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Rick Master e la strage
di Hartmoor House
Ovvero il duca di Crimshaw
di Paolo Graffigna
Le prime pagine del libro
Capitolo I. Un povero vagabondo
Johnny
Bug detto Rabbit percorreva a passo svelto, in una sera di tarda estate, la
strada che da Londra porta a Bristol, nel tratto compreso tra le due città di
Brentford e Windsor. L’oscurità era ormai quasi totale, interrotta ogni tanto
dai fari delle auto che passavano nelle due direzioni e dalle luci che
brillavano a tratti dalle finestre delle rare case. Johnny Bug detto Rabbit non
aveva nessuna particolare ragione per andare in direzione di Windsor tenendo la
destra della strada, ben a ridosso del ciglio della stessa per evitare di essere
investito dalle macchine sfreccianti; avrebbe potuto benissimo fare
dietro-front, attraversare la strada e, sempre tenendo la destra, procedere in
direzione di Brentford. Sarebbe stato perfettamente lo stesso: tanto né a
Windsor né a Brentford c’era qualcuno che lo aspettasse.
Perché Johnny Bug detto Rabbit era un vagabondo, un “senza fissa dimora” come si
direbbe in gergo burocratico. Il vestiario, lacero, liso ed anche abbastanza
sporco, giustificava il suo cognome, mentre il suo modo di camminare, tutto a
balzi e saltelloni giustificava il suo soprannome, col quale era abbastanza
conosciuto in quella zona dalle persone che, almeno superficialmente,
s’interessavano di vagabondi e affini. Sulle spalle portava una specie di sacco
da montagna in cui praticamente conservava tutto il suo patrimonio: un paio di
pantaloni e di scarpe di ricambio regalategli da qualcuno, qualche cianfrusaglia
che raccattava qua e là, qualche avanzo di cibo e una bottiglia più vuota che
piena. La sua vita era semplice e libera: mangiava dove e quando poteva, dormiva
dove e quando ne aveva voglia, nessuno aveva bisogno di lui e lui non aveva
bisogno di alcuno.
Nel suo eterno peregrinare da un villaggio all’altro di quella zona si fermava
davanti a qualche casa di campagna e, senza che lui pretendesse o chiedesse
nulla, trovava sempre qualcuno che gli regalasse una moneta da spendere, un paio
di scarpe usate, una pagnotta, magari una bottiglietta di birra. Quando aveva in
tasca qualche soldo in più del solito si concedeva il lusso di entrare in
un’osteria, in una taverna, in uno di quei modesti esercizi che s’incontrano di
frequente sulle strade maestre, tra un villaggio e l’altro, e allora poteva
consumare un pasto quasi normale e bere un bicchiere di birra o magari un
whisky. Se invece era a corto di soldi si sedeva in un prato adiacente alla
strada o su una panca nella piazza principale di un villaggio, e mangiava
qualcosa di quello che teneva nella bisaccia e lo innaffiava con acqua di fonte.
Quella sera affrettava il passo per arrivare, a un’ora ancora decente per la
cena, all’osteria del “Gatto Giallo”, che si trovava sulla strada a cinque o sei
miglia da Windsor: e tanto più si affrettava perché, consumata una frugale cena,
aveva intenzione di proseguire fino a Windsor per passarvi la notte. Ormai era
in vista del “Gatto Giallo”; già la lampada che rischiarava l’insegna era
visibile da lontano. Appena giunto, spinse la porta a vetri ed entrò nel non
vasto salone dell’osteria. Poche persone erano sedute ai tavoli; Frank Altwill,
il proprietario, dietro al banco risciacquava dei bicchieri; dalla porta della
cucina, aperta, veniva un buon odore di salsiccia fritta.
– Buonasera a tutti! – disse Johnny Bug.
– Oh, Rabbit, salve! – gridò il padrone, mentre i pochi clienti rispondevano al
saluto con un grugnito senza alzare gli occhi dal piatto.
– Cosa c’è di buono stasera? – chiese Johnny sedendosi a un tavolo libero.
– Salsiccia squisita! – rispose l’oste uscendo dal banco e andando a posare
bicchiere e posate sul tavolo del nuovo arrivato.
– Vada per la salsiccia! – disse Johnny, liberandosi della sua sacca che posò a
terra. – E una buona bottiglia di birra...
