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Il ricordo ti può uccidere
di Ugo Moriano
Prologo
Domenica 21 ottobre 2007
Un dolore lancinante che
sembrava spaccargli la testa si sommava ad altre ondate di dolore che
sopraggiungevano dal braccio destro. “Che male! Ma dove sono? Devo respirare!
Devo respirare! Dio, sono in acqua, sto annegando. Aria!”. Ogni minimo movimento
provocava fitte di dolore e nausea, ma il bisogno d’aria ormai sopravanzava
qualsiasi altro impulso e Vittorio iniziò a dibattersi, privo di orientamento,
ormai sopraffatto dal panico. Con uno degli spasimi che ormai lo stavano
portando verso la morte la sua testa emerse fuori dalle acque permettendogli,
più che altro per puro istinto di sopravvivenza senza più alcuna guida da parte
della ragione, di respirare tre volte prima che l’acqua marina ritornasse a
sommergerlo. Quelle boccate d’aria gli permisero di riprendere almeno in parte
il controllo e, ignorando il dolore, riuscì nuovamente a spingere la testa fuori
dall’acqua e riempire nuovamente i polmoni.
Il panico cieco stava lasciando il posto ad una certa lucidità e i pensieri
presero ad affollarsi nella mente del naufrago creandogli però un senso di
disorientamento. “Sono in mare, ma come ci sono finito? La barca! Ero sulla
barca. Mio Dio, sono caduto dalla barca”. Il dolore alla testa, seppur pulsante,
stava diminuendo, mentre il braccio destro era assolutamente inutilizzabile,
pesante al punto che sembrava quasi volerlo trascinare sottacqua e fonte di
continue ondate di dolore. “Ma dove mi trovo?” si domandò iniziando a notare che
vi era poca luce. “Com’è potuto accadere che sono finito in acqua in mezzo al
mare? La barca, devo trovare la barca o sono morto!”. Muovendosi con cautela,
cercando di non farsi sommergere dalle onde che seguitavano a spumeggiargli
intorno, iniziò a ruotare su se stesso cercando di scorgere la sagoma della sua
barca o di qualsiasi altra imbarcazione, continuando a non avere idea di dove si
trovasse.
Nella poca luce della sera, illuminata da una falce di luna crescente, scorse ad
un centinaio di metri di distanza la sagoma di un cabinato che si stava
allontanando, ma quando cercò di gridare gli uscì dalle labbra solo un suono
roco che non poteva assolutamente essere sentito da chicchessia. Muovendo il
braccio sinistro per nuotare iniziò a cercare di scorgere la terra, perché
sapeva per certo che lui non si sarebbe mai allontanato troppo dalla costa e
dopo qualche istante vide in distanza delle luci, ma parevano davvero troppo
lontane.
“Devo restare calmo, se no qui muoio. Per prima cosa inizierò a nuotare verso
quelle luci, così riuscirò a combattere il freddo ed intanto devo cercare di
ricordare com’è potuto accadere che io sia caduto in mare senza che nessuno se
ne accorgesse”. Così dicendo iniziò a muoversi, per quanto lo permettesse il
solo braccio sinistro, in direzione della luce, cercando di dominare il dolore e
il senso di assoluto disorientamento.
“Se voglio salvarmi devo assolutamente ricordare quello che è accaduto, capire
il perché mi ritrovo qui; magari, così facendo, è possibile che mi affiorino
alla mente altre informazioni utili per uscire da questa situazione”. Un brivido
di freddo lo costrinse a serrare i denti.
* * *
“L’acqua è fredda” pensò
Vittorio senza riuscire a reprimere un brivido, combattendo contro l’istintivo
gesto di sollevare una gamba mentre l’onda arrivava a bagnargli i piedi
trascinando con sé una piccola massa di alghe marroni che, al ritirarsi
dell’onda, restarono parte sulle pietre tonde e grigie riemerse dalla risacca e
parte attaccate alla sua pelle bagnata.
