlo Cerrato.

 

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da Bari Sera del 4 novembre 2003

Corfù, settembre1943
Grazie a documenti inediti, Paolo Paoletti
riprende la dolente storia greca

 

di Felice Laudadio

Guerra non è bello, contrariamente a quello che hanno pensato i giovani in tutti i secoli. Nemmeno è facile parlarne quando per farlo bisogna ricordare soprattutto i morti. Furono tanti, solo sessant’anni fa, in due isole ioniche così vicine a noi che oggi evocano il calore dell’estate e delle vacanze, cui riesce arduo sostituire il crepitare delle armi automatiche e il fuoco dei roghi che bruciarono centinaia di poveri corpi.
Quasi diecimila caduti per un rigurgito di dignità e di orgoglio. Troppi per dimenticarli.
Corfù, settembre 1943: 120 km più vicina alla Puglia di Cefalonia. A neanche tre ore di volo dagli aeroporti militari salentini, già in mano agli Alleati. A un passo dal Re, da Badoglio e dal suo Governo, riparati a Brindisi. Ma anche a uno sparo dalla terraferma greca (due km), sotto il tiro diretto delle batterie tedesche.
Celebrare date fatidiche come quelle che ricordano la tarda estate di sessant’anni fa, rinnova le ferite dell’armistizio dell’8 settembre. Il cinismo delle autorità militari italiane che provocò il collasso istantaneo delle nostre forze armate. La cautela dei comandi Alleati, imbastita di diffidenza, che lasciò quasi un milione di uomini in grigioverde al loro destino. Lo sbandamento, che costò migliaia di vittime in pochi giorni, tra caduti, feriti, dispersi e quasi settecentomila deportati.
Si parla finalmente della tremenda strage di Cefalonia, a lungo taciuta per rispetto della Germania post nazista, accolta nella Nato. Si ripensa oggi, con uguale smarrimento, al sacrificio di quasi 600 dei cinquemila soldati di guarnigione nell’isola di Corfù, a una notte di mare dalle coste leccesi.
A ricordare, con sensibilità e metodo, è il ricercatore Paolo Paoletti, grazie a documenti inediti di fonte soprattutto inglese, alla base del volume che riprende la dolente odissea dei reparti di stanza nel gioiello dello Ionio. Per due settimane ressero all’attacco tedesco, sfidato, provocato e in un primo tempo respinto. Diversamente dal suo comandante divisionale a Cefalonia, Gandin, il col. Lusignani non ebbe dubbi: “le armi ai tedeschi non si cedono!”.
Mancò l’appoggio della nostra aviazione, che pure avrebbe potuto fare la sua parte. A Brindisi, il comando tentennò, oscillò, prese tempo, aspettando la mossa alleata, che arrivò, tardiva, dopo un “niente da fare” iniziale. Quando l’ufficiale inglese di collegamento raggiunse Corfù per organizzare il soccorso, i tedeschi stavano ormai lanciando l’attacco decisivo. E Lusignani pagò con la vita una scelta nel segno dell’onore militare: venne fucilato, con 26 ufficiali.
Qui, reparti minori della Acqui fecero fronte al nuovo nemico e difesero l’isola con i denti. A Cefalonia la divisione visse l’olocausto di quasi cinquemila fucilati, con le esecuzioni di massa ordinate da Hitler, furioso per la resistenza guidata soprattutto dagli ufficiali inferiori, come i capitanti Amos Pampaloni e Renzo Apollonio. Gandin li accusava di disobbedienza all’ordine di resa: la sua nota al comando tedesco è ricostruita dallo stesso Paoletti nell’analogo “I traditi di Cefalonia” (sempre Fratelli Frilli Editori, 352 pag., 19,50 €). È un documento che brucia, arriva dagli archivi Wermacht e getta un’ombra sulla medaglia d’oro alla memoria del generale, poi giustiziato dai nazisti.
A Corfù, invece, gli ufficiali germanici si astennero da stragi indiscriminate: scelsero di ignorare l’ordine di Hitler di uccidere tutti gli italiani. I nostri caddero in combattimento o vennero beffardamente uccisi da ‘fuoco amico’: dagli aerei inglesi che attaccarono per errore i campi di prigionia e dai siluri che affondarono i trasporti verso i lager.

