La scia della nave
dalle gloriose carrette alle gigantesche portacontainer
 
di Giovanni Sbisà
 


Ero un Balilla

In una vecchia fotografia mi trovo vestito da balilla.
Furono lunghi e snervanti i mesi d’attesa prima d’ottenere – a pagamento – l’agognata divisa. Nel fatidico giorno volli vestirmi da solo, chiuso nella mia stanza.
Camicia nera, fazzoletto azzurro al collo con le punte tenute strette sul petto da un medaglione con l’effigie del Duce, pantaloncini di orbace grigio-verdi corti, calzettoni verdi, scarpe nere, una fascia a vita nera, un fez nero con un fascio e un numero di reparto e una nappa. La divisa valeva per l’inverno e per l’estate, durante l’inverno si poteva indossare una mantellina.
Quando mi presentai a mia madre in perfetta uniforme, lei riuscì a stento a soffocare una risata che le venne spontanea, incontrollabile e pronunciò quella frase che suonò per me come una terribile offesa: “Povero bambino mio, come ti hanno ridotto”, poi fece una cosa anche peggiore per il mio orgoglio militare: mi strinse al petto quasi a proteggermi, eravamo nel 1934, avevo appena otto anni.
Riparlammo in seguito, ridendo, di quell’episodio, seppi così che a scatenare la risata di mia madre era stato soprattutto quel fez che m’ero messo un po’ storto e l’elastico a sottogola che lo reggeva e che evidenziava le mie guanciotte rosee da bambino.
“I bimbi d’Italia son tutti balilla”.
Così si leggeva sulle facciate delle scuole e delle palestre, sui diari e sulle pagelle scolastiche, sui libri di testo.
L’Opera Nazionale Balilla (ONB), fondata nel 1927, oltre ad indottrinare la gioventù al fascismo, bisogna riconoscerlo, offriva nella sua organizzazione proposte sane e ben mirate per i ragazzi.
Le Case del balilla e delle piccole italiane, distribuite nei centri e nei quartieri più periferici di città e paesi, servivano a togliere i ragazzi dalle strade, offrendo svaghi ed attività sportive.
Colonie estive montane, marine, elioterapiche per le cure climatiche dei bambini e dei ragazzi, sorsero nelle località più adatte: emblematica per la sua grandezza ed imponenza la Colonia Fara di Chiavari, che ancor oggi si può vedere, ridotta purtroppo in rovina in un vergognoso stato di abbandono.
Le piccole italiane indossavano camicetta e calze bianche, gonna a piegoni, baschetto e scarpe nere, fazzoletto, medaglioni ed accessori simbolici del partito, d’inverno una mantellina nera. Le più grandi frequentavano corsi di economia domestica, puericultura e nozioni infermieristiche.
La donna intellettuale ed impegnata non trovava molto spazio nei programmi del partito, mentre veniva celebrata la buona massaia circondata da tanti bambini.
L’esaltazione che seguì alla vittoria della guerra d’Abissinia ed alla fondazione dell’impero, portò ad una sostanziale modifica dei programmi educativi; venne fondata la Gioventù Italiana del Littorio (GIL) che puntava soprattutto sulla formazione militare e guerriera con continui richiami all’organizzazione dell’esercito dell’antica Roma.
Diventai così “balilla moschettiere”, il che comportava l’acquisto di un paio di guanti da moschettiere e di un fuciletto (le spese militari diventavano sempre più ingenti per le famiglie). Le adunate per le istruzioni militari avvenivano nel pomeriggio del sabato, il sabato fascista, ma spesso anche nel corso della settimana.
Capo supremo era il centurione, un ufficiale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, tronfio ed esaltato nella sua divisa piena di orpelli: era il nostro insegnante di educazione fisica.
Si muoveva, parlava e gesticolava con atteggiamenti mussoliniani. Braccia piegate con i pugni ai fianchi, o saluto romano col braccio destro alzato e la palma della mano aperta (era stata rigorosamente abolita la stretta di mano), ci trattava duramente, come dei coscritti, con un linguaggio scurrile da caserma.
Fu richiamato dal direttore scolastico per essersi rivolto ad uno di noi chiamandolo “coglione”.
Nell’adunata successiva diede sfogo alla sua ira chiamandoci tutti “coglioni fritti al burro”.

