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Saper vivere, saper
morire
di Fabio Garzero
Le prime pagine del libro
Franco e i suoi demoni...
Il
locale era quello della settimana scorsa?... Forse no, anzi, sicuramente no!
Non ricordava quel grande specchio dietro le bottiglie che gli restituiva
un’immagine di sé distorta, a tratti piacente. Non ricordava nemmeno quei logori
divanetti anni settanta di cui riusciva a sentire l’odore, un odore nauseante,
di chiuso, polvere e birre rovesciate inavvertitamente.
No, non era il locale dove la settimana prima era quasi riuscito a farsi
ammazzare da quei tre giovani slavi.
Eppure era già stato altre volte appoggiato a quel bancone...
Sì. Adesso lo ricordava bene, aiutato dai jeans della ragazza dietro al banco,
attillati, quasi una seconda pelle, non si dimenticano facilmente forme del
genere.
La ragazza dietro al banco...
I suoi morbidi capelli neri, le sue mani curate, i suoi sguardi apparentemente
fugaci ma in realtà insistenti, continui... inequivocabili.
Lei gli passò davanti... un altro sguardo, un sorriso e quel piccolo vezzo di
scostare spesso i capelli dalle spalle. Per lui un altro Jack, con ghiaccio, il
quarto, forse il quinto. Non era compito suo tenere il conto.
Franco si chiese quale fosse il suo nome... Monica?... Claudia?...
No, niente del genere. Era un nome più breve... forse Elena, oppure Alice...
Sì, Alice!
Forse le aveva già parlato in passato.
Se così era stato, le aveva raccontato di sua moglie e di suo figlio, dei soldi
che non bastavano mai, delle notti insonni e di quegli ‘amici’ che, come per
magia gli avevano proposto l’occasione giusta... e poi un’altra, e un’altra
ancora... Fino a quel proiettile maledetto che gli aveva centrato una gamba
impedendogli la fuga, lasciandolo sull’asfalto, solo e sanguinante.
Forse le aveva raccontato anche dei suoi compagni e di quando si era reso conto
che quelle carogne lo avevano abbandonato. Se era arrivato a tanto, forse aveva
provato a descrivere la sensazione terribile delle manette ai polsi, della prima
notte in ospedale, piantonato, controllato a vista come una belva ferita, e di
quell’angoscia dolorosa e opprimente che gli attanagliava lo stomaco quando
pensava a Luca, il suo bambino.
Forse le aveva parlato del processo per direttissima e dei nove anni di carcere
scontati per intero, perché lui, nonostante tutto, non aveva parlato, non aveva
tradito i suoi ‘amici’... quei bastardi.
Chissà, forse era arrivato a parlarle anche di quest’ultimo anno senza suo
figlio e di quella parte di lui, che senza quel bambino era morta... morta per
sempre.
Aveva provato a spiegare al giudice che senza Luca non ce l’avrebbe fatta.
Pensando a lui ogni giorno, era sopravvissuto a quelle mura fredde e a quelle
sbarre. Tornare a essere suo padre, anche per poche ore, gli sarebbe bastato.
Ripensandoci, vedeva ancora puntato contro di lui l’indice teso di quel giovane
avvocato milanese, quello della moglie. Risentiva le parole dure, taglienti. Un
quadro della sua vita violento, senza sbocchi, nero come la notte!
Ma quel ragazzo perfettamente agghindato, con la sua parlata impostata, a tratti
indisponente, in fondo non aveva colpe, faceva solo il suo lavoro... e lo faceva
dannatamente bene.
L’avvocato non poteva capire... ma sua moglie sì, lei sapeva cosa stava per
succedere.
Gli stavano togliendo suo figlio, per sempre!
Aveva cercato inutilmente il suo sguardo. Vedere nei suoi occhi freddi e duri un
briciolo di compassione, gli sarebbe bastato. In fondo chiedeva solo qualche ora
con Luca... nulla di più.
Non ottenne nulla.