Inspirò a fondo assaporando il profumo inconfondibile del mare misto a quello
delle alghe, mentre osservava la distesa d’acqua davanti a lui illuminata dal
sole del primo pomeriggio. Spirava un leggero vento di tramontana e il mare era
leggermente increspato sotto un cielo coperto a tratti da leggere nuvole
bianche.
Entrare con i piedi in acqua, nella piccolissima spiaggia sassosa racchiusa tra
due piccoli moli di pietra davanti al circolo Borgo Cappuccini al Prino di Porto
Maurizio era una specie di rito che Vittorio compiva fin dalla prima volta che
era uscito in mare su un gozzo di sua proprietà. Gli piaceva sentire il tocco
del mare sulla pelle prima di avventurarsi in mezzo alle sue acque.
Ogni volta, dopo aver osservato l’orizzonte, volgeva lo sguardo verso il
promontorio del Parrasio di Porto Maurizio, come per fissare un punto fermo a
cui far ritorno, ed il suo sguardo si soffermava sul grande loggiato di Santa
Chiara esposto verso il mare con la sua torre cilindrica all’angolo più a
oriente, per poi spostarsi sull’oratorio di San Pietro, il più antico edificio
religioso della città, con le tipiche arcate sul frontale rivolto a occidente e
la sua torre campanaria, che una volta era una torre saracena.
Una nuova onda giunse a bagnargli il bordo dei pantaloni poco sotto le ginocchia
spingendolo ad arretrare di un paio di passi, per poi voltarsi e risalire sul
piccolo piazzale dove erano tirati in secca una dozzina di gozzi liguri, piccole
imbarcazioni di legno con la loro forma inconfondibile, la prua poco più alta
della poppa, sulla quale svetta, oltre il bordo, un tipico prolungamento in
legno chiamato pernaccia. In mezzo a quelle barche appoggiate su travetti
di legno o su carrelli, figurava con i suoi colori bianco e blu, il suo,
acquistato quindici anni addietro, ma sempre in perfetto stato, anzi migliorato
rispetto al giorno in cui, con una spesa valutata attentamente, ne era venuto in
possesso acquistandolo da un anziano pescatore della zona.
Vittorio aveva compiuto da poco cinquantaquattro anni, ma il suo fisico
asciutto, la statura poco superiore alla media e i capelli ancora folti e
castani, gli facevano dimostrare dieci anni di meno, cosa che seppur senza darlo
a vedere apertamente lo lusingava.
Raggiunta la sua barca iniziò le operazioni necessarie alla sua messa in acqua:
tolse i coperchi in legno che la proteggevano, caricò a bordo il necessario per
la giornata di pesca e spinse il carrello su cui era appoggiata verso lo scalo;
il tutto sotto lo sguardo attento del gestore del bar dei soci, un anziano
pescatore seduto su una sedia di plastica subito fuori della porta del circolo.
– Vittorio, esci a pescare?
– Sì, Giacomo. La giornata sembra buona anche se questa leggera tramontana, più
al largo, potrebbe dare fastidio – rispose fermando il carrello della sua barca
all’inizio dello scivolo che portava le imbarcazioni in acqua. – Prima di
mettere tutto a riposo per l’inverno voglio approfittare di queste belle
giornate di ottobre.
– Esci da solo? – chiese Giacomo mentre sorseggiava centellinando il vino bianco
dentro un tipico bicchiere da osteria. – Moglie e figlia ti hanno abbandonato?
– Oggi sì. Alessandra è impegnata da sua sorella. Mia figlia è uscita con
amiche, non posso neanche pretendere che trascorra tutto il suo tempo con me.
Non è che puoi aiutarmi due minuti così riesco a mettere in acqua la barca senza
dannarmi l’anima?
– Aspettavo solo che me lo chiedessi, a stare qui seduti il tempo non trascorre
veloce e un diversivo per interrompere questa monotonia è sempre ben accetto.
