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Scacco
dall'inferno
Un'indagine dell'ispettore Coronas
di Francesco Nieddu
I
Efix
L’ispettore Coronas
si fidanzava spesso, due o tre volte la settimana, ma solo per qualche ora.
Poteva permetterselo, d’altronde: era single, ed a legarsi non pensava proprio.
Aveva maturato il convincimento che quarant’anni fossero ormai troppi per
cominciare a spartire il bagno, i cassetti, il letto, e soprattutto il suo
prezioso tempo. Non l’aveva sempre pensata in quel modo, ma negli ultimi mesi
s’era persuaso che nessuna donna meritasse certi sacrifici.
«La vita m’ha segnato, e temprato» soleva affermare con aria vissuta quando
decideva d’atteggiarsi. Ciò accadeva, il più delle volte, al cospetto di femmine
appetitose. La realtà era che lui stava bene così. Vivere alla giornata gli
riusciva facile e piacevole: era un investigatore e non doveva far altro che
indagare.
«Indagare mi piace – ripeteva – e poi… è sempre meglio che lavorare».
Il resto veniva a ruota; l’investigazione era il perno su cui vorticavano le sue
giornate convulse, imprevedibili, nelle quali la distinzione tra le parole vita,
hobby e lavoro risultava labilissima, impalpabile; concetti insensati e monchi,
nella loro singola accezione.
Espressioni del tipo “Sono al lavoro” oppure “Vado in ferie” erano così avulse
dalla sua mentalità da non figurare nel repertorio idiomatico cui di solito
attingeva; semplicemente, viveva indagando e viceversa.
Quante volte era accaduto che durante brevi momenti di relax, magari davanti ad
un aperitivo sul lungomare del Poetto, scambiando quattro chiacchiere con amici
o con qualcuno incontrato per caso, era rimasto fulminato da piccoli particolari
appresi senza intenzione, grazie ai quali aveva risolto indagini che
galleggiavano alla deriva tra i suoi neuroni pressoché scollegati. E quante
volte, per contro, mentre annaspava nel gorgo delle indagini più serrate, una
fata sensuale, magari una testimone marginale o una collaboratrice estemporanea,
era apparsa inattesa a ristorarlo con un fugace, inopinato, provvidenziale
interludio di tenerezza.
Aveva l’aspetto d’un aristocratico andaluso: un bell’uomo, cioè, bruno e
aitante, il viso abbronzato segnato dai troppi anni di vita sregolata da
cacciatore d’uomini. Segni che arricchivano il suo fascino di sbirro navigato,
sui quali s’imbatteva giusto mentre si radeva, come in quel momento, e che
comunque si sforzava di ignorare.
Di solito evitava gli specchi. Li detestava, e dubitava dell’onestà delle loro
riflessioni. Questo perché, pur tenendo in debito conto le apparenze, era
abituato a scavare sotto qualsiasi superficie, per quanto levigata e intonsa
potesse mostrarsi. In altre parole, non si fidava delle immagini bidimensionali,
non gli bastavano. Cercava la profondità, ne aveva un bisogno prepotente e
insopprimibile come uno starnuto.
Taluni sfogliano le riviste soffermandosi assorti sulle immagini, senza
decifrare nemmeno una sillaba. Lui, al contrario, leggeva ogni riga in maniera
ossessiva, e tralasciava a priori disegni e fotografie; rientrava tra le sue
deformazioni professionali, una delle tante.
Non degnava d’uno sguardo nemmeno i fascicoli dei rilievi fotografici della
Scientifica: questione di coerenza.
Chi conosceva questa sua radicata avversione, si domandava come potesse
resistere da anni nella scomoda posizione di punta di diamante non solo della
Sezione Omicidi ma dell’intera Squadra Mobile della questura di Cagliari.
Ce n’erano di investigatori in gamba, alla Mobile: vecchi marpioni disillusi;
giovanotti acculturati ed entusiasti; segugi dal fiuto fino; ma lui era
d’un’altra categoria. La caccia l’aveva nel sangue e, caso più unico che raro, i
colleghi riconoscevano senza riserve la sua superiorità.
Quindici anni prima, a forza di arresti e casi brillantemente risolti, s’era
conquistato sul campo il trasferimento alla Mobile. Ebbene, durante la
festicciola di commiato, i compagni del commissariato di Quartu gli avevano
consegnato una targa di cui andava fiero più dei complimenti che il capo della
Polizia gli aveva tributato, di persona, allorché aveva contribuito in maniera
decisiva alla liberazione del notaio Zanchedda, otto mesi in mano all’Anonima
Sequestri.
La targa principiava così:
“All’ispettore Efisio Coronas, al cui confronto Sherlock Holmes è un
metronotte…”.
Essì. Pochi possono fregiarsi di simili medaglie. È prassi che il Ministero
dell’Interno gratifichi i poliziotti con encomi o attestati di lode, specie se
fanno parte della Squadra Mobile, il cuore investigativo d’ogni questura.