Il giudice lo aveva definito ‘delinquente abituale’. Un marchio a fuoco.
Non era più un uomo come gli altri, non era più un marito... non era più un
padre.
Lo avevano condannato a morte.
Ma quel che sicuramente non aveva confidato ad Alice, era quanto gli spettava
ancora da vivere dopo la sentenza.
‘Un anno!’ aveva detto quell’ultima volta in tribunale, ‘Un anno di questa vita
di merda e la faccio finita!’.
L’avvocato aveva sorriso, pensando probabilmente alle decine di altri casi in
cui aveva sentito frasi del genere. Ma sua moglie no, lei non aveva sorriso.
Quel breve istante di smarrimento comparso sul suo viso era stato prontamente
sostituito da un’espressione fredda e risoluta. Non erano servite parole o frasi
di circostanza, il suo sguardo gli aveva detto: ‘Fallo!... Fallo e sparisci
dalla mia vita e da quella di nostro figlio per sempre!’.
E un anno era trascorso, lento, cattivo, senza un raggio di luce, senza un
sorriso.
Non gli restava che fare un’ultima cosa. Tornare a Genova, incontrare ‘lui’, e
poi andarsene, senza salutare né far rumore... come nel suo stile.
Un sorso di Jack.
Lo sentì scivolare nel suo stomaco come lava incandescente.
Ancora Alice... ancora un’occhiata, questa volta più dolce, lenta, insistita.
Era giunto il momento di dirle quel che voleva sentirsi dire... inutile
rimandare.
Si sporse per sussurrarglielo. Lei sorrise apparentemente incerta. Lui le sfiorò
la mano appoggiata al banco. Lei s’inumidì le labbra prima di dirgli dove
aspettarla.
L’avrebbe accompagnata a casa e poi ancor prima di salire le scale l’avrebbe
inchiodata al muro, di spalle, cercando con le sue mani tremanti di scovare ogni
curva, ogni segreto di quel corpo meraviglioso... e l’avrebbero fatto sulle
scale, con rabbia, senza amore...
Forse l’avevano addirittura già fatto... ma lui, davvero, in quel momento non lo
ricordava.
Leonardo e i suoi
demoni...
Dalla
finestra del suo ufficio vedeva i padiglioni della fiera di Genova, il mare e il
cielo a perdita d’occhio.
Lui, davanti a quella finestra poteva rimanere per ore. In piedi, con le mani
dietro la schiena, rapito dal tranquillo scorrere della vita degli altri, quelli
che, passeggiando in corso Italia, gettavano un rapido sguardo alla sua
meravigliosa villa ottocentesca. In molti, con ogni probabilità, si chiedevano
scorgendo la sua sagoma, chi era l’uomo fortunato, ricco e austero, che vegliava
sulle loro piccole esistenze.
Quell’uomo, tre anni prima aveva sotterrato un figlio di diciannove anni, morto
per una dose di cocaina tagliata con stricnina. Era morto da solo, nella sua
Jaguar rossa parcheggiata a pochi metri dal cimitero di Staglieno, dove adesso
riposava in pace.
Inutile dire che da quel giorno terribile la vita di Leonardo Donati non era più
stata la stessa.
Quando era alla finestra, dinanzi a lui scorrevano gli errori, le
incomprensioni, le mancanze della sua vita di padre. Quelle immagini lo stavano
divorando, conducendolo lentamente e inesorabilmente alla follia.
Le sentiva arrivare... cariche di dolore e malinconia. Non poteva far nulla per
scacciarle via.
Vedeva i vestiti eleganti, i continui vertici con delegazioni straniere, le
riunioni fiume, le partite di bridge, le giornate al golf club, le notti negli
uffici della regione, i titoli in borsa, gli incontri con i direttori di banca,
gli avvocati, i commercialisti, i notai...
E poi i viaggi con sua moglie. Quelle inutili, stucchevoli crociere, costruite
apposta per appagare il suo desiderio d’evasione e sfarzo. Il prezzo da pagare
prima di rinchiuderla per mesi fra le mura del castello, sola, prigioniera del
sogno, o meglio della sua illusione di gioventù, quando ancora diciottenne aveva
ceduto al suo romantico e preconfezionato corteggiamento.