– Siamo in moneta, eh, stasera!? – chiese Frank, l’oste, in tono scherzoso, ma
intenzionato ad accertarsi se il cliente aveva di che pagare quanto ordinato.
– Sicuro! – rispose Johnny, che aveva interpretato il significato recondito
delle parole dell’oste. – Oggi ho fatto un lavoretto al vicario di Brentford e
lui mi ha dato una sterlina... – E così dicendo fece tintinnare delle monete in
tasca.
– Allora... una salsiccia con cipolle per il signore! – gridò l’oste verso la
porta della cucina, mentre prendeva dal banco una bottiglia di birra e un
panino, e metteva tutto sul tavolo di Johnny.
– Ciao, Mary – disse Johnny alla ragazzina che dopo pochi minuti, provenendo
dalla cucina, gli posò davanti un piatto profumato e fumante.
– Ciao, Johnny – rispose Mary, la cameriera, figlia dell’oste, che aveva
simpatia per quello strano individuo e non le piaceva che lo offendessero
chiamandolo Rabbit.
Occorre dire a questo punto che Johnny Bug era rimasto orfano da bambino avendo
perso i genitori in un incidente ferroviario. Lui era stato allevato in un
orfanotrofio di Londra dove gli avevano insegnato il lavoro di rilegatore di
libri. Giunto alla maggiore età aveva lasciato l’orfanotrofio quando il
direttore gli aveva trovato un posto di lavoro in una rilegatoria della
capitale. Johnny vi lavorò per tre anni alacremente. Abitava allora in una
stanza situata sopra al negozio.
Ma un brutto giorno accadde che sparirono parecchi soldi dal cassetto del
padrone del negozio e venne accusato lui ingiustamente. Il vero autore del
furto, un altro lavorante del negozio, aveva fatto trovare uno dei biglietti
rubati nella stanza di Bug e così il povero Johnny era stato arrestato. Fu
condannato per il furto pur essendo innocente poiché non poteva certo pagarsi un
buon avvocato e fece due anni di prigione. Quando uscì di prigione, neppure
venticinquenne, si ritrovò senza più alloggio né lavoro e allora iniziò la sua
vita vagabonda lontano da Londra, città della quale conservava solo dei tristi
ricordi. Continuò a comportarsi onestamente ma non aveva molta fiducia nella
giustizia degli uomini.
Ormai era già da una dozzina d’anni che conduceva la sua vita libera ed
errabonda. Del lavoro che gli era stato insegnato, di rilegatore, conservava
l’amore per i libri, soprattutto quelli con la copertina rigida, ben rilegati. A
volte passava il tempo leggendo qualche libro che gli veniva prestato dal
vicario di Brentford oppure dal vicario di Windsor, libri che lui conservava con
cura e restituiva puntualmente al proprietario.
Johnny mangiò di buon appetito, bevve la sua birra, pagò senza protestare i tre
scellini e mezzo che l’oste gli chiese, poi si alzò, caricandosi sulle spalle il
sacco.
– Ve ne andate già, Rabbit? – gli domandò l’oste.
– Sì, devo essere a Windsor prima di mezzanotte... – rispose Johnny con un tale
tono di importanza che sembrava avesse un appuntamento con un Pari del Regno.
– Ah, capisco! – esclamo l’oste con voce beffarda. – Affari importanti!
Johnny non raccolse l’insinuazione e fatto un cenno di saluto, senza parlare,
uscì nella notte e riprese rapidamente il suo cammino. Aveva un paio d’ore di
strada davanti a sé per arrivare alle prime case di Windsor, ma che importava?
Nessuno l’aspettava lì e, dopo aver passato la notte sotto un portale o disteso
su una panchina dei giardini pubblici, la mattina seguente avrebbe ripreso a
camminare, probabilmente ripercorrendo la stessa strada in senso inverso per
tornare a Brentford; oppure, chissà, in direzione di Reading, che distava da
Windsor una ventina di miglia, dove era stato una sola volta alcuni anni prima.
Dovevano essere le undici di sera ormai e Bug camminava sempre: aveva oramai
digerito la cena, il traffico di auto sulla strada era ridotto al minimo. Fu
superato da una macchina scoperta, sulla quale fece appena in tempo a scorgere
un giovanotto e una ragazza, e subito dopo lo abbagliarono i fari di un’auto di
grossa cilindrata che correva in senso opposto a velocità sostenuta, con una
sola persona a bordo, un uomo. A destra e a sinistra della strada, le case di
campagna e le fattorie si facevano meno rare, segno che la città di Windsor non
era più tanto lontana.
