Maria Masella

Sapevo come si faceva

Oggi
Ieri erano due anni, ne hanno parlato i giornali, la TV, la gente, due anni dal maledetto giorno in cui tutti abbiamo perso. Ieri ci sono state manifestazioni autorizzate e qualche polemica, ma diventerà una ricorrenza da festeggiare con un po’ di folclore.
Passando per quelle vie vedo ancora i segni di quello che è accaduto due anni fa: fra le scritte compare POLIZIA ASSASSINA. La doppia esse qualche volta è una svastica.
Mi fa sempre un certo effetto: sono un poliziotto e do la caccia agli assassini. Una volta ho provato ad accennarne a Torrazzi, medico legale; mi ha consigliato di provare con un Tavor o di leggermi l’Edipo re di Sofocle. Dalla mia faccia deve aver capito che non avevo capito niente, perché mi ha spiegato che Edipo dà la caccia ad un colpevole e quel colpevole è lui stesso.
Non ho preso il Tavor e non ho letto l’Edipo re, quando passo davanti ai muri ancora anneriti che so decorati da POLIZIA INFAME distolgo lo sguardo. Vigliacco.
Anche oggi, dopo due anni e un giorno, fermo al semaforo, distolgo lo sguardo dalla serranda di un negozietto che ha ormai chiuso e mi concentro sull’altro marciapiede.
La donna che sta uscendo dal fruttivendolo, dao besagnin, non è niente di speciale, ha una borsa di plastica abbastanza piena. Si avvicina al paletto che serve a scoraggiare il posteggio selvaggio sul marciapiedi e scioglie il guinzaglio del cane.
Non mi intendo di cani, ma quello è proprio un bastardino, anzi un bastardone, perché ha più la stazza di un vitello che quella di un cane da città. Tutto bianco e nero a chiazze, ma sul dorso ha una macchia marrone, come una colata di cioccolata.
— Su, adesso andiamo a casa.
Mi rendo conto che il semaforo è diventato verde perché quelli dietro di me protestano a colpi di clacson.
Vado avanti ma subito dopo aver superato l’incrocio, accosto e mi fermo, incurante del divieto di sosta. Sono o non sono un commissario di polizia?
Abuso di potere. Lo so. Ma quella macchia cioccolata e quella voce… E’ stata come un’esplosione di ricordi.
Sono uscito dall’auto e sono tornato verso di lei.
Da anni non abbiamo avuto un’estate così calda, la gente cammina nelle zone in ombra e la mancanza di pioggia ha essiccato la scarsa vegetazione sopravvissuta all’asfalto e alla civiltà.
Ma lei cammina al sole.
Non sento le parole, ma da come muove le labbra, tenendo la testa un po’ china, capisco che sta parlando con il cane.
Attraverso di slancio e la scontro mentre arriva dalla direzione opposta; cerco di recitare al meglio la parte di pedone indaffarato e distratto, però con una patina di educazione vecchi tempi: mi scuso, mi chino e raccolgo frutta e verdura che stanno rotolando sul marciapiede polveroso.
— Mi scusi, signora, non so dove ho la testa… La sua frutta, si sarà rovinata. — Mi tocco la fronte e mi sento protagonista di un film di basso livello. — Questo caldo… — La scusa standard di questi ultimi mesi: il caldo è l’attenuante generica che non si nega a nessuno.
Non me la nega. — Ma non si preoccupi. No, la frutta non ha patito. Con questo caldo la compro non tanto avanti e così resiste meglio. — Accenna un sorriso prima di continuare. — Anche alle cadute.
Quando l’ho conosciuta non sorrideva. E non per la situazione contingente, ma perché non ricordava più come si faceva, ci avrei giurato. Invece ha un bel sorriso, anche se non è più giovane. Faccio un conto semplice: le mancava un anno ai sessanta, l’aveva ripetuto più volte, allora ne avrà sessantuno. Ora li porta bene; nonostante il caldo è vestita con proprietà e buon gusto e sa di pulito.
Rialzandomi con l’ultimo pezzo di frutta in mano, manovro in modo da ritrovarci a faccia a faccia. — Signora… — Spero che la mia esitazione sembri vera. — Signora Amalia…
Le leggo sul viso un momento di stupore, come di vuoto, poi il segno del riconoscimento: si ricompone senza sorriso. — Commissario… Mi scusi, non ricordo il suo nome.
— Mariani. Nessun problema. — Nel raccogliere la frutta ho raccolto anche la borsa di plastica e dopo averla riempita l’ho tenuta ancora in mano, senza rendergliela. — Va a casa?