La loro apparente vita di coppia...
Anche quelle immagini ovattate facevano capolino nella sua mente. E anche loro
lasciavano il segno.
Le rare occasioni in cui era stato necessario fingere di essere una famiglia,
gli erano costate un’indicibile fatica.
Era stato costretto per anni a recitare una parte, assai male peraltro. La parte
dell’uomo legato agli antichi valori, al sacro vincolo della famiglia. Un padre
presente, un marito attento, quando in realtà, gli interessavano solo gli
affari, i soldi, il potere. La sua ingordigia era insaziabile, gli avversari
distruttibili, gli ostacoli aggirabili... e la famiglia? La sacra famiglia?
Sacrificabile!
Si era accorto di aver avuto un figlio quando era stato costretto a riconoscerlo
sul lettino dell’obitorio.
Aveva affrontato il vuoto, il nulla. Ne era emerso svuotato d’ogni linfa vitale,
finito, vinto.
Da allora guardava scorrere la sua vita e quella degli altri come uno spettatore
annoiato. Impassibile.
Aveva delegato ad altri i suoi affari, scoprendo che bastava pagare di più chi
lo circondava desideroso di servirlo e tutto scorreva via facilmente, senza
sorprese.
Aveva trovato chi si occupava di sua moglie e delle sue crisi depressive.
Aveva imparato a odiare le sue attività, i suoi soldi, le sue auto.
Aveva venduto le case all’estero e quelle in montagna.
Aveva smesso di viaggiare... aveva imparato a star da solo, per ore.
Quando sembrava aver scelto quella vita per sempre, qualcosa in lui era
cambiato, dall’oggi al domani, senza alcun preavviso.
Voleva vendicarsi!
Sognava di uccidere, con violenza, squassato dalle sue stesse urla di rabbia.
Sognava il sangue, sognava di accanirsi sui cadaveri, rideva e saltava di gioia
e quando estasiato contemplava la carneficina, crollava sfinito in un pianto
liberatorio.
Tutto questo si era affacciato alla sua mente stanca e vulnerabile, dapprima
come un sogno, poi era divenuto qualcosa di più concreto... e realizzabile.
In breve tempo era diventata un’autentica ossessione alla quale dedicare energie
e forze che non credeva più di avere.
Voleva sapere chi si era portato via suo figlio... e voleva saperlo morto.
La persona a cui si era rivolto, in un paio di mesi era risalita facilmente a
una vera e propria rete criminale finalizzata allo spaccio. Gli aveva fornito i
nomi e i gradi di quella che si poteva tranquillamente definire una scala
gerarchica. Ma lui, non si era accontentato. E adesso, sapeva addirittura i nomi
dei collaboratori di questa associazione a delinquere, sapeva chi comprava la
roba all’estero, chi la tagliava e addirittura chi materialmente aveva passato
quell’ultima dose mortale a suo figlio. Ovviamente conosceva anche il nome del
vertice della piramide, il capo, l’uomo che aveva dato l’ordine di eliminare suo
figlio per costringere altri ragazzi come lui a pagare, a non sgarrare... e quel
nome lo ripeteva a se stesso centinaia di volte al giorno, all’infinito, fino a
renderlo una sorta di cantilena infantile.
Da solo, davanti alla finestra, in attesa della vendetta, aveva perso
definitivamente la ragione.
Quei nomi erano scritti da tempo sul foglio dattiloscritto che l’uomo, al quale
si era rivolto, gli aveva consegnato mesi prima. Riposti in un cassetto
attendevano solo di divenire persone in carne e ossa... e poi morire. Non gli
importava come, ma il loro sangue, avrebbe placato la sua follia e cancellato
per sempre le immagini che scorrevano davanti ai suoi occhi continuamente.