 

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da Il Giornale di Vicenza del 2 novembre 2003

LIBRI. Una ricostruzione dell’eccidio del
settembre ’43 destinata a fare discutere
I traditi di Cefalonia. Gravi
responsabilità del generale Gandin?

Dopo l’8 settembre il comandante della Acqui
avrebbe infranto gli ordini intavolando trattative di resa

di Luca Valente

«Il generale Antonio Gandin, comandante della Divisione Acqui a Cefalonia, medaglia d’oro al valor militare nel 1948, se fosse sopravvissuto alla fucilazione sarebbe finito sotto corte marziale. Non aveva esitato, infatti, a presentare come ammutinati i suoi uomini (che volevano combattere) al nemico, per cui quest’ultimo si sentì autorizzato a sterminarli dopo la battaglia». La sorprendente tesi, contraria alla corrente vulgata storiografica, è contenuta nell’ultimo libro dello storico fiorentino Paolo Paoletti (I traditi di Cefalonia ,Fratelli Frilli Editori), già conosciuto nel Vicentino come autore di un controverso saggio sulla strage di Pedescala.
Non troppo sorprendente, a dire la verità, se si vuole dare credito al lavoro archivistico da lui condotto all’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito e della Marina, all’archivio militare di Friburgo e tra gli atti del processo di Norimberga contro il generale Hubert Lanz, comandante del XXII corpo d’armata germanico. La ricerca di Paoletti ha portato alla luce nuova documentazione e, soprattutto, riproposto una lettera di Gandin consegnata il 14 settembre al tenente colonnello Hans Barge, comandante del presidio tedesco, in cui l’alto ufficiale accusava la Acqui di non aver ubbidito al suo ordine di deporre le armi: «Die Division weigert sich meinen Befehl auszuführen...». Esponendola con tali parole all’ira di Hitler, che solo per Cefalonia (in nessun altro luogo ciò avvenne) emanò un "Sonderbefehl", un ordine speciale: non fare prigionieri.
La lettera, scoperta nel 1974 dal cappellano militare don Luigi Ghilardini e rimasta ignorata nonostante venisse ripresa nel 1985 dal generale Renzo Apollonio, principale oppositore alle trattative di resa, getta ombre inquietanti sulla figura di Gandin, filotedesco e decorato di croce di ferro di prima classe, peraltro già accusato nel 1945 da alcuni reduci. Nella ricostruzione di Paoletti l’ufficiale, messo in crisi dall’armistizio, non se la sentì di attaccare i tedeschi nonostante da Marina Brindisi fosse arrivato l’11 settembre l’ordine di considerarli nemici: invece si ritirò dal nodo strategico di Kardakata per cederlo all’ex alleato, come segno di buona volontà, quindi interruppe ogni contatto con la madrepatria e infranse gli ordini intavolando trattative di resa, nell’illusione di farsi imbarcare dagli stessi tedeschi per l’Italia addirittura conservando le armi.
I tedeschi, in inferiorità numerica, trattarono per una settimana: una volta ricevuti i rinforzi passarono all’attacco e vinsero la battaglia grazie ai loro Stukas, che avevano il totale dominio dell’aria. Quindi arrivò il bestiale ordine del Führer di eliminare sistematicamente tutti i prigionieri, feriti compresi, considerati "franchi tiratori". Il 24 settembre il Comando supremo germanico dichiarò: «La divisione italiana ribelle sull’isola di Cefalonia è stata distrutta». Il peggiore eccidio militare che la storia ricordi, di cui si è commemorato da poco il sessantesimo anniversario.
Paoletti, autore notoriamente "not politically correct", lancia ulteriori strali. I nostri soldati furono traditi anche dagli alleati, che ignorarono il Documento di Québec del 18 agosto 1943 con cui si impegnavano a evacuare le truppe italiane dai Balcani. Traditi dal Comando supremo italiano che non ne pretese l’applicazione e ordinò il loro sacrificio, ben sapendo di non poter portare alcun aiuto. Traditi dai partigiani greci che li incitarono alla lotta per poi abbandonarli. Traditi dal Ministero della difesa che di fronte a 6-9 mila caduti dispensò appena 15 medaglie d’oro (di cui, secondo l’autore, una di troppo). Traditi dai giudici militari americani che a Norimberga condannarono il generale Lanz a 12 anni di reclusione, dei quali solo 5 scontati. Traditi dalla Procura di Dortmund che archiviò la vicenda nel 1969. Traditi dagli ex ministri Taviani e Martino e dal procuratore generale militare di Roma che insabbiarono il fascicolo su Cefalonia. Traditi dalla Repubblica italiana che solo nel 1980, con Pertini, rese omaggio a quei caduti che pesano come macigni sulla coscienza della nostra Nazione.
 