— Con questo caldo la frutta la compro per ultima, è quella che soffre di più.
— Allora la accompagno, per farmi perdonare. — Allungo una mano e faccio una carezza al cane. Due anni fa era un cucciolotto, ma come allora mi annusa la mano e poi provvede con una leccata.
— Ma…
— Nessun disturbo, signora Amalia. La accompagno volentieri. — Ricordo perfettamente che, svoltato l’angolo, il secondo portone è il suo.
Camminiamo uno accanto all’altro, preceduti dal cane che lei tiene al guinzaglio.
— E’ cresciuto tanto, me lo ricordo cucciolotto.
— Eh, sì! — Un sospiro compiaciuto. — E’ venuto bello grande.
— Una buona difesa per una donna sola.
— E’ un cuor contento, con due carezze lo si vende e lo si compra, ma se vede che qualcuno se la prende con me e vuol farmi male diventa un leone. — Ha il tono di una madre fiera del figlio.
E siamo al suo portone: ci sono ancora segni anneriti nelle scanalature del marmo, ma il quadro con i campanelli è tutto nuovo. Lei incrocia la mia occhiata. — Non funzionavano più, abbiamo dovuto rifarlo nuovo. E l’assicurazione non ha pagato le spese, così ci siamo rivolti al Comune.
Come tanti altri cittadini che hanno subito danni.
— Posso offrirle qualcosa di fresco?
Accetto senza esitare. Se non me lo chiedeva avrei dovuto trovare io una scusa per salire in casa sua e restare un po’ con lei. Così cambiata.
L’appartamento è al terzo piano, come si contano qui a Genova, dove non si conta il piano strada. Apre la porta di casa e mi precede. Non sono un gran casalingo, neppure le mie due donne, madre e moglie, sono fanatiche dei lavori domestici, ma sono un poliziotto e anche curioso. Ricordo un appartamento grande, potenzialmente bello, un tempo doveva essere anche di un certo tono, ma lasciato in abbandono, come se ci si fosse limitati a spazzare per terra una volta l’anno.
No, non dipendeva da quello che stava accadendo: cassonetti incendiati, lacrimogeni e tutte le solite conseguenze della guerriglia urbana! No, era sporco vecchio e incuria d’annata. Come nella casa di certi vecchi che tirano avanti con la pensione stenta e non hanno energie per pulire, solo per mettere un giorno dopo l’altro.
Ora la casa è pulita, qualche mobile nuovo e di buon gusto ha sostituito i vecchi. Il salotto in cui Amalia mi ha fatto accomodare è piacevole. Le piante verdi nel bovindo sono ben tenute. Quando torna con due tè alla menta su un vassoio, nota la mia occhiata.
— Mi sono sempre piaciute le piante verdi.
— Amore ricambiato: stanno venendo su bene. — Bevo un sorso. Non amo il tè, ma con questo caldo è piacevole.
Anche lei ha bevuto un sorso del suo con visibile soddisfazione e mi guarda, aspetta la mia prossima mossa.
— Si è ripresa bene.
Si passa una mano sulla fronte, scostando i capelli; non ha fatto la sciocchezza di tingerli e quel sale e pepe, come dice mia madre, invece di invecchiarla la ringiovanisce. — Non è stato facile, ma la vita continua. Tutti i vicini mi hanno aiutata molto. — Pausa. — E Rolfo anche.
— Rolfo? Che strano nome…
Arrossisce. — Mi piaceva.
Come attirato dal suo nome, il cane è arrivato e si è accucciato ai suoi piedi. Era poco più di un cucciolo due anni prima. Lei lo accarezza dietro le orecchie, finendo sul dorso, sulla macchia cioccolata.
Finisco il mio tè, mi alzo. — Mi ha fatto piacere rivederla.
Annuisce. — Anche a me.
Mi accompagna alla porta, ancora un saluto e sono fuori.
Il colpo di caldo è una mazzata. Il portone è sotto sole. Il salotto con il bovindo è proprio sopra il portone eppure caldo non c’era. Amalia ha installato anche un condizionatore d’aria.
Le lancette sono per lei girate all’incontrario, anche se mia madre dice sempre “Fai e fai ma non puoi mandare le lancette all’incontrario”.
Entro nell’auto, un forno, avvio il motore. Mentre quel nome, Rolfo, rimbalza fra i ricordi. Ricordavo il cane, ma ricordavo il nome Rolf, classico nome da cagnone.
