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Rossoneri
l manuale del perfetto casciavit
di Davide Grassi
le prime pagine del libro
Lezione 1
Rossoneri siamo noi
Laurea in milanologia
Sono sincero: negli ultimi anni,
diventare milanista è stato facile. Le ripetute vittorie hanno fatto acquisire
alla squadra rossonera molti tifosi, soprattutto tra le nuove generazioni.
Ma tra essere un milanista e un perfetto milanista la differenza non è
così sottile come qualcuno potrebbe pensare. Per diventare un rossonero a tutto
tondo bisogna leggere, esercitarsi, capire l’anima della squadra. Prima di
ottenere la laurea in milanologia è necessario sapere fino in fondo,
quindi, cosa si nasconde dietro quella maglietta a strisce verticali rossonere.
Tanto per iniziare, è indispensabile il rispetto del dna. Ecco perché un
rossonero che si rispetti – anche se sommerso da trofei di ogni genere –
dovrebbe sempre rimanere umile. I tifosi milanisti sono, infatti, sempre stati
denominati “cacciaviti” – casciavit, in dialetto milanese – e questo
significa avere un animo popolare e semplice, che li distingue dai bauscia
(sbruffoni) interisti e dagli aristocratici gobbi juventini.
Anche mentre si sollevano Coppe dei Campioni e Intercontinentali, il vero
casciavit dovrebbe quindi sempre ricordare le sue origini, che affondano le
radici nella Milano dei quartieri popolari, laboriosa e generosa, con il coer
in man, come si diceva una volta. Chi non ha questa consapevolezza è solo un
milanista di facciata, ma non nel profondo.
Per meritarsi l’etichetta di rossonero doc è poi indispensabile conoscere – ed
amare – la propria storia, anche quella meno nobile. A chi si vergogna della
serie B e della Mitropa Cup dovrebbe essere vietato l’accesso a San Siro. Anzi,
il vero milanista deve essere orgoglioso delle partite contro la Cavese e del
trofeo della Mitteleuropa cadetta, che a fianco delle Coppe dei Campioni
simboleggia le diversi fasi della storia della squadra.
Lo stesso vale per i giocatori. Troppo facile vantarsi solo di Gianni Rivera,
Marco Van Basten, Franco Baresi, Kaká. Tutt’altro: nel caso dei veri milanisti
l’acronimo doc non sta infatti per denominazione di origine controllata,
ma per doveroso omaggiare Calloni. Un vero rossonero conosce e ricorda
con simpatia, infatti, anche Egidio Calloni, quello che Gianni Brera definì
sciagurato. Il motivo è facile immaginarlo: il buon Egidio si mangiava gol
come quei gelati che – in seguito – andò in giro a vendere per la Lombardia.
Calloni mi piaceva perché era un simbolo dell’imperfezione e, quindi, reale,
umano. Lo sciagurato Egidio da Busto Arsizio da bambino tifava Inter e da
grande, nel 1974, diventò centravanti del Milan.
Quando arrivò in maglia rossonera era reduce da due stagioni al Varese, in serie
B, dove aveva segnato 23 gol in 50 partite. Niente male, pensarono i tifosi
milanisti. Niente male, pensò lui. Anche per farsi coraggio. San Siro è grande.
E fa paura.
L’esordio avvenne il 13 ottobre 1974, contro la Juventus. E il Milan perse
subito. Quasi un segno del destino. Eppure nella prima stagione Calloni segnò 11
reti in 26 partite, due in più di Roberto Boninsegna e Pietro Anastasi, che non
erano certo gli ultimi arrivati. Era un po’ goffo, sbagliava qualche gol di
troppo. Ma, in fondo, la palla la buttava dentro, a volte anche in acrobazia.
Perché era coraggioso e non aveva paura di provare la giocata difficile,
rischiosa. Come quella volta che segnò all’Olimpico, con una rovesciata
strepitosa: Roma 0 – Milan 1. O in Coppa Italia contro il Bologna: stop di
petto, tiro al volo di sinistro, rete. E giù tutti ad applaudire Egidio.
L’anno dopo riuscì a ripetersi: 13 reti in 25 partite. Niente male, pensò lui.
Ma forse non si rese conto di quanto incidevano gli assist di Gianni Rivera.
Errore.
Da quel momento, infatti, per lui iniziò un calvario calcistico. Egidio correva,
si impegnava. Ma sbagliava, sbagliava sempre. Anche a porta vuota. La gente
fischiava. Lui non disse niente. Ma già ci rimase male quando Rocco, il Paròn,
lo chiamò mulo. Che però in triestino significa solo ragazzo.
