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Il ritorno dei
pirati
Navigazione e pirateria
moderna
di Augusto Meriggioli
I primi capitoli del libro
Pirati a bordo!
Lo schiocco secco della porta aperta di
colpo che sbatteva con violenza sulla paratia lo fece sobbalzare sul letto. Tre
figure si stagliavano contro la luce del corridoio. Non si distinguevano bene
facce e indumenti, ma la pistola e i coltellacci che brandivano non lasciavano
dubbi sulle loro intenzioni. Aveva tanto sentito parlare di pirati e del loro
ritorno nelle acque del Sud-est asiatico, ma non aveva creduto potesse capitare
a lui di incontrarli dal vivo. Così quando la compagnia gli aveva ordinato di
portare la grossa petroliera, una di quelle che chiamano VLCC o Very Large Crude
Carrier, ad un ancoraggio in mare aperto nel Mar della Cina appena a ponente
delle Filippine, non gli era passato per la mente che, data la distanza dalla
terra più vicina, qualcuno avrebbe potuto avvicinarsi alla nave ed abbordarla.
Perciò aveva preso le normali precauzioni di una nave all’ancora e nulla più.
Questo gli fece tornare di colpo in mente che sul ponte di comando c’erano un
ufficiale di guardia ed un marinaio di vedetta e si preoccupò per loro. Chissà
se erano stati malmenati, feriti o peggio uccisi. Si raccontavano storie di
violenze e torture terribili inflitte ai naviganti dagli assalitori per farsi
dire dove erano nascosti i valori da razziare. Su una petroliera non vi erano
ricchezze tali da giustificare un assalto a mano armata. Eppure questi
malintenzionati speravano evidentemente di trovare qualcosa di buono. Certo non
erano le 330.000 tonnellate di greggio contenute nelle cisterne. Non erano
asportabili e nemmeno commerciabili. Rimanevano due bersagli minori: i pochi
beni personali dell’equipaggio e la cassaforte della nave. Per quel che
riferivano coloro che c’erano passati era proprio a questa che i pirati
miravano. Non conteneva mai più di qualche migliaio di dollari, ma anche cifre
così modeste aiutavano ad appagare chi veniva da una fame atavica avendo avuto
la sfortuna di nascere tra quelle misere popolazioni rivierasche delle Filippine
da cui partivano come pescatori per tramutarsi in feroci predatori una volta
abbordata qualche nave di passaggio. Una tradizione antica in queste acque,
quasi debellata tra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento grazie
alla presenza massiccia delle marine da guerra europee che pattugliavano la
zona, in verità per altri motivi. Praticamente il fenomeno era andato in sonno
durante la Seconda Guerra Mondiale per la continua presenza di navi militari
giapponesi, americane ed australiane. Il comandante ricordò che se n’era
ricominciato a parlare da poco tempo. Perlopiù ci si riferiva a persone che si
arrampicavano lungo le catene delle navi all’ancora in qualche rada poco
sorvegliata. Era già capitato anche a lui. Erano all’ancora a Lagos in Nigeria
dove, con un’impudenza incredibile, in quanto era ancora giorno, alcune persone
si erano arrampicate sul cassero di prora ed avevano cominciato a filare i cavi
d’ormeggio arrotolati in coperta sulla loro lancetta data volta alla catena
dell’ancora, facendoli scendere dall’occhio di cubia. Quella volta era bastato
armarsi di bastoni e fare gruppo per metterli in fuga. Degli abbordaggi di
queste parti si narrava che avvenissero di notte e che i pirati si servissero di
lance velocissime con motore fuoribordo. Incrociavano col motore al minimo lungo
le rotte più battute e quando avvistavano la preda, si avvicinavano da
sottovento spegnendo il motore all’ultimo momento per evitare rumori e non
mettere gli equipaggi in allarme. Con l’abbrivo residuo si affiancavano alla
nave, lanciavano i grappini sulla coperta e s’inerpicavano silenziosamente. Di
solito riuscivano ad arrivare sul ponte di comando senza farsi notare ed era
facile sopraffare gli sbigottiti marinai di guardia. Uno degli assalitori si
piazzava qui per tenere il personale sotto la minaccia di un’arma, mentre gli
altri si recavano dal comandante e, con botte e violenze, lo costringevano ad
aprire la cassaforte. Questa la tecnica di cui si favoleggiava.
