Sangue e affari
Uno scandalo internazionale nell'industria dei farmaci
 
di Pino Pignatta e Stefano Bertone


Prefazione

di Nicoletta Dentico
Presidente Osservatorio Italiano sulla Salute Globale

Scriviamo mentre in Botswana sta per concludersi una controversa conferenza internazionale voluta dal Dipartimento americano di Salute e Scienze Umane con l'obiettivo di mettere in seria discussione il processo di pre-qualifica dei farmaci dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che qualche mese fa ha finalmente dato la prima luce verde alla dose combinata fissa (fixed dose combination, FDC) dei farmaci antiretrovirali contro l'Aids, riconoscendone sicurezza ed efficacia secondo gli standard internazionali stabiliti. La dose combinata fissa segna un approccio del tutto innovativo, sotto il profilo medico, nella lotta alla pandemia dell'Aids: essa permette di racchiudere in una sola capsula, somministrata due volte al giorno, il cocktail dei tre inibitori della proteasi (o antiretrovirali) che vengono comunemente utilizzati nei pazienti affetti dalla sindrome di immunodeficienza acquisita per cronicizzare la malattia e garantire loro una vita pressoché normale. È ormai certezza scientifica che la somministrazione diffusa delle terapie è componente fondamentale alla prevenzione contro la diffusione del virus.
La soluzione monodose porta vantaggi indiscussi nella distribuzione della terapia anti-Aids nei paesi a basso reddito: costa di meno perché prodotta solo in formato generico (140 dollari l'anno per paziente, invece degli almeno 600 dollari per il normale regime con i farmaci brevettati), è più facile da usare e da monitorare delle consuete 6-10 pillole della terapia classica, l'esperienza nei numerosi programmi sul campo dimostra inoltre che il livello di aderenza dei pazienti alla cura - anche nei contesti più fatiscenti dal punto di vista delle infrastrutture e del personale sanitario - risulta estremamente incoraggiante, e non si sono registrate finora forme di resistenza al farmaco. La dose combinata fissa, insomma, è la nuova frontiera dell'innovazione terapeutica in materia di lotta globale all'Aids. Soprattutto, è lo strumento imprescindibile per dare senso, ed una minima chance di impatto, alla iniziativa dell'OMS lanciata il 1 dicembre 2003 sotto lo slogan 3x5 (3 milioni di sieropositivi dei paesi poveri in cura entro il 2005). Una proposta modesta, se pensiamo che sono 6 milioni, oggi, le persone nel sud del mondo che avrebbero bisogno urgente di terapie anti-Aids per non morire, mentre i beneficiari rappresenterebbero il 5% di quanti soffrono di questa patologia nei paesi impoveriti (oltre 40 milioni). Uno straordinario atto di coraggio, se consideriamo il contesto in cui l'OMS si fa paladina della nuova strategia, che ha semplificato fino a renderla adattabile persino alle township sudafricane o alle zone più povere dell'altopiano centrale di Haiti, a smontare con l'evidenza dei fatti le giustificazioni di quanti sostengono l'irrilevanza dell'accesso ai farmaci nella lotta contro la pandemia dell'Aids. Una guerra asimmetrica che uccide ogni giorno 8000 persone.
Ed allora, viene da chiedersi, come si spiega l'accanimento americano contro l'OMS? La questione è complessa, ma anche assai esemplificativa. Il nuovo regime terapeutico proposto dall'OMS, coadiuvata dai maggiori esperti internazionali di HIV-Aids, esiste solo in formato generico, visto che i tre diversi antiretrovirali assemblati nella capsula fissa si trovano sì sul mercato, ma protetti ciascuno da un brevetto ventennale, e tutto è fermo fintanto che non scade. Del resto i tre brevetti sono in mano a tre diverse aziende (GlaxoSmithKline, Bristol-Myers Squibb e Boehringer-Ingelheim), che proprio non ne vogliono sentir parlare di concorrenza, men che meno da parte dei competitivi produttori di farmaci generici indiani, anche se i pazienti in questione - i poveri del sud del mondo cui l'iniziativa dell'OMS è destinata - sono privi di potere d'acquisto. L'intera Africa sub-sahariana costituisce l'1,3% del mercato farmaceutico mondiale e, come ha sottolineato un dirigente farmaceutico ormai in pensione, assicurare ai generici una quota di mercato equivale a perdere un profitto sul monopolio dei brevetti che corrisponde a qualcosa come "tre giorni di fluttuazioni di borsa". Un'inezia.