Calloni andò alla ricerca del gol. Ma si perse. Nella stagione 1976-77, in 29
partite segnò solo cinque reti. Un disastro. Il grande Beppe Viola durante una
telecronaca disse: “Occasione per il Milan, ma Calloni la sventa”. Tutti risero.
Meno lui.
Ci provò ancora. Le cose, però, andarono male: fu sempre più sciagurato,
Egidio. In 21 partite segnò la miseria di due gol. Troppo poco.
Lo mandarono via, a Verona. Dove si tolse la soddisfazione di battere il Milan
con le sue reti. Ma la carriera era ormai in declino. E chi lo vide affannarsi
lo chiamò di nuovo sciagurato. Girovagò ancora tra Perugia, Palermo,
Como. Poi si ritirò. Ma, curioso, tutti lo ricordano.
Il Milan ha avuto centravanti migliori, passati nel dimenticatoio. Lui no. Oggi
è ancora famoso, a modo suo. È rimasto nell’immaginario collettivo grazie ai
suoi errori. Ed è giusto così. Perché le persone non si ricordano solo per i
pregi, ma anche per i difetti. E quelli troppo perfetti non sono mai
amati. Al limite, stimati. Ma a nessuno piace raccontarli perché sono noiosi. E
perché alla gente non capita mai di sentirsi come Platini o Beckenbauer. Ma come
Calloni forse sì.
Lo sciagurato Egidio oggi fa il rappresentante di gelati dalle parti del
Lago Maggiore. A chi lo riconosce dice: “Meno male che quando giocavo io non
c’era ancora la Gialappa’s Band”. E poi: “Se non avessi sbagliato tanti gol
sarei stato probabilmente un fuoriclasse”. E non si capisce se scherza o ci
crede veramente. E in quel se c’è tutto il rimpianto di chi ha comunque
accarezzato un sogno. Senza però riuscire a farlo proprio.
Nel libro La valigia del centravanti (Limina) di Guy Chiappaventi, così
Calloni ha ricordato con simpatia alcuni compagni di squadra del Milan: “Ricky
Albertosi era una forza, simpaticissimo. A Milanello c’erano due linee
telefoniche. Una era appaltata a lui che doveva giocare ai cavalli. Nessuno
poteva usare quel numero. Ricky giocava e fumava come un turco. Si portava il
pacchetto di sigarette anche all’allenamento: lo infiliva nel taschino della
tuta”. E Benetti? “Grande, Romeo. In una trasferta a Cagliari ci danno un
penalty. Io sono il rigorista e vado sul dischetto. Lui viene e cerca di
prendermi il pallone. Mi dice: ‘batto io, ho scommesso con un amico che segno’.
Io rispondo: ‘sai a me che me ne frega?’. Ce la giochiamo a pari e dispari,
senza farci vedere dalle telecamere. Esce dispari. Vinco io, tiro e segno. Ciao,
Romeo”.
Calloni era l’esatto opposto di Van Basten, ma di lui non bisogna vergognarsene
perché era un generoso, con il coer in man. La capacità di apprezzare
anche chi non ce l’ha fatta dovrebbe sempre distinguere i milanisti dagli
interisti, che negano perfino l’esistenza di Darko Pancev, o dagli juventini,
che arrossiscono solo a nominare Ian Rush. Il rossonero doc no, ricorda con
simpatia anche Luther Blissett, simbolo di un – allora – piccolo Milan, che non
riusciva a fare gol neanche con la minaccia di una pistola alla tempia.
L’anglo-giamaicano, pupillo del cantante Elton John, venne così presto
ribattezzato Miss it, che in inglese significa “sbaglialo” (il gol,
ovviamente).
Una curiosità: qualche anno dopo le sue malefatte in maglia rossonera, Blissett
ebbe comunque la soddisfazione di vedere il suo nome utilizzato come pseudonimo
dal cosiddetto Luther Blissett Project, che divenne famoso in tutta
Europa per alcune beffe mediatiche. L’obiettivo di questo gruppo era di mostrare
i limiti e le manipolazioni del sistema di comunicazione, nel quale è possibile
costruire artificiosamente notizie false. Per quale motivo fu scelto di
utilizzare il nome di Blissett, però, non si è mai saputo.
Per tornare al calcio, se dai centravanti rossoneri passiamo alle ali, ai
fantasisti, il discorso non cambia. Che Roberto Donadoni sia stato un grande
nessuno lo può discutere. Ma è troppo semplice ricordarsi solo di lui. Il
perfetto milanista deve conoscere, invece, anche la storia di Ugo Tosetto,
che arrivò a Milano con il roboante soprannome di Keegan della Brianza (Kevin
Keegan era il Pallone d’oro del Liverpool campione d’Europa, nda).