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da Italiairaq del 28 settembre 2003

I traditi di Cefalonia
 

Questo libro dello storico Paolo Paoletti (già autore di "I traditi di Corfù") offre un prezioso contributo al ristabilimento della verità in ordine all'eccidio di Cefalonia (8-25 settembre 1943).
"In questi 60 anni - osserva l'Autore - si è scritto che Cefalonia rappresenta il simbolo del sacrificio dei soldati italiani morti nel segno dell'ubbidienza agli ordini, ma tra quei martiri c'è una medaglia d'oro che usurpa questi meriti e che non ha riscattato con la morte davanti al plotone d'esecuzione tutto il male che aveva, forse inconsciamente, causato alla sua divisione".
Paoletti allude al gen. Antonio Gandin, comandante della divisione "Acqui", che nel 1948 ricevette la medaglia d'oro al VM. Allora, però, non si conosceva ancora la lettera da lui consegnata al comandante del presidio tedesco di Cefalonia, nella quale accusava la divisione di non aver ubbidito al suo ordine di deporre le armi. "Furono queste false accuse - scrive Paoletti - riferite al gen. Lanz e al col. Barge, poi messe per iscritto da Gandin - non a caso nascoste agli italiani per decenni [il documento fu, infatti, scoperto nel 1974 e parzialmente pubblicato dal cappellano militare don Luigi Ghilardini] - a contribuire alla condanna a morte di alcune migliaia di nostri soldati".
Alla luce di questo sconcertante retroscena, risulta davvero difficile trovare una diversa spiegazione alla tragica fine della divisione "Acqui". "Le confidenze fatte ai tedeschi da Gandin - aggiunge l'Autore - e il fatto che l'eccidio di massa dei prigionieri di guerra si concretizzi solo a Cefalonia, sono la riprova che quella fu una decisione presa a seguito delle parole del nostro generale e non della resistenza opposta dalla divisione. […] Purtroppo è un fatto che Gandin non solo non obbedì ai ripetuti ordini del governo, non reagendo alle intimidazioni di resa, trattando con i tedeschi, che sapeva di dover considerare nemici, ma alla fine confessò ai tedeschi quello che avrebbe dovuto dire solo al CS [Comando Supremo]: che i soldati si ribellavano al suo ordine".
Gli uomini della divisione "Acqui", tuttavia, non furono traditi soltanto dal loro comandante. Il libro di Paoletti fa emergere le responsabilità degli Alleati, "i britannici in particolare, che non rispettarono quelle stesse clausole armistiziali che ci avevano imposto, come se i vincitori potessero scegliere se onorarle o meno. […] Gli Alleati si erano impegnati a rimpatriare le nostre truppe e invece non trasferirono in Italia neppure un soldato. […] Dunque i soldati della Acqui furono traditi dagli unici che potevano salvare le nostre guarnigioni. Massacrati a 230 miglia da Brindisi, a 10 ore di navigazione dalle nostre coste".
L'Autore punta altresì il dito contro il Comando Supremo, colpevole di non aver preteso dagli Alleati l'applicazione del documento di Quebec, sebbene la situazione fosse stata subito giudicata "grave". "Debole con i forti, spietato con gli indifesi. Nella sua logica tutta improntata al sacrificio delle truppe, quando da Cefalonia giunse la prima richiesta di evacuazione, poi quella di aiuti militare, il Comando Supremo rispose "immolatevi", che la patria non dimenticherà il vostro sacrificio. Il grottesco fu che gli aerei e i soccorsi arrivarono su Cefalonia, quando ormai la guarnigione era già stata annientata".
 