Il più delle volte, però, si tratta di pezzi di carta pretenziosi,
indispensabili per le coreografie delle feste della Polizia e per le statistiche
da propinare all’opinione pubblica tramite i media o durante le cerimonie
cicliche, tipo le inaugurazioni dell’anno giudiziario.
Che siano i colleghi a tributare certi riconoscimenti è qualcosa di tanto
anomalo da costituire, per chi li riceve, un imprimatur di professionalità ed
umanità fuori dal comune.
L’ispettore Coronas avrebbe potuto tappezzare per intero le pareti del suo
ufficio con attestati, ritagli di stampa, pagine civetta e fotografie. Invece
aveva affisso soltanto un paio di ricordi speciali: la targa donatagli dagli
amici del commissariato e una nota spoglia, priva dei consueti fregi dorati, con
la quale il Ministero aveva inopinatamente comunicato il diniego del previsto
riconoscimento poiché, secondo un consesso di alti burocrati, l’aver arrestato
un rapinatore pazzoide pluripregiudicato, sparandogli a sangue freddo nella hall
dell’hotel Ambassador, al cospetto d’una ventina di turisti atterriti, ferendolo
ad una spalla in modo da sottrargli incolume la ragazzina presa in ostaggio,
“rientra tra i normali compiti d’istituto”.
Sulla stessa parete, alle sue spalle, teneva appeso anche un crocifisso, ed il
gagliardetto speditogli da una collega di Scotland Yard che tredici anni prima,
per i mondiali di “Italia ’90”, era capitata a Cagliari a scortare gli hooligans
e della quale serbava un gran bel ricordo extra-professionale.
Ora Coronas stava preparandosi per un incontro privato. Era intento a radersi di
nuovo. Sapeva per esperienza che la sua barba scura, dura e fitta, la sera
provocava un effetto “cartavetra” che non piaceva quasi a nessuna.
Finì di sistemarsi ch’era pomeriggio inoltrato. Appena uscito cozzò contro un
muro d’afa e gli parve che un gigantesco asciugacapelli si stesse accanendo
contro di lui sputandogli addosso tutto il fiato rovente di quel luglio da
record di calura. Per un istante valutò se non fosse il caso di lasciar perdere
e rintanarsi nell’appartamento climatizzato. Benché iniziasse già a sudare, si
risolse a deambulare verso l’auto, un massiccio, elegante fuoristrada Bmw X5
nero. La considerazione ch’era anch’esso climatizzato giocò un ruolo decisivo.
Rammentò che da giorni non controllava la posta. Attraversò il giardino, superò
il cancelletto pedonale, inserì la chiave e prelevò il composito materiale
cartaceo. Separò alcune buste da un mare di depliant e ritornò sui suoi passi
camminando piano, concentrato sul foglio, cercando di decifrare un avviso di
pagamento dell’Enel per conoscere l’importo che gli avrebbero succhiato
automaticamente dal suo arido conto corrente. Quel conto somigliava agli invasi
della sua amata Isola, sempre gravata da una cronica penuria d’acqua. Bene
andando, il saldo raggiungeva picchi da pozzanghera, per svuotarsi fino a
prosciugarsi ogni mese in uno stillicidio di pagamenti routinari.
Vero è che lui spendeva senza troppo pensarci. Non aveva i ricci in tasca,
insomma. Lo stipendio, maggiorato di straordinari, indennità accessorie e
qualche altro beneficio saltuario, gli consentiva di passarsela piuttosto bene.
Grazie a Dio non si ritrovava a combattere ogni giorno coi centesimi d’euro. Ciò
per un unico motivo: viveva solo e non aveva da mantenere che se stesso ed i
propri vizi. Tale consapevolezza corroborava la preferenza, a suo dire “passata
in giudicato e inappellabile”, per lo status di single.
Salì sull’auto e abbandonò la posta sul sedile di fianco. Diresse il telecomando
verso il cancello e lo azionò, disponendosi a percorrere i quindici chilometri
che lo separavano dal centro.
Partì, e intanto che procedeva a passo d’uomo sulla strada sterrata, si sporse
verso il lato passeggero per estrarre dal cruscotto il frontalino
dell’autoradio. Nel mentre notò, tra le carte sparpagliate sul sedile, il suo
nome scritto col normografo a caratteri minuscoli. Drizzò d’istinto le antenne,
prese la missiva da un angolo, tra indice e pollice, e lesse l’indirizzo:
“Per il dr. Efisio Coronas, via dei Lentischi 38, loc. Torre Serena, Poetto,
Cagliari”.
Pur considerando che la busta doveva essere stata maneggiata senza risparmio dal
personale delle Poste, accostò e la aprì con cautela, utilizzando la limetta del
tagliaunghie che teneva nel vano portaoggetti. Il timbro rimandava all’aeroporto
di Cagliari-Elmas; la data era quella del giorno precedente.
Sul foglio immacolato campeggiava una scritta, sempre a normografo:
Partita spagnola.