A volte, nella sua solitudine, nel silenzio della notte, gli veniva da pensare
se forse non avrebbe potuto avere anche lui una vita normale, una casa o magari
una fattoria con tanti animali, una moglie e dei figli, magari guidare una
macchina o un trattore... lui che non aveva neppure preso la patente! Ma il
destino aveva voluto diversamente ed allora Johnny scacciava questi pensieri un
po’ malinconici poiché inevitabilmente gli venivano anche in mente gli anni
passati nell’orfanotrofio e i due anni di galera fatti ingiustamente. A volte
pensava ai suoi genitori, dei quali non ricordava quasi più la fisionomia poiché
non aveva neppure una loro fotografia.
Procedendo ancora arrivò davanti al cancello di una lussuosa villa, che non
mancava mai di soffermarsi ad ammirare ogni volta che passava di lì. Vagamente
questa villa gli ricordava l’orfanatrofio. L’edificio, un palazzotto a due piani
compreso il pianterreno, con una specie di torretta da entrambi i lati della
facciata principale, sorgeva a circa un quarto di miglio dalla strada ed era
circondato da un vasto terreno, parte a prato e parte a boschetto, completamente
cintato da un muretto con cancellata.
Sulla strada dal grande cancello partiva un largo viale, fiancheggiato da piante
fiorite, che in linea retta raggiungeva lo spiazzo davanti al portone del
palazzo. Al centro dello spiazzo vi era un pozzo in mattoni sormontato da un
arco in ferro battuto, da cui pendeva una carrucola con una corda. Non si vedeva
alcun secchio per attingere l’acqua. A sinistra del cancello, guardando dalla
strada, sorgeva una casetta a un piano, evidentemente l’alloggio del custode o
del giardiniere; adiacente alla casetta, che aveva una porta d’ingresso sulla
strada e un’altra sul viale, vi era una bassa costruzione con un largo portale
che serviva per il ricovero delle automobili. Tutto l’insieme offriva un aspetto
di signorilità e di buon gusto che non poteva non impressionare favorevolmente
chi l’osservava dalla strada e lasciava intuire che anche l’interno del palazzo
doveva essere altrettanto lussuoso e confortevole.
Johnny, come faceva sempre, sostò un attimo davanti al cancello ma sul lato
opposto della strada, per ammirare quel luogo che gli piaceva tanto e, a mente,
fece subito quattro osservazioni che gli parvero non concordare tra loro; era
infatti un uomo intelligente e un buon osservatore: A) il cancello principale
era aperto; B) tutte le finestre del piano terreno erano illuminate; C) le poche
finestre della casetta del custode erano al buio; D) né dal palazzo né dal
giardino proveniva il più piccolo rumore o suono.
Johnny rammentò che l’ultima volta che era passato di lì, circa una settimana
prima, il palazzo era completamente al buio e soltanto una luce brillava da una
finestra della casa del custode: era evidente che allora il palazzo era
disabitato e soltanto il custode era sul posto. Era però ammissibile che nei
giorni scorsi i proprietari fossero venuti dalla città alla villa (perché,
pensava Johnny, quella era certamente la casa di campagna di ricchi signori
cittadini); in tal caso, le osservazioni A e B erano concordanti, ma la D no;
mentre se i padroni non erano ancora in villa, l’osservazione D era esatta, ma
le osservazioni A e B non concordavano; quanto all’osservazione C, poteva avere
una spiegazione in entrambi i casi ipotizzati.
La mente di Johnny cominciava a confondersi alquanto: non era uno sciocco ma
quell’intrecciarsi di osservazioni contrastanti tra loro cominciava a creargli
un certo disagio. Sedette su una pietra miliare e si mise a riflettere. Doveva
proseguire senza curarsi di quelle stranezze o doveva occuparsene? La curiosità
ebbe il sopravvento sul timore di andare a cacciarsi in qualche pasticcio,
memore delle passate esperienze, e alzatosi, sempre con la sua bisaccia sulle
spalle, attraversò la strada e andò a bussare alla porta della casa del custode.