Giacomo si alzò dalla sedia e raggiunse il gozzo tenendolo ben saldo con
entrambe le mani all’inizio della discesa di cemento, mentre Vittorio
raggiungeva velocemente la cassetta al cui interno vi era l’interruttore
dell’argano e lo attivava, poi prese il gancio fissato al cavo, piazzò il
paletto nell’apposito foro a monte dello scalo e tramite una carrucola posizionò
il cavo per poi andare a fissare il gancio all’imbragatura della barca. Pochi
istanti dopo la barca galleggiava nelle acque basse in attesa del suo
proprietario.
– Grazie Giacomo, mi hai risparmiato una gran fatica. Ti auguro un buon
pomeriggio e, se ci sarai ancora, quando rientro ti offrirò una birra.
– Non credo che sarò ancora qui, perché vado a cenare a casa. L’impianto
dell’argano lo chiudo io, tu vai tranquillo. Ciao Vittorio.
Vittorio raggiunse la sua barca, si sedette sulla fiancata e, facendo ruotare le
gambe, saltò dentro. Dopo aver fatto ancora un cenno di saluto all’amico fermo
in cima allo scalo, prese i remi e iniziò ad avanzare oltre i piccoli moli di
pietra che proteggevano lo scalo.
A sessanta metri dalla riva, ritirati in barca i remi, accese il motore
fuoribordo e diresse la prua verso il mare aperto.
* * *
Il sapore dell’acqua marina che
gli stava entrando in gola, unito ai conati di vomito che questa gli provocava,
riportarono la mente di Vittorio al presente. Aveva smesso di nuotare ed era
scosso da brividi di freddo, il dolore al braccio destro era quasi scomparso e
il dolore alla testa era diventato un pulsare quasi in sottofondo. “Ho perso il
contatto con la realtà. Stavo sognando, per non dire peggio. Devo continuare a
muovermi e cercare di individuare qualche imbarcazione”. Poi si accorse che
stava tenendo gli occhi chiusi e questo lo spaventò ulteriormente, se ancora
fosse possibile. Aprì gli occhi, ma quasi non vide nulla. Era ormai notte, anche
se non riusciva a stabilire un’ora approssimativa, vide che la luna, che aveva
superato da poco il primo quarto, era quasi esattamente nel punto in cui
ricordava di averla vista quando si era ritrovato in acqua e pertanto la notte
doveva essere calata da poco.
Con uno sforzo cercò di sollevarsi il più possibile fuori dall’acqua per cercare
di scorgere un qualsiasi segnale che potesse rappresentare la salvezza, ma
intorno a lui vi era solo il mare nero con le sue piccole onde su cui soffiava
la tramontana che si era ancora rinforzata.
“Se mi fermo muoio. Devo riprendere a nuotare per cercare di restare sveglio.
Presto si accorgeranno che non sono ritornato e mia moglie darà sicuramente
l’allarme. Devo resistere, i vigili del fuoco faranno l’impossibile per
trovarmi. Allerteranno capitaneria, polizia, carabinieri. Usciranno tutti in
mare”. Scorse nuovamente in distanza la luce che era già stata il suo punto di
riferimento quando aveva iniziato a nuotare. Lentamente, reprimendo i brividi di
freddo, cercò di muoversi verso di essa mentre la sua mente ritornava ai fatti
della giornata.
* * *
A circa un miglio di distanza
dalla terraferma Vittorio spense il motore e si mise all’opera per iniziare a
pescare. Dopo aver disposto le esche, calò la lenza in mare e rimase in attesa.
Trascorsi alcuni minuti sentì il primo strappo alla lenza ed ebbero inizio due
ore di pesca.
Generalmente Vittorio non usciva mai solo in mare, ma quel giorno, nonostante
l’impossibilità di accompagnarlo da parte della moglie e della figlia, anche
loro grandi appassionate di pesca, aveva fatto uno strappo alle sue abitudini
perché oltre al piacere di poter trascorrere un pomeriggio impegnato nel suo
hobby preferito, vi era anche la quasi certezza di stare per fare una scoperta
importante. Proprio in mezzo al mare aveva appuntamento con una persona che
poteva fornirgli indicazioni certe per risolvere un mistero, quasi una leggenda,
che da decenni veniva raccontata nella caserma dei vigili del fuoco di Imperia,
luogo in cui lui lavorava con un incarico direttivo nel settore
amministrativo-contabile.