Ma quello era stato un giorno da pazzi.

Due anni prima
Il sottoscritto, Mariani Antonio, è impegnato a ristabilire l’ordine; io sono prigioniero di ordini non sempre chiari, non sempre condivisi.
Ho una paura boia, ma non per me, è il mio mestiere e me lo sono scelto a ragion veduta, ma per mia moglie Fran, fra l’altro incinta, nostra figlia Manu di anni sei e mia madre che non è più giovane, ma se glielo dico mi toglie il saluto. Perché le tre donne della mia vita, compatte, sono dall’altra parte fra i manifestanti, spero pacifici.
Ecco, i manifestanti pacifici sono quelli che mi fanno più paura, perché sono innocenti ed ingenui, manipolabili. E, in mezzo, ci può essere chiunque.
Vorrei essere con loro, dall’altra parte.
Le notizie stanno arrivando a frammenti, loro tre non dovrebbero essere nella zona dove gli scontri sono più violenti. Però ho paura.
Dannate donne! Non sono mai stato maschilista ma avrei dovuto chiuderle in casa a doppia mandata. Ad ogni notizia che arriva il cuore mi va in gola.
Quando arriva la notizia del morto in piazza, posso solo sperare che Fran e mia madre abbiano il buon senso di ritornare a casa. Se almeno una delle due avesse accettato di tenere il cellulare acceso… No, solidali e decise.
Provo ugualmente a comporre i loro numeri, ma mi risponde la voce Telecom.
— Mariani, una chiamata.
Salto su come una scheggia. A una delle tre è capitato qualcosa e hanno avuto il buon senso di chiamarmi…
Invece è solo una chiamata di servizio. Un morto, non lontano dalla piazza trasformata in campo di battaglia, ma sembra che non abbia niente a che fare con la guerra in corso. Hanno chiamato il 113, la chiamata è stata inoltrata a me: in questo caos tutto è possibile.
Ma non so se sarà possibile arrivare al palazzo in questione. Proprio lì i due eserciti, manifestanti e forze dell’ordine, si stanno scontrando: il confine è fluido, in continuo movimento. Non è fermo come il muro di Berlino.
Non c’è molto personale da poter destinare ad una questioncella così da poco in una giornata simile: Iachino e il sottoscritto siamo già a sufficienza.
Incurante delle disposizioni ho rinunciato al giubbotto antiproiettile, Iachino mi ha imitato. E come auto ho deciso di usare la mia, darà meno nell’occhio di quella di servizio.
Un collega ghigna dicendo: — Se vi beccano vi prendono per fottute spie.
Sdrammatizzo. — Mariani Bond. — Ma nessuno ride, nessuno oggi ne ha voglia.
Arriviamo in zona. E’ stato più facile a dirsi che a farsi. I miei colleghi non hanno fatto altro che bloccarmi, ogni volta ho dovuto spiegare tutto da capo. Da un’oretta il confine si è assestato, il palazzo che devo raggiungere è dall’altra parte, nella zona in mano ai black bloc. Il morto è stato a un isolato da qui.
Ma anche qui i segni della battaglia ci sono tutti. Maledetto giorno. Maledetto giorno in cui tutti stiamo perdendo.
Ormai l’auto è inutile, continueremo a piedi. — Cosa facciamo?
Iachino ha messo in parole la mia domanda. Vorrei avere anch’io qualcuno che mi dicesse cosa fare, ma sono io il capo cordata. — Si va. Alla grande. — Lo guardo. — Ho questurino scritto in fronte?
Resta un attimo perplesso, poi capisce e fa segno di no.
— E tu neppure.
Iachino ha giubbino e pantaloni di jeans e adidas; io pantalonacci di tela spessa e camiciotto. Non siamo diversi da tanti manifestanti pacifici che hanno invaso la città, lievitando come l’impasto di un panettone, ma all’interno c’è l’uvetta che distrugge.
— Stammi dietro — ordino a Iachino. Fa la faccia storta. — Guardami le spalle. E muoviti veloce.
Iachino è giovane, prima di fare il poliziotto era solo un ragazzo di paese. Io, queste manifestazioni, le conosco per dritto e per storto. Di qua, ora, da questurino, ma da ragazzo, me ne sono fatta più d’una dall’altra parte. Devo solo, per poco, rientrare nella giusta pelle.
Ci vuole colpo d’occhio e velocità e sangue freddo per fare quello che ho in mente, ma io dall’altra parte devo passare: hanno chiesto la presenza di un commissario di polizia perché c’è un morto? Bene, un commissario avranno.
