Sangue e affari
Uno scandalo internazionale nell'industria dei farmaci
 
di Pino Pignatta e Stefano Bertone

Le prime pagine del libro
 

Storie e numeri di uno scandalo internazionale

Ogni anno si raccolgono nel mondo oltre 60 milioni di litri di sangue. È stato calcolato che potrebbero riempire 32 piscine lunghe 50 metri, oppure 10 miliardi di provette per i prelievi. Un mare di plasma che salva decine di milioni di vite, quattro e mezzo soltanto negli Stati Uniti, ma può trasformarsi in un killer spietato capace di trasmettere malattie come l'Aids, l'epatite C, o il morbo di Creutzfeldt-Jakob (una patologia degenerativa del sistema nervoso), che lasciano segni evidenti nel fisico e nella mente, pregiudicano le relazioni sociali, impediscono l'attività produttiva e riducono le prospettive di vita. È sufficiente, infatti, raccogliere poche gocce di sangue infetto (perché proveniente da donatori infetti) per contaminare interi lotti di plasma. Oggi, secondo una stima dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, su 77 milioni di donazioni il 61% avviene in base a regolamenti rigorosi, il 34% con procedure non perfettamente sicure, e il restante 5% rivela plasma non testato in laboratorio. Per l'OMS, inoltre, "una singola donazione di sangue contaminato può diffondere i virus dell'Aids e dell'epatite in tutto il mondo". Questo è accaduto per decenni negli Stati Uniti e in qualunque altro Paese dove la raccolta, la distribuzione e la lavorazione di sangue e plasma sono state effettuate trascurando i rischi, sottostimando gli allarmi lanciati da alcuni settori della medicina, e permettendo che portatori di gravi malattie entrassero nel circuito delle donazioni.
Nel 1997 comparve un articolo su Internet intitolato Bad blood, da tradurre con "sangue contagiato" più che con il letterale "cattivo", cioè inquinato, avvelenato, contaminato. In una parola, infetto. Raccontava la storia di Pat, un ragazzo americano di 32 anni che sognava di restaurare vecchie case di campagna. Non era sposato, non aveva figli, viveva a casa della sorella con un assegno sociale di 462 dollari al mese, perché inabile al lavoro. Pat morì di Aids nel 1993 dopo aver convissuto con il virus per 11 anni: uno degli 8.000 emofilici statunitensi (su un totale di 16.000) contagiati con l'HIV attraverso il plasma infetto, e uno dei 5.000 che a oggi non ce l'hanno fatta.
Al mondo sono almeno tre milioni le persone infettate con il virus dell'HIV attraverso sangue e prodotti emoderivati. Dai primi anni '70 sino a tutto il decennio successivo, la lavorazione del plasma (uno dei componenti del sangue) e la sua trasformazione in prodotti finiti, eseguita con criteri colpevoli, ha permesso ad alcune case farmaceutiche di massimizzare i profitti grazie al concorso di decisioni politiche e finanziarie. Ne hanno fatto le spese, in totale, circa 40.000 emofilici. Tutti hanno avuto a che fare direttamente con plasma, spesso infetto, di origine soprattutto statunitense. Ma il problema della sicurezza del sangue - la cosiddetta blood safety di cui parlano insistentemente e mettendo in guardia istituzioni come l'Organizzazione mondiale della Sanità, la Croce Rossa, l'UNAIDS e addirittura l'Unione Europea in una sezione del proprio sito Internet dedicata agli standard di qualità e sicurezza del sangue umano e dei suoi componenti - coinvolge anche altre migliaia di persone che hanno avuto a che fare con le trasfusioni: donne, uomini e bambini hanno patito sulla loro pelle le conseguenze di politiche sanitarie scriteriate che hanno introdotto test diagnostici e controlli rigorosi con ritardi siderali. Nel nostro Paese, secondo l'Associazione Politrasfusi Italiana, si tratta di circa 6.000 talassemici (con una percentuale di HIV positivi sotto il 3%), 28.000 dializzati (percentuale di HIV positivi sotto l'1,8%), 166.000 leucemici (percentuale di HIV positivi sotto l'1%). E ancora: le persone che a causa di incidenti stradali, interventi chirurgici o anemie sono state sottoposte a trasfusioni ospedaliere, oltre ai i cittadini soggetti a vaccinazioni (bambini, militari, antitetaniche presso il pronto soccorso) prima del 1995.
C'è da chiedersi come sia potuto accadere che tonnellate di sangue contaminato e di emoderivati siano state prodotte e distribuite in mezzo mondo. Un libro pubblicato nel gennaio 1995, Puoi correre, Rocco (Il Pensiero Scientifico Editore), racconta la storia di un bambino emofilico di 10 anni che ha contratto il virus dell'Aids, ed è morto nel 1987 dopo aver dovuto fare un uso massiccio, tra l'´83 e l'´86, di emoderivati di produzione americana per la coagulazione del sangue. L'autrice, la giornalista Gianna Milano, giustamente si domanda: "Dal 70 all'80% degli emofilici in Giappone, Germania, Francia, Svizzera e Italia, sono stati contagiati prima del 1985: com'è stata possibile una simile catastrofe? Chi sono gli autori di questo 'complotto'? Potevano i medici, le autorità sanitarie e l'industria farmaceutica che produce i fattori di coagulazione per la sopravvivenza degli emofilici, evitare questa epidemia? Chi sono i responsabili sul piano civile, penale e morale della morte di questi innocenti? Che cosa ha spinto gli esperti ad assumere un atteggiamento tra l'incredulo e l'incosciente?".