Regina in B3.
Il nero muove e vince.
S’Érchitu
Rifletté a lungo, frugando tra le nebbie della memoria remota, alla ricerca
d’uno spunto utile ad interpretare quelle quattro righe incomprensibili.
Considerò che il messaggio, ad occhio e croce, doveva avere a che fare col gioco
degli scacchi. La firma s’Érchitu non gli diceva nulla. Con tutta probabilità si
trattava d’un soprannome in lingua sarda, visto che la parola Érchitu era
preceduta dall’articolo su apostrofato.
Decise di lasciar perdere. Non era nuovo agli anonimi ed avrebbe avuto ben altro
di cui preoccuparsi se appena si fosse lasciato sfiorare dalla carezza vischiosa
delle supposizioni nefaste. Nemici ne aveva parecchi, dopo ventun anni di
Polizia Giudiziaria.
Era perplesso, comunque: di solito gli scritti anonimi sono espliciti,
inequivocabili e mirati nel loro contenuto di improperi e minacce; non di rado
forniscono notizie con le quali i soliti “amici della giustizia” tentano in modo
maldestro di disfarsi della concorrenza in faccende non sempre pulite. Niente di
tutto questo, stavolta.
Ripartì. Estrasse il telefonino dal taschino della giacca e chiamò il vice
ispettore Sebastiano Podda, un giovane fresco di corso che gli era stato
affiancato un paio di mesi prima.
«Bastianì ciao. … Senti. Tra un paio d’ore trovati al “Savoia”, in piazza Yenne.
Ti devo lasciare una lettera. … Eia, si tratta di un anonimo. È incomprensibile.
L’ho appena trovato tra la mia posta. … Nulla di preoccupante, ma… Vedi se ci
sono impronte utili. … Sì, bravo, hai capito bene: un controllo informale, senza
sollevare polvere. Ah, senti, un’altra cosa… Quando arrivi in piazza, non fare
schiuma: dovrei essere con un’amica. Intesi? … No caro! Stasera sono libero dal
servizio… Ciao».
Accelerò, benché non avesse fretta.
Nutriva il presentimento che Lorena gli avrebbe tirato un pacco, cosicché s’era
ritagliato prima dell’appuntamento un’ora piena, durante la quale avrebbe fatto
un giro in corso Vittorio Emanuele, via Azuni e dintorni. L’idea era di tentare
di incocciare Tore Derriu, un suo mezzo informatore ben introdotto nel giro dei
ricettatori, tramite il quale provare a recuperare un prezioso retablo del
Maestro di Castelsardo, trafugato la notte precedente da una delle cappelle
della parrocchiale di Tuili, un paesino distante circa venti chilometri da
Cagliari.
Non che Coronas s’intendesse granché di tutela del patrimonio artistico e furti
d’arte, né tanto meno riponeva soverchie speranze nel Derriu, ma doveva fare
almeno quel tentativo per sdebitarsi con padre Daniele, o non avrebbe più avuto
il coraggio di guardarlo in faccia.
Lorena l’aveva conosciuta qualche giorno prima, quand’era entrato nell’elegante
negozio d’abbigliamento in cui lui, avendo il conto aperto, passava ogni
settimana a lasciare cinquanta o cento euro, indipendentemente che acquistasse o
meno qualcosa. Lei era stata assunta da poco e l’aveva servito e consigliato con
briosa spigliatezza. Efisio, senza quasi accorgersene, s’era ritrovato sotto i
portici di via Roma, all’esterno dei locali patinati della boutique, con un
numero di cellulare ed il nome “Lorena” appuntati sullo scontrino, e una
cravatta lontana parente di quella che stava cercando, e una giacca di lino
marrone scuro, e tre camicie dal colletto molto alto, e un appuntamento per
ritirare le due paia di pantaloni leggeri cui la sarta convenzionata col negozio
avrebbe cucito l’orlo.
«Tutti gran bei capi, che avevo in mente di acquistare e prima o poi avrei
acquistato» si consolò, riemergendo dal trance erotico-sentimentale cui aveva
ancora una volta pagato dazio. All’immagine teneva e, soprattutto, di fronte ad
una bella donna finiva sempre per fare il grandioso: era più forte di lui.
Accese la radio e s’immise sulla strada a scorrimento veloce. Accelerò,
soprappensiero, sempre più convinto, chissà poi perché, che Lorena gli avrebbe
fatto il bidone.
II
Valentina
…Centotrenta…
centoquaranta… centocinquanta. Coronas pigiava a fondo sull’acceleratore, senza
badare alla significativa circostanza che stava conducendo la sua auto privata e
non un mezzo di servizio. Mentre pensava a tutt’altro che a quella strada su
cui, da buon pendolare, trascorreva ogni giorno almeno un’ora della sua vita, il
fuoristrada rombava guizzando agile e aggressivo nonostante la mole imponente,
quasi che la familiarità col percorso lo animasse di vita propria.