Tengo d’occhio i due schieramenti, al primo contrasto ravvicinato, mi volto appena verso Iachino. — Ora.
E’ un attimo e siamo dall’altra parte, manifestanti fra i manifestanti. Il fazzoletto che mi sono legato al collo, sollevato a coprire la bocca e il naso mi protegge abbastanza bene dai lacrimogeni. Però l’effetto nausea non tarderà.
Un’occhiata mi conferma che Iachino mi ha imitato: anche lui si è attrezzato con fazzoletto. Ma ha la faccia verde e gialla. Anche un po’ grigia. Forse paura, oltre alla nausea. Una mano mi batte sulla spalla. Salto su, ma è solo un ragazzo che mi porge mezzo limone, dicendo: — Fottuti bastardi.
Un cenno, prendo e porgo a Iachino. Riacquista un colorito quasi normale. Ma di normale ormai non c’è nulla. Piano, piano, ci allontaniamo dalla linea del fuoco, il palazzo è lì, il portone è a pochi metri. Annerito dal fumo, il vetro sfondato è imbrattato di vernice. Qualcuno ha strappato la pulsantiera dei campanelli: vandalismo, attacco alla proprietà privata, ridistribuzione della proprietà? Non sta a me giudicare, ma anche se i campanelli funzionassero, nessuno, oggi, aprirebbe.
Con una spallata finisco di aprire il portone e, seguito da Iachino, sono dentro.
Il muro di schiene si apre, il corpo è a terra. Le facce verso di me non sanno se essere più spaventate per quel morto lì, a gambe e braccia spalancate, o per l’improvvisa presenza di noi due che siamo entrati sfondando il portone, anzi quello che ne restava.
— Polizia. — Porgo all’uomo più vicino il mio documento di riconoscimento e mi presento: — Commissario Mariani Antonio.
E’ un sospiro di sollievo collettivo e l’uomo a cui ho porto il documento me lo rende, con un mezzo sorriso storto. — Abbiamo chiamato subito, ma non speravamo che arrivasse qualcuno…
— Scusate il modo — indico il portone e noi stessi con un vago gesto omnicomprensivo. — Ma viste le circostanze è stata l’unica possibilità.
L’uomo annuisce, sembra essere il portavoce del gruppo, e ripete: — Abbiamo chiamato subito voi, non un’ambulanza… Sono medico, anche se non esercito più da qualche anno e ho capito subito che non c’era niente da fare.
Mi avvicino al corpo: è una donna anziana e molto mal messa. — Cosa è successo?
— Noi — e l’uomo lancia un’occhiata attorno — si era tutti chiusi in casa, ben chiusi. — per continuare aspetta il mio cenno d’assenso. — Poi abbiamo sentito un grido e lei — indica la donna seduta sul primo gradino delle scale — che chiamava aiuto! Con mia moglie ci siamo fatti coraggio e abbiamo aperto la porta di casa.
— Avevo riconosciuto la voce di Amalia — è la donna accanto a lui a continuare, deve essere la moglie. — Due donne sole, povere donne, in momenti simili, senza un uomo a difenderle. Io glielo avevo detto “Venite da noi, c’è mio marito, in quattro è meglio che in due. E poi mio marito è medico, per qualsiasi evenienza.” Ma non hanno voluto. — Prende appena fiato e continua con lo stesso ritmo. — Amalia, poverina sarebbe anche venuta, ma lei… — lancia un’occhiata al corpo. — Lei no! La sua roba non voleva lasciarla incustodita.
— Calma. — Alzo una mano. — Ora proviamo a ragionare con calma. — E non è facile, perché se qui dentro c’è un morto e facce spaventate, fuori stanno facendo le prove generali per la guerriglia urbana. Un morto c’è già stato, ci si chiede se ce ne saranno altri… Sembra idiota, sembra una perdita di tempo occuparsi di questa donna. Ma forse è una sfida, forse un modo di mantenere i propri impegni.
Iachino ha preso il taccuino ed è pronto a scrivere: anche la sua faccia ha un aspetto migliore. I riti sono sempre rassicuranti.
— Se ho capito bene conoscete la morta.
— Amanda Rebolia vedova Parodi — E’ ancora l’uomo a rispondere per tutti. — Abita, abitava qui al terzo piano, nell’appartamento della colonna sopra il portone, con la sorella Amalia. — Indica la donna seduta sul gradino.