Franco a
Genova... il ritorno
Era
arrivato in treno, l’auto non gli sarebbe servita a nulla. Non aveva intenzione
di fermarsi a lungo, solo il tempo necessario per incontrare ‘lui’ e poi
scrivere la parola fine.
Non sapeva bene cosa aspettarsi da quell’incontro, ma nonostante la situazione
era stranamente tranquillo. Sapeva cosa doveva dire, lo aveva ripetuto a se
stesso tante volte.
Mentre a piedi percorreva viale Brigate Partigiane in direzione del mare, si
chiese cosa ne sarebbe stato della sua vita se non avesse lasciato Genova.
Sembrava tutto dannatamente più facile sotto un cielo come quello, e invece,
nulla lo era stato in vita sua.
Forse aveva davvero sbagliato a partire, ma ormai era tardi per rammaricarsi.
Arrivò in corso Italia poco prima delle dieci. Era in anticipo.
Rimase a lungo a guardare il mare in cerca di immagini della sua gioventù, senza
fortuna.
Non ricordava più nulla di quegli anni, sembrava tutto svanito, perduto per
sempre. Pur pensandoci, non affiorava dalla sua memoria un viso, un nome, un
episodio dei suoi anni a Genova... anni difficili, duri, che lo avevano segnato
profondamente.
Di ‘lui’ invece conservava qualche ricordo. Ma erano veloci flash back, qualche
fotogramma apparentemente senza senso. Cercare di metterli a fuoco gli costava
grande fatica. Decise ben presto di rinunciare, lasciando che il profumo del
mare lo avvolgesse gentilmente.
Guardò l’ora. Mancavano dieci minuti alle undici, era ora di andare... ‘Lui’, lo
stava aspettando.
Leonardo in
attesa...
Anche
quella mattina l’aveva trascorsa quasi per intero alla finestra, come tante,
tantissime altre. L’incontro con Franco, dopo molti anni, avrebbe dovuto
emozionarlo... invece non provava nulla.
Si sorprese a domandarsi come avrebbe dovuto accoglierlo.
Dovevano abbracciarsi?... Sarebbe stato normale dopo tanti anni, umano,
comprensibile.
Ma forse poteva bastare una stretta di mano. In fin dei conti erano praticamente
due estranei ormai, vittime entrambi di mondi diversi, lontanissimi, eppure così
simili, così dolorosi.
Lui era ricco, anzi, ricchissimo. Un uomo di successo, realizzato... lui era
arrivato.
Franco aveva passato la sua vita a cercare invano di dargli un senso. Aveva
fallito. Era finito in galera. Era solo...
Ma lui aveva visto sotterrare suo figlio, aveva visto sgretolarsi dinanzi ai
suoi occhi la fragile mente di sua moglie... Anche lui, adesso, era solo.
Sentì aprirsi alle sue spalle la porta dell’ufficio.
Il leggero toc-toc della mano gentile della sua segretaria, e poi la sua voce,
dolce, paziente... piena di commiserazione. La stessa che si usa con i malati, i
deboli...
“Signor Donati?...” attese un cenno d’assenso, “il suo ospite è arrivato”.
“Lo faccia passare Maria... la ringrazio”.
Tutte quelle formalità... ‘signor Donati... la ringrazio...’.
Le avevano conservate nonostante tutto. Nonostante quello che lui tante volte le
aveva fatto, sul divano, sulla scrivania... tante volte senza chiederle il
permesso, senza chiederle se le piaceva. Forse rivolgersi a lui con quel tono
patetico, era la sua rivincita... Oppure era il tono di chi ha sempre sperato in
qualcosa di più di una scopata sul tappeto dell’ufficio e adesso, dinanzi alla
dura realtà, capisce che tutto è perduto.
Sarà così anche con Franco.
Gli chiederà di aiutarlo, perché tutti vanno da lui per essere aiutati e quando
si renderà conto di chi è oggi veramente Leonardo Donati, si accontenterà di
qualche soldo, un’elemosina, qualche banconota fresca di stampa, quelle che è
solito tenere nella tasca interna della giacca.