Sospendendo per qualche minuto la pesca, spostò il secchio pieno d’acqua, in cui
galleggiavano tre donzelle di media taglia, due serrani e due menole, prendendo
la sacca contenente un panino al prosciutto e una bottiglia di acqua minerale
gassata. Mentre gustava il panino allungò una mano nel cestino e da una busta di
plastica trasparente prese otto fotografie in bianco e nero ritraenti scene e
persone legate alla storia passata dei vigili del fuoco.
La barca ondeggiava sulle increspature del mare e qualche schizzo di spuma
marina arrivava al suo interno, la tramontana si era leggermente rinforzata, ma
senza destare particolare preoccupazioni in Vittorio che, tranquillamente
seduto, osservava le fotografie, soffermandosi in particolare su di una. Quell’incontro
in mare con un altro amante della pesca, era legato alla storia di quella
fotografia che, se fosse stata confermata, avrebbe potuto portare a scoperte
clamorose e alla notorietà per tutti coloro che avessero in qualche modo
contribuito a fare chiarezza su quanto era accaduto nel passato, riportandolo
alla luce.
Vittorio guardò l’orologio e vide che erano le 16,45. Mancavano circa due ore al
tramonto del sole ed era quasi ora di vedere se chi aveva contattato due giorni
prima, sarebbe venuto all’appuntamento sulla secca a due miglia a sud di San
Lorenzo al Mare.
Recuperata la lenza, fatto il pieno di benzina, accese il motore, puntò la prua
verso sud-ovest e si mise in movimento. Lo sciabordio dell’acqua contro il legno
del gozzo accompagnò la traversata del braccio di mare tra Porto Maurizio e San
Lorenzo al Mare. A poche centinaia di metri dalla secca lo sguardo di Vittorio
venne attratto da quattro forme allungate dai riflessi argentei che nuotano poco
sotto la superficie. Immediatamente l’istinto del pescatore e la passione per
quello sport lo spinsero a spegnere il motore e a precipitarsi a prendere la
lenza che, dopo averla innescata con la piuma per risparmiare le esche vive,
provvide a calare in acqua nella speranza di trovarsi sopra ad uno sciame di
soralli. Pochi istanti dopo aver calato la lenza sentì il primo leggero
strattone e nei 20 minuti successivi tutto il suo mondo ruotò intorno a quella
lenza da calare e ritirare in barca con attaccate quelle forme argentee. Solo il
rumore di un altro motore diesel che si avvicinava lo fece voltare verso sud e
notare a meno di cento metri di distanza un piccolo cabinato bianco di circa
otto metri con le murate in tinta legno.
Vittorio iniziò a ritirare in barca la lenza, accorgendosi che si era fatto
tardi ed era ora di rientrare, mentre il cabinato si avvicinava al gozzo
mettendo al minimo il motore.
– Pensavo che non saresti più venuto, visto ormai l’ora tarda – disse Vittorio
alzando la voce mentre finiva di ritirare la lenza. – Tuo zio è in barca con te?
– Buonasera Vittorio, scusa per il ritardo. No, mio zio non è potuto venire
perché questa mattina stava poco bene. Ormai esce poco in mare perché spesso gli
acciacchi dell’età si fanno sentire.
– Avete davvero una bella barca. Io mi arrangio con il mio gozzo, che però per
quello che devo pescare è più che sufficiente.
Riposta la lenza ed assicurato il secchio con il pescato della giornata,
Vittorio rimase in piedi ad osservare il cabinato che ormai si era fermato ad un
paio di metri dalla sua imbarcazione facendola oscillare.
– Mi spiace che tuo zio non sia venuto perché, come ti ho detto al telefono,
avevo bisogno di una sua conferma riguardo ad una fotografia. Pazienza, sarà per
un’altra volta. Ora devo andare perché tra una mezz’ora tramonterà il sole e io
dovrei essere già sulla via del ritorno.