Mi avvicino alla sorella della vittima. E’ pallida, ha gli occhi rossi, forse per il pianto forse per l’odore dei lacrimogeni che almeno un po’ è filtrato fin qui. La vestaglietta da casa che indossa è logora, stinta, anche un po’ sporca. Fa il paio con quella della sorella morta.
— E’ la signora Amalia Rebolia?
— Signorina — mi corregge automaticamente.
— Si sente di parlare?
Annuisce con un gesto lento, misurato. Per non farla stare con la testa inclinata verso l’alto, mi seggo accanto a lei sul gradino.
Solo in quel momento mi accorgo che dietro lei c’è un cane: un cucciolotto bianco e nero pezzato, più largo che lungo. E me ne accorgo perché il suo muso umido ha trovato la mia mano e la sua lingua ruvida mi ha dato una leccatina.
— Bravo, Rolf, bravo.
Ma il cucciolotto si protende verso di me, nonostante lei lo trattenga, fin tanto da porre la testa sotto il palmo della mia mano.
— Le piacciono i cani?
E’ una domanda assurda, la sua, incongrua, mentre sua sorella giace morta e fuori ci sono rombi di guerra. Ma la sua domanda ha diritto ad una risposta. — Sì.
— Anch’io. Ho sempre desiderato un cane, mio padre me l’aveva promesso, ma poi è morto e così niente cane.
— Poteva prenderne uno.
— Mia sorella, la mia povera sorella — si corregge — non ha mai voluto animali per casa. Dice, diceva che costano e sporcano. E questa è casa sua, comanda lei. Se non fosse per lei io sarei in mezzo ad una strada.
Si alza.
Mentre parlavamo Iachino ha contornato la zona attorno al corpo con delle strisce bianche e rosse, con una polaroid ha scattato qualche foto; di più, per ora, non possiamo fare.
Chiedo alla signorina Amalia se possiamo salire in casa. Prende il cucciolotto in braccio e mi precede. Mi giro e dico a Iachino di pensare ai vicini.
L’appartamento è squallido, buio. E non dipende dalle gelosie chiuse per tenere lontana la guerra. No, è una casa che da anni non ha visto la luce del sole: il puzzo di chiuso e di stantio è più forte dell’odore dei lacrimogeni che mi è rimasto nel naso.
Mi accompagna in salotto. Si siede sul divano di damasco stinto e mi indica la poltrona di fronte. Sta seduta con le cosce ben strette e le mani aperte sulle ginocchia. Il cane si è adagiato sui suoi piedi. Sul dorso, quasi nascosta da una bella pezzatura color cioccolato, ha un’abrasione, anche abbastanza brutta…
Non devo distrarmi. Cerco di riportare il nostro colloquio su binari più tradizionali. — Mi può raccontare che cosa è accaduto?
— Io stavo chiusa in cucina, dà sul vuoto e abbiamo anche una specie di terrazzino. Avevo steso un po’ di biancheria, le poche cose di due vecchie, ma avevo paura che tutto questo fumo me le sporcasse e così ero uscita a ritirarle. Ero mezza dentro e mezza fuori quando l’ho sentita gridare. Gridava come un’ossessa. Mi sono spaventata, capisce, in momenti così, sentire gridare. La porta di casa era sbarrata, avevamo anche messo il ferro morto, come ogni sera anche se era ancora giorno. Cosa ho pensato? — Si guarda le mani, come se le vedesse per la prima volta.
Aspetto.
— Ho pensato che fossero entrati dalla finestra, il bovindo è pericoloso. Io glielo avevo detto di non stare lì, dietro le finestre, a guardare cosa succedeva, che era pericoloso, che con quegli scalmanati non si sa come finisce. Ma lei niente, diceva che stava di guardia. E allora lascio tutto… — Esita. — Il cesto… deve essere ancora lì, lì fuori… O l’ho portato dentro? Non mi ricordo…
— Mi diceva del grido.
— Esco dalla cucina per andare da lei in salotto, ma passando dal corridoio vedo che la porta di casa è aperta. Sono entrati, ecco cosa penso. Vorrei scappare, ma mia sorella ha gridato. Mi faccio coraggio e mi affaccio sul ballatoio. E’ tutta sporta in fuori e sta gridando contro quelli che cercano di sfondare il portone. — Si mette una mano davanti agli occhi. — E’ caduta. Ha sempre sofferto di vertigini. E’ caduta in avanti. Giù.