Attese per qualche minuto ma non ebbe alcuna risposta, né d’altra parte si
percepiva alcun rumore dall’interno: per scrupolo di coscienza penetrò dal
cancello nel viale e andò a bussare all’altra porta della casa del custode:
stesso risultato negativo. Fece qualche passo sul viale in direzione del palazzo
e notò che il portale del garage era chiuso. Proseguì: ormai era dentro
all’avventura e non poteva più tirarsi indietro.
Man mano che si avvicinava al palazzo la luce proveniente dalle finestre, quasi
tutte aperte, delle stanze del piano terreno rendeva sempre più chiara la scena.
Sorpassò sulla destra il pozzo situato davanti al palazzo e si trovò ai piedi
dei tre ampi gradini che portavano all’atrio di ingresso. A destra erano
posteggiate due automobili chiuse.
Si fermò per un attimo, incerto se andare avanti o no, poi superò i gradini e si
trovò sulla soglia. Il portone era aperto e la sala d’ingresso appariva
elegantemente arredata e sfarzosamente illuminata da un lampadario centrale. In
fondo all’atrio stava lo scalone di marmo che portava al piano superiore; a
destra e a sinistra si aprivano le porte che immettevano nelle altre sale del
piano terreno.
Rimase un attimo interdetto di fronte a tutto quello sfarzo e a tutta quella
luce, lui che era abituato al massimo ad essere ricevuto nella cucina delle
modeste case di campagna o nei fumosi interni delle taverne. poi si fece
coraggio e si inoltrò. La prima cosa che vide, quando i suoi occhi si furono
abituati a tutto quel chiarore, fu il corpo di un uomo giovane, vestito in abito
da sera, steso supino sul pavimento a pochi passi dallo scalone.
Johnny si avvicinò con comprensibile turbamento al corpo dell’uomo e non gli ci
volle molto per comprendere che era morto: da un foro sulla fronte colava un
rivoletto di sangue che aveva formato una piccola pozza sul pavimento. Sconvolto
da quella vista, Johnny indietreggiò fino alla porta alla sinistra dell’ingresso
che era aperta e che immetteva in un grande salotto, anch’esso illuminato. sulla
soglia si accorse che anche quel salone presentava una tragica scena: stesa sul
pavimento, quasi di traverso rispetto alla porta, stava una giovane donna, con
il braccio sinistro abbandonato lungo il corpo, il braccio destro nascosto, gli
occhi vitrei, mentre da un piccolo squarcio del suo abito bianco da sera, dalla
parte sinistra del petto, usciva un rivolo rosso.
Poco più in là, tra una poltrona e un tavolo, giaceva a terra, supino, il corpo
di un uomo di mezza età anche lui senza vita.
Johnny Bug, le cui gambe avevano cominciato a tremare e la cui vista si stava
annebbiando per l’emozione e l’orrore, si ritrasse indietro, si voltò e
facendosi forza, riattraversò l’ingresso per fuggire da quella casa maledetta.
Ma lo sguardo gli cadde sulla porta spalancata della sala di fronte, anch’essa
illuminata, e non poté fare a meno di vedere, poco oltre la soglia, altri due
corpi immobili sul tappeto che copriva il pavimento. il primo era quello di un
uomo ancora abbastanza giovane, in frac, steso supino con lo sguardo spento
rivolto al soffitto; il sangue uscito da un foro che aveva nella fronte si era
mescolato, sul tappeto persiano autentico, con quello di una giovane donna,
stesa bocconi, anche lei in abito lungo da sera, che perdeva sangue da un foro
sulla nuca.
Johnny non poté sopportare oltre quello straziante spettacolo. Stordito
dall’orrore e dalla paura, rinunciò a entrare nelle rimanenti stanze della casa
temendo oramai di trovare cadaveri in ogni luogo e raggiunse il portone, scese
di corsa i gradini e fuggì per il viale verso il cancello, verso la strada.
Passando accanto al pozzo, dalla parte opposta a quella per cui era passato
all’andata, non poté fare a meno di notare sulla ghiaia, accanto al muretto di
mattoni del pozzo, il corpo immobile, rattrappito, di un uomo vestito con
un’elegante livrea.
Raggiunse il cancello, uscì sulla strada, si portò sul lato destro e corse,
corse in direzione di Windsor, finché il fiato lo sostenne, per allontanarsi il
più possibile da quella dimora della morte.
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