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Zona gialla.
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Tempi di fraternità
Zona gialla
di Gino Tartarelli
Il Nuovo
La zona gialla di Genova
di Giancarlo Castelli
Carta
Testimoni di un futuro possibile
Il Manifesto
La zona gialla dei forum sociali
di Benedetto Vecchi
Liberazione
Lessico No-Global
di Checchino Antonini
mentelocale
Una breccia nella zona gialla
di Donald Datti
Ragionamenti di Storia
Le prospettive del nascente Forum sociale italiano
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Da Tempi di fraternità di luglio 2002
Zona gialla
di Gino Tartarelli
È passato un anno da quei giorni da incubo del luglio 2001 a Genova, quando la famigerata zona rossa venne smontata per essere rimontata chissà dove per proteggere chissà quali altri ponenti del mondo: Davos, Qatar, Washington… Una cittadella così "sacra" per cui si è pronti a combattere per violarla, per andare oltre verso lo scontro con chissà quale antagonista. Rimaneva la zona gialla, una zona che faceva da cuscinetto per impedire al movimento di diventare troppo contagioso: all'interno di essa "ogni diritto era sospeso o limitato come se la libertà di manifestare non contenesse già dei vincoli ragionevoli e previsti dalle leggi in vigore. Questo libro tenta di discutere sul dopo, per andare oltre la zona gialla, per trovare una strada di ricerca e di confronto del movimento italiano che sogna un futuro possibile. Di questo futuro ne parlano in sei interviste alcuni tra i principali leader del Forum Sociale Italiano: Casarini, Bernocchi, Agnoletto, Bolini, Cannavò Lucchesi.
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Da Il Nuovo del 22 aprile 2002
La zona gialla di Genova
E la sensazione che quel colore sia rimasto appiccicato addosso.
Ne parla Checchino Antonini, giornalista di Liberazione,
nella sua opera prima.
ROMA - Buona l'idea di intitolare il libro Zona gialla. Giallo rimanda
subito a zone di confine, linee d'ombra o al colore del semaforo che non è
né stop né avanti. Insomma, il concetto di qualcosa che sta a metà. A
Genova, nei giorni infuocati del G8, nel luglio 2001, la zona gialla stava
immediatamente prima di quella rossa, la fortezza invalicabile presidiata da
migliaia di poliziotti e carabinieri. Anche la zona gialla, però, era terra
di divieti, di parziale movimento. Come un prolungamento in prospettiva di
quella rossa. Dove tutto si sarebbe giocato sul filo di un equilibrio
fragile. Di questo gioco, di questo pezzo di terra trasformato in scacchiera
dove si sono combattute battaglie virtuali e drammaticamente reali, ha
riflettuto e scritto Checchino Antonini, giornalista del quotidiano
Liberazione e testimone diretto di quei giorni
caldi.
Zona gialla si intitola, appunto, il suo libro, 147 pagine, 6 €, edito
dai Fratelli Frilli. Interviste ad esponenti del movimento, da Casarini e
Agnoletto a Bernocchi, Bolini, Cannavò e Lucchesi. Più una lunga e analitica
prefazione dell'autore. «Quando l'ultimo manifestante lasciò Genova, la zona
rossa era stata smontata come il tendone di un circo pronto per essere
rimontato altrove per proteggere la cittadella sacra e proibita dei
potenti». Come un maledetto karma, però, quell'evento aveva lasciato dietro
di sé uno strascico, la zona gialla dei diritti sospesi che aveva già invaso
gran parte della scacchiera. «Guerra globale, nuove norme anti-terrorismo,
censura della stampa, legge Bossi-Fini, sospensione dello Statuto dei
lavoratori». Ma una partita a scacchi si gioca in due. E su quel terreno le
diverse anime del movimento, siano esse ambientaliste, di volontariato
sociale, per l'attuazione della Tobin Tax o per la battaglia sul reddito, si
muovono a loro agio. La zona gialla è, infatti, ideale «per produrre azioni
politico-sociali che creino allo stesso tempo conflitto e consenso» (Casarini).