La porta si aprì.
Lui non si voltò subito, attese di sentirla richiudersi.
Guardò il mare. Una nave della Costa in lontananza.
Respirò profondamente, una volta, due...
Si voltò... e per un istante non ricordò più suo figlio, sua moglie, i
dispiaceri, le delusioni, il dolore.
Per un istante vide solo la persona che gli stava di fronte. Franco Donati...
suo fratello.
Franco e
Leonardo...
Leonardo
rimase immobile, in piedi, davanti alla finestra. Le braccia lungo i fianchi e
un qualcosa di molto simile a un sorriso gli segnò il viso. Il primo dopo tanto
tempo.
Franco invece non riusciva a controllare le mani. Le sentiva scivolare fra i
capelli, poi sulla barba fatta per l’occasione un paio di giorni prima, poi
nelle tasche e ancora fra i capelli. Sentiva le guance arrossate, gli occhi
umidi e il cuore battere forte nel petto come pensava non sapesse più fare.
Ma il tutto svanì rapidamente, proprio com’era inaspettatamente comparso, per
entrambi.
Erano uno dinanzi all’altro... e pian piano constatarono quanto fossero caduti
in basso.
La vita li aveva sfidati, sopraffatti, distrutti. Le profonde ferite che gli
attraversavano i cuori trasparivano dai loro sguardi.
Sbrigarono rapidamente le umane formalità.
Un abbraccio freddo e veloce, qualche parola di circostanza, un accenno agli
anni duri del carcere e alla morte di Giacomo, il figlio di Leonardo. I veri
uomini non hanno paura di toccare certi argomenti, anche se dentro di loro, a
ogni parola, il cuore si spezza sempre di più.
Si sedettero, con calma. A una rapida occhiata poteva sembrare un formale
colloquio di lavoro.
Leonardo aveva la solita posizione regale, la stessa che assumeva
automaticamente quando era dietro la sua scrivania, la stessa che aveva messo in
passato decine di persone sulla difensiva e adesso non spaventava più nessuno.
Aveva compiuto da poco sessant’anni, non aveva mai smesso di vestire con
raffinata eleganza e il suo fisico rimaneva quello di un tempo, asciutto e
slanciato. Ma il suo viso... il suo viso era lo specchio fedele del suo cuore,
duro e insensibile come un sasso.
Franco per contro aveva abbandonato il suo corpo su quella piccola poltroncina.
L’adrenalina dell’incontro ormai l’aveva lasciato e dinanzi a suo fratello
giaceva il relitto umano che ormai rappresentava da un anno a questa parte
l’uomo in attesa del suo ultimo giorno... l’indomani.
Era tormentato da tempo da una terribile emicrania. Per lui che conviveva con
quel dolore spaventoso ogni giorno, quelle fitte non erano altro che il
desiderio della sua mente e del suo cuore, di uscire per sempre da quella vita.
Fu Leonardo il primo a parlare, il maggiore dei due fratelli.
“Perché sei venuto?” il tono era forzatamente neutrale.
“Mi hanno portato via Luca, mio figlio... non me lo lasciano più vedere”.
Leonardo rimase alcuni secondi in silenzio, impassibile. Analizzò rapidamente
quanto aveva sentito. Si aspettava qualcosa del genere. Niente di nuovo,
pensò... come al solito. Alla fine si riduce tutto alle solite questioni
terrene, nessun affetto, nessun rimpianto. Solo soldi, o come in questo caso, un
avvocato costoso.
“Non possono farlo, non hanno nessun diritto... ti serve solo un buon avvocato”
gli disse.
“Lo hanno già fatto! Ma non voglio più vedere né parlare con un avvocato in vita
mia”.
“Allora non posso aiutarti. Quando tuo figlio sarà maggiorenne deciderà se...”.
“Non ho anni!... Ho solo qualche ora”.
“Qualche ora?”.
“Domani mattina guarderò sorgere il sole e mi sparerò in bocca un bel proiettile
calibro nove”.
