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L'uomo che parla alla
torretta
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Konrad
Diari da terre di guerra
di Clelia Fiano
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Da Konrad
del 28 marzo 2004
Bye bye Baghdad
di Clelia Fiano
Quante e quali sono ancora i conflitti in atto nel mondo?
Quante guerre sono ancora nel mondo, eppure ormai quasi assorbite dal senso
comune occidentale come dati di fatto ...non fanno più scalpore… non entrano
nella cronaca, non fanno notizia?
A volte ho come l’impressione che nell’era della società dei consumi, della
pubblicità, e delle mode, anche la guerra sia una moda. Così capita che ci siano
periodi in cui siamo inondati da immagini di guerra. I media ci bombardano con
scenari di guerra. Poi silenzio. Non si sente più nulla. Come se qualcuno avesse
spento l’interruttore. Allora si pensa che il pericolo non sia più imminente,
che qualcosa sia cambiato, che la situazione si sia placata. Che lì, sul fronte,
la guerra sia ormai finita. E invece si è solo spostata la nostra attenzione.
Abbiamo cominciato a parlare d’altro, perché la guerra lì, anche quella, è
entrata nella routine, e parlarne non fa più eco, ormai non c’è più scoop, non
fa più notizia. E invece lì, dove la guerra non si spegne mai, le cose sono
rimaste come prima. A volte peggiorano, altre si stabilizzano. Ma le bombe, gli
spari, gli attentati ci sono sempre. Sono ormai di quella gente che lì ci vive.
Ci sono libri, cronache di guerra, di chi lì ci è stato, che leggendoli non
possono non farti pensare. Anche se solo pensare. Impotente e deluso pensi a
come lì la guerra c’è ancora, anche se noi, dal fronte occidentale, abbiamo
spento i riflettori e calato il sipario: “La guerra la facciamo noi quando non
vediamo in ognuno di quei poveracci che fuggono sulle bagnarole, e fuggono dal
loro paese in guerra o affamato…E’ questo che mi ha portata qui e prima ancora
in Bosnia durante la guerra o in Africa per il simposio sulla pace e che mi fa
dire nonostante tutto che un altro mondo diverso è possibile. Io ho adottato un
bambino, un padre, una madre, un nonno ogni giorno in cui l’informazione
pilotata dei signori in Iraq o in Afganistan o a Belgrado, mi mostrava per due
secondi, tra una puttanata calcistica, un controesodo, miss Italia, il
superenalotto per supermilionari, un bambino che piangeva in autobus, un uomo
infreddolito sulla barca della speranza uccisa al momento dello sbarco nel
nostro ricco paese... Io oggi ho pensato che è vero che qui corrono grandi
pericoli tutti i giorni, ma è vero che a casa, davanti alla televisione e alla
stampa pilotata, il pericolo è diverso ma non meno grande ed è il pericolo di
pensare che -tutto questo non mi riguarda, non ha nulla a che fare con me- Tutto
questo invece ha a che fare con tutti noi, ci riguarda da vicino miei cari…”
così scrive Federica Cecchini, che lì c’è stata. Nella striscia di Gaza.
E lì ha vissuto alcuni mesi come volontaria di Medici senza Frontiere….“Qui non
c’è nulla in cui sperare, non ci sarà più nulla tra poco; i bulldozer continuano
a spianare…Qui la gente muore davanti casa un pomeriggio di autunno davanti agli
amici con cui stava parlando…BAMM, Morto!”. E ancora come nel libro di Fulvio
Scaglione da un altro fronte di guerra, quello iracheno. Mentre impazzano le
polemiche sul dopo Saddam e sulla leicità delle scelte da parte dell’asse
Bush-Blair, ora che le armi chimiche non sono state ancora trovate, “Bye bye
Baghdad” ci riporta ai luoghi, alle persone, alle storie di chi quella
guerra l’ha vissuta dal vivo, e continua a viverla. C’è stato l’attacco
americano, è stato abbattuto il regime Saddam, e liberato il popolo iracheno. Ma
questo non ha segnato la fine di ogni male, piuttosto il passaggio da un regime
dittatoriale all’anarchia. Ed è nell’umore della gente irachena che si sente
vivo questo disagio: “Ci siamo liberati dall’ingiusto regime di un uomo ma non
per questo dobbiamo accettare il dominio americano e britannico…”……E intanto
sognano la democrazia……ma a che prezzo?
“Bye bye Baghdad”, e “L’uomo che parla dalla torretta” (Fratelli
Frilli Editori) sono due libri per non dimenticare. Per tenere sempre
l’attenzione vigile su quello che ci succede accanto. Per farci ricordare quanto
male fa la guerra, e quanto illogiche siano le logiche di guerra.
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