“Esattamente quello che deve essere successo veramente stanotte”, fu il pensiero
inespresso del comandante! Quello che per tanto tempo era stata una sea story di
colleghi che c’erano passati e che normalmente veniva accolta con sorrisi ed un
briciolo di incredulità, si era ora tramutata in un’angosciosa realtà.
“Calma” pensò; poi in inglese sperando che lo capissero, si rivolse ai tre
malviventi:
– Be quiet.
Non aveva armi per difendersi. A bordo non ve n’erano. Erano state tolte dalla
compagnia proprio per evitare che qualcuno reagisse. In compenso avevano
lasciato le manette!
I tre dimostrarono subito di essere pratici di rapine sulle navi. Non erano
evidentemente al primo tentativo. Tirarono giù dal letto il comandante e,
brutalmente, lo sospinsero verso l’ufficio adoperando la canna della pistola ed
anche la punta dei coltelli. Atterriva di più l’intollerabile silenzio dei tre
che gli atti prepotenti con cui indicavano come comportarsi. Giunti all’ufficio,
quello che dirigeva la musica, parlò per la prima volta:
– Open safe.
Come previsto volevano la cassaforte. Non era il caso di fare l’eroe, perciò il
comandante non si perse in astuzie e cominciò a manovrare la ruota numerata
della serratura. Meno male che per timore di dimenticarla aveva scritto la
combinazione su un foglietto giallo incollato in bella vista sulla porticina
della cassaforte. L’emozione e la paura avrebbero potuto giocargli un brutto
scherzo alla memoria creandogli qualche esitazione per cui i pirati avrebbero
potuto innervosirsi. Aperta la porticina si fece da parte. Uno dei pirati
arraffò le banconote in bella vista all’interno, poi buttati a terra i documenti
appilati sui ripiani cercò attentamente nei due piccoli cassettini dove in
generale si tenevano gli stupefacenti per uso medico. Una volta sicuro che non
vi fossero più dollari in giro, parlò ai suoi compari in un dialetto che il
comandante riconobbe essere lo stesso tagalog parlato dal suo equipaggio
filippino. Nei tempi morti si dilettava ad insegnare loro l’italiano ed
apprendere in cambio il dialetto della povera terra da cui proveniva la
maggioranza dei marinai. Quello con la pistola fece segno al comandante di
stendersi per terra e rimase a guardia mentre i compari perquisivano la camera
da letto e la cabina adiacente del direttore di macchina che, fortunatamente,
era in saletta a vedere il film. Trovarono facilmente gli orologi e i
portafogli. Purtroppo trovarono anche le manette e con quelle legarono un
braccio del comandante ad un puntale del bagno dimenticandosi, per fortuna, che
le chiavi erano dentro un portacenere in bella mostra sulla scrivania. Quindi si
allontanarono passando prima dal ponte per raccogliere il compare lasciato lì a
guardia.
Era andata bene! Niente percosse o altre violenze. Soprattutto niente
sodomizzazione come era capitato a quel suo collega che fra l’altro era un
tombeur de femme e non l’aveva presa molto bene perché malgrado il suo riserbo
la voce era circolata ed aveva fatto sorridere parecchi che lo invidiavano per i
suoi successi femminili. Prese a gridare per chiedere aiuto ed il primo ad
arrivare fu proprio il direttore che non aveva sentito niente di niente. Si fece
liberare ed insieme corsero sul ponte dove l’ufficiale piangeva a dirotto,
mentre il marinaio cercava di fargli bere un sorso d’acqua. Sempre insieme
scesero verso la saletta marinai dove quattro filippini, stavano guardando per
la centesima volta il film in italiano Miseria e nobiltà. Cosa ci capissero era
sempre stato un mistero, però piaceva e lo avevano praticamente consumato a
forza di proiettarlo. Logicamente, anche lì non si erano accorti di nulla.