Evitando l'assalto frontale alla zona rossa, cittadella finta e
deserta e privilegiando quello laterale, quello insomma delle istanze
provenienti dal quotidiano conflitto periferico. Dove la periferia è sia
l'estremo margine delle grandi metropoli, sia la terra dei dannati del
mondo, come i territori occupati della Palestina o il Kurdistan turco.
Al contrario degli anni '70, questa volta non c'è nessun conflitto
generazionale in corso, dice l'autore, e i tentativi dei media che da una
parte sbattono il mostro no-global in prima pagina e poi tentano di
impossessarsi di linguaggi e istanze come le grandi tematiche ambientaliste
sull'inquinamento o la bio-alimentazione, rappresentano l'ennesima
schizofrenia del potere. Si può dire certamente che l'autore, qui alla sua
opera prima, in quei giorni di Genova ha avuto un Satori, un'illuminazione:
quella zona gialla è terra in movimento, luogo, allo stesso tempo, di
partenza, viaggio e arrivo. Un altro mondo è possibile, è la frase-logo
preferita dal movimento. Quale, ancora non si sa. Del resto, non diceva già
Franco Fortini che «lottare per il comunismo, è il comunismo»?
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Da Carta del 28 marzo 2002
Dopo Genova
Testimoni di un futuro possibile
Sei interviste, a Vittorio Agnoletto, Piero Bernocchi, Raffaella Bolini, Salvatore Cannavò,
Luca Canarini e Fabio Lucchesi che riflettono su Genova e cercano di andare oltre. Perché il
"movimento dei movimenti", che da Genova ha cercato di costruire le basi per un suo
persistente intervento politico e sociale contro il neoliberismo, vive solo se si alimenta dei molti
punti di vista, delle differenze e della complessità. Che in questa raccolta di diversi punti
di vista emergono con chiarezza senza però sovrapporsi, ma anzi completandosi. Il motivo
conduttore è per tutti l'interrogarsi sul "dopo", sulle strade da percorrere per
allargare quell'area del conflitto sociale che qualcuno vorrebbe più strutturata, qualcuno
più fluida, qualcun altro più locale e decentrata. Non sono dettagli, ovviamente, ma non
sono neppure muri insormontabili: attengono alla dialettica di quella "nuova narrazione" del
mondo di cui parla spesso e giustamente Riccardo Putrella e che tutti coloro che la compongono stanno
imparando a costruire. Una strada, dicevamo, che per tutti gli interlocutori di Antonini passa anche da
Porto Alegre, da quel primo Forum sociale mondiale che lo scorso anno contagiò del suo "altro
mondo possibile" persone diverse e quest'anno ha mostrato una concretezza del "sogno" al
di là di ogni aspettativa. Se un appunto dobbiamo fare all'autore, non ce ne voglia, è la
scarsità di indicazioni di siti Internet (e non solo perché manca Carta) ma perché
il web è un elemento (non solo uno strumento) non irrilevante di questo movimento su scala
planetaria.
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Da Il Manifesto del 14 marzo 2002
La zona gialla dei forum sociali
Un libro intervista sulle prospettive del "movimento
dei movimenti" dopo la guerra in Afghanistan
di Benedetto Vecchi
È ormai noto che per proteggere i capi di stato del G8 a Genova fu istituita la "zona
rossa". Attorno ad essa si scatenarono polemiche a non finire per la sospensione di alcuni diritti
di cittadinanza che essa comportava. Ma la zona rossa, o meglio la sua violazione divenne anche
l'obiettivo del movimento contro la globalizzazione neoliberista. E attorno a quei pochi metri quadrati
accadde di tutto: caccia all'uomo da parte delle forze di polizia, scontri di piazza, che culminarono
con la morte di Carlo Giuliani. Pochi ricordano però che accanto alla "zona rossa" il
ministero degli interni aveva istituito una "zona gialla", dove la limitazione delle
libertà costituzionali era meno evidente, ma che potevano essere "revocate" nel caso
che il potere politico esecutivo ritenesse opportuno farlo. In altri termini, la "zona gialla"
era quella terra di nessuno dove sovrano era davvero chi decideva lo stato d'eccezione.