Era una rigida giornata d’inverno, la bora soffiava rabbiosa. Si doveva andare alla stazione a ricevere un gerarca. Eravamo schierati all’aperto con i nostri pantaloncini corti. Il centurione ci fissò in silenzio col suo sguardo magnetico, poi rivolgendosi a me disse: “Oggi porterai tu il labaro”.
Il labaro della legione era come il Santissimo Sacramento nelle processioni.
Al suo passaggio per le strade tutti si toglievano il cappello e scattavano nel saluto romano.
Mi sentii gonfiare dall’orgoglio e quasi tremavo per l’enorme responsabilità che mi stava gravando addosso.
Entrai nell’armeria, quasi con religiosità inalberai l’alto stendardo puntandomi l’asta alla cintura.
Fu ordinato il “presentat’arm”, rullarono i tamburi ed il centurione con voce tonante ordinò: “Labaro avanti”.
C’erano tre scalini ghiacciati davanti alla porta, non potevo chinarmi a guardare e mi sembrò che ce ne fosse uno solo… rovinai a terra con il labaro, sbattendo violentemente le ginocchia sul terreno di ghiaia e ghiaccio.
Dopo qualche istante e mentre dolorante ero ancora a terra, mi trovai accanto due stivaloni lucidissimi; il centurione non fece nulla per aiutarmi, ma con tutta la rabbia che aveva in corpo mi gridò: “Coglionaccio”. Avrei voluto morire lì, per terra, subito.