Non era una frase ad effetto, era la verità. Non si vedevano da più di vent’anni...Ma
si conoscevano bene. Non servivano domande e risposte di circostanza. Leonardo
sapeva perfettamente che suo fratello non stava scherzando. Ma un fratello
maggiore di fronte a una minaccia del genere dovrebbe lottare per dissuadere il
più piccolo, farlo ragionare, far leva sulle cose a lui più care. Invece...
“Se hai deciso di farla finita, cosa sei venuto a fare?” Leonardo finalmente
poteva usare il tono di voce che aveva sempre usato con suo fratello.
Tanti anni e non era cambiato nulla. Era più forte di loro. Si scontravano, si
sfidavano... si odiavano!
“... Non dirmi che sentivi il bisogno di vedermi per l’ultima volta?” Leonardo
sorrise, scosse il capo e senza attendere risposta, aggiunse, “Ma no...
ripensandoci bene, anche quest’ultimo colpo di teatro, è nel tutto stile. La
solita fuga, questa volta definitiva. Scappi dalle responsabilità, dai
dispiaceri... dalla vita stessa. Come tante altre volte... come hai sempre
fatto!”.
Guardandosi, entrambi si chiesero come potevano essere fratelli.
Franco non lo aveva cercato quando un buon avvocato gli sarebbe servito davvero.
Leonardo lo aveva cancellato dalla sua vita quando ancora vivevano a Genova,
sotto lo stesso tetto, in un modesto appartamento a pochi passi dal carcere di
Marassi.
Franco si aspettava le frasi taglienti di suo fratello. Erano il prezzo da
pagare. Ma era entrato in quell’ufficio per parlare con Leonardo, sapeva bene
cosa doveva chiedergli. In quei giorni aveva ripetuto quel discorso talmente
tante volte da saperlo a memoria, desiderava solo iniziarlo... non chiedeva
altro.
Attese. Quando vide suo fratello nuovamente sereno, si lasciò andare.
Parlò, dominando a fatica l’emozione.
“Devi farmi una promessa, Leonardo... sono qui per questo. Per un uomo come te è
una piccola cosa, ma in questo momento è il mio unico pensiero... l’ultimo”.
Cercò lo sguardo di suo fratello e sostenne il disprezzo che leggeva nei suoi
occhi.
“Hai ragione quando dici che sono sempre fuggito... lo sappiamo bene entrambi.
Io sono come nostro padre, che ci lasciò in quella casa fredda e triste, con
nostra madre in lacrime e i creditori alla porta. Io come lui sono finito in
galera, ho rovinato tutto e non ho fatto niente per cui questo mondo mi debba
rimpiangere... Ma adesso mi hanno tolto anche l’unica cosa che avevo, forse la
sola cosa bella di tutta la mia vita... Luca, mio figlio!”.
Adesso lo sguardo di suo fratello era troppo pesante da reggere. Cercò aiuto nei
quadri alle pareti e poi nelle grandi nuvole bianche che scivolavano placide
alle spalle di Leonardo.
“Non voglio che mio figlio faccia la mia fine. È per questo che sono qui! È per
questo che ho cercato mio fratello dopo vent’anni... Tu hai i mezzi e le
conoscenze per assicurargli quello che io non ho saputo e potuto dargli. La vita
ti ha tolto Giacomo, io sono qui per chiederti di far tutto quello che è in tuo
potere per prenderti Luca...”.
Strinse i denti per controllare il tremore che sentiva crescere in lui. Vide
Leonardo alzarsi e lui fece altrettanto. Sentiva il cuore galoppare nel petto e
disse la frase che da giorni ripeteva a se stesso. Quella che lo aveva spinto a
ritornare a Genova e gli aveva dato la forza di incontrare ‘lui’ per l’ultima
volta.
“Sei mio fratello, Leonardo... devi prenderti mio figlio... devi
promettermelo!”.