Quel genere di guida, esasperata fino all’isteria, ormai gli apparteneva, era
un’abitudine radicata, spontanea, dura da governare. Per evitarla doveva
impegnarsi in uno sforzo di concentrazione che rare volte riusciva a sostenere
per più di qualche minuto.
...Centosessanta… centosettanta. Una vecchia Fiat Tipo marciava asfittica
davanti a lui sulla corsia di sorpasso, costringendolo a rallentare… forse.
…Centottanta. Sfanalò nervosamente chiedendo strada mentre piombava sul collo di
quell’imbranato che non ne voleva sapere di spostarsi. All’ultimo momento Efisio
sterzò e lo superò da destra, indirizzandogli un gestaccio col dito medio teso.
…Centonovanta. L’ago tremolava, faticando ad avanzare nonostante la lunga,
leggera discesa.
Gli parve di sentire un rumore anomalo, dal cofano.
«Non saranno per caso i pistoni di questa splendido fuoristrada Bmw X5 ancora in
rodaggio – si domandò – a bussare per richiamare la mia attenzione ed implorare
che mi dia una calmata?».
«Può essere» considerò, realizzando che s’era lasciato prendere un po’ troppo il
piede. Rallentò con decisione.
Poco più in là, una pattuglia della Stradale stava in agguato, defilata. Efisio
diede un’occhiata ai colleghi, ed ebbe un moto di sollievo rendendosi conto
d’aver appena evitato di sprecare tempo in un aborto di controllo.
Odiava i tempi morti. Pensava di vendere e trasferirsi in centro, prima o poi.
Si sentiva un leone in gabbia, dentro quell’abitacolo angusto, benché
stravedesse per il suo fuoristrada Bmw X5-nero-superaccessoriato-sedili in pelle
avorio. Aveva concluso un affarone, acquistandolo, grazie ad un amico che stava
accumulando una fortuna con l’importazione parallela di veicoli di lusso dalla
Germania.
La radio cominciò a gracchiare. Cambiò stazione. Fu attratto da una carezzevole
voce femminile che sussurrava l’oroscopo; finalmente il segnale giungeva
limpido.
Aveva il piede pesante e la lancetta del tachimetro riprese a salire. Intanto la
fata della radio stava leggendo i Gemelli, il suo segno: «I pensieri saltellano
nel vostro cervello come folletti impazziti. Non riuscite proprio a
controllarli. Siete forse sull’orlo di un esaurimento nervoso?».
La voce flautata ed il tono leggero facevano a pugni con quel messaggio
allarmante.
«Che caspita d’oroscopo è mai questo?! Ma dove l’hanno raccattata, questa qua?
Chi ce l’ha messa!» esclamò ad alta voce, cambiando ancora stazione.
Si guardò intorno. Detestava di trovarsi chiuso in una scatola di lamiere,
seppure levigate e scintillanti. Non aveva voglia di stare solo, e ascoltare le
puttanate della radio, e concentrarsi sulla guida, e rispettare i limiti di
velocità, e…
Adesso gli mancava l’aria, lì dentro. Pativa gli ambienti angusti da quando,
l’inverno passato, l’avevano infilato in un sarcofago di metallo per sottoporlo
ad una risonanza magnetica. Aveva addirittura soppresso dal suo immaginario
erotico la classica scena di sesso spinto in ascensore. A dirla tutta, ormai
evitava proprio di prenderli, gli ascensori.
Stava accusando la sensazione d’esser sopraffatto da un attacco di panico. In
verità non sapeva cosa si provi di preciso nell’imminenza d’un attacco di
panico. Ne aveva sentito parlare, però, malgrado rifuggisse come l’aids i
discorsi su malattie e problemi sanitari, specie certi programmi medici che lo
facevano andare in paranoia.
Era un uomo normale, in fondo; in gamba, votato all’investigazione, ma pur
sempre un uomo, non un rude sbirro, e nemmeno uno sceriffo o un angelo
vendicatore. Lui non lo sapeva, se non forse inconsciamente, ma la sua forza
risiedeva nell’individualità, nell’essere una persona non omologata, di quella
razza in via d’estinzione che andrebbe protetta, oggigiorno: non il tipico
professionista moderno, placcato con una spolverata superficiale di conformità
luccicante sotto la quale la lega risulta sempre la stessa, che si tratti d’un
medico, d’un geometra o d’un ragioniere. Lui era investigatore fino al midollo,
col vissuto, l’animus e la forma mentis dell’investigatore.
Gli pareva di sudare e avere il viso imperlato, ma il climatizzatore a manetta,
l’immagine della sua fronte incorniciata nello specchietto retrovisore interno
e, soprattutto, il dorso della mano con cui provava di continuo a tergersi,
contraddicevano le sue sensazioni. Forse era solo stressato, stanco. Avrebbe
dovuto finirla di fare il giro dell’orologio tutti i giorni. Lavorava troppo e
quand’era libero, invece di rifiatare, si dedicava anima e corpo alle amiche.