Secondo la leggenda, la prima volta che Nereo Rocco lo vide all’opera sbottò
così con i suoi collaboratori: “Ciò, dove sta ’sto Keegan della Brianza? Mi
vedi solo ’na panocia bionda”. Morale: Rocco aveva già intuito che ad aver
fortuna nel Milan sarebbe stato il biondo Ruben Buriani, arrivato in sordina dal
Monza con Tosetto ma poi rivelatosi instancabile cursore a centrocampo, invece
dell’ala destra, che si perse presto tra malriusciti tentativi di piroette
intorno alla palla.
Nonostante le aspettative, Ugo Tosetto da Cittadella, provincia di Padova, fallì
infatti clamorosamente. In 22 presenze in serie A con la maglia del Milan non
riuscì a segnare neanche una rete. L’unico gol lo fece in Coppa delle Coppe,
contro gli spagnoli del Betis Siviglia. Poco, pochissimo. A distanza di anni, il
Keegan della Brianza si è giustificato così alla Gazzetta dello Sport:
“A Monza giocavo come pareva a me, dietro gli attaccanti, mi inserivo,
suggerivo, tiravo. Al Milan quel ruolo lo ricopriva Rivera e mi dirottarono in
fascia. Ma quale Keegan, io ero un dieci...”.
Andato via dal Milan, Tosetto giocò ancora a Monza, Vicenza, Modena, Benevento,
Rimini, per poi scivolare tra i dilettanti. Concluse la carriera a ben 43 anni
tra gli amatori, dopo essersi rotto un ginocchio nello scontro con un portiere.
Cosa fa oggi? “Ora prendo la pensione – ha raccontato alla Gazzetta dello
Sport – e vivo a Solbiate Arno, in provincia di Varese, sulla strada per
Milanello. Ho una casa con un po’ di terra e mi diverto a fare il contadino.
Allevo anatre e galline, curo un frutteto: kiwi, ciliegie, pere e mele. Poi
faccio legna nei boschi del suocero e mia moglie gestisce una
cartoleria-bigiotteria a Tradate. Abbiamo tre figli e siamo già nonni di
Niccolò. Allenavo i ragazzi della Solbiatese, ma mi sono rotto le scatole dei
genitori invadenti, che tormentano gli allenatori perché non fanno giocare i
loro fanciulli scarsi coi piedi. Viva la campagna, che rende liberi”.
Bidoni a parte, personalmente – pur professandomi un milanista di stretto culto
riveriano (e chi discute il Golden boy, peste lo colga) – ho sempre avuto
una passione per le seconde file, per quei giocatori che con il tempo passano
nel dimenticatoio e rimangono nella memoria solo dei cultori, dei veri
appassionati, dei tifosi che ricordano anche i dettagli, i particolari.
Ripensandoci, questa passione (o perversione, fate voi) l’ho sviluppata forse
proprio perché sono riveriano. Mi spiego meglio: considero Rivera superiore
a tutti i giocatori che hanno indossato la maglia rossonera, prima e dopo di
lui. Di conseguenza, dopo aver visto la luce, preferisco dedicarmi a chi
ha vissuto e lavorato nel buio, lontano dai riflettori, per poi passare nel
dimenticatoio.
Ecco così riemergere dalle nebbie della memoria personaggi persi nella notte dei
tempi. Chi si ricorda, ad esempio, di Giulio Zignoli, detto il Prete per
la sua fede fervente? Pochi, quasi nessuno. Eppure giocò ben cinque stagioni nel
Milan degli anni Settanta. Era un terzino fluidificante di cui ho ancora chiare
le sgroppate sulla fascia e i calzettoni arrotolati, alla Pierino Prati. Me lo
ricordo bene.
Altro esempio: Roberto Antonelli, detto Dustin, per la somiglianza con
l’attore americano Dustin Hoffman. Quando si rievoca il Milan della Stella tutti
pensano all’ultima annata – pregiata e dispensata con parsimonia – del mio idolo
Rivera. Oppure ai gol di Aldo Maldera e alle parate di Ricky Albertosi. Ma lui,
Dustin, fece una stagione incredibile. Prendeva la palla e poi
verticalizzava il gioco, come si usa dire – in modo orrendo – oggi.
E quanti milanisti sanno oggi chi è Stefano Cuoghi? Centrocampista, era
soprannominato Bombardino e con la maglia rossonera calcò i duri campi
della serie B.