Un'industria solida e profittevole
La risposta, come spesso accade ai danni di migliaia di persone che, senza poter scegliere, subiscono le pressioni di gruppi di potere finanziario o industriale, è una sola: business. Il corpo di un adulto contiene in media cinque litri di sangue, un neonato un terzo di litro, come una tazza da tè, cioè il 7% del nostro peso. Un pensiero che non ci sfiora mai, a meno che per ragioni personali, improvvise, o ereditarie, qualcosa vada storto. È allora che il sangue comincia a non avere prezzo: con mezzo litro si possono salvare anche tre vite, e una persona che inizia a donare a 17 anni, ogni 56 giorni, fino a 76 anni, garantisce un "introito" di 181 litri. Anche perché, nonostante febbrili ricerche, per ora non esiste un sostituto del sangue umano, una sostanza sintetizzata in laboratorio. per cui i pazienti che ricorrono alle terapie a base di plasma dipendono totalmente dai donatori, che sono "gestiti" in tutto il mondo da banche del sangue, da organizzazioni non profit come la Croce Rossa, oppure da centri di raccolta di proprietà anche delle stesse case farmaceutiche. E alcuni pazienti, sostengono gli America's Blood Centers, "possono avere bisogno di plasma, in media, ogni tre secondi".
Paradossalmente, un barile di petrolio grezzo costa dai 20 ai 28 dollari e di recente, a Londra, ha toccato i 34,11 dollari. mentre un barile di plasma, che per centinaia di malati può fare la differenza tra vivere o morire, sfruttato opportunamente rende sino a circa 70.000 dollari. Come ha scritto Douglas Starr in un libro di enorme successo negli Stati Uniti, An Epic history of Medicine and Commerce, l'industria del sangue (perché di questo si tratta) è internazionalizzata e globalizzata al pari di quella del petrolio, con gli Stati Uniti che giocano il ruolo dell'Opec, decidendo prezzi e quantità delle forniture. Tra il 1985 e il 1987, per esempio, uno dei quattro giganti americani specializzati nella produzione di emoderivati, la Armour Pharmaceutical, secondo la ricostruzione storica di un libro di enorme successo in America, "ricevette dall'Africa (che già in quel periodo allarmava la comunità scientifica mondiale per l'esplosione dell'Aids, n.d.a.) più di una nave carica di plasma". Nel 2002 l'Associazione Americana Banche del Sangue ha chiuso il bilancio con un fatturato di 13.195.000 dollari, di cui 4.896.000 dollari provenienti dalla raccolta sul territorio. Soltanto nel 2001 gli americani hanno donato 8 milioni di litri di sangue, 600.000 già a gennaio di quest'anno, da circa 8.000.000 di volontari, 500.000 dei quali si sono resi disponibili nei giorni successivi all'11 settembre 2001. E sempre negli Usa, nel 2001 sono state trasfuse 29.000.000 di unità di sangue, il 57% a pazienti di sesso femminile. Oltre un milione di persone nel mondo ricevono ogni anno terapie a base di plasma e più di 22 milioni di litri sono impiegati in queste cure. Solo l'Alpha Therapeutic, una delle multinazionali americane dei farmaci a base di sangue, ha lavorato nella sua storia 30 milioni di chilogrammi di plasma. Sono necessari, all'incirca, 9 mesi per produrre una terapia di emoderivati, in confronto a una media di 3 mesi per realizzare qualsiasi altro prodotto farmaceutico. E servono ingenti risorse in ricerca e sviluppo (nel 2002 la Bayer ha investito 2.557.000 euro) e in personale qualificato. Un business gigantesco che, come conferma su Internet l'Aventis-Behring, un altro dei colossi statunitensi del settore, garantisce, soltanto per il settore dei prodotti a base di plasma, un giro d'affari globale di 6,1 miliardi di dollari, quasi 10 volte il budget che la Fao spende annualmente (644 milioni di dollari) per alimentare 842 milioni di persone sotto il livello minimo di nutrizione. In pratica, è come se ognuna di queste persone ridotte alla fame ricevesse 76 centesimi di dollaro l'anno. Mentre, per fare un esempio, il dividendo della Bayer (sempre nel 2002) è stato di 90 centesimi di euro per azione,7 invariato rispetto al 2001, nonostante la congiuntura economica mondiale fortemente negativa. Quindi un settore - quello del sangue e dei farmaci a base di plasma - ricco, solido, profittevole. Come lo è l'industria farmaceutica in generale.