Il cane le si strofina contro le caviglie e lei meccanicamente lo accarezza dietro le orecchie, dicendo a bassa voce: — Buono, Rolf, buono… — E poi: — E’ caduta perché le sue cose erano le sue: guai a toccarle, guai a prenderle. Queste sono cose sue.
— La casa è di proprietà di sua sorella?
— Sì. Nostro padre, mio padre, gliel’ha comprata come dote quando si è sposata, noi stavamo nel palazzo di fronte, in un appartamento più piccolo.
— A lei non hanno lasciato niente?
— L’altro appartamento era piccolo, non come questo. Fra tasse di successione e il resto, della mia metà è rimasto ben poco. Ma mia sorella, la mia povera Amanda, mi ha ospitato in casa sua. Per tutti questi anni: ormai sono quasi trent’anni che siamo insieme.
Povera donna, non deve aver fatto una gran bella vita.

Oggi
Pochi giorni ho cercato di dimenticare come quelli, ma quest’incontro mi costringe a riaprirli, a ricordare come andò dopo, nei folli giorni che seguirono. Il morto importante, quello sulle prime pagine e su tutti i TG, era un altro, anche se a pochi passi.
Per Amanda Rebolia vedova Parodi si era trattato di morte accidentale. Nessuno aveva avuto dubbi.
Una storia, opaca, di quotidiane miserie, non la Storia. I vicini avevano confermato quanto avevo già intuito: la sorella maggiore era la padrona e la minore era la serva, ma entrambe vivevano una vita squallida.
Trent’anni di quella vita sono peggio della morte.
Tutti avevano espresso un generico rincrescimento per la morte di Amanda e una sincera pena per la brutta vita di Amalia. Una vicina, di lingua più pronta, si era spinta a dire: — Forse potrà tirare il fiato, povera donna.
Il medico, in pensione, aveva commentato la pericolosità della balaustra ai piani, dicendo che era troppo bassa… Che loro l’avevano sempre detto, anche prima dell’altro incidente…
Ma la moglie l’aveva interrotto dicendo: — Almeno potrà tenersi il cane senza nasconderlo. Lo tiene nel terrazzino, sa?
Mi aveva spiegato che la sorella maggiore si faceva servire e non andava mai in cucina, era anche un po’ sorda. Così Amalia aveva potuto tenere nascosto il cucciolotto.
Due anni fa, dovessi giurarlo, avevo sentito Rolf, nome da cane. Ma ora Amalia è stata chiara: Rolfo, non Rolf.
Rolfo, strano nome da dare ad un cane, è la prima volta che lo sento.
Per un cane.
Ma il nome Rolfo non mi è nuovo. Dovrei andare a casa, ma ritorno in Questura e mi ricerco la pratica, archiviata, della morte accidentale di Amanda Rebolia vedova Parodi.
E il nome è lì, nero su bianco. E’ stato il morto importante, quello finito all’inizio dei notiziari TV e sulle prime pagine dei giornali, è stato quel morto a renderci sciatti.
A rendermi sciatto.
Il nome doveva farmi pensare. Ora non sarà facile ricostruire i fatti, non sarà facile capire.
Trovare prove? No, capire, sapere. Mi riprendo le annotazioni di Iachino con nomi dei vicini. Se sono fortunato, ancora qualcuno abita lì. E forse il presente non ha cancellato il passato.
Qualche vecchio forse ricorda il passato, ma non quello di due anni fa.
La balaustra ai piani, troppo bassa, pericolosa, c’era già stato un incidente. Cerco di ricordare i dettagli del commento.
Ci giurerei che era l’ex medico. L’aveva interrotto la donna che era con lui, probabilmente la moglie.
Se c’è qualcosa da ricordare, loro lo ricordano, forse lui lo dice.
Mi rileggo tutto due o tre volte. E ritorno là. L’ex medico abitava al secondo… E’ la moglie ad aprire, per un attimo mi guarda spaventata, non è abituata agli estranei, poi nei suoi occhi c’è un lampo di incertezza, sa di avermi conosciuto, ma non ricorda né dove né quando.
— Sono il commissario Mariani, signora Magni, sono venuto due anni fa…
— Per Amanda? — Si scosta e mi fa segno di entrare. — Sì, sì, che giornata! C’è qualche problema?
— Nessun problema.
Non mi chiede “perché è venuto?”, ma solo per buona educazione.
— Era stata davvero una giornata campale — commento. — E anche quelle seguenti. — Inutile girarci attorno: è vecchia, ma il suo cervello funziona ancora. — Voi abitate qui da tanto?