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da Il Secolo XIX del 10 ottobre 2003

Un libro di Paolo Paoletti getta una nuova luce sull’eccidio
tedesco in cui perirono cinquemila soldati italiani
Una lettera inedita accusa
il generale Gandin

Fu il comandante della Acqui a offrire a Hitler
il pretesto per il massacro di Cefalonia

 

di Paolo Battifora

"A Capo San Teodoro, davanti al mare, tra gli ulivi mediterranei, si fucila dalle 8.30 a mezzogiorno. A mezzogiorno il tenente che comanda il plotone appare stanco, persino lui, di tanto sangue. Ordina il cessate il fuoco... E così a San Teodoro si ricompone il silenzio antico del mediterraneo; e si ricompone, a poco a poco, il silenzio della morte su Cefalonia“ (Gerhard Schreiber).
A Cefalonia, isola greca sullo Ionio, si consumò la più efferata strage di militari della seconda guerra mondiale: per aver resistito con le armi ai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre, oltre 5mila italiani, tra ufficiali e semplici soldati, furono fucilati dopo la cattura in spregio ad ogni convenzione internazionale di guerra.
Spaventoso fu il tributo di vite pagato dalla Divisione Acqui, forte di 12.500 uomini: ad oltre 10mila caduti ammonta infatti il complessivo bilancio - compresi i morti in battaglia e coloro che, fatti prigionieri, perirono nel naufragio delle navi tedesche dirette a Patrasso - di un massacro ordinato direttamente dal Führer.
Se il sacrificio della Divisione Acqui a Cefalonia ha rappresentato uno tra i primi e più nobili atti di resistenza in nome della patria e dell’onore, la sua memoria è andata invece soggetta a un lungo periodo di oblio, sia da parte delle istituzioni che della storiografia. Imbarazzante infatti poteva risultare per i vertici delle forze armate, responsabili dello sfascio dell’esercito italiano all’indomani dell’8 settembre, celebrare una pagina gloriosa che avrebbe ancor più evidenziato la codardia e la meschinità di una classe dirigente per cui “contava soltanto il vertice istituzionale e non le sorti dei cittadini” (Rochat) e che di fatto abbandonò al proprio destino, risoltosi per oltre 650mila soldati nell’internamento nei lager, i propri uomini: la mancata difesa di Roma, la fuga precipitosa verso Pescara, l’indecoroso parapiglia degli alti generali per assicurarsi un posto sulla corvetta Baionetta in partenza col re per Brindisi, sono al riguardo eloquenti.
Anche in ambito storiografico il ricordo della Divisione Acqui ha faticato ad affermarsi, stante a lungo la concezione, veicolata dalle sinistre, di una resistenza identificabile esclusivamente con le formazioni partigiane e la struttura dei Cln: gli eroici “badogliani”, patrioti sì ma non partigiani politicizzati, non rientravano nello schema.
A partire dalla visita a Cefalonia del presidente Pertini nel 1980 (nel 2001 è stata la volta di Ciampi), le cose sono cominciate lentamente a cambiare e in questi ultimi anni abbiamo assistito ad un moltiplicarsi di saggi, articoli e convegni. Ma sui fatti di Cefalonia, oggetto nel 1957 persino di un processo a carico di alcuni reduci, continuano a infuriare le polemiche, l’ultima delle quali nasce dal saggio di Paolo Paoletti, oltremodo compiaciuto nel definirsi storico “not politically correct”, che in I traditi di Cefalonia (pag. 351, Euro 19,50, Fratelli Frilli) addita il generale Gandin, comandante della Divisione Acqui e medaglia d’oro al valor militare, quale principale responsabile del massacro tedesco.
Traditi non una, bensì nove volte da una pluralità di soggetti comprendenti tra gli altri gli Alleati, il Comando supremo italiano, i giudici di Norimberga e una classe politica che negli anni Cinquanta insabbiò i processi a carico dei criminali nazisti, i soldati di Cefalonia furono passati per le armi, secondo Paoletti, a causa della scriteriata e criminale condotta di Gandin, responsabile di aver comunicato per lettera ai tedeschi la ribellione dei suoi soldati (“la divisione si rifiuta di eseguire il mio ordine”), decisamente contrari alla resa. In questo modo il generale avrebbe di fatto equiparato i suoi uomini a dei ribelli, offrendo a Hitler l’opportunità di trattarli come tali: i nostri soldati, è la lapidaria conclusione di Paoletti, vennero quindi massacrati non per aver resistito con le armi (“sull’arma si cade ma non si cede”) ai tedeschi ma per essersi ribellati agli ufficiali italiani.
Basato su fonti in parte inedite (la lettera “incriminata” di Gandin del 14 settembre è riprodotta in appendice), di non agevole lettura per i copiosi documenti riportati non in nota ma direttamente nel testo, irritante nell’ossessivo ripetere le tesi di fondo dell’opera (d’accordo che repetita iuvant, ma a tutto c’è un limite!), I traditi di Cefalonia sconta un eccesso di vis polemica, unilateralismo e sensazionalismo più tipici del pamphlet che della rigorosa opera storica. Un tono più misurato e meno “tribunalizio”, un approccio più problematico e meno categorico avrebbero di sicuro giovato ad un testo la cui eventuale plausibilità storica rischia di annegare nel gran mare della polemica e dell’invettiva a senso unico.
 