Leonardo... il
lupo
I minuti
passavano. Leonardo era in piedi, davanti alla sua finestra, le mani intrecciate
dietro la schiena, lo sguardo apparentemente rapito dalla linea dell’orizzonte.
Le ultime parole di Franco echeggiavano ancora nello studio. Sembravano sospese
a mezz’aria in attesa di risposta... Ma in realtà una risposta aveva già preso
corpo nella mente di Leonardo. Quella stessa mente capace di elaborare piani
d’investimento e acquisizioni finanziarie che nell’ambiente venivano definite
aggressive, spregiudicate, aveva improvvisamente ripreso a funzionare. Aveva
superato il torpore nel quale era caduta e aveva reagito, con rabbia.
Il piano era semplice, immediato.
Si trattava di esporlo a suo fratello nel modo giusto, senza equivoci... un
semplice dare per avere.
Quando Leonardo si voltò, Franco notò immediatamente il cambiamento nel suo
sguardo.
Erano nuovamente faccia a faccia, ma le labbra di Leonardo erano serrate in un
ghigno di sofferenza e i suoi occhi brillavano di una luce diversa, quasi
cattiva.
“Ho anch’io una cosa da proporti” gli disse “ma prima ho qualche domanda da
farti”.
Franco non disse nulla, e attese.
“Vorrei che tu mi raccontassi delle rapine... della prigione. Prima di farti la
mia proposta ho bisogno di sapere... devo essere sicuro”.
Il fratello accennò un sorriso. Non si aspettava di dover parlare del suo
passato, ma non voleva lasciar nulla d’intentato. Appoggiò i gomiti alle
ginocchia e incominciò a raccontare guardando il pavimento. Soffriva... e molto.
Ma incominciò dal principio.
“Doveva essere un solo colpo. L’assalto a un furgone portavalori studiato anche
nel più piccolo dettaglio. Conoscevamo i tempi, avevamo i mezzi e le armi...
Eravamo addestrati, efficienti, veloci... letali! Un’operazione praticamente
perfetta, in stile militare. Non trovammo resistenza, non ci furono
imprevisti... Fu talmente perfetta che decidemmo di farne un’altra, e un’altra
ancora”.
Franco alzò lo sguardo. Leonardo divorava ogni sua parola.
“Creavamo un falso cantiere stradale e bloccavamo il furgone con una ruspa,
attaccando con fucili mitragliatori ed esplosivo se necessario. Eravamo sicuri e
spietati. Se le cose si mettevano male non esitavamo a sparare... E un giorno le
cose si misero male”.
Forse poteva bastare pensò Franco, ma Leonardo lo invitò a continuare.
“Vai avanti... vai avanti, ho bisogno di sapere!”.
“Avevamo alle costole le sezioni Rapine delle Questure di mezza Italia e
decidemmo di spostarci in Toscana. Non bastò. Ci arrivarono addosso non appena
bloccammo il furgone. La sparatoria fu tremenda. Due poliziotti rimasero a terra
feriti, io venni colpito a una gamba e non riuscii a raggiungere la macchina dei
miei compagni lanciata verso la fuga. A causa delle ferite due di loro furono
presi la notte stessa. Li avevano scaricati vicino a un ospedale e uno morì
pochi giorni dopo. Solo in due se la cavarono... ma per poco. Uno è stato
trovato morto in un dirupo con un proiettile in testa, l’altro sta scontando
otto anni per una rapina in banca... I soldi degli assalti non se li sono
goduti, questo è certo”.
Ma per Leonardo non era abbastanza. C’era ancora una cosa che voleva sentir dire
a suo fratello. Non esitò a domandargliela.
“Tu Franco... tu hai sparato durante quelle rapine?”.
“Sì...uno dei poliziotti l’ho ferito io”.
“Avresti ucciso se necessario? Non avresti esitato?”.
“No, non avrei esitato... eravamo... ero pronto a tutto. Quando premevo il
grilletto sapevo cosa fare, lo sapevamo tutti!” Franco fissò suo fratello,
sostenendone lo sguardo. Sorrise. “Domani premerò il grilletto per l’ultima
volta... anche domani non esiterò”.