Come anche Vinicio Verza – per il quale avevo una vera adorazione – una mezzala
scaricata troppo presto dalla Juventus che venne invece apprezzata a Milano.
E ancora: Joe Jordan, lo Squalo scozzese, che quando giocava si toglieva
gli incisivi per esibire un sorriso terrificante. Squalo in campo, ma gentiluomo
fuori. Avrebbe potuto recitare nel film di Ken Loach che porta proprio il suo
nome: My name is Joe. Sarebbe stato perfetto nella parte dell’allenatore
che tenta di allontanare gli amici dalla droga e dal disagio sociale insegnando
come si colpisce la palla di testa.
E a qualcuno dice qualcosa il nome di Antonio Rigamonti? Era il portiere di
riserva del Milan della Stella e non giocava quasi mai. Alto e magro, aveva due
baffi che lo avrebbero reso perfetto per uno spaghetti western di Sergio
Leone. Nel suo piccolo diventò famoso perché, quando ancora giocava nel Como,
tirava i rigori. E in quel modo segnò anche tre reti. Ancora oggi è secondo
nella classifica dei portieri-cannonieri italiani: meglio di lui ha fatto solo
Sentimenti IV, con otto gol.
Potrei continuare a lungo a elencare giocatori, come vini d’annata. Una volta
passai una bellissima serata con un amico casciavit a ricordare milanisti
di secondo (e a volte anche terzo) piano persi nella notte dei tempi. Un
passatempo che consiglio anche ai tifosi di altre squadre. In quell’occasione
uscirono nomi incredibili: Zazzaro, Golin, Minoia, Dolci, Casone, Paina, Silva,
Galluzzo, Mancuso, Carotti, Macina, Vincenzi, Chiodi, Mandressi, Gaudino.
Questi nomi sono musica per le mie orecchie. Profumo di figurine Panini.
E chissà cosa fanno ora nella vita, quei carneadi. Magari hanno aperto una
tabaccheria oppure un negozio di articoli sportivi. Hanno avuto poca fama e sono
poi entrati nell’oblio. Nessuno si ricorda più di loro, nessuno li va a cercare
per un’intervista o gli chiede di commentare in televisione le partite.
Lancio un appello: si facciano vivi, mi contattino. Voglio sapere dove sono,
cosa gli è rimasto ancora addosso della maglia rossonera.
Di uno ho avuto indirettamente notizie tramite Massimo, un amico rossonero che
fa il tassista (non a caso, Gianni Brera una volta definì il Milan “la squadra
dei tassisti”) e ogni tanto carica anche calciatori e dirigenti del mondo del
pallone. Lui di cognome si chiama Messia; chissà, forse in onore di Gianni
Rivera...
Una sera il Taxi driver casciavit entrò in un locale e si fece preparare
un panino. Quando vide in volto chi si stava impegnando nella farcitura
trasecolò e gli chiese a bruciapelo: “Ma tu sei Carotti, l’ex giocatore del
Milan?”. Sì, era lui, lo stesso che qualche anno prima aveva dichiarato: “Al
Milan ci sono solo due giocatori che sanno giocare a calcio: io e Rivera”.
Presunzione giovanile? Mancanza di senso della misura? Anche. Ma mi piace
pensare che Carotti volle solo provare per un momento la sensazione, l’ebbrezza
di paragonarsi al miglior giocatore italiano del dopoguerra.
Lui, giocatore più da Ascoli che da Milan, in cuor suo sapeva di spararla
grossa, di essere lontano anni luce non solo dal Golden boy, ma anche da
un Bigon qualsiasi. Però la disse quella frase, per vedere i titoli sui giornali
con il suo cognome a fianco di Rivera. Fece una battuta alla Muhammad Alì, pur
sapendo di essere solo un pugile appena dignitoso, che non sarebbe passato alla
storia.
Così, senza pensarci troppo. Realizzò, almeno per pochi minuti, il suo sogno
giovanile: “Certo, solo io e Rivera. Chiaro?”.
Carpe diem.
Più fortuna di Carotti ebbe l’inglese Mark Hateley. Attila, come venne
presto soprannominato dai tifosi, arrivò a Milano e fece subito sfracelli, con
una rete storica a Walter Zenga in un derby dei primi anni Ottanta. Ma
altrettanto presto finì anche per rompersi il menisco e giocare poco, per poi
perdere quasi completamente la confidenza con il gol nella sua ultima stagione
in rossonero. Oggi Attila, che è stato inserito nella Hall of fame
dei Rangers, è una sorta di “ambasciatore” del club di Glasgow e commenta le
partite del campionato scozzese per televisioni e giornali.