La progressiva concentrazione del mercato farmaceutico
Riportiamo qui alcuni dati tratti dal Rapporto 2004 Salute e Globalizzazione dell'Osservatorio italiano sulla salute globale (Editore Feltrinelli). Nel 12° capitolo - dal titolo Globalizzazione e accesso alle cure: un'insolente storia di apartheid sanitario. Il ruolo delle industrie farmaceutiche, la responsabilità dei governi - Nicoletta Dentico, attualmente consulente della Campagna internazionale di Medici senza Frontiere per l'accesso ai farmaci essenziali, scrive: "Le proiezioni del mercato farmaceutico mondiale per il 2002 registrano un giro d'affari di 406 miliardi di dollari [...]. Le porzioni della ricca torta, che tanto piace agli attori della finanza internazionale e ai risparmiatori dei fondi pensione, rappresentano in maniera lampante il triangolo d'oro del mercato: Stati Uniti-Europa-Giappone. Insomma, un vero e proprio G8 farmaceutico".
Vale per i farmaci ciò che vale per la distribuzione della ricchezza: il 75% della popolazione mondiale, concentrata nei Paesi in via di sviluppo, consuma soltanto il 15% della quantità totale di farmaci prodotta nel mondo; 300 dollari pro-capite l'anno la spesa per farmaci nel Nord del mondo, 15 dollari nel Sud, 3 dollari appena nei Paesi sottosviluppati. E come il consumo di farmaci è concentrato nelle nazioni più ricche, così è anche la produzione farmaceutica. Nel 1982 solo l'11,6% della produzione globale di medicinali avveniva nei Paesi in via di sviluppo: la parte del leone la facevano gli Stati Uniti (21,6%) - che insieme con Giappone (17,8%), Germania (7,3%), Francia (6,8%), Gran Bretagna (4,7%) e Italia (4,6) - coprivano i due terzi della produzione mondiale.
Osserva ancora Nicoletta Dentico: "Sebbene in quegli anni il comparto farmaceutico fosse rappresentato da almeno 100.000 singole aziende nel mondo, solo 100 svolgevano un ruolo significativo nel campo della ricerca e nelle quote di mercato. Nel 1986 le prime 50 industrie gestivano il 63,2% delle vendite globali, e di queste le prime 25 contavano per il 46,2% del mercato. L'azienda leader, Merck Sharp & Dohme, controllava da sola il 3,4% di tutte le vendite nel mondo". Sino agli anni Ottanta si è assistito a pochissimi cambiamenti nell'assetto aziendale di queste imprese. È invece durante gli anni Novanta che si registra un incremento della concentrazione industriale, strategia ineludibile per far fronte ai costi crescenti sia nella ricerca e sviluppo di nuovi farmaci sia nella commercializzazione e distribuzione degli stessi a livello mondiale.

Ecco, nell'ordine, le più importanti case farmaceutiche al mondo nel 1980:
1. Hoechst (Germania)
2. Hoffmann La Roche (Svizzera)
3. Merck (Usa)
4. Sandoz (Svizzera)
5. Pfizer (Germania)
6. Warner Lambert (Usa)
7. Rhone-Poulenc (Francia)
8. Upjohn (Usa)
9. Bristol-Myers (Usa)
10. Squibb (Usa)
11. Shering Plough (Usa)
12. Abbott (Usa)
13. Smith Kline (Usa)
14. Glaxo (Gran Bretagna)

La Becham (Gran Bretagna) era 23a, La Johnson & Johnson (Usa) era 24a, la Ici (Gran Bretagna) poi diventata Zeneca, 25a.