È da questa constatazione che Checchino Antonini parte nel suo libro di interviste sulle
"prospettive dei forum sociali italiani" (Zona Gialla, Fratelli Frilli Editori,
pp. 151, 6 Euro). Giornalista di Liberazione, ha seguito la crescita del "movimento dei
movimenti" con la passione di chi crede che produrre informazione comporti una scelta di campo e
quindi che fare il cronista, in alcuni momenti e contesti, sia una forma di militanza politica. Nella
lunga introduzione al volume - che racchiude interviste a Vittorio Agnoletto, Piero Bernocchi, Raffaella
Bolini, Salvatore Cannavò, Luca Casarini e Fabio Lucchesi -, l'autore sostiene che la scommessa
politica dei forum sociali fioriti in ogni angolo d'Italia dopo le giornate del luglio genovese è
rappresentata proprio dalla "zona gialla", in particolar modo se si considera la nuova
legislazione contro il terrorismo approvata negli Usa, e recepita anche dal parlamento europeo come uno
strumento rivolto non solo a reprimere i temibili fondamentalisti islamici di Al Qaeda, ma a creare le
condizione per stroncare sul nascere ogni opposizione all'ordine neoliberista. Ma non solo. Anche le
recenti proposte di revisione costituzionali in Italia, così come l'attacco del governo Berlusconi
contro l'indipendenza della magistratura o le proposte di abolire l'articolo 18 dello statuto dei
lavoratori sono da considerare delle vere e proprie "zone gialle".
Le interviste contenute nel libro cercano, ognuna a suo modo, di affrontare la "provocazione"
dell'autore. E ognuno, va detto, la riempie di suggestioni e spunti di analisi che fanno i conti con il
cambiamento avvenuto nella globalizzazione neoliberista, da Raffaella Bolini, che parla espressamente
dello "spirito di Porto Alegre" come l'orizzonte del movimento, a Vittorio Agnoletto che
considera la cornice transnazionale del movimento come in contesto sociale e politico che da forza ai
forum sociali. A, infine, Luca Casarini e Piero Bernocchi che considerano, con toni e analisi diversi,
la guerra come lo strumento attraverso il quale il capitalismo neoliberista cerca di costituire un ordine
politico mondiale dove non ci sia posto per chi crede che "un altro mondo è possibile".
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Da Liberazione del 13 marzo 2002
IL LIBRO
Lessico No-Global
Alcuni brani dall'introduzione di "Zona gialla"
di Checchino Antonini, in questi giorni in libreria
di Checchino Antonini
Quando l'ultimo manifestante partì da Genova, la zona rossa era stata definitivamente smontata
come fosse il tendone di un circo, pronta a risorgere di lì a poco, come totem del nuovo ordine
mondiale, ovunque ce ne fosse bisogno: da Washington, a Davos e, ancora, fin nel lontano Qatar. Restava
più che intatta la zona che l'aveva contenuta, quella gialla: fu là che avvenne tutto.
Definita da un'ordinanza prefettizia di dubbia costituzionalità (come d'altra parte pure la rossa),
la zona gialla non sembrava avere le barriere fisiche o le consistenze metalliche, ombrose, invalicabili,
della "città proibita" ma sembrava racchiusa da una sola regola: ogni diritto, tra quei
confini, era sospeso o limitato (...).
Molti giornalisti hanno raccontato del loro ombelico dopo aver ciondolato per giorni tra albergo,
questura, Carlini e Magazzini del Cotone dov'era l'ufficio stampa degli otto grandi. Molti altri,
soprattutto i media-attivisti indipendenti, hanno raccontato ciò che avevano visto e sentito
senza narcisismo. Avvocati e medici del Gsf continuano a raccogliere materiale per i processi in corso
nonostante l'esito deludente dell'indagine conoscitiva parlamentare pilotata dalle destre di governo per
evitare risvolti imbarazzanti. Per raccontare questo lato di Genova, probabilmente, ci vorranno, oltre al
lavoro paziente del legal forum (e all'ostinazione della famiglia e degli amici di Carlo Giuliani) anche
lezioni di scrittura noir, un genere letterario che ha arricchito le chance della controinformazione (...).
Ma il movimento ha bisogno anche di un'indagine su se stesso, per crescere, per capire, per farsi capire.
