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Scarpe Rotte
di Attilio Camoriano detto "Biondo"
Dal libro
Pericolo: zona infestata dai ribelli
– No, mio figlio non l’avrete. I vostri occhi di bove – disse compiacendosi
dell’offesa, che le era venuta improvvisa alla bocca sotto lo sguardo lucido e
sconcertante dell’avversario – non stregheranno anche il mio ultimo.
L’altro volle partire volontario: e non è più tornato. È morto di fame e di
freddo lontano da me in Germania. Voi l’avete ucciso con le vostre storie di
patria, di guerra santa ed altre panzane. Non avete rimorso, dinanzi a me che vi
accuso, dinanzi ad una madre alla quale avete strappato il figlio? Dove avete il
cuore? Perché non piangete? Perché mi guardate fisso con alterigia come se io
fossi la colpevole e voi la vittima? Avete ucciso mio figlio! Ma questi per voi
non sono delitti, perché per questo non si va in carcere! Voi siete un assassino
e siete libero! Ma piangete, dunque! Piangete! Io che lo misi al mondo, io che
l’ho curato, io che non lo volevo lasciar partire, io che difendevo la sua vita,
io, piango; e voi rimanete a ciglio asciutto, voi che avete spinto un povero
innocente verso la morte.
Criminale come tutti i vostri pari, perfido! Ma l’ultimo non l’avrete, non lo
potrete avvelenare. Gli avete messo nel capo anche a lui tante fandonie; ma io
gliele ho tolte dalla testa. È mio figlio, l’unico che mi resta. Avete inventato
anche l’onore e lo avete scritto sulla nostra bella bandiera bianca rossa e
verde. Ma di quale onore parlate, in grazia, se mio figlio è morto di fame e di
freddo in Germania?
Partì dicendo:
– Vado a lavare una macchia.
Povero ragazzo mio! Lavatevi voi le mani lorde di sangue, sciagurato! E tacete,
fate la vittima...! Si può sapere perché mi guardate con quegli occhi di bove...
sì, di bove... Ah non vi degnate di rispondermi... Già, che avete da dirmi, che
io non v’abbia detto? Non potete confessarvi assassino, perciò tacete perché non
potete nemmeno dirvi innocente. Sciagurato. Avete ucciso mio figlio! Ma l’altro,
l’ultimo, non l’avrete. Non partirà come l’altro. No, questo non guarda più a
voi, si stringe a me, ha paura di voi che gli avete fatto uccidere il fratello,
vuol vivere, sì, per me, per la sua mamma che gliel’ha data, la vita, vuol
serbarla, capite? non gettarla per una cosa che neppure esiste. Sì perché ditemi
voi che sapete tutto, voi che chiacchierate su tutto e di tutti: che cos’è
questa «repubblica» della malora che vuole i miei figli per mandarli in
Germania?
***
Usciva di casa solo quando pioveva,
nevicava, oppure quando la nebbia invadeva le vie della città, come se pioggia,
neve, nebbia potessero difenderlo dagli invisibili inseguitori che aveva alle
spalle. Usciva di casa col cuore in sussulto. Poi ebbe il primo sfogo con la
mamma:
– È troppo umiliante vivere così: non ci reggo!
– E io non reggerei a saperti destinato a marcire sotto terra... come l’altro...
La madre l’osservava, essa pure umiliata dinanzi a quel giovane tetro nel suo
ozio, forzato in quella singolare prigionia. Un ciuffo di capelli sugli occhi,
le mani in tasca, le gambe allungate, la testa rovesciata sulla poltrona nella
quale si era lasciato cadere di peso: misero era. La madre gli fu accanto
sollecita per riordinargli i capelli, ma il ragazzo si ritrasse infastidito:
– Non darmi noia.
Il giorno dopo un meraviglioso sole di fine inverno indorava la casa in faccia.
A quel riquadro luminoso il triste prigioniero guardava incantato, con la bocca
semiaperta.
– Perché non leggi? – gli domandò la madre.
– Non so più cosa leggere.
– Riordina la tua collezione di francobolli.
– Bel divertimento!
– Studia.
– Studiare! E perché? Chi pensa a studiare oggi?
– I ragazzi ammodo lo pensano.
– E io non sono un ragazzo ammodo? – e rise con tale scherno che la madre ne fu
ferita.
– I miei figli sono sempre stati ragazzi ammodo... E già, sono stati...
Ad un tratto dopo un lungo silenzio, il ragazzo disse:
– Mamma... Mamma... Lasciami partire...
– Mio Dio, dove vuoi andare?
– Con i partigiani, mamma. Ti supplico lasciami andare. Vendicherò mio fratello,
affronterò con le armi coloro che lo hanno fatto morire. Ti supplico, mamma,
lasciami andare.
Chi aveva detto: «Ah, voi mamme, coi vostri figli maschi siete più donne che
mamme»? Ebbene sì, essa era stata sempre gelosa dei suoi figli: li aveva difesi
dalle seduzioni femminili, ne aveva fatto due cuccioletti sempre attaccati alle
sue gonne; ma ecco, uno era morto di fame e di freddo deportato in Germania. Le
sue lacrime non valsero a trattenerlo: ora anche l’altro rimastole, bighellonava
per casa, stanco di non far nulla, estenuato dalla prigionia cui l’aveva
condannato, intristito, smagrito, voleva andarsene, voleva raggiungere le vette
dei monti lontani per vendicare il fratello.
E la mamma che pianse alla partenza del primo figlio, pianse anche per la
partenza del suo ultimo figliolo.
Ma era un’altro pianto il suo: come un pianto di gioia; un pianto che suggeriva
al suo cuore di mamma la consolazione che suo figlio non era stato traviato da
false considerazioni sull’amor patrio.
***
La stessa notte che giunse al posto di
blocco partigiano l’avviarono verso una destinazione a lui ignota: si lasciò
dietro tutto un mondo.
Egli aveva sempre accettato la vita non con la fiacca debolezza dei rassegnati,
ma con la fierezza di chi affronta i dolori, le lotte e le rinunzie come
elementi vitali della esistenza, necessari a un domani migliore.
Non si possono attribuire al destino sentimenti di parzialità. Gli esseri umani
immessi nella vita sono come lanciati in un labirinto; sciamano per trovare la
via giusta che porti all’oasi dell’altra sponda, dove credono ci sia ad
attenderli in carne ed ossa il loro ideale. Qualcuno indovina la via giusta, ma
altri danno di cozzo nelle zone morte e vi si impantanano e l’ideale da
raggiungere non resta che un sogno, una chimera.
Ma se non c’è una legge che indichi il sistema migliore per trovare la via
migliore, c’è invece una legge che allontana dagli angoli morti del labirinto:
«Puntare sempre sul proprio ideale».
Ed egli aveva indovinato la strada giusta.
Era una strada che si inerpicava alta sui monti dove l’attendevano tribolazioni
fisiche, ma dove lo spirito, fin’allora racchiuso e costretto nelle morse della
politica nazifascista, si estraniava nella libertà della rivolta mondiale, in
nome dei popoli i cui principi erano entrati nel sangue dei popoli stessi. Ed
essi ne stavano facendo loro insegna per concretare il nuovo ordine mondiale nel
quale le parole di libertà e di giustizia avrebbero avuto veramente un
significato concreto, un nuovo ordine che sarebbe stato il presidio sicuro della
civiltà nostra.
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