E Stefano Chiodi, centravanti del decimo scudetto? Proveniente dal Bologna,
sbagliava gol a porta vuota (ne ricordo uno clamoroso a San Siro contro il
Manchester City) e segnava solo su rigore. Tirava dal dischetto sempre nello
stesso modo, senza tanti fronzoli: una stangata decisa e chi si è visto si è
visto. Secondo Liedholm, era utile per la sua capacità di “movimento”, che
apriva gli spazi alle incursioni di Aldo Maldera e Albertino Bigon. In realtà, i
suoi ripetuti errori (per tacere del coinvolgimento nello scandalo delle
scommesse) diedero un nuovo senso alla classica frase “roba da Chiodi”. Oggi
Stee-faa-nooo, come lo incitava la curva, ha perso del tutto la lunga chioma
da rockstar dell’epoca. Ha un bar, un albergo con ristorante e una pizzeria a
Budrio, in provincia di Bologna. Insomma, non se la passa affatto male.
Nel libro La valigia del centravanti (Limina) di Guy Chiappaventi, ha
spiegato: “La famiglia per me è la cosa più importante. C’entra anche questo mio
sentimento con la decisione di restare fuori dal calcio”. E così ha poi
ricordato il primo giorno in rossonero, nella sede in via Turati: “Andai nella
stanza del direttore sportivo, era Sandro Vitali. Dietro la sua scrivania c’era
un quadro con lo stadio di San Siro. Vitali mi disse: ‘Sei venuto a discutere il
tuo contratto? Ma non lo sai che per fare una partita lì dentro dovresti pagare
tu?’ Non dico che aveva ragione, il calcio è un lavoro, ma c’era andato vicino.
La sensazione dello scudetto è stata impagabile. Ero un ragazzino, lì per lì non
riuscii neanche a capire bene quello che avevamo fatto. A quell’età le cose ti
sbattono addosso e tu non sei preparato. Il vero senso della nostra impresa l’ho
compreso soltanto dopo”. E oggi? “Gli affari vanno bene e i clienti ci sono
sempre. Soprattutto la domenica e soprattutto se il Milan perde: vengono a farmi
la festa...”.
Qualche anno dopo Chiodi, nell’attacco del Milan giocò – spesso in coppia con
Blissett – un altro giocatore ormai ricordato da pochi: Beppe Incocciati. Che in
seguito indossò anche le maglie di Ascoli, Pisa, Empoli, Atalanta, Bologna e
Napoli. Giocatore tecnico ma leggerino e con poca confidenza con il gol, una
volta appese le scarpe al chiodo si è messo in politica ed è diventato assessore
allo Sport di Fiuggi. È però ancora legato al Milan: gestisce, infatti, una
scuola calcio per la società rossonera e ricorda con piacere il periodo
milanese, anche se i suoi furono anni da povero Diavolo.
Se si va a curiosare nel suo sito Internet, si trova una presentazione roboante:
“Gioca con o contro i più grandi campioni mai esistiti: Pelé, Cruijff, Rivera,
Falcão, Platini, Zico, Maradona”. Poi, allargandosi un po’, aggiunge: “Rischia
di essere convocato nella Nazionale maggiore nell’anno 1982, quando fu campione
del mondo”. Non mi risulta sia vero (da quella Nazionale fu escluso perfino
Evaristo Beccalossi, talento molto più quotato di lui), ma pazienza.
Carneadi e vecchie glorie a parte, quel che deve essere chiaro, in questa prima
lezione, è che un milanista senza un’anima casciavit è indegno di essere
un rossonero. Purtroppo – è vero – qualcuno esiste, anche famoso. Ma questo non
li giustifica affatto. Il mio libro, anzi, è nato proprio per convertire (o
ripudiare) anche loro, una volta per tutte.
Aggiungo – e ne sono convinto – che farsi belli con Van Basten senza conoscere
Blissett è da tifosi dilettanti, da milanisti pivelli. Ricordare
Milan-Barcellona quattro a zero vergognandosi di Milan-Cavese è addirittura
riprovevole, volgare. Conoscere la Coppa Intercontinentale e ignorare la Mitropa
Cup è da prima elementare della scuola milanista.
Detto questo, chi vuole la laurea in milanologia mi segua; gli altri continuino
pure ad andare allo stadio e a fingere di tifare per il Diavolo.
Ma non potranno mai essere dei perfetti milanisti.
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