– Aspetta, Vittorio. Mio zio mi ha descritto in tutti i suoi particolari la
fotografia e quindi posso darti io una conferma di massima. Se poi mi sembra che
sia la foto di cui anni fa si parlava al comando, potrai farla vedere a lui per
una conferma definitiva.
Vittorio era impaziente di ritornare a terra, ma era anche ansioso di avere un
riscontro, anche approssimativo riguardo quanto credeva di aver scoperto. Si era
fatto tardi e sapeva benissimo che prima delle venti non sarebbe riuscito a
riportare la barca al suo posto, al circolo Cappuccini. Si voltò a guardare in
direzione di Porto Maurizio, poi riportò l’attenzione sul nuovo venuto.
– Preferirei parlare con tuo zio. È veramente tardi e non vorrei che calasse la
notte mentre sono ancora in mare. Se tardo Alessandra si preoccupa e poi a casa
devo passare la serata a discutere con lei.
– Facciamo così. Ti passo una cima e leghi la barca dietro alla mia, poi ci
dirigiamo verso terra, così possiamo parlare e nel frattempo ti faccio rientrare
più velocemente. Che ne dici?
Vittorio non era particolarmente convinto, ma il passare del tempo, la
prospettiva di rientrare in ritardo e la curiosità riguardo alla fotografia lo
spinsero ad accettare. Nel giro di pochi minuti la barca era assicurata con una
cima cinque o sei metri dietro il cabinato e lui era a bordo, seduto a poppa,
con in mano la busta di plastica con dentro le fotografie.
– Bene, fammi solo vedere la fotografia interessata, così poi ci mettiamo subito
in moto. Non posso credere che sia ricomparsa dopo così tanti anni. Ormai non ci
pensavamo neppure più. Anche nella mia famiglia si stava iniziando a pensare che
non esistesse veramente.
– Sì, te la faccio vedere – disse Vittorio estraendo dalla busta una decina di
fotografie disposte all’interno di un raccoglitore di plastica a buste
trasparenti. – Poi però muoviamoci perché si sta facendo sempre più tardi e tra
non molto sarà buio.
Sfogliò le fotografie fino a trovare quella che aveva attirato la sua attenzione
e la mostrò al proprietario del cabinato.
* * *
Era finito nuovamente
sott’acqua. Non aveva più la forza di cercare di nuotare con l’unico braccio che
poteva utilizzare. Riemerse nel mare nero come la pece mentre il freddo era
quasi scomparso ed era subentrata una sorta di apatia che gli rendeva difficile
anche seguire il corso dei suoi pensieri. Vittorio, in un angolo della sua mente
sapeva benissimo che quelle sensazioni erano il risultato delle temperature
dell’acqua sul suo corpo, esse avevano un preciso nome: ipotermia, ma non
provava alcun senso di allarme, anzi era quasi rilassato, in pace. Fece un
ultimo sforzo per cercare di scorgere la terra, ma non vide nulla. Richiuse gli
occhi e smise di nuotare. Voleva pregare, ma non gli vennero in mente le parole.
Continuava a rivedere sua moglie Alessandra in compagnia della figlia, sedute
sul terrazzo di casa ad attenderlo.
* * *
Ormai molto lontano da dove si
trovava Vittorio il cabinato procedeva in direzione della Francia. Seduto al
posto di guida il proprietario era in preda ad una violenta ira, le fotografie
erano sparse sul fondo dell’imbarcazione, ignorate ed ormai bagnate stavano
diventando pezzi di carta che presto si sarebbero sfatti.
La collera in lui era come un vulcano in eruzione. Quando aveva visto la
fotografia nelle mani di Vittorio, aveva capito che la sua vita sarebbe cambiata
per sempre. Ed invece nulla! Un’altra beffa del destino.