Più corpo che anima, in effetti, e il suo organismo cominciava a lanciargli
segnali inquietanti, come in quel momento di palpabile disagio o come poco
prima, davanti allo specchio.
«E se la fata della radio avesse ragione?» si sorprese a pensare.
Entrò sparato nel piazzale del distributore ed inchiodò davanti all’ingresso del
bar. Gli pneumatici ancora pattinavano sull’asfalto che già lui stava scendendo.
Aveva l’aria d’uno intenzionato a risolvere subito una gran brutta faccenda in
sospeso, invece stava soltanto andando a bere qualcosa, giusto per uscire da
quell’abitacolo attillato come una camicia di forza.
Lasciò perdere il caffè, si sentiva già fin troppo schizzato; ordinò una birra
media, alla spina. La trangugiò d’un fiato. Continuava a guardarsi intorno,
smanioso. La sensazione di panico era svanita; forse era stato solo un momento
di defaillance o una botta di caldo. Ora si sentiva addosso la lucidità, la
forza, la grinta, l’agilità, la prontezza per sbaragliare chiunque, lì dentro,
ed aveva voglia di fare qualcosa… Sì, qualcosa...
Notò una ragazza armeggiare col telefono a muro installato di fronte alla cassa.
Intanto che attendeva di pagare la birra, ascoltò la conversazione. Pareva
seccata, la tipa: «No Gianni, no-oo! Ma che ne so… S’è fermata! No, non parte! …
No-o! Non ne vuole proprio sapere di rimettersi in moto! … Se lo sapessi! Vabbè,
ce la fai in mezzora? … Ciao, ciao ... Sì, sì, t’aspetto. Però datti una mossa!
… Ma dove vuoi che vada? Ciao, ciao».
Efisio stava intascando il resto allorché la ragazza s’avvicinò alla cassa e
chiese quanto doveva per un caffè. Lui allungò con nonchalance una banconota
alla cassiera ingiungendole di pagarsi da lì. Sorvolò sullo sguardo civettuolo
della giovane impiegata.
Si voltò verso la ragazza e le sorrise: «Ti gira male oggi, eh? Non per
impicciarmi, ma se non sbaglio sei rimasta a piedi. O no?».
Si presentava davvero bene, lui: moro, piuttosto prestante, elegante, disinvolto
e con quel pizzico di sfrontatezza…
Lei pure non era male: un bel viso dai lineamenti antichi su un fisico che,
sotto il completino sportivo di cotone ultraleggero, doveva essere tonico,
atletico, se non addirittura palestrato.
Lo osservò incuriosita: «Grazie, ma non era il caso che pagassi».
«Figurati».
«Sono rimasta a piedi, sì, ma stanno venendo a prendermi…».
«Efisio» la interruppe lui tendendole la mano.
«Valentina. Ne capisci di motori?».
«No, zero… doppio zero, come la farina».
Le strappò un abbozzo di sorriso.
«Dove stavi andando, Valentina?».
«Cagliari, frequento l’Isef».
«Ah! L’Istituto superiore di educazione fisica?! E brava! Si vede che sei una da
Isef. L’educazione… fisica, a quanto pare, non ti manca!».
Lei fece una smorfia. Doveva essere ancora irritata per il contrattempo
dell’auto. Lui si ripropose di virare verso una rotta d’abbordaggio più soft.
«Ma tu che ne sai? – ribatté lei – Vestita così, poi! Mica sono in costume da
gara!».
«Quale gara? Che costume?».
«Body building!».
«Perché, tu fai body building?».
«Eia».
«Non si direbbe! Cioè, scusami, si vede che sei in forma, che fai sport, ma non
sembri una di quelle delle riviste di culturismo; non sei gonfia, insomma, tutta
tirata…».
«Sì invece. È che vestita non rendo! Ehi, non mi fraintendere: nel senso che
tutti i miei muscoletti ben definiti e belli pompati ce li ho anch’io. Sul
serio! Se mi vedessi pronta per la gara cambieresti idea».
«Strano soggetto – pensò Efisio – Da prendere con le molle. Comunque, quasi
quasi…».
«Senti – le propose – ti do un passaggio, anch’io sto andando a Cagliari».
«No, no, grazie, te l’ho detto, stanno venendo a soccorrermi».
«Da dove?».
«Da Iglesias».
«Ah, sei di Iglesias? Ci capito spessissimo, per lavoro. Com’è che non t’ho mai
notata? Dai, avverti che non vengano. Telefona, su».
«E la macchina? Come faccio con la macchina? Okay, aspetta, richiamo Gianni».
«Chi è Gianni?».
«Il mio ragazzo. Magari lo conosci, ha una palestra in centro a Iglesias, dietro
via Azuni».
«Gianni… palestra dietro via Azuni… Boh, non so» borbottò quasi fra sé, mentre
considerava che Gianni, con una palestra ed una donna del genere, doveva essere
un armadio.
