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Scarpe Rotte
di Attilio Camoriano detto "Biondo"
Prefazione
di Michele Campanella (Gino)
Comandante della Brigata Severino
Scarpe rotte è il quaderno di ricordi di un intellettuale-guerrigliero.
Attilio Camoirano (Biondo) salì in montagna e raggiunse le formazioni partigiane
nel 1944, assieme al padre Angelo (Castello).
Portò con sé, patrimonio del suo mestiere di giovane giornalista sportivo de «Il
Secolo XIX», una microscopica macchinetta da scrivere.
Nei momenti di stasi, dopo le molte azioni di guerriglia cui prese parte, lo si
vedeva seduto in un angoletto con la macchinetta sulle ginocchia e, qualche
volta, quando era più fortunato, su una tavola, rannicchiato su una sedia
sgangherata.
Altri potranno discutere se il libro è un capolavoro di arte letteraria. Per noi
partigiani ha il grande pregio di essere stato scritto «a caldo» mentre «...infuria
la bufera scarpe rotte eppur bisogna andar...», tra mille e mille difficoltà. È
pure il libro ad esser pubblicato per primo, unitamente alla raccolta de «Il
Partigiano», pure scritto in montagna e diretto da Bini.
La ferrea disciplina imposta dalla cospirazione può aver influito, in un diario
vissuto e raccontato in «diretta», sull’assenza di alcuni aspetti delle nostre
battaglie che dovevano, al momento, restare riservati e che comunque sono
conservati nei documenti affidati dalla Brigata Severino all’istituto ligure
storico della Resistenza.
«Biondo» chiamato da Bini dopo la Liberazione ad entrare nella redazione
genovese de «l’Unità», non ritenne di modificare per nulla i testi della
montagna, la descrizione umanissima dei personaggi, la cronaca drammatica dei
luoghi di quella che, per 7 mesi, fu veramente la guerra partigiana di
guerriglia, condotta per molto tempo, da soli 25-30 combattenti di una
manovriera formazione – lontano dal grosso – in continuo movimento, in un
ristretto territorio di pochi chilometri quadrati, praticamente accerchiato dai
nazifascisti costretti, in questa periferia di grande città, ad impegnare
migliaia e migliaia di uomini nella ricerca e nell’eliminazione dei «banditen»,
sempre capaci a defilarsi durante i quotidiani rastrellamenti e sempre pronti a
colpire nel momento e nel punto migliore.
La passione ideale, la carica umana dei ragazzi della Severino emergono in ogni
riga del racconto di quella che Biondo definisce guerra popolare.
Il brano sul «perché resistono e vincono i partigiani» mantiene oggi il
carattere fresco della Resistenza, attualissimo in questo 60° della Liberazione.
Rileggiamo i brani dello scritto di Biondo:
«L’esercito dei partigiani è un esercito di volontari. Il contadino accanto al
muratore, lo studente accanto al meccanico, il commerciante accanto al
professionista formano una famiglia.
Lo spirito di iniziativa e le conoscenze di ognuno hanno modo di esprimersi a
vantaggio di tutti.
Molti sono caduti, altri sono pronti al sacrificio. Le armi i partigiani le
hanno strappate nella lotta, i presidi costretti alla resa, i soldati tolti alle
file nazifasciste hanno dato i moschetti, i mortai, i mitra, le mitraglie.
I partigiani resistono e vincono perché i soldi dell’operaio, del contadino
aiutano le nostre intendenze, perché le donne raccolgono e preparano gli
indumenti, perché il contributo di ognuno si unisce e si somma, perché con il
contributo di ognuno c’è una prova di solidarietà e di fede nella liberazione
della Patria».
Bini, all’arrivo di Biondo, gli aveva chiesto, conoscendo la sua esperienza di
giovane giornalista de «Il Secolo XIX», di scrivere la verità della lotta
partigiana.
La sera del 24 aprile 1945, dopo il vittorioso assalto della Severino al
presidio nazista di via Molassana, Biondo tirò fuori dal suo zaino la macchina e
scrisse il suo primo articolo come cronista politico-militare, lo dettò per
telefono a «Il Secolo XIX», che lo pubblicò l’indomani.
Bini se la prese con me, redarguì il buon reporter inconsapevole che «l’Unità»
era già in piena attività. Il direttore Bini chiamò subito Biondo in redazione.
Giusta intuizione perché Attilio divenne uno dei migliori giornalisti sportivi e
per il ciclismo fu indubbiamente il migliore.
Le successive amare, drammatiche vicende personali di Biondo e Castello
meritano, in altra sede, un doveroso approfondimento.
Restano ineguagliabili le pagine di Scarpe Rotte di Attilio Camoriano,
quasi una continuazione ligure dell’inno partigiano Fischia il vento del
comandante garibaldino di Imperia, Felice Cascione.
Riproporre ai giovani questo libro costituisce uno dei modi migliori di
ricordare il 60° della Resistenza e della Liberazione.
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