Ritornati sul ponte, il comandante ed il direttore svegliarono gli altri
ufficiali che dormivano ai piani sottostanti e dopo averli fatti armare con
inutili bastoni ed asce da incendio, li mandarono a fare un giro di ronda per
accertarsi che i pirati non fossero più a bordo. Quindi si dedicarono
all’inventario di quanto era stato rubato. Non era molto, ma abbastanza da
infastidire. Un lungo messaggio con il preciso resoconto dell’avvenimento venne
affidato al marconista perché lo inviasse alla compagnia ed una comunicazione fu
anche fatta alla polizia di Manila pur sapendo che non sarebbe servita granché
perché erano fuori dalle acque territoriali filippine. La risposta della
compagnia arrivò il giorno dopo. Poche concise parole: “Sorry for the
inconvenience... Report damages”. Al comandante per il nervoso vennero le
convulsioni. Prese il telefono satellitare e chiamò il capo marittimo che era
suo compagno di scuola e quel che disse, e come lo disse, pose fine ad una
amicizia trentennale!
Il ritorno della pirateria
Quanto è sicura la navigazione marittima?
Una domanda che riaffiora ogni qualvolta si ha notizia di un atto criminale
compiuto contro una nave, il suo equipaggio o i passeggeri a bordo. Normalmente,
queste intrusioni ostili si riferiscono ad un assalto in mare aperto, un
abbordaggio in rada, un sequestro di navi o naviganti, il ferimento o
l’uccisione di qualche membro dell’equipaggio oppure ad un attacco a mano armata
alla nave in banchina. Classificate come atto di pirateria spesso non richiamano
l’attenzione dell’opinione pubblica o dei media a meno che vi siano circostanze
o dettagli particolarmente interessanti. Il fenomeno comprende un ampio spettro
di scelleratezze che colpiscono il traffico marittimo ed il personale navigante
mettendo in mostra tecniche e abilità diverse a seconda dell’area geografica
dove avvengono. Alle conseguenze di questa criminalità viene data scarsa
importanza dalla stampa e l’interesse dei lettori e dei tele-ascoltatori non
dura mai a lungo. L’episodio viene cannibalizzato in pochi giorni e scompare dal
prime time di giornali e televisioni sopraffatto da altri eventi importanti. La
testimonianza del reato rimane nella memoria e nell’archivio di un circoscritto
gruppo di tecnici del settore che, per dovere di servizio, registrano il fatto,
lo analizzano, lo raffrontano con altri simili per evidenziare le tendenze ed
escogitare misure per il contenimento del fenomeno. Il nucleo principale di tali
esperti si trova a Kuala Lumpur (Malesia), dove nel 1981 è stato aperto
l’ufficio dell’IMB (International Marittime Bureau) il cui scopo è proprio
quello di raccogliere ed archiviare gli episodi, analizzarne le modalità e poi
diffondere presso le autorità e gli operatori dello shipping alcune
raccomandazioni sui comportamenti di prevenzione e difesa contro le malvagità
che vengono abitualmente perpetrate. La disseminazione delle informazioni, in
questi ultimi vent’anni, è stata una delle principali armi a disposizione delle
navi commerciali per mantenere elevato lo stato di allerta quando impegnavano le
aree calde. Non erano infatti disponibili molte altre forme di prevenzione,
salvo l’intervento a posteriori delle forze di polizia marittima. L’IMB, oltre a
questo compito, ha svolto anche quello di prevenire le frodi in campo marittimo,
di formulare provvedimenti a protezione degli equipaggi, di investigare sui
carichi rubati, di interessare le polizie locali per rintracciare i pirati nei
loro covi e di fornire le notizie necessarie per effettuare con successo la
repressione.
Nell’ottobre 1992, reagendo ad una recrudescenza di abbordaggi, l’IMB ha creato
il Pyracy Reporting Centre (PRC), un dipartimento finanziato privatamente cui
partecipa con cospicue sovvenzioni anche l’International Transport Workers’
Federation (ITF), il sindacato mondiale dei naviganti che s’interessa in
particolare dell’integrità fisica degli equipaggi. L’ufficio PRC lavora in
stretta cooperazione con i governi facenti parte dell’IMO (International
Marittime Organization), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della
sicurezza dei traffici marittimi aggiornando i bollettini mensili con gli
attacchi alle navi ed organizzando gli investigatori che raccolgono indizi e
prove nei casi accertati di pirateria. Dati che vengono passati alle rispettive
giurisdizioni locali per il pronto intervento quando possibile e l’istituzione
di procedimenti penali. Pubblica inoltre un rapporto annuale intitolato Piracy
and Armed Robbery Against Ships, letto con estrema attenzione dagli organismi di
polizia e dai gruppi amatoriali.