Non la pensa così il nuovo Czar americano dell'Aids, Randall Tobias, ex amministratore delegato della multinazionale farmaceutica Eli Lilly, evidentemente sensibile alla incoercibile azione di pressione dei vecchi colleghi di settore sull'amministrazione americana: nel discorso allo Stato dell'Unione del 2003, il Presidente Bush si era impegnato per uno stanziamento di 15 miliardi di dollari nella lotta globale all'Aids (neanche uno, purtroppo, effettivamente corrisposto finora). Nel giro di pochi mesi, quella che doveva essere una politica di accesso alle terapie secondo un criterio di acquisto dei farmaci a prezzi più accessibili (i generici, appunto) è divenuta inossidabile determinazione a contribuire alla lotta all'Aids solo attraverso consistenti sussidi alle industrie farmaceutiche americane. La messinscena di questi giorni in Botswana dimostra l'incontrastata capacità di influenza della lobby farmaceutica, nel suo incredibile disegno di far saltare completamente tutti i piani più importanti di lotta all'Aids, in nome della presunta insicurezza terapeutica dei generici e del pericolo della reimportazione di questi farmaci nei paesi ricchi, dove le medicine hanno ancora oggi prezzi da capogiro.
Ho tratto spunto dall'attualità di questi giorni per raccontare le nuove pagine di una incredibile e brutta storia, imbottita di pantagruelici profitti ed inasprita di decessi, di cui la vicenda trattata in questo libro traccia solo uno dei capitoli più osceni. Ed anche, in Italia, macroscopicamente rimossi. Quasi che fossero le necessarie rotaie di uno stesso binario, business e morte continuano a solcare il tracciato dell'Aids, ben oltre gli anni e la cronaca accuratamente riportata nell'inchiesta di questo libro. Una vicenda non ancora conclusa, dopo 20 anni, e sulla quale sarà indispensabile tornare a volgere lo sguardo con sollecitudine politica, senza veli. In questo senso, l'azione legale internazionale contro le industrie farmaceutiche americane coinvolte nello scandalo del plasma infetto che per anni ha circolato liberamente per il mondo, diffondendo l'emergente virus dell'HIV tra migliaia di persone, può fornire un'utile lente per scrutare con rinnovata consapevolezza la posizione di dominio di cui le multinazionali del comparto farmaceutico godono su scala globale. Non sono le uniche, ovvio. Eppure, il loro potere appare francamente sempre meno accettabile, in un pianeta dalle sfide sanitarie sempre più dirompenti.
Ancora oggi non esiste un sostituto del sangue umano, ed i milioni di persone costrette a ricorrere alle terapie a base di plasma dipendono in tutto e per tutto dalle forniture dell'industria del sangue. Non esiste un'alternativa alla terapia antiretrovirale contro l'Aids: il vaccino, sappiamo, è ancora lontano. In questo scenario, la società dipende dalla ricerca scientifica, che avviene prevalentemente nell'ambito dell'industria farmaceutica. Questo significa che le multinazionali del farmaco hanno de facto il monopolio della ricerca in campo medico, un'attività che risponde esclusivamente alle logiche del mercato ed alle tasche degli azionisti. Sempre meno, alle comunità di pazienti.
Le multinazionali farmaceutiche non sono necessariamente alla base del problema, ma sono il risultato di un sistema-salute sbagliato e mal orientato: il funzionamento, ed in ultima istanza il ruolo dell'industria farmaceutica nella società, dipendono fondamentalmente dalla politica sanitaria tracciata da ogni governo, e dalla comunità internazionale nel suo insieme. Qui, la drammatica vicenda che il libro racconta segnala già, con inquietanti risvolti, l'urgente necessità da parte della politica di gestire il conflitto epidemico fra responsabilità dell'interesse collettivo e sregolatezza del mercato (ovvero della sua assenza, visto che stiamo parlando