Ha bisogno di disegnare la propria mappa senza accontentarsi di quella disegnata per lui dai mass media
ufficiali che, nel migliore dei casi, forniscono un elenco di sigle politiche e sindacali, o una scelta
di facce di intellettuali nominati guru o cattivi maestri a seconda delle esigenze. Non solo per ragioni
tecniche, la stampa è ossessivamente attenta a cogliere note superficiali di costume - tatuaggi,
piercing e magliette - piuttosto che le reali motivazioni di un movimento. Questo accade perché
la maggior parte dei giornalisti non sa neppure di cosa stiamo parlando, si adagia sui luoghi comuni o
sulle veline delle polizie, e indulge in semplificazioni consolatorie o criminalizzanti: i militanti
oscillano, nella loro narrazione, dalla generica definizione di "giovani" a quella più
infida di "giovani violenti". Con la stessa cattiva fede, molti giornali tendono a
"tradurre" il movimento negli stereotipi a loro più congeniali, quelli del gossip e
della personalizzazione. Così nominano dei leader spremendo loro ogni sorta di dichiarazione e
presa di posizione, scrutandone l'abbigliamento e le pose, spostando ogni volta l'attenzione dalla luna
al dito.
È per sfuggire alle trappole di questo genere che il movimento ha preso a costruire
"media-center" in occasione di ogni appuntamento di una certa consistenza. E non è un
caso che la mattanza alla Diaz, nella notte tra il 21 e il 22 luglio, si sia svolta, in un primo momento,
proprio nella palazzina che ospitava la sede delle testate di movimento (Radio Gap, Radio Sherwood,
Liberazione, Il Manifesto, Carta, Altremappe, Cuore, Indymedia e decine di altre esperienze) (...).
La zona gialla è il mare in cui nuota il "movimento di movimenti" e, contemporaneamente,
ne è l'obiettivo, la terra di conquista. Non la zona rossa - cittadella proibita ma finta, deserta
- contro cui vengono evocati e simulati ardui assalti frontali, ma la zona gialla è il contesto da
ribaltare. E se quelli alla rossa, erano frontali, questi altri non potranno che essere "assalti
laterali", di lungo respiro ma non meno radicali, compiuti da una pluralità di soggetti col
maggior numero di linguaggi e strumenti possibili. Questa è una delle novità che emergono
nelle interviste che compongono questo libro e nelle quali abbiamo provato a indicare non solo le cesure
ma soprattutto i nessi: tra gli spezzoni di movimento, tra vertenze e campagne, tra il presente e la
memoria storica, tra le "reti del Nord e le marce del Sud", come ha sintetizzato Andrea Gallo,
uno dei tanti preti controcorrente che abitano i luoghi di movimento. Gli interlocutori scelti non sono
leader ma testimoni. Testimoni di Genova, dell'antefatto e, ancora, di quel che è accaduto dopo:
le assemblee nazionali e le manifestazioni di Napoli, Firenze, Roma, Bruxelles; la fioritura di cento e
passa Social Forum, la Perugia-Assisi, le iniziative di interposizione in Palestina e l'autunno rovente
di studenti, metalmeccanici, docenti fino alla costruzione dello sciopero generale e dell'appuntamento
romano di giugno in concomitanza col vertice Fao.
Le interviste sono state tutte effettuate in "presa diretta", nel vivo del lavorio di queste
ultime settimane, mentre maturavano le grandi manifestazioni dell'autunno e Porto Alegre assisteva al
secondo cantiere dell' "altro mondo". L'obiettivo era quello di dialogare senza il vincolo
delle gabbie tipografiche che inchiodano un'intervista a poche, secche, frasi fatte legate alla polemica
spicciola, alla cosiddetta notizia del giorno (...).