Il primo Rapporto mondiale sulla pirateria marittima è stato pubblicato nel
1998, seguito nel 1999 da un secondo resoconto molto approfondito su internet,
dove è stato visitato da 18.000 lettori, alcuni dei quali, è stato accertato con
una certa sorpresa, erano proprio i complici dei pirati, tanto che alcune parti
riguardanti la prevenzione hanno dovuto essere cancellate dal testo. In più di
un’occasione, i pirati si sono dimostrati ottimi utilizzatori della tecnologia
moderna!
Secondo la definizione più accreditata, costituiscono pirateria “gli atti di
depredazione o di violenza compiuti in alto mare o in zone non soggette alla
giurisdizione di alcuno Stato per fini privati dall’equipaggio di un natante ai
danni di altra nave” (Ginevra II, 15; UNCLOS 101 e 19). Sono assimilati agli
atti commessi da una nave privata quelli compiuti da un natante militare il cui
equipaggio si sia ammutinato.
La convenzione di Ginevra del 1958, ripresa quasi integralmente dall’ONU nel
1982 per le sue raccomandazioni e dall’IMO per le sue linee guida, definisce la
pirateria come “ogni atto illecito di violenza e di sequestro o di rapina
commesso in alto mare contro l’equipaggio o i passeggeri di una nave od un
aeromobile”. Dicitura che, come si vede, esclude gli atti di violenza e
sequestro commessi per fini politici. Non rientrerebbero in questa definizione
di pirateria, malgrado i numerosi punti in comune con questa, i casi della Santa
Maria e dell’Achille Lauro, posti in essere per acclarate finalità politiche.
Per dare chiarezza alla materia l’IMO ha istituito un apposito comitato che ha
dato vita ad una convenzione detta di Roma, convertita dall’Italia nella legge
n. 422 del 28 dicembre 1989. La convenzione si indirizza ai vari tipi di
violenza, impossessamento e distruzione della nave, lasciando gli Stati di
bandiera liberi di decidere se e quali forme coercitive adottare caso per caso.
Ciò lascia irrisolto il controverso problema sulla legittimità dell’uso della
forza contro navi straniere vittime dei pirati o dei terroristi quando si
trovano in alto mare.
La pirateria quale crimine di carattere internazionale (crimen juris gentium) è
perseguibile in alto mare da parte delle navi da guerra che possono operare la
cattura degli assalitori (Ginevra II, 19; UNCLOS 105). Nel caso sussistano
fondati sospetti dell’attività di pirateria da parte di un natante, l’unità
militare è autorizzata ad accertare l’illecito avvalendosi del diritto di
visita. Secondo la giurisprudenza italiana costituisce reato ed è perciò
perseguibile al pari della pirateria, la presenza abusiva a bordo di armi e la
mancanza dei documenti di bordo (C.d.N. 1136).
La pirateria è configurabile come reato soltanto nelle acque internazionali,
rientrando gli atti similari compiuti in acque territoriali sotto la
giurisdizione dello Stato costiero ed in quanto tali repressi secondo la vigente
normativa nazionale. La polizia marittima esercita, stricto jure, il complesso
delle funzioni di prevenzione e repressione in mare degli atti contrari ala
legge. Le autorità marittime sono rappresentate dalle Capitanerie di porto per
mezzo delle unità della guardia costiera, la cui fondazione è abbastanza recente
essendo avvenuta col DI 8.6.1989. Funzioni in questo campo sono state affidate
in Italia con LL 23.4.1959, n. 189 anche al corpo della Guardia di finanza le
cui unità hanno potere di inseguire e catturare i natanti sospetti.
In generale, dove operano i pirati, la configurazione geografica è tale che
spesso sussiste la sovrapposizione di sovranità di due o più Stati costieri
limitrofi. La difficoltà di riuscire ad adottare una giurisdizione
internazionale comune nelle acque costiere del paese limitrofo senza che ciò si
configuri come attentato al principio della sovranità di ciascuno di essi,
appare come il limite più evidente ad una repressione efficace della pirateria e
del terrorismo ed amplifica il problema creato da migliaia di clandestini che
cercano asilo raggiungendo via mare altre sponde. Senza leggi condivise diventa
complessa la difesa del territorio e delle sue proprietà contro le violenze
criminose e l’invasione disarmata di migliaia di illegali ammassati su un
barcone o su una zattera di fortuna. È molto facile celare un criminale che ha
scopi ben diversi dalla semplice introduzione nel territorio. Il problema, nella
sua gravità, divenne evidente all’epoca delle migrazioni di massa dei boat
people. Allora come adesso, impedire lo sbarco dei clandestini una volta
raggiunte le acque territoriali non è possibile e per avviarne il pronto ritorno
al luogo di inizio della trasmigrazione non sempre vi sono gli strumenti
legittimi. Fermarli con la forza in alto mare o respingerli è ancora più
difficile, come ha potuto constatare l’Italia che ha sofferto le tragiche
conseguenze dell’affondamento di un barcone carico di transfughi albanesi da
parte della corvetta Sibilla della Marina militare.