Nel pomeriggio di tre giorni prima era a casa dello zio quando il telefono era
squillato e lui aveva risposto. Vittorio gli aveva chiesto di suo zio che in
quel momento era uscito e quando aveva saputo che non era in casa, gli aveva
spiegato per sommi capi il perché di quella chiamata. Lui, man mano che
ascoltava riviveva nella memoria i racconti di sua nonna riguardo ad un tesoro
ed a una fotografia scomparsa che avrebbe portato sul retro le indicazioni per
ritrovarlo. Aveva rassicurato Vittorio e, essendo tutti e tre dei pescatori
accaniti, avevano deciso di vedersi in mare davanti a Porto Maurizio.
Dopo aver posato il telefono rimase fermo nel corridoio mentre nella sua mente
passavano scenari di lusso e divertimenti fino a che non si era convinto che
quel “tesoro” di cui parlava sua nonna era suo di diritto in quanto era suo
nonno che lo aveva trovato. Nella penombra del corridoio decise che sarebbe
andato da solo all’appuntamento con Vittorio. Aveva in mente un piano per
entrare in possesso della fotografia senza destare la sua curiosità, anzi
placandola e dirottando l’attenzione su altro.
Aveva già pregustato una vita molto diversa da quella che doveva affrontare
tutti i giorni, poi Vittorio si era rifiutato di dargli quella maledetta
fotografia, anzi non gliela aveva neppure fatta toccare. Era riuscito,
paradossalmente, solo a infondergli la certezza che quella fosse la famosa
fotografia di cui anni addietro si favoleggiava tra vigili del fuoco di Imperia
e lui si era messo a parlare di consegnarla al comandante per poi avviare
ricerche ufficiali. In un istante capì che non poteva permettergli di divulgare
la notizia e, quasi senza riflettere lo aveva colpito con un tubo di ferro alla
fronte facendolo accasciare a terra. Improvvisamente un’assoluta lucidità si era
impadronita della sua mente e lo aveva fatto agire velocemente e con sicurezza.
Gli aveva afferrato il braccio destro e con una torsione gli aveva lussato la
spalla, poi si era messo al timone ed aveva diretto la barca verso il largo
portandosi oltre tre miglia dalla costa. Gettare a mare il corpo di Vittorio era
stato cosa di un minuto e poi si era allontanato senza neppure voltarsi
indietro. Ad oltre un miglio di distanza, solo, in mezzo al mare, aveva
slacciato la cima che tratteneva il gozzo alla barca lasciandolo andare alla
deriva ormai nell’oscurità per riprendere il proprio viaggio in direzione ovest.
Tutto era stato così facile, lineare nella sua esecuzione, limpida nella sua
mente era la sequenza delle sue azioni mentre un senso di esaltazione gli faceva
battere veloce il cuore. Poi la beffa del destino che, come ogni volta, nella
sua vita si divertiva ad illuderlo per poi truffarlo sul traguardo. Aveva
afferrato quasi con devozione quella fotografia in bianco e nero con impressi
sopra tutti i segni del tempo, aveva tratto un gran respiro e l’aveva voltata
per restare a fissare assolutamente incredulo quel cartoncino bianco privo di
qualsivoglia scritta o tratto di penna. Solo in quell’istante capì che quella
che aveva in mano non era l’originale, ma solo una fotocopia su carta
fotografica per stampanti. Con un urlo di frustrazione la gettò sul fondo del
cabinato mentre tutti i suoi progetti svanivano lasciandogli solo una grande
frustrazione. Restò accasciato al posto di guida per alcuni minuti, poi la sua
mente riprese a funzionare a pieno ritmo ed un sorriso si disegnò sulle sue
labbra mentre si raddrizzava sul sedile.
– La fotografia io non ce l’ho, ma sicuramente è al comando e chi l’ha in
custodia non ha idea del suo valore. Nulla è perduto, devo solo trovarla e
riuscire a venirne in possesso, anche solo per qualche minuto, senza destare
sospetti.
Il suono delle sue parole si perse nella notte dietro alla scia bianca lasciata
dal cabinato che si allontanava sul mare.
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