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da Italiairaq del 18 ottobre 2003

I traditi di Corfù
 

Paolo Paoletti - già docente di Lingua e Letteratura tedesca ed inglese, oggi ricercatore negli archivi militari - è uno scrittore "politicamente scorretto". In questo recente saggio (frutto di ricerche archivistiche presso l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito e della Marina Militare, l'archivio militare tedesco di Friburgo e il Public Record Office di Londra), rilegge i fatti del settembre 1943 a Corfù.
Con il proclama dell'armistizio dell'8 settembre 1943, la reazione dei soldati italiani - in particolare quelli dislocati nei Balcani - fu unanime: chiedere l'imbarco per il ritorno in patria. Ma dopo due giorni di silenzio, gli ordini del Comando Supremo furono di considerare i Tedeschi come nemici e di resistere sul luogo. E il col. Lusignani, comandante del 18° reggimento fanteria di stanza a Corfù, non ebbe esitazioni, a differenza del suo superiore, il gen. Gandin, a Cefalonia. Corfù respinse il primo tentativo di sbarco tedesco, ma dovette cedere sotto il secondo. Il Comando Supremo e l'Aviazione sottovalutarono la situazione critica in cui versò l'isola per una decina di giorni. Gli anglo-americani, che non avevano rispettato gli accordi di Quebec del 18 agosto 1943, in base ai quali le Nazioni Unite si impegnavano a sgomberare le truppe italiane nei Balcani, rimasero sorpresi della resistenza dell'isola e il 20 settembre decisero d'intervenire in soccorso con proprie truppe. Ma la decisione fu tardiva.
Quali ragioni determinarono la caduta di Corfù? In primo luogo l'Aviazione italiana non utilizzò l'aeroporto di Corfù, lasciando ai Tedeschi il pieno controllo del cielo e del mare, perché l'isola rimase senza rinforzi per due settimane e fu vittima del contraddittorio atteggiamento anglo-americano: fino al 17 settembre, infatti, gli anglo-americani impedirono l'invio di rinforzi; poi, quando si resero conto che potevano sfruttare la determinazione del presidio italiano per mantenere Corfù in mani italiane, si mossero ma i Tedeschi sbarcarono proprio il giorno in cui un generale inglese avrebbe dovuto arrivare per coordinare l'arrivo sull'isola del contingente alleato. Il Fuehrer auspicò che i soldati di Corfù conoscessero il medesimo destino del presidio di Cefalonia, ma il comandante del XXII Corpo d'Armata, gen. Lanz, e quello della I divisione alpina, von Stettner, seguirono altre direttive: vennero così fucilati solo i ventisei ufficiali che si erano opposti con le armi allo sbarco tedesco. La "storiografia italiana - scrive Paolo Paoletti - ha sempre avuto un atteggiamento assolutorio verso la mancata difesa delle isole, in particolare Cefalonia e Corfù, come se fosse stato un destino ineluttabile quello di soccombere sotto gli attacchi tedeschi. Se invece si rileggono le carte si vede che la distanza di Corfù dalle coste pugliesi di circa 120 km minore rispetto a quella di Cefalonia, poteva essere sostanziale ai fini del mantenimento dell'isola in mani italiane. In effetti i 370 km di distanza dalle piste pugliesi facevano di Cefalonia un obiettivo irraggiungibile ai nostri caccia-bombardieri, mentre Corfù rientrava nel raggio d'azione dei nostri aerei e a maggior ragione delle nostre navi".
"Uno dei motivi - aggiunge l'Autore - che ci hanno spinto a scrivere un libro sul settembre 1943 a Corfù è stato anche il fatto che i documenti ci hanno svelato che la resistenza italiana a Corfù divenne effettivamente disperata per il mancato rispetto degli accordi da parte degli Alleati e per gli errori strategici e tattici del Comando Supremo e dell'Aviazione italiana. Le novità di questa ricerca provengono per lo più da documenti inediti: gli allegati del Diario Storico del Comando Supremo […], le testimonianze dei reduci conservate all'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito e a quello della Marina, gli atti del processo di Norimberga contro il gen. Lanz e il rapporto ufficiale della missione militare "Acheron", che arrivò a Corfù il 21 settembre 1943".
 