Tutti gli intervistati osservano, e forse è qui la spiegazione, come sia nato il primo movimento
mondiale dopo il crollo del muro. Da allora, il liberismo non è riuscito a mantenere neppure una
delle sue promesse e non riesce più a convincere i settori sociali dominati al Nord come nel Sud
del mondo. È questo gap tra la realtà e la sua rappresentazione ad aver consentito che,
per un decennio, "vecchie talpe" abbiano continuato a scavare. Le singole lotte di resistenza
hanno trovato ora canali di comunicazione e possibilità di solidarietà che superano di
gran lunga quelle determinate dagli slanci etici o altruistici. Ogni soggetto combatte per sé,
per la propria dignità, per la propria condizione, ma è consapevole del nesso tra la
propria "sofferenza sociale" e quella altrui. Il movimento può essere racchiuso, come
punto di partenza, in questa relazione nuova e si capirà, allora, come sia cruciale il passaggio
successivo su cui si sta lavorando da mesi: la costituzione di Social Forum e il patto di lavoro tra loro
e la combinazione di democrazia diretta e livello di organizzazione cui darà luogo.
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Da mentelocale.it dell'8 marzo 2002
Una breccia nella zona gialla
di Donald Datti
«Questo è un libro fatto di domande. Ci sono delle domande anche nelle risposte delle
persone che ho intervistato». Così Checchino Antonini spiega il suo Zona Gialla,
edito da Fratelli Frilli Editori. Ed è anche un libro che impone di porsi delle domande.
Una su tutte: quali sono le prospettive dei Forum Sociali Italiani dopo l'esperienza del G8 di Genova,
dell'11 settembre e di Porto Alegre.
Interrogativo che Antonini ha posto a sei rappresentanti di questi forum: Vittorio Agnoletto, Piero
Bernocchi, Raffaella Bolini, Salvatore Cannavò, Luca Casarini e Fabio Lucchesi. Non sono portavoce
di un movimento che ha scelto recentemente di sperimentare la possibilità di farne a meno,
privilegiando un'organizzazione orizzontale, senza vertici. Sono piuttosto lo spunto per una riflessione
che deve interessare quanti hanno deciso di abbattere la zona gialla. Che non è stata smantellata,
spiega Antonini, con la fine del summit genovese. Mentre la zona rossa veniva "smontata come fosse
il tendone di un circo pronto ad essere rimontato altrove", si espandeva oltre i confini di Genova
una zona "dove ogni regola veniva rimessa in discussione per impedire che il movimento divenisse
contagioso". Antonini comprende in questa dinamica la legge Bossi-Fini sull'immigrazione, le nuove
norme di polizia in funzione antiterrorismo, le riforme della scuola privata e pubblica.
«Ma il movimento ha aperto una breccia nella costruzione del consenso attorno alla
globalizzazione». Antonini ne è convinto, e giudica con soddisfazione il dibattito scaturito
tra Bruno Pastorino di Rifondazione Comunista, Massimiliano Morettini, presidente di ARCI Liguria e
Alberto Zoratti della Rete Lilliput, accorsi a presentare il suo libro da Assolibro di Via San Luca. Si
è parlato della crisi dei partiti tradizionali, di una riscoperta della spinta etica individuale
che il movimento deve incanalare nell'ambito di un processo politico. E si è parlato – non poteva
essere altrimenti – di G8, quando «la mattina del 20 la zona gialla si è trasformata in zona
rossa senza preavviso», ricorda Zoratti. E allora questo libro di Antonini vuole essere anche un
ammonimento a essere vigili, perché la stessa cosa non accada oggi, a livello globale e planetario.
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Da Ragionamenti di Storia - marzo 2002
Sugli scaffali - I libri del mese
Le prospettive del nascente Forum Sociale Italiano
La zona gialla quale luogo, ai margini della nervatura dei poteri, dove giocare la vera partita
antiglobalizzazione. Metafora dei luoghi di scontro sul selciato genovese, e d'incontro per le diverse
anime del movimento. Attraverso le parole di Vittorio Agnoletto, ex portavoce del Genoa social forum,
Piero Bernocchi, rappresentante dei Cobas, Salvatore Cannavò, giornalista di Liberazione, Luca
Casarini, portavoce dei "disobbedienti" del nordest e Fabio Lucchesi, esponente della rete
Lilliput, Checchino Antonini, una delle migliori firme del quotidiano di Rifondazione comunista,
Liberazione, traccia una mappa delle identità e dei prossimi appuntamenti del "popolo di
Genova". Sei interviste per capire, dopo il G8, probabili sbocchi e prospettive del nascente Forum
Sociale Italiano.
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