Lei aveva già composto il numero: «Gianni? … Ciao, senti, ho trovato un
passaggio … No, no, Rita, sai quella ragazza di Oristano? … Anche lei viene all’Isef
… Sì … Te ne avevo parlato … L’ho trovata qui, al grill. Ascolta, ti lascio le
chiavi della macchina sotto il tappetino, anzi no, no, senti, portati le tue! …
Vedi di aggiustarla, in qualche modo … Hai capito dov’è, sì? … Bravo, sì, lì,
bravo ... Sì, sì, ci sentiamo … Eia. Sì, ciao ... Stasera ti chiamo ... Ciao …
Ciao».
Riattaccò e si voltò verso Efisio: «A posto, possiamo andare». e si avviarono
insieme.
Si sentiva sempre più carico, lui.
Lei andò a prendere un borsone da una Citroen Saxo metallizzata argento
parcheggiata cinquanta metri più in là e subito tornò correndo verso Efisio, che
l’aspettava appena fuori dall’entrata del grill col portabagagli del Bmw aperto.
Mentre richiudeva il portellone, da buon sbirro lasciò che un occhio gli cadesse
sulla targhetta appesa al moschettone della tracolla. Notò la scritta “Valentina
G.”.
Andò verso la portiera lato passeggero, la aprì ed invitò la ragazza ad entrare.
Poi salì anch’egli e partì veloce.
«Bella macchina! – commentò lei ammirando gli interni lussuosi – Bella… bella
davvero! Senti, mettiamo su un po’ di musica?».
«Sì certo, scegli tu. Lì dentro ci sono delle cassette e qualche cd».
«Cosa ascolti di solito?» gli chiese.
«Un po’ di tutto, quello che capita. Coi cantautori italiani vado sul sicuro».
Efisio voleva stabilire dei punti di contatto cosicché glissò sulla sua passione
viscerale per il jazz.
«Oh, a me pure piacciono molto! Mettiamo questa!» e inserì nell’autoradio una
raccolta di Biagio Antonacci. Al posto della musica s’udì l’inconfondibile
sfrigolio di quando le musicassette s’inceppano. Efisio pigiò il pulsante e la
estrasse, srotolando metri e metri di nastro accartocciato che Valentina finì di
recuperare, mentre lui, inascoltato, le suggeriva di gettare tutto dal
finestrino.
«Che peccato, mi piaceva tanto!» piagnucolò lei tra il serio ed il faceto.
Sembrava allegra, Valentina; l’irritazione era svanita.
«Prendine un’altra, su, non è il caso di disperare! Oppure scegli un cd».
«Sì, sì… è che mi piaceva quella!» piagnucolò ancora lei col solito tono.
«Allora sei proprio disperata?! O solo delusa?».
«Sono molto contrariata e delusa, ma disperata naaaa!» scherzò lei imitando una
bimba imbronciata.
«Dimmi, bella bambina… – le chiese – Sai che differenza passa tra delusione e
disperazione?».
«No, non lo so» rispose lei, sempre con voce infantile.
«Delusione è la prima volta che un uomo non fa la… seconda; disperazione è la
seconda volta che non fa la prima!».
Lei rise di gusto e poi, ancora con la vocina, domandò seria: «Cosa vuoi dire,
Efisio? Non ti capisco! Non fai la prima, la seconda… Ma cosa stai dicendo?».
Lui le sorrise, divertito: «Non è mia la battuta, però è simpatica, no?».
«Eia. È simpatica» ripeté lei ironicamente, aggiungendo con un’espressione
maliziosa: «Efì che fai, ci provi?».
«Scusami, non volevo essere sfrontato, e neppure volgare…» si schernì lui.
«No, no, figurati, sto scherzando, dai! Del resto, sono cose che a voi uomini
càpitano, no?».
«Cosa?».
«Come cosa! Di fare cilecca, ovvio!».
La squadrò interdetto: «Mah… Beh sì, càpitano, credo».
«Credi? Perché, a te non è mai successo?».
«Ehi, bambina! Ma che domande mi fai?».
«Vabbè dai! Dico così per dire, tanto per chiacchierare, per conoscerci un
po’!».
«Giura che poi non metti i cartelloni in giro!».
«Giuro! Non lo saprà mai nessuno. Te lo giuro!» esclamò lei sollevando la mano
destra, l’espressione comicamente irrigidita in una faccetta buffa d’ostentata
serietà.
«Ti giuro che qualsiasi cosa mi confiderai, non uscirà… dalla Sardegna!»
aggiunse esplodendo in una risata aperta, spensierata.
Pure Efisio rise. Iniziava a stargli simpatica, la tipa.
«Mi è successo, una volta… due, a pensarci bene» attaccò Coronas.
«Cosa, di preciso? Ti sei trovato soltanto deluso, oppure disperato? Spiegati
bene, su! È importante!».
L’aveva presa a sfottò, Valentina.