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da Il Tempo del 10 settembre 2003

Cefalonia, documenti trovati a Friburgo fanno
del generale Gandin il responsabile dell’eccidio

L’«eroe» di cui non c’era bisogno
 

di Marco Patricelli

Da un lato la retorica che incorona un eroe, dall’altro un documento che sfronda gli allori di un mito riconducendolo sui binari severi della storia. Fu vera gloria, quella del generale Antonio Gandin, comandante della Divisione Acqui trucidata a Cefalonia? Per lo storico fiorentino Paolo Paoletti la risposta è decisamente negativa, e dettagliatamente argomentata nel libro «I traditi di Cefalonia - La vicenda della Divisione Acqui 1943-1944» (Fratelli Frilli, 2003). A rovesciare il giudizio su Gandin è un paziente lavoro di ricerca negli archivi di Friburgo, da dove è emersa una lettera che se da un lato esalta il gesto dei soldati della Acqui che in nome del dovere decidono di opporsi armi in pugno ai tedeschi, dall’altra inchioda il loro comandante. Gandin il 14 settembre 1943 scrive che «die Division weigert sich meinen Befehl auszuführen», cioè che la Acqui si era ammutinata. La questione, inaudita, è che il generale non comunica quel che avviene nel suo reparto di stanza sull’isola greca al Comando supremo italiano, bensì al tenente colonnello Hans Barge, il nuovo nemico sulla scia dell’armistizio dell’8 settembre. Gandin, nato ad Avezzano il 13 maggio 1891, già capufficio dello Stato maggiore di Badoglio, cui scriveva i discorsi, era di sentimenti germanofili, decorato di croce di ferro di prima classe, parlava il tedesco. L’armistizio l’aveva spiazzato: l’animo lo portava a rimanere al fianco dei tedeschi (con cui aveva mantenuto rapporti cordiali e frequenti), gli ordini a combatterli, le circostanze a tentare di trovare una via d’uscita che tutelasse i suoi uomini («i figli di mamma», li chiamò) e il suo senso dell’onore. Salvare i corpi dei soldati e la sua anima si rivelò un compromesso impossibile in quello scenario e in quel frangente storico. Fece la scelta peggiore, nei modi peggiori, e legò il suo nome al più feroce eccidio militare della seconda guerra mondiale a opera della Wehrmacht, con lo sterminio sistematico di soldati che si erano arresi, senza che nessuno abbia pagato per questo (un processo intentato in Germania nel 1969 si concluse con l’archiviazione, un secondo procedimento è stato aperto a Dortmund nel 2001). L’analisi di Paoletti, destinata a far discutere, si articola su una serie di "tradimenti" ai danni dei soldati della Acqui. In primo luogo la mancata applicazione del Documento di Québec del 18 agosto 1943, con cui gli Alleati si impegnavano a evacuare le truppe italiane dai Balcani, cosa che non avvenne né a Cefalonia né altrove. Quindi il comportamento di Gandin, che denuncia ai tedeschi la ribellione dei suoi uomini, riferita al generale Lanz e al tenente colonnello Barge, quindi messa per iscritto il 14 settembre. L’inerzia del Comando supremo italiano che non pretese dagli Alleati l’applicazione del Documento di Québec e poi ingiunse alla Divisione di immolarsi: «ogni vostro sacrificio sarà ricompensato», comunicò il generale Ambrosio. Il Ministero della difesa, a fronte di 6-9mila caduti, nel 1948 dispensò appena 15 medaglie d’oro al valor militare: una andò a Gandin, parificato in tal modo al generale Luigi Lusignani che a Corfù da subito aveva combattuto i tedeschi così come prevedevano gli ordini dall’Italia. Un altro "tradimento" della Acqui, a detta di Paoletti, sarebbe stato compiuto dai giudici militari americani che a Norimberga per quel crimine condannarono il generale Hubert Lanz a 12 anni di reclusione e gliene fecero scontare cinque. E poi: la Procura di Dortmund dopo aver ascoltato 231 testi (due soli italiani)archiviò; gli allora ministri Paolo Emilio Taviani e Gaetano Martino e il procuratore generale militare di Roma «insabbiarono il fascicolo su Cefalonia, impedendo il processo contro i criminali di guerra tedeschi» (ma un primo insabbiamento a salvaguardia della memoria di Gandin c’era già stato il 4 settembre 1945 a opera del Ministero della guerra). Infine, la Repubblica italiana che solo nel 1980 ha reso omaggio ai caduti di Cefalonia, oggi entrati nell’immaginario collettivo come simbolo della resistenza dell’esercito. La tesi di Paoletti è che per quella lettera di Gandin che li accusava di ammutinamento e arrivata molto in alto, fino a scatenare la rabbiosa reazione di Hitler il quale ordinò il massacro, i soldati italiani furono considerati «franchi tiratori» (i tedeschi li chiamarono proprio così) e passati per le armi con una ferocia d’altri tempi. Ci furono eroi, a Cefalonia, in numero superiore a quanti sono stati decorati, ma tra questi ce n’è forse uno di troppo.
 