Ed ecco l'elenco delle prime dieci industrie farmaceutiche al mondo vent'anni dopo, esattamente nel 2001:
1. Pfizer (Usa), con un fatturato di 25,5 miliardi di dollari e il 7,4% di quota di mercato.
2. GlaxoSmithKline (Usa-Gran Bretagna), che il 28 aprile 2003, in conseguenza della pressione politica e di cause pendenti negli Stati Uniti, ha annunciato di aver tagliato del 43% il prezzo del suo trattamento di punta Combivir per le persone infettate dall'Aids nei Paesi poveri, portandolo a 90 centesimi di dollaro al giorno.
3. Merck & Co (Usa)
4. Astra-Zeneca (Svizzera-Gran Bretagna)
5. Bristol-Myers Squibb (Usa)
6. Aventis (Germania-Francia)
7. Johnson & Johnson (Usa)
8. Novartis (Svizzera)
9. Pharmacia (Svizzera-Usa)
10. Eli Lilly (Usa)

Che cosa si evince da questo secondo elenco? "La scalata delle aziende statunitensi a scapito di quelle europee, le fusioni transnazionali e la progressiva concentrazione del mercato nelle mani sostanzialmente di dieci aziende, che nel 2000 arrivano a gestire il 48,8% della quota di mercato, a confronto del 24,5% del 1980", spiega ancora il Rapporto 2004 Salute e Globalizzazione. "Questi mega-gruppi esercitano un'influenza sempre maggiore nei confronti dei governi nazionali: ognuno di essi ha ormai un giro finanziario che è superiore al prodotto interno lordo di oltre la metà dei Paesi del pianeta".
Sul fronte dei brevetti farmaceutici, poi, le nazioni industrializzate detengono il 97% di quelli esistenti a livello mondiale, e più dell'80% di quelli concessi ai Paesi poveri sono di proprietà di singoli cittadini dei paesi industrializzati. Tuttavia, il WTO, World Trade Organization, viene spesso tirato in ballo oggi per impedire ai Paesi poveri di ripercorrere con successo la stessa strategia di sviluppo industriale che ha portato alla realizzazione di quei brevetti. Gli "accordi Trips",10 infatti, ribaltano la questione: mettono la parola fine al processo biologico-chimico-ingegneristico inverso che ha permesso a molti Paesi del Sud del mondo di arrivare a produrre qualsiasi tipo di farmaco. E nel fare questo si barricano dietro il know-how che ha permesso la creazione di un'industria dei Paesi ricchi, e che lasciando le medesime opportunità ai Paesi poveri finirebbe per favorire l'invenzione di nuove terapie farmacologiche lontano dai centri di potere dei mega-gruppi farmaceutici. "Lo si è visto nel caso del praziquantel", precisa Nicoletta Dentico, "per il quale un produttore generico sudcoreano ha scoperto un processo di fabbricazione più efficiente di quello del detentore del brevetto, che è la Bayer". I Paesi in via di sviluppo, in buona sostanza, dovranno pagare somme ingenti nei prossimi anni per i diritti sui brevetti: secondo la Banca Mondiale, circa 40 miliardi di dollari.
Come si difende l'industria farmaceutica? In questo modo: il ruolo delle imprese è scoprire nuove terapie e vaccini. Si tratta di identificare queste molecole tra un numero di quelle potenzialmente efficaci, che è pari a 10 elevato alla 18a potenza. I costi di ricerca e sviluppo, ovviamente, sono ingenti: oltre 800 milioni di dollari per ogni nuova terapia nel 2003, secondo i rappresentanti dell'industria sia italiani che stranieri. E occorre mettere nel conto i fallimenti e i capitali investiti nel corso degli 8-12 anni necessari per identificare un nuovo medicinale. La ricerca, quindi, deve essere pagata dalle aziende con gli introiti provenienti dai prodotti sul mercato. In altre parole, l'assunto delle case farmaceutiche è semplice: senza brevetti, niente profitti; senza profitti, niente ricerca; senza ricerca niente cure.
Sta di fatto che già nel 1967 i dati sulla profittabilità delle più importanti aziende farmaceutiche americane inducevano il direttore del Dipartimento di Economia della US Federal Trade Commission a rilevare che le aziende del settore "occupano una posizione unica nell'economia americana". Vent'anni dopo, nel 1988, le dieci aziende farmaceutiche più competitive al mondo registravano margini di profitto sulle vendite di medicinali tra il 29 e il 66 per cento.
Margini che le aziende farmaceutiche cercano di difendere a tutti i costi. Scrive ancora Nicoletta Dentico: "Quando, nel 1996, la Francia si organizzò per importare gli inibitori della proteasi, i produttori reagirono sostenendo di non essere in grado di fornire al Paese quantità sufficienti di antiretrovirali, per via della scarsa capacità produttiva (stesso discorso che vedremo fare dalla Cutter negli anni '80, per esempio a Hong Kong, con i fattori trattati termicamente, perché rimanevano ancora stock del tipo Koate non trattati, n.d.a.). Ma ben presto, quando le aziende capirono che il costo dei farmaci non sarebbe stato messo in discussione, per scongiurare l'effetto di un'immagine negativa che si sarebbe potuta creare in Francia alla sola eventualità che i sieropositivi non potessero disporre dei nuovi farmaci, con sorprendente rapidità le case farmaceutiche riuscirono a rispondere agli ordini".


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