— Da tanto? Ci siamo sposati cinquant’anni fa, abbiamo fatto le nozze d’oro, il mese scorso, e siamo subito venuti ad abitare qui. Poi sono nati i figlioli ma ora sono tutti per conto proprio.
— I Rebolia li conoscevate bene e anche Parodi, il marito della signora.
Annuisce e come ricordandosi la buona educazione mi dice: — Venga, venga, in salotto stiamo più comodi.
I mobili sono vecchi, d’epoca, ma ben tenuti.
— Mio marito è andato a fare un po’ di spesa, torna fra poco. — Si sistema bene la gonna lisciandola con gesti meccanici. E poi continuando il discorso interrotto: — Conoscevamo bene i Rebolia, mio marito era anche amico del genero.
— Che tipo era?
Non si stupisce della mia domanda, ma forse ha solo voglia di chiacchierare un po’. — Simpatico, gioviale. — Accenna un sorriso ancora giovane. — Anche un bell’uomo, alto, bruno. Un po’ come lei. Alla mia età posso permettermi di dirlo, è uno dei vantaggi dell’età.
Rispondo al suo sorriso con un cenno incoraggiante.
— Non fossi stata così innamorata del mio Giacomo, di mio marito, intendo, ecco, un pensierino ce l’avrei fatto. Non che non fosse un uomo per bene! Mai una chiacchiera. E poi sua moglie lo teneva d’occhio. Mai una volta che se ne uscisse da solo. Si erano sposati tardi, non più giovanissimi, vicini più ai trenta che ai venti. Lei aveva portato in dote questa casa.
— Matrimonio d’interesse?
Mi guarda, il suo unico commento è che prima o poi ci si deve accasare, tanto vale sposare una che ha del suo.
— La sorella invece non si è sposata…
— Povera Amalia! Prima ha curato i genitori, malati tutti e due, poi la sorella resta vedova e lei viene qui. — Mi guarda, incerta su cosa dire e cosa non dire. Ma la voglia di dire è più forte. — Ma non da sorella, da serva. Ecco, l’ho detto! Da serva, ma da serva di una volta, di quelle che non avevano giorno libero e dormivano in cucina su uno strapuntino.
— Dormiva in cucina?
— No, in una cameretta che per andarci si passa dalla cucina, è poco più di un ripostiglio con una finestrella che si vede solo il muro di fronte. Eppure spazio ce n’era, ma la sorella… Niente! Eppure anche il marito voleva che la trattasse meglio.
— Il marito?
— Sì, il signor Parodi. Lo sapevamo tutti che non le andava che la cognata fosse trattata così.
— Ma allora Amalia abitava qui prima della morte del cognato?
— Sì… — Si vede che sta facendo una specie di conto fra sé e sé. — Due anni. I signori Rebolia sono morti due anni prima del genero, del signor Parodi. E la sorella l’ha subito fatta venire ad abitare qui, lei, Amanda, lavorava nello stesso ufficio del marito, e aveva bisogno di una che tenesse la casa. Se vuole la mia opinione è per quello che l’ha presa in casa, altro che per dare un tetto alla sorella minore!
Si sente aprire la porta di casa. Lei si alza, la imito. — E’ mio marito con la spesa.
— Parlerei anche con lui…
— Glielo mando.
E Giacomo è lì, pochi minuti dopo e dopo tanto chiacchiericcio fra loro due, in cucina. E’ come lo ricordo, solo un po’ più grigio e stanco, ma forse dipende da questo caldo che non dà tregua. Mi porge la mano, la sua stretta è ancora forte. — Buongiorno, commissario. Ma sa che, ancora ora quando ne parlo si stupiscono tutti che lei sia riuscito ad arrivare qui da noi in circostanze simili! Da allora, quando sento critiche sulle forze dell’ordine, rispondo per le rime!
Se non lo blocco, continuerà per ore: il mio arrivo deve essere l’avvenimento più eccitante da tempo. — Conosceva il marito di Amalia?
— Il signor Parodi? — Non aspetta risposta e aggiunge: — Certo. Qualche volta andavamo insieme alla partita. Ora non si può più andare, troppi teppisti, altro che tifosi… Eravamo quattro: il sottoscritto, Renzo del palazzo qui dietro che si è trasferito, il povero Gino che è mancato di un brutto male e Rolfo.
— Rolfo?
— Sì, Rodolfo Parodi. Scherzando, perché scherzare gli piaceva, diceva che sua madre l’aveva chiamato come Rodolfo Valentino, ma lui non era all’altezza e Rodolfo parodi non suonava bene, così si faceva chiamare Rolfo. Tutti lo chiamavano così, ad eccezione della moglie che diceva che quel Rolfo era volgare e poco serio.