di posizioni di dominio monopolistico). Sono passati venti anni, e la storia dello scandalo del plasma infetto - che racconta davvero tutte le derive di un conflitto di interessi strutturale - si ripropone oggi con nuove vicende, del tutto irrisolta, e paradossalmente con una debolezza dei governi ancora più difficile da affrontare, ma disarmante nella sua evidenza. Eppure sono i governi che devono riuscire a porre i limiti, che devono ristabilire le regole, che devono trovare gli antidoti contro le diffuse patologie di un sistema di speculazioni commerciali e finanziarie che espongono tutti noi, ed anche le stesse multinazionali farmaceutiche, ad una progressiva fragilità. Il mercato da solo non produce le condizioni che gli permettono di funzionare con efficienza, lo constatiamo tutti i giorni leggendo dei numerosi scandali da attribuire in ultima analisi ad assenza di controlli.
Insomma, quello che gergalmente viene definito market failure, il fallimento del mercato, altro non è che una clamorosa abdicazione della politica al proprio mandato, fenomeno particolarmente indigeribile quando si tratta della salute degli individui, della società. La malattia del profitto che ha contagiato con il virus dell'HIV migliaia di persone tra la fine degli anni '70 e la prima metà degli anni '80 troppo assomiglia alla brama di monopolio che rende l'accesso ai farmaci, ancora oggi, una chimera per miliardi di persone sul pianeta, umanità a perdere che non merita cura perché non può pagare.
E non reggono le giustificazioni ufficiali, che spiegano e promuovono i brevetti in nome dell'alto costo della ricerca di farmaci, diagnostici, vaccini. Quello che le case farmaceutiche non dicono è che i calcoli sull'altissimo costo della ricerca e sviluppo di nuove terapie - 802 milioni di dollari per ogni nuova entità chimica, secondo lo studio più accreditato, quello di Joseph Di Masi - non tengono conto degli enormi incentivi governativi che le aziende ottengono per la loro attività di ricerca (tali da ridurre il costo dal 16 al 39%) ed ignorano il considerevole contributo della ricerca pubblica di base, che ancora oggi si occupa delle fasi più rischiose del processo dell'innovazione scientifica. Nel caso specifico dell'Aids, l'85% dei fondi per la ricerca di base ed applicata relativa ai cinque medicinali più venduti sul mercato provengono dalle tasche dei contribuenti; in altre parole, molte delle molecole miliardarie che hanno fatto la fortuna delle case farmaceutiche - la nevirapina ad esempio, che serve a scongiurare il passaggio materno-fetale del virus HIV - sono state identificate nelle università e solo successivamente acquisite dalle industrie del settore privato. Viceversa, sono gli stessi bilanci aziendali ad illustrare dove risiedono i veri investimenti: le cifre della Securities and Exchange Commission americana rivelano che nel 2003 la multinazionale Merck ha investito il 13% del proprio bilancio nel marketing, il 5% nella ricerca; la Pfizer ha speso in marketing il 35% del bilancio, a fronte del 15% nella ricerca. Complessivamente, il 27% degli investimenti del comparto farmaceutico è stato destinato alla promozione dei prodotti, e solo l'11% in ricerca scientifica.
Gli autori di questa importante inchiesta, ai quali non saremo mai abbastanza grati per il lavoro di memoria svolto con tanta attenzione, ci illustrano la tragedia di un potere che sfugge di mano, di un business sfrenato che si consuma sulla pelle della gente, in nome dei soldi.
Ma a chi rende conto l'industria farmaceutica? L'industria farmaceutica è ancora oggi potente attore politico, oltre ad essere vettore di informazioni scientifiche, e distributore di medicinali e terapie. La domanda, che aleggia più o meno esplicita su tutte le pagine del libro, quasi senza risposta, ha una ragione di essere che il cittadino della strada non riesce a cogliere e comprendere appieno. Eppure, ancora oggi, si tratta di una domanda che fa tremare di inquietudine quanti hanno a cuore la salute dell'umanità.


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