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Rosanna e...
L'attualità delle sue idee
a 15 anni dalla sua scomparsa
di Associazione Gli Altri
Prefazione
Per ricordare
Rosanna, la ragazza che ha vissuto per oltre 30 anni in un polmone d’acciaio, ci
vorrebbero centinaia di pagine.
Per quelli che, come noi, hanno avuto la fortuna di conoscerla e frequentarla e
anche per chi ha solo “sfiorato” la sua personalità, non basterebbero pagine e
pagine per esprimere le emozioni che ha saputo suscitare.
E allora abbiamo deciso di continuare a farla “vivere” attraverso quello che
Rosanna ha scritto e comunicato in anni e anni di impegno sociale e politico a
favore degli “altri”.
È un libro di emozioni, colori e suoni che Rosanna amava.
È un libro di “piccole-grandi cose” che Rosanna aveva voglia di raccontare, di
suoi editoriali della rivista “gli altri” da Lei fondata, di pensieri tratti dal
suo diario, che, nonostante siano passati molti anni, sono ancora tutti attuali.
A cura di:
Maurizio Achilli, Franco Benzi, Pino Bressan,
Maura De Barbieri, Carla Ghiara, Enrico Gualco,
Marco Marchisio, Lucio Mariconda, Giorgio Paolini,
Luciano Seddaiu.
dell’Associazione gli altri
È andata via come
un soffio di neve
«...il pomeriggio
del 21 marzo 1962. Di fatto era primavera e fuori i peschi dovevano essere
davvero in fiore». Quel giorno, per Rosanna, «il mondo si coricò».
Il 4 febbraio di quest’anno, mentre i peschi di allora si ricoprivano di un
candido manto, davvero insolito per Genova, Rosanna, suo malgrado, ci ha
lasciato.
Mi piace interpretare ciò come un atto di rispetto verso mia sorella della
stessa Morte, che questa volta le ha dato davvero scacco matto, dopo aver perso
con lei tante partite.
Rosanna adorava la neve, l’adorava fin da bambina e ricordava spesso con
nostalgia «le serate d’inverno accanto al fuoco, mentre fuori cade la neve, e i
vecchi iniziano a parlare» trascorse a Morbello nella cascina della nonna.
Infatti il «suo dottor Enrico» le ripeteva di frequente che, nonostante la
cultura e le esperienze di vita acquisite nel corso di questi trent’anni «di
polmone d’acciaio», dentro era rimasta «la contadinella di allora», quando lui,
giovane medico, fu tra i primi ad accogliere quella bambina ormai ragazzina
all’Ospedale San Martino.
Rosanna amava anche la pioggia e persino i temporali, sebbene questi, qualche
volta, causassero l’arresto del polmone e quindi del suo respiro. In una pagina
del suo diario annota «... capire in un attimo che davvero la tua vita è legata
ad un filo... di elettricità,... ci vuole coraggio ad amare i temporali con
questa paura ... ma io continuerò ad amarli e a guardare le saette con simpatia,
a non tapparmi, o meglio non farmi tappare, le orecchie per non sentire il
rumore del tuono e poi la pioggia che cade sui vetri rendendo l’atmosfera di una
stanza più calda, più romantica».
Nella sua cameretta del Pronto Soccorso, dove è diventata donna, ha «amato a
lungo le cose più semplici, quelle scontate»: i pacchettini colorati di Natale,
i fiori e le farfalle, il sorriso di un bimbo, i raggi del sole, la volta del
cielo trapunta di stelle. Il 10 agosto aveva un appuntamento cui non poteva
mancare con quei punti luminosi che cadevano. «Piccole cose» che stiamo
perdendo: ecco il motivo per cui con tanta frequenza ce ne parlava nei suoi
editoriali.
Scandalizzando molti, Rosanna ripeteva che i quasi trent’anni trascorsi nella
sua «corazza d’acciaio» li avrebbe rifatti tutti, uno per uno, senza per questo
essere né masochista né pazza ma perché convinta, a ragione, di aver vissuto
anni «che valeva la pena vivere, nonostante tutto».
«Certo se domani potessi uscire di qua e andarmene per strada sarei felice, ma
sai quanta gente di quella che va per strada vive meno di me la propria vita?
Quanta gente la spreca, o la lascia passare distrattamente?». Rosanna non ha
buttato via nulla. Quanti di noi possono dire altrettanto? Personalmente,
volendo fare un bilancio, ritengo di aver saputo pescare in un mare di attimi
sprecati solo pochi minuti di vita vissuta.
Il segreto di Rosanna è stato quello di pensare agli altri. Non amava il dolore
e la sofferenza, con gioia se ne sarebbe liberata, ma non li subiva, perché era
troppo presa dal farsi carico delle tante storie che quotidianamente si
riflettevano sullo specchio attraverso cui guardava il mondo circostante.
Un paio di anni fa, dal davanzale della sua finestra, era stato portato via, da
mano ignota, un ciclamino: lei se ne era tanto rammaricata non certo per sé,
quanto per la disperazione che esprimeva il rubare un fiore in un luogo come un
ospedale, magari «l’ultimo fiore di un figlio alla propria madre». Rileggendo
oggi le pagine del suo diario di questi ultimi mesi, ho notato un ripetersi
persistente, quasi impressionante, di riferimenti al dolore fisico che non
l’abbandonava mai.
Ma ciò che maggiormente mi ha fatto riflettere è il fatto che, pur vivendo
quotidianamente accanto a lei, pur essendo perfettamente a conoscenza della sua
situazione clinica, non mi ero reso conto di quanto quel corpo fosse aggredito,
con violenza, dal male. Rosanna cercava il più possibile di non farlo vedere per
non rattristarci, «barava» perfettamente in questo, come nel poker che tanto le
piaceva. È proprio vero che tutti noi «ti vedevamo effimera, ti credevamo
immortale».
Il 21 dicembre scorso annotava: «aspettare le feste con sofferenza non è proprio
piacevole, il dolore non ti permette di godere fino in fondo le cose belle della
vita che pure sono tante in questi giorni». E quei giorni, sempre nel suo
diario, li descrive per la prima volta come «un periodo di dubbi. Spero proprio
che il Signore mi aiuti. Ho bisogno di credere». Vorrei che tutti noi
ricordassimo Rosanna con l’immagine che lei stessa ci ha lasciato nel suo «Vizio
di vivere»: «una persona con pregi e difetti, un po’ matta, con molta ironia di
sé, che amava le cose semplici e che ha cercato di non fare troppe brutte
figure».
Oggi nel mio cuore c’è tanta tristezza: mia sorella si è portata con sé un
grande pezzo, forse il migliore finora, della mia vita, e mi addolora tanto
pensare che un’esistenza così autentica sia stata così breve. Ma voglio credere
che per lei, come per tutti, esista necessariamente un’altra unità di misura,
diversa da quella che usiamo comunemente, e che ci consenta di sperare ancora.
Oggi la morte mi fa meno paura.
A questo punto dobbiamo proseguire sulla strada che, con tanta lucidità, Rosanna
ci ha indicato ma che è davvero una salita ripidissima. È il momento in cui
tutti noi, che abbiamo condiviso le sue speranze e le sue lotte, che sono
diventate le nostre, ci rimbocchiamo le maniche sul serio, anche se qualcuno,
come me, non lo fa più da molto tempo.
Ricordiamo che Rosanna aveva paura, questo sì, «di un mondo senza suoni, senza
melodie».
Grazie Rosanna.
Franco Benzi
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