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da La Nazione del 30 luglio 2003

Corfù e i soldati italiani
potevano essere salvati
 

Corfù e i soldati italiani potevano essere salvati dall'offensiva di violenza tedesca scatenata dopo l'8 settembre '43. Lo afferma nel suo ultimo libro «I traditi di Corfù» (Fratelli Frilli Editori, 14 euro) il fiorentino Paolo Paoletti, già docente di Lingua e Letteratura tedesca ed inglese, oggi ricercatore negli archivi militari. Vittima di silenzi l'esercito italiano come a Cefalonia fu abbandonato: la ricostruzione è attenta e offre un nuovo squarcio di verità per il fronte greco-balcanico.
Dopo l'8 settembre 1943 i tedeschi si sentirono traditi, titubanti i nuovi alleati. Nel mezzo gli italiani di stanza in luoghi ritenuti stretegici. La prima reazione dei soldati sorpresi nei Balcani, fu unanime: chiedere l'imbarco per il ritorno in patria. Ma dopo due giorni di silenzio - ricostruisce Paoletti - gli ordini del Comando Supremo furono di considerare i tedeschi come nemici e di resistere sul luogo. E il colonello Lusignani, comandante del 18° reggimento fanteria di stanza a Corfù, non ebbe tentennamenti, diversamente dal suo superiore, il generale Gandin, a Cefalonia. Corfù respinse il primo tentativo di sbarco tedesco ma dovette cedere sotto il secondo. Il Comando Supremo e l'Aviazione sottovalutarono la situazione critica in cui versò l'isola per una decina di giorni. Gli alleati, che non avevano rispettato gli accordi di Quebec, in cui le Nazioni Unite si impegnavano a sgomberare le truppe italiane nei Balcani, rimasero sorpresi della resistenza dell'isola ed il 20 settembre decisero d'intervenire in soccorso con proprie truppe. Ma la decisione fu tardiva.
Il libro è frutto di ricerche archivistiche presso l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito e della Marina Militare, l'archivio militare tedesco di Friburgo e il Public Record Office di Londra. Ed offre nuovi documenti inediti e particolarmente interessanti soprattutto la relazione del capo della missione militare inglese lanciata sull'isola il 21 settembre, ha imposto una rilettura generale dei fatti. «Corfù cadde per una serie di ragioni — scrive Paoletti — perché l'Aviazione italiana non utilizzò l'aeroporto di Corfù, lasciando ai tedeschi il pieno controllo del cielo e del mare, perché l'isola rimase senza rinforzi per 15 giorni e fu vittima del contraddittorio atteggiamento alleato: fino al 17 settembre gli Alleati impedirono l'invio di rinforzi,poi, quando si resero conto che potevano sfruttare la determinazione del presidio italiano per mantenere Corfù in nostre mani, si mossero ma i tedeschi sbarcarono proprio il giorno in cui un generale inglese avrebbe dovuto arrivare».


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