Il Duce arrivò via mare a Trieste nel settembre del 1939: era al massimo della sua popolarità; fascisti ed ex nemici, tutti, tutti stravedevano ormai per lui, i pochissimi oppositori irriducibili furono chiusi in galera.
Con i soldati delle varie armi (col passare degli anni ero ormai diventato “avanguardista marinaretto”), ci mandarono con ore ed ore di anticipo dove il Duce sarebbe dovuto intervenire, per accoglierlo con i dovuti onori militari.
Mussolini doveva celebrare l’apertura del cimitero monumentale di Redipuglia (Monfalcone), eretto per dare degna sepoltura al Milite Ignoto ed ai molti morti sul Carso durante la Grande Guerra.
Sulla sommità di una lunga scalinata c’è una grande croce ed ai suoi lati due croci più piccole. Grandi blocchi di granito sono sistemati ai lati della scalinata stessa: su uno di quei blocchi con un soldato ed un aviatore c’ero io.
Eravamo partiti da Trieste con un treno affollatissimo alle prime ore dell’alba; verso mezzogiorno ci avevano dato una pagnotta vecchia con la mortadella ed un formaggino, subito dopo l’arrivo sul blocco.
L’attesa era eterna. Il caldo di settembre era soffocante.
Passò mia sorella, ormai “giovane italiana” che era destinata ad una delle tende della Croce Rossa. “Cosa fai lassù impalato?” mi chiese con molta ironia.
“Aspetto il Duce” risposi con orgoglio e fierezza, e lei si fece una bella risata.
Passavano le ore ed io non ne potevo più, poi tutto incominciò a girarmi e lei fu pronta ad assistermi. La tenda del pronto soccorso era fresca e ci facemmo una brutta indigestione d’uva.
Fu una guerra che non risparmiò nessuno; bombe, distruzioni e morti, misero la parola fine a quei patetici giochi di soldatini e, soprattutto, ridussero a tempi drammaticamente brevi la maturazione dei giovani.
Le popolazioni di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia patirono sofferenze terribili durante ed immediatamente dopo la fine della guerra. Subito dopo l’8 settembre 1943 i nazisti si impadronirono di Trieste, dichiarando la città parte integrante del Reich. Nel quartiere di San Sabba c’era uno stabilimento per la pilatura del riso chiamato dai triestini “risiera”. Quell’obsoleto gruppo di edifici fu utilizzato dai tedeschi prima come caserma della polizia, poi quale unico campo per lo sterminio di centinaia di ebrei in terra italiana. Il macabro stabilimento, diventato oggi monumento nazionale, è composto da mura nude, una camera della morte, una fila di celle infami e la sagoma di un forno distrutto: il tutto incute ancor oggi la sensazione di una minaccia spaventosa. La città, schiacciata prima dal tallone nazista, poi dalle orde partigiane del maresciallo jugoslavo Josip Broz Tito che, sostenuto dal segretario del PCI Palmiro Togliatti, rivendicava la sovranità su tutta la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, fu conquistata dai titini il 1° maggio 1945: l’occupazione jugoslava durò poco più di un mese.
I vincitori catturarono ed imprigionarono non solo i militari tedeschi e della Repubblica sociale italiana, ma anche cittadini qualsiasi, colpevoli di essere di sentimenti italiani. Chiunque fosse sospettato di essere contrario al regime titino finì nelle grinfie della terribile polizia politica, l’Ozna, fu picchiato, torturato, legato con il fil di ferro ai polsi di altri detenuti e gettato ancora vivo nelle foibe del Carso.
Mi torna oggi alla mente un episodio che riguarda la mia famiglia e che mi sembra emblematico per dar risalto ai terribili cambiamenti etici e morali che subisce l’umanità durante le guerre e le rivoluzioni.
Daniza, la giovane lavandaia slovena del vicino paesotto di San Dorligo della Valle, veniva a ritirare ogni settimana il fagotto della biancheria che ci riportava la settimana successiva con il latte e le uova fresche e la panna. Era donna di discreta cultura e parlava l’italiano stentatamente. Ci voleva e le volevamo bene e spesso in primavera andavamo in gita da lei. Mai aveva espresso idee nazionalistiche o politiche in genere.
Era a casa nostra in quel 10 giugno 1940, quando il Duce annunciò la nostra entrata in guerra a fianco della Germania e furono momenti di grande emozione. Nel breve silenzio che seguì, Daniza con grande calma disse: “Trieste diventerà jugoslava”. Tutti le ridemmo in faccia senza ritegno.
Nel maggio del 1945 su ogni muro di Trieste campeggiava la scritta “Trst je nas” (Trieste è nostra): bandiere jugoslave sventolavano su tutti gli edifici pubblici e sui blindati dell’esercito invasore che giravano provocatoriamente per la città.
Sporadiche prima, poi sempre più forti ed organizzate le reazioni italiane, immediatamente e duramente represse con l’uccisione di sei giovani manifestanti: era scoppiato in tutta la sua violenza il “problema Trieste”.
Daniza, che non vedevamo da anni, venne a farci visita indossando la divisa di capitano dell’esercito jugoslavo; era armata di fucile- mitragliatore, pistola e bombe a mano: rimanemmo senza parole, terrorizzati. Il suo sguardo era drammaticamente cambiato: la compagna Daniza, prima partigiana, poi regolarmente incorporata nell’esercito di Tito – lo scoprimmo più tardi –, aveva una fama di donna spietata, si era macchiata dei più efferati delitti, era tremendo nelle vendette: un’altra scheggia impazzita di quella terribile guerra.
Non fece cenno a quella nostra risata sonora del 10 giugno 1940, volle invece rassicurarci che nessuno ci avrebbe dato fastidio perché non avevamo mai fatto del male, anche se lei sapeva benissimo che i nostri sentimenti erano da sempre dichiaratamente italiani.
Una lezione indimenticabile di sincera amicizia mentre tutti eravamo travolti da odi e passioni.
La mattanza si concluse a Trieste il 12 giugno dello stesso anno quando, dopo l’arrivo di un esiguo reparto di soldati neozelandesi, giunsero le forze anglo-americane che costrinsero i titini a lasciare la città, ma continuarono per anni i soprusi nel resto dei territori, costringendo all’esilio 350.000 italiani.
A Trieste fu costituta ed amministrata dagli alleati una zona A (220 kmq) che comprendeva la città, il porto ed un po’ dell’entroterra. Il resto delle terre contese, che comprendeva l’Istria e la Dalmazia ex italiane (490 kmq), fu designata come zona B ed affidata alla Jugoslavia.
Sempre più pressanti si facevano intanto le richieste del governo di Roma per riavere Trieste e tutto procedeva con il lentissimo passo della diplomazia internazionale che non perdeva occasione per ricordarci che eravamo dei vinti.
Col passare del tempo le speranze italiane si facevano più concrete.
Nel 1952 – episodio marginale ma significativo – aveva vinto il Festival di Sanremo una canzone dedicata a Trieste, cantata da Nilla Pizzi che diceva:
“Vola, colomba bianca vola/ diglielo tu/ che tornerò/ Dille che non sarà più sola/ e che mai più la lascerò”.
Il 6 ottobre 1954 si giunse a Londra ad un memorandum d’intesa tra l’Italia e la Jugoslavia; il Territorio libero di Trieste (mai peraltro ufficialmente costituito per contrasti tra gli alleati) cessava di esistere e la zona veniva affidata all’Italia; tutto il resto passava alla Jugoslavia. La questione dei confini fu definita più tardi, con il trattato di Osimo nel 1955.
Il 26 ottobre1954 i bersaglieri sbarcarono per la seconda volta sul molo Audace, di fronte al municipio con la sua torre dell’orologio che aveva scandito tante ore drammatiche della città (la prima volta era stata dopo la Grande Guerra).
Io ero in mare e non potei partecipare all’enorme festa che non mi fu difficile immaginare; ma quella festa sanziona in modo definitivo la perdita dell’Istria e della Dalmazia. Da un’inchiesta fatta a suo tempo, è risultato che ci sono molti italiani, soprattutto i più giovani, che credono che Trieste appartenga ancora all’Austria o alla Jugoslavia, i più associano il nome della città soltanto alla bora.
Se queste pagine riuscissero a chiarire le idee anche ad una sola persona, mi riterrei appagato.
 


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