«Dacci un taglio, Vale! Certe ferite, sulla pellaccia d’un uomo, non si
rimarginano con facilità!» ironizzò lui, e proseguì: «Una sera, tanti anni fa,
in campeggio ad Alghero, conobbi una ragazza. L’avevo già vista di giorno, in
spiaggia. Non era niente di che, in bikini: rotondetta, seno scarso, fisicamente
mi piaceva poco. La sera, vestita e truccata, mi sembrò carina, così le feci il
filo e me la portai in tenda.
Beh, non te la faccio lunga: abbiamo limonato un po’, fin quando ho scoperto che
aveva indosso una pancera di lattice. Allora mi veniva da pensare ai miei amici
che, se m’avessero visto, m’avrebbero cantato in coro: “Ma vaffanculo, vai!”
come nella canzone di Alberto Radius. La conosci Celebrai di Alberto Radius? Fu
il tormentone di quell’estate. No, non puoi conoscerla, sto parlando di troppi
anni fa».
«Sì sì, lo so qual è, l’ho sentita, è famosa».
«Comunque mi veniva da ridere, e più faticavo a trattenermi, più lei ci restava
male. Non c’e stato verso di… concludere niente. A un certo punto lei è scappata
via piangendo. Quella è stata la prima volta che non ho fatto la prima».
«Bravo! Complimenti! Un figurone! E la seconda?».
«Oh, un classico: avevo bevuto un po’ troppo, un bel po’ troppo. Sempre
d’estate. Eravamo nudi, in una caletta isolata appena fuori Villasimius, soli,
io e una ragazza di Livorno, molto carina, che avevo conosciuto qualche giorno
prima.
Sarà stato il Vermentino bevuto in barca mentre ci spostavamo di cala in cala
per trovare un posticino tranquillo… Procedevamo lentissimamente, col piccolo
motore fuoribordo che sbuffava e perdeva colpi; sarà stato il caldo, non lo so.
Le stavo sopra e invece di darmi da fare pensavo ai fatti miei, ai granelli di
sabbia luccicanti come vetro grattugiato, alle pulci d’acqua che saltellavano
intorno ai capelli di lei esibendosi in balzi pazzeschi…
Ma quella volta lì, però, ero proprio stravolto! E ad ogni modo, l’indomani mi
sono riscattato alla grande!».
«Sì vabbè, dite tutti così! Quanti anni hai? Trentacinque? Trentasei?».
«Trentatré» mentì lui.
«E a soli trentatré anni, per due volte non hai fatto la prima?! Sei proprio un
caso disperato, amico mio!».
«Ehi bimba, non scherzare con me su queste cose!» la minacciò sorridendo, mentre
accostava su una piazzola di sosta e le passava un braccio intorno alle spalle.
Lei non si ritrasse. Efisio allora optò per un bacio rude, da macho. Valentina
rispose con trasporto e vigore. Lui percepì al tatto che la ragazza aveva spalle
muscolose; ebbe anche l’impressione che le guance di lei non fossero
perfettamente lisce.
«Al diavolo Lorena – pensò – che poi magari manco ci viene, all’appuntamento!
Oppure si presenta tutta tirata e alla fine mi manda in bianco».
Di Podda, dell’anonimo e del retablo s’era dimenticato.
«Andiamo da me» tagliò corto Efisio.
«Non avevi un appuntamento?».
«Nulla d’importante, Vale, niente che non possa attendere».
«Di che segno sei, Efisio?».
«Gemelli. E tu?».
«Acquario».
«Ma ci credi all’astrologia?» le domandò.
«No, non molto. Insomma, un po’! Che giorno sei nato?».
«Ventun maggio».
«Ma allora sei del Toro!».
«Ma cosa dici?! Tu ne sai meno di me di astrologia! E ti assicuro che ce ne
vuole! Sono dei Gemelli, fidati. Prima decade. Il 21 maggio è il primo o al
massimo il secondo giorno dei Gemelli».
«Boh… se lo dici tu!».
Lui le strizzò l’occhio e sorrise: «C’è già un certo feeling tra di noi Vale:
amiamo lo sport e la musica italiana, mastichiamo poco di astrologia…».
Ogni tanto, mentre guidava, si sporgeva e la baciava sul collo e sulla bocca,
per tenerla calda, e lei gli carezzava la coscia e l’inguine. In capo a un
quarto d’ora furono nel villino di lui.
«Bmw, villino: te la passi bene, eh? Ma cosa fai per vivere?».
«Mi occupo di sicurezza».
«Cioè? Hai una società di vigilanza?».
«Una cosa del genere, sì».
Efisio la aspettò sul lettone, vestito. S’era tolto i mocassini e la giacca
leggera, ed aveva riposto la pistola in fondo al cassetto del comodino, da dove
aveva prelevato due preservativi che ora occhieggiavano, in preallarme, da sotto
al cuscino.
Valentina uscì dal bagno e saltò pure lei sul letto, vestita. Presero a
baciarsi, strusciandosi e frugandosi, ingaggiando un corpo a corpo in cui lei
sembrava poter avere la meglio. Era tosta la culturista!