Le leggi locali, poi, non sempre favoriscono la collocazione giuridica dei
clandestini che cercano rifugio nella Terra Promessa e che mancano dei documenti
di riconoscimento fondamentali. Significativo il caso della portacontenitori
Tampa cui fu impedito di scalare in Australia avendo a bordo 400 naufraghi
asiatici raccolti in mare, o del mercantile Cap Anamur a Porto Empedocle con il
suo carico di clandestini africani. Azioni di ripulsa che potrebbero avere
l’effetto di indurre molti comandanti a rifiutarsi in futuro di applicare uno
dei più antichi principi umanitari del mare: quello del salvataggio dei
naufraghi. Una realtà crudele quella degli immigranti illegali che ha forme
multiple di esecuzione e che dalla pirateria ha mutuato i natanti e la
criminalità degli scafisti. Una diaspora complessa che affonda le sue radici
nelle stesse ragioni che hanno stimolato la ripresa della pirateria, cioè nel
mancato sviluppo economico delle popolazioni delle aree depresse. L’impulso
iniziale che motiva i clandestini al loro periglioso viaggio serve anche ai
pirati come paravento per giustificare gli abbordaggi cruenti alle unità
mercantili. Mentre per il contenimento del flusso degli immigranti illegali vi
sono molti accordi bilaterali, per la lotta alla pirateria vi sono tanti Paesi
giustamente gelosi delle proprie prerogative e desiderosi di mantenere intatta
la propria sovranità che non accettano con flessibilità interferenze estranee.
Peggio, qualcuno talvolta si mostra addirittura indifferente al fenomeno. Si
dissolve così nella difesa del principio del potere sovrano il presupposto
principe per una vittoria sulla criminalità in mare che è la cooperazione
internazionale per interventi coordinati.
I pirati moderni sono suddivisi in tre categorie:
– I dilettanti che rubano valori agli equipaggi minacciandoli con coltelli e
bastoni e poi scompaiono. Sono generalmente interessati alla cassaforte della
nave. Se ottengono un buon bottino non maltrattano più di tanto l’equipaggio.
– Gli organizzati che oltre ai valori dell’equipaggio si appropriano anche del
carico. Sono di solito armati con pistole, mitra e granate ed operano
rigidamente inquadrati in bande con emissari a terra dislocati opportunamente.
– I professionali che puntano al sequestro nave, alla vendita del carico in un
porto amico e al riscatto. Sono ben organizzati e dispongono di luoghi dove
tenere prigionieri i sequestrati. Sono invariabilmente pesantemente armati ed
equipaggiati. Talvolta si servono di motovedette con apparenze militari. Sono
assolutamente senza scrupoli. Spesso abbandonano alla deriva senza cibo ed acqua
su zattere di fortuna quei membri dell’equipaggio che non servono ai loro scopi
immediati.
Tutti, invariabilmente, scelgono come via di fuga quei lidi “amici” dove esiste
la massima indifferenza al fatto criminoso in quanto avvenuto in alto mare,
quindi non perseguibile dalla legge locale. In queste zone franche gli abitanti
dei villaggi delle coste prossime alle aree calde sono, frequentemente, dei
simpatizzanti, se non proprio dei fiancheggiatori. Le piccole bande di
malviventi che hanno operato per molti anni separatamente e senza essere
associate le une alle altre, ultimamente hanno mostrato preoccupanti complicità
con altri gruppi, in particolare con quelli terroristici. Una simbiosi le cui
pericolose conseguenze erano ben note in Italia dagli anni ’60 in poi quando i
brigatisti per autofinanziarsi si associavano alla criminalità comune ed
assaltavano banche e sequestravano persone a scopo di riscatto.
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