Leonardo si alzò e andò alla finestra. Ci rimase pochi minuti, il tempo
sufficiente a riordinare le idee. Quando tornò a sedersi sembrava stanco. La sua
voce era invece calma e risoluta. Il tono era quello di un padre che racconta,
ricorda...
“Quando mio figlio è morto, ho pensato anch’io di farla finita con un colpo alla
testa...Guarda!” e dicendolo prese una pistola dalla sua scrivania e la posò
davanti a Franco. “Qualche volta l’ho infilata in bocca e ne ho sentito il
sapore metallico... Ho provato togliendo il caricatore a tirare il grilletto e
il semplice scatto dell’otturatore mi ha fatto salire il cuore in gola”. Tornò a
impugnare la pistola. Lo fece con poca dimestichezza, sembrava in difficoltà di
fronte al suo peso. La guardò da varie angolazioni per poi posarla, imbarazzato.
“È stato guardando attentamente questo arnese mortale, che ho deciso di
archiviare i miei propositi suicidi. Tenendola in mano ho capito qual è la sua
vera natura, il motivo per cui è stata costruita... E tu sai bene di cosa parlo”
si fissarono a lungo. Quei secondi interminabili enfatizzarono un silenzio
carico di tensione. Quando Leonardo fu soddisfatto del clima che aveva creato,
riprese a parlare, con tono deciso, sicuro.
“Tenendola in mano ho cambiato programmi... ho deciso di concedermi ancora un
po’ di tempo e veder realizzato un mio sogno. L’ultimo!”.
Impugnò ancora la pistola puntandola verso suo fratello. Attese per qualche
secondo una sua reazione e poi, sorridendo della sua indifferenza, la posò con
grande cautela.
“Questo arnese micidiale è stato creato per uccidere!” sussurrò tornando alla
finestra. “Proprio così Franco, per uccidere! Ed è quello che intendo chiedergli
di fare... con il tuo aiuto, naturalmente”.
Franco rimase immobile. La bocca leggermente aperta, rivelava il suo stupore.
Osservò suo fratello, o meglio, quello che una segretaria delusa e avvilita, gli
aveva presentato come il Cavalier Donati... Per la prima volta quel giorno, non
lo riconobbe. Era un estraneo. Un uomo sofferente... Un folle.
Ma Leonardo era incurante dell’espressione attonita del fratello. Dallo stesso
cassetto dal quale aveva estratto la pistola tirò fuori una cartellina azzurra e
dei caricatori.
“All’interno di questa cartellina troverai i nomi dei quattro principali
responsabili della morte di Giacomo. C’è tutto quello che ti serve per
rintracciarli, stanarli e ammazzarli. Voglio che vengano uccisi nell’ordine in
cui sono scritti, partendo dal più piccolo e lurido fino al più grosso e
bastardo. La pistola è pulita. Qui ci sono tre caricatori... ventiquattro colpi
dovrebbero bastarti. Voglio che ognuno di questi gentiluomini venga finito con
tre proiettili, in faccia. Uno per me, uno per mia moglie e uno da parte di mio
figlio...”.
A quel punto serviva l’ultima frase, quella per cui Franco aveva fatto tanta
strada, vinto la sua naturale avversione per il fratello e chiesto aiuto.
La frase che Franco voleva sentirgli dire.
“Uccidi tutti e quattro. Fai questo per me e tuo figlio avrà tutto quello che il
mio non ha avuto... tutto quello che a Giacomo non ho dato. Per lui costruirò un
percorso privilegiato... ne parlerò con il mio avvocato e con il notaio se
necessario. Studierò tutto in ogni dettaglio, ma prima voglio vederli morti!”.
Rimase a fissarlo a lungo. Entrambi non batterono ciglio.
“Vendica mio figlio e regalerò al tuo un impero. Hai la mia parola!” aggiunse,
“...La mia parola!”.
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