Lui si spogliò velocemente, lei fu più languida. Si tolse la maglietta, mettendo
in evidenza un busto scolpito e nervoso che non entusiasmò Efisio: fasci di
muscoli tesi, parevano pompati, e tendini e vene e nervi a fior di pelle. Il
seno gli ricordò il racconto di certi suoi coetanei ch’erano partiti in Marina
e, dopo la temutissima iniezione al petto, la mammella offesa si era gonfiata.
Valentina si tolse i calzettoni sportivi; poggiata sulla schiena, raccolse le
gambe e, aiutata da lui, si sfilò i pantaloncini. Efisio notò una peluria chiara
sia sul davanti che sul retro delle cosce. Intravide anche un fondoschiena un
po’ diverso dai soliti femminili. Lo osservò meglio e valutò che pareva il
sedere d’un uomo: piatto, asciutto, con una fossetta pronunciata su ciascun
gluteo.
Era davvero una culturista, un fisicaccio non proprio femminile, a dirla tutta.
Sia come sia, lui era arrapato. Le baciò il viso, poi giù il collo, e il tronco
mascolino, e le cosce che parevano doverle esplodere.
Continuò a baciarla mentre brigava con le mutandine, finché non si ritrovò
davanti agli occhi, sulla punta della lingua, un’appendice come non ne aveva mai
viste prima. Rimase sbalordito, immobile, basito, e Valentina lo guardava.
Capirono entrambi ch’era scoccato il momento della verità.
Lui era deluso, lei pensò che poteva essere addirittura disperato.
Aveva un clitoride, Valentina, fuori misura, come la falangetta d’un mignolino.
Non sembrava normale né naturale; lui ne aveva viste parecchie e lo sapeva.
Doveva esserle cresciuto a forza di bombarsi per le gare: ormoni maschili e
altre porcherie di cui tutti i culturisti agonisti abusano.
I risultati di quella pratica Coronas ce li aveva sotto gli occhi: un fisico
notevole, sempre che piaccia, ed un’appendice inquietante.
Era femmina, Valentina, una gran bella femmina, ma Efisio non ce la faceva
proprio. Quando gli cadeva l’occhio, o un dito, su quel funghettino impertinente
e turgido, gli saliva un senso di ribrezzo, di nausea, di vomito. Non era cosa
per lui: gli piacevano le donne donne. In certe cose era tradizionalista, la sua
mentalità di sardo “doc” affiorava.
Lei comprese ch’era disgustato, lo guardò tra le gambe e ne ebbe la conferma. Si
alzò e si rivestì, senza proferir parola. Si avviò verso la porta, menando per
l’aria il borsone come un fuscello.
Prima di sparire lo ammonì: «Sta’ attento, con questa è già la terza volta che
non fai la prima. Io, per quanto mi riguarda, mi tengo stretto il mio Gianni,
che è un bravo ragazzo e c’ha un fisico bestiale, e soprattutto non ha tanti
grilli per la testa, come te e gli altri del tuo stampo, che ve la tirate tanto
ma poi...».
A lui frullò per la mente che Valentina avrebbe fatto meglio a non tirare in
ballo grilli e grilletti, ma se lo tenne per sé.
Non era disperata, né delusa, né particolarmente contrariata.
«Ciao Efisio. Non ci pensare» e lanciandogli un ultimo sguardo rassegnato,
socchiuse con delicatezza la porta dietro di sé.
«Ma dove va? – s’interrogò Efisio – Mica passano gli autobus, da qui!».
Fece spallucce. Si sentiva sollevato, comunque.
Dieci minuti prima aveva desiderato di smaterializzarsi pur di uscire da quella
situazione penosa; aveva accusato di nuovo un mezzo attacco di panico, ma di
natura diversa dalla claustrofobia. Lei l’aveva tratto d’impaccio con
semplicità, quasi con eleganza.
«Dovrei dormire due o tre giorni! – sospirò lui – ’fanculo! Se mi do una mossa
faccio ancora in tempo ad agganciare Lorena».
In un attimo fu pronto e si precipitò fuori.
Trovò Valentina appoggiata al fuoristrada.
«Ah, sei qui?! Dai, salta su che t’accompagno» le ordinò con fare bonario.
Lei ubbidì. Efisio balzò in macchina e mise in moto. La radio s’accese insieme
al motore. Una vocina acuta, un po’ da checca, s’insinuò pigolando
nell’abitacolo: «…e la Luna nel vostro segno vi regala giornate indimenticabili.
Datevi da fare, è il momento di finalizzare i vostri progetti. In amore, i nati
nella prima decade incontreranno il grande Amore, quello con la “a” maiuscola.
Sarà una persona straordinaria, che capiterà sulla vostra strada intrigandovi.
Non lasciatevela scappare: vi sorprenderà! E voi amate le sorprese! Non è vero,
cari amici dei Gemelli?!».
Si fissarono increduli, straniti, finché all’unisono sbottarono a ridersi in
faccia sino alle lacrime.
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