— E’ morto giovane… — Butto lì la mia battuta, aspettando.
— La balaustra. Sono anni, l’ho ripetuto per anni. Quella balaustra era troppo bassa, pericolosa. Uno ha un mancamento, una vertigine, lui soffriva di pressione bassa, si appoggia per non cadere, ma non serve a niente. Per un uomo alto era come se non ci fosse.
— E’ caduto?
— Come la moglie. Dopo trent’anni. Ma dopo l’incidente di due anni fa, ho fatto muso duro e l’abbiamo cambiata. Una bella spesa. E sa chi mi ha dato man forte? Proprio la povera signorina Amalia. E pensare che la sorella era sempre la prima ad opporsi.
Mi alzo, ringrazio, vorrebbe che mi trattenessi per un caffè “decaffeinato, perché fa meno male”, ma ringrazio ancora ed esco.
Scendendo sfioro la balaustra. Solo ora mi accorgo che è nuova e più alta. Nessuno potrebbe più cadere facilmente di sotto.

Il giorno seguente
E’ sera, ho concluso la mia giornata lavorativa, ma ho ancora qualcosa da concludere.
Amalia Rebolia risponde al primo squillo e mi dice di salire pure.
Mi apre la porta, è pallida, mi fa accomodare ancora una volta nel salotto. Poi, decisa, mi chiede: — Cosa mi faranno? — Non aspetta la mia risposta. — Che domanda sciocca! Faranno quello che devono. Lei farà quello che deve.
— L’ha spinta lei, vero?
— Come l’ha scoperto?
— Il cane ha il nome di suo cognato…
Abbozza un sorriso. — Rolfo. — E non so se sta parlando del cognato o del cane, forse neppure lei lo sa. — Quel giorno il frastuono ha spaventato mia sorella che è uscita sul ballatoio perché aveva paura che sfondassero il portone. Da anni ormai usciva solo per la messa alla domenica, qui a due passi, in Piazza Alimonda, e per andare dai medici se non potevano venire a domicilio.
Aspetto.
— Ma ha spaventato anche il mio cane. Lo tenevo nascosto nel mio sgabuzzino e lo facevo uscire solo quando lei dormiva. Lei in cucina non veniva mai ed era sorda. Rolfo ha preso la porta ed è sgusciato sul ballatoio. E così gli sono andata dietro per acchiapparlo e nasconderlo. Ma lei lo stava già prendendo a calci. L’ho spinta. E’ stato facile. Tanto da chiedersi perché non l’avevo fatto prima. Sapevo come si faceva. Ma senza quel frastuono non avevo mai trovato il coraggio.
Sì, il frastuono, l’effetto “guerra”, fa fare anche quello che in circostanze normali non faremmo. Io ho ritrovato i gesti e i passi di quando, ragazzo, mi sono trovato dall’altra parte. Ma ancora una cosa devo saperla. — Rolfo. Suo cognato Rodolfo.
— Buffo, vero? Mi ha chiamata in questa casa per avere una serva. Lo sapevo. Ma avevo fatto la serva anche in casa dei miei… Volevano un maschio, non un’altra femmina. A cosa potevo servire se non a servirli? Lei mi ha chiamata e noi due ci siamo innamorati. No, non è mai successo niente, solo sguardi e parole gentili e sogni di una vita diversa.
— Se ne è accorta. — La mia non è una domanda.
— Lui soffriva di pressione bassa, il medico l’ha confermato, come del resto tutti sapevano dei suoi capogiri. Scendevano le scale, ha avuto un capogiro, invece di sorreggerlo lei l’ha spinto.
— Come lo sa?
Una risata amara, triste. — Cosa crede? E’ stata lei stessa, Amanda, a dirmelo. Me l’ha ripetuto per anni e anni. Trenta. E io niente. Anche avessi avuto le prove… Ma quando l’ho vista prendere a calci Rolfo… Voleva ucciderlo, come aveva già ucciso lui. Sapevo come si faceva. — Una pausa e poi: — Cosa mi faranno?
Mi alzo. — Non ho prove. Ma anche le avessi…
Sento un muso umido premere contro la mia coscia, meccanicamente tendo la mano per una carezza. — Rolfo…
Esco. Sono le nove, ma è ancora giorno e caldo. Trent’anni: ha scontato